“Volevo essere un eroe”. Il caso di Molti Cavalli

L’accusa e la difesa cominciarono una nuova e accanita disputa sulla rilevanza della questione sullo stato di guerra. Durante il primo processo, Nock e Powers avevano dimostrato che gli indiani si consideravano in guerra contro i soldati bianchi, ma non era stata presentata alcuna prova su come l’esercito vedesse l’intera questione. Tra l’altro, il procuratore distrettuale Sterling aveva provato a chiedere al generale Miles, che allora si trovava nel suo quartier generale di Chicago, di recarsi a Sioux Falls e testimoniare che non c’era stata alcuna guerra nelle riserve Sioux. Secondo i giornali, Miles aveva replicato: “Ragazzo mio, certo che c’è stata una guerra. Non penserai mica che io voglia ridurre la mia campagna a una sfilata di moda?”
Il capitano Frank D. Baldwin
Il generale aveva quindi mandato un ufficiale di stato maggiore, il capitano Frank D. Baldwin, a testimoniare in favore della difesa. La testimonianza di Baldwin, insieme ai rapporti militari riportati come prova, fece stabilire chiaramente che, come già affermato da Miles, anche l’esercito americano si era considerato in guerra. Baldwin, in risposta a una domanda, ammise anche Casey avrebbe potuto essere considerato come una spia in territorio nemico, pur ribadendo che (“mentre un sorriso gelido gli appariva sotto i baffi grigi” come osservò un giornalista) “noi questo non lo chiamiamo spiare, ma andare in ricognizione”.
La testimonianza di Baldwin, insieme ai documenti militari, si provò decisiva. “Non c’è bisogno di altro, per questo caso”, annunciò il giudice Shiras dopo la pausa per il pranzo. Spiegò quindi agli attoniti partecipanti e spettatori che la questione dell’innocenza o colpevolezza di Molti Cavalli dipendeva tutta dalla questione sullo stato di guerra. La difesa aveva dimostrato senza ombra di dubbio che effettivamente la cosa si era verificata durante un conflitto armato. Allo stesso modo, se i fatti Wounded Knee non fossero stati considerati una battaglia scatenatosi durante una guerra, si sarebbero dovuti processare i soldati del Settimo Cavalleria per omicidio. Se durante la ricognizione nell’ accampamento di No Water Casey avesse sparato a Molti Cavalli, nessuno lo avrebbe certo accusato di omicidio e trascinato in giudizio in una corte civile. L’uccisione di Casey poteva perciò essere considerata solo e soltanto un atto di guerra e il giudice Shiras dichiarò di non poter accettare altro verdetto che l’assoluzione. Dopo un breve dibattito, durante il quale nessuno lasciò la stanza, i giurati obbedirono senza discutere agli ordini del giudice, anche se successivamente un sondaggio fatto da un giornalista rivelò che, se lasciati decidere autonomamente, i giurati avrebbero condannato Molti Cavalli per omicidio preterintenzionale.
Prima che il giudice potesse sollevare il martello per congedare l’accusato e dichiarare il caso chiuso, un boato di giubilo invase la corte. La triste, solitaria figura del giovane chiuso nel banco degli accusati si era infatti guadagnata la simpatia generale. Mentre Powers stringeva la mano al suo cliente e si congratulava con lui, un giornalista osservò che sul volto di Molti Cavalli non c’era la minima traccia di gioia. “Non c’era traccia di giubilo sul suo volto, proprio come prima non c’erano stati segni di ansia o paura”. Un altro osservatore vide tuttavia che l’indiano aveva le guance bagnate di lacrime e lo udì mormorare “Sono libero! Bene, bene, bene!”. Per un’ora intera, dopo che la corte si era formalmente aggiornata, una folla di simpatizzanti circondò Molti Cavalli per stringergli la mano. Più tardi, nelle strade appena fuori dalla corte, gli indiani che si erano riuniti per il processo ripeterono un cerimoniale simile.
Cavallo Americano
Sono lieto che tu sia libero”, disse solennemente Cavallo Americano, “Hai ucciso Casey e ciò è stato un male, poiché egli era un uomo buono e coraggioso e aveva fatto molto per gli indiani. I bianchi però ci avevano ridotto alla fame e ci trovavamo in una condizione tale che voi giovani eravate come impazziti e tu stesso non sapevi quello che facevi”.
Intanto il testimone cui si doveva principalmente la brusca conclusione del processo stava chiacchierando con Nock e Powers. Il capitano Baldwin era stato grande amico del tenente Casey sin dai tempi della campagna del generale Miles contro i Sioux nel 1877. Mentre ricordava la morte di Casey, Baldwin non riuscì a trattenere le lacrime. “Ma Casey si trovava in territorio nemico” aggiunse “ed è morto da soldato. Se oggi fosse vivo e potesse testimoniare, nemmeno lui vorrebbe veder condannato questo povero selvaggio”.
La sera, in albergo, Molti Cavalli si rilassò abbastanza da poter esprimere i suoi sentimenti:
“Sono terribilmente contento. Tornerò all’agenzia e sarò un buon indiano. Cavalcherò sul mio pony e sarò di nuovo felice.”
Espresse quindi la sua gratitudine per i suoi avvocati e li invitò ad andarlo a trovare a Rosebud, dove li avrebbe fatti cavalcare sui pony di suo padre e, secondo quanto disse uno dei presenti, “avrebbe poi offerto loro molta zuppa di cane”.
La mattina seguente, il 29 maggio, il quotidiano locale riportò che Molti Cavalli e i suoi amici indiani “si erano incamminati verso lo studio fotografico di Butterfield e Ralston, dove la loro bellezza sarebbe stata immortalata su carta fotografica”. Gli indiani si avviarono poi verso la stazione, dove li attendeva il treno che li avrebbe riportati alla riserva. Una grande folla si era radunata per vederli partire. Gli indiani, sempre amanti dei discorsi, incaricarono Cavallo Americano di parlare per loro ed esprimere i loro sentimenti.
Il capo si rivolse in questo modo ai suoi ascoltatori bianchi: “Che devono fare gli indiani? Morire, soffrire la fame, o combattere? Non chiediamo molto. Dateci l’opportunità di imparare a vivere come voi e non ci fate pagare tre ciò che l’uomo bianco compra per uno. La neve si sta sciogliendo e così presto anche gli indiani scompariranno. Dateci un’opportunità e tenete fede ai vostri trattati!”
Un mese più tardi, il 1 luglio 1891, a Sturgis nel South Dakota un’altra giuria, come previsto, dichiarò i fratelli Culbertson non colpevoli dell’omicidio di Code Scarse. Herbert Welsh, dell’Associazione per i Diritti degli Indiani osservò a riguardo: “Indubbiamente, per l’opinione pubblica in questo caso un verdetto di colpevolezza era diventato impossibile dopo l’assoluzione di Molti Cavalli al processo per l’omicidio del tenente Casey”. La gente che viveva nelle Black Hills, al confine con le riserve Sioux, doveva ancora assimilare la tolleranza di cui avevano dato prova i loro compatrioti nella remota Sioux Falls.
La sentenza del processo a Molti Cavalli avrebbe potuto stabilire un precedente importante se la guerra della Danza degli Spettri (se in prospettiva storica ancora si può concederle questo appellativo dignitoso) non si fosse rivelata l’ultimo grande conflitto armato tra bianchi e indiani. Come ammise il giudice Shiras, la guerra, anche se in via teorica impossibile per la legge, può esistere nella realtà dei fatti. Allo stesso modo i Sioux, pur non disponendo dell’indipendenza e della sovranità necessarie per dichiarare guerra secondo i canoni della legge internazionale, potevano tuttavia nei fatti combatterne una. Ai fini del loro compito, i giudici ritennero sufficiente il fatto che entrambe le parti belligeranti si ritenessero in guerra per stabilire che in effetti di guerra si fosse trattato. In questo ragionamento (come anche nell’allocuzione rivolta da Shiras alla giuria e nell’atteggiamento dei militari) erano anche impliciti gli intollerabili sottointesi che sarebbero scaturiti dalla conclusione opposta. Se non c’era stata alcuna guerra, come si poteva spiegare e giustificare il fatto che i soldati che a Wounded Knee avevano sterminato la banda di Piede Grosso non fossero stati accusati di omicidio e processati?


