Il prezzo dell’onore

A cura di Emanuele Marazzini

In genere non recensiamo i fumetti – per i quali abbiamo uno spazio dedicato nel forum – ma per questa uscita della Sergio Bonelli Editore, ci sentiamo di fare una gioiosa eccezione che affidiamo alle parole del nostro Emanuele Marazzini.
Uno dei protagonisti dell’intramontabile Mucchio Selvaggio di Peckinpah, il granitico Pike Bishop (interpretato da William Holden), così esclamava dopo una tragica rapina finita in fiasco: «Bisogna lavorare col cervello, le pistole non bastano più!».
Lo sceneggiatore Fabrizio Accatino, a cui si deve Il prezzo dell’onore (Sergio Bonelli Editore, 3,80 €, aprile 2015), sembra aver colto appieno questa provocazione, mostrando al lettore che si può partorire un western di spessore, quello con la W maiuscola, solo se chi impugna la penna (sia a livello letterario che cinematografico) possiede dapprima la pazienza di fermarsi un momento a riflettere e poi l’estro di saper rimescolare adeguatamente e originalmente quegli stessi elementi che contraddistinguono da più di un secolo e mezzo il codice genetico di questo particolarissimo genere.

Scrive al proposito Raymond Bellour (in Il Western, edizione italiana a cura di Gianni Volpi, Feltrinelli, Milano 1973, pag. 17):

immediata e violentemente sensibile, la seduzione che il western esercita scaturisce dalla ricchezza inesauribile della sua materia, dall’infinita diversità all’interno del mondo chiuso della ripetizione, che provocano nello spettatore il sentimento affascinante di una ripresa e di uno stupore perpetui.

L’illimitato nel limitato: ecco il geniale paradosso che ha permesso e permetterà alla grande epopea americana di metà e fine Ottocento di non estinguersi mai del tutto.
Non stupisce dunque che anche nel bell’albo preso in esame si susseguano situazioni arcitopiche: dall’attacco indiano alla dolce maestra di scuola che si innamora di uno dei protagonisti, dalla posa delle traverse della ferrovia sotto il sole cocente ai pistoleros messicani col sombrero, dalla forca (qui vera e propria comprimaria) nel bel mezzo della Main Street al villaggio sperduto nel deserto, reinterpretate tuttavia in maniera più che originale.
La trama, in parole poverissime, propone le tragicomiche disavventure di un picaresco gruppo di disertori (due per scelta più uno per necessità) che, in totale antitesi con i buoni per eccellenza del western classico (le Giacche Blu appunto) infangano, chi più, chi meno, il buon nome della loro divisa uccidendo o ingannando buona parte delle persone che si presentano sulla loro strada. Un intreccio che sembra offrire al lettore la seguente, triste morale: nel vero West non vi è forma di riscatto, anche se il Fato offre varie possibilità di redenzione; la spunta solo chi è meno sentimentale, chi antepone sempre sé stesso agli altri; un tema questo, ma ci limitiamo a buttare solo un sasso nello stagno, particolarmente caro alla letteratura contemporanea, sempre più desiderosa di mettere in scena eroi negativi o ambigui, non del tutto motivati a stare sempre dalla parte del Bene: basti come esempio quell’Eduard Limonov protagonista dell’omonimo, bellissimo romanzo di Emmanuel Carrère (2013).
Ad incarnare il Male non punito è in questo caso il riuscitissimo personaggio di Lester Durrett (lo vedete in primo piano nel disegno riprodotto qui sotto) che ci ricorda, sotto alcuni aspetti, l’antieroe affetto da nanismo del recente quanto perturbante La foresta di J. R. Lansdale, edito da Einaudi sempre nel 2013.
A fianco di Accatino il sempre eccellente Paolo Bacilieri (si vive male senza aver letto il suo Sweet Salgari!) che filma su carta un western caricaturale e grottesco i cui attori finiscono per assomigliare a bambolotti impolverati in balia di una dispettosissima Sorte.
Assai lampanti, infine, gli omaggi: il gigantesco quanto superfluo Mel delle pagine iniziali è chiaramente un omaggio al Bud Spencer de I Quattro dell’Ave Maria e di altri Spaghetti Western da lui interpretati sempre con indosso quel caratteristico giaccone “caprino”, mentre è impossibile non ravvisare il genio di Sergio Leone nell’attenzione per le espressioni facciali pre-duello.

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