Ancora Cavallo Americano

Gli indiani dal canto loro dimostrarono interesse nella semantica del conflitto armato soltanto quando si trovarono intrappolati nel sistema giudiziario dei bianchi. Di solito ben poco si curavano dei termini che i bianchi sceglievano per descrivere le ostilità che scoppiavano di tanto in tanto tra le due razze. Tuttavia, per alcuni indiani che si trovarono in situazioni simili a quella di Molti Cavalli, il precedente della decisione del giudice Shiras avrebbe potuto fare la differenza. Ad esempio, avrebbe potuto far la differenza per i trentotto Sioux impiccati dopo un processo militare nel 1862 per aver partecipato all’insurrezione nel Minnesota, o per i Kiowa Satanta e Grosso Albero nel 1871, quando l’esasperato generale William T. Sherman li spedì in Texas dove furono processati da un tribunale di stato per lo sterminio di una carovana; avrebbe fatto la differenza per Captain Jack il Modoc e i suoi compagni, fatti impiccare nel 1873 da una commissione militare per l’uccisione del generale Edward R.S.Canby durante un colloquio di pace nei Lava Beds californiani. Ma le “guerre” indiane erano ormai finite, e la conseguenza principale della decisione del giudice Shiras fu quella di risparmiare la vita a un giovane in cui due culture si erano fatalmente scontrate.
La preoccupazione dei protagonisti principali del caso fu tutta per la questione bellica e i motivi per l’uccisione dell’ufficiale furono lasciati praticamente senza spiegazione. Anche se non gli fu permesso di raccontare la vicenda dal suo punto di vista al banco dei testimoni, Molti Cavalli rilasciò una lunga intervista al reporter John McDonough del New York World. Descrivendo il momento in cui aveva affrontato Casey, Molti Cavalli affermò: “A quell’uomo, che era venuto a spiare nel nostro accampamento, fu consigliato di andarsene immediatamente ma lui si adirò e disse che sarebbe andato via, ma che sarebbe poi tornato con truppe sufficienti per catturare i nostri capi. Potete ben capire come mi sentissi quando udii che avremmo dovuto soffrire ancora di più solo per aver fatto sentire la nostra voce e aver chiesto al governo il cibo e gli abiti che ci doveva. Fu questo a passarmi per la mente e allora pensai che proprio lì, alla mia destra, cavalcava una spia dei nemici che ci stava annunciando con arroganza la sua decisione di ritornare a farci ulteriormente del male. Il soldato si voltò per andarsene e un momento dopo cadde a terra morto, con il proiettile che gli avevo sparato nel cervello.”


Un accampamento di “ostili”

L’unica altra persona presente a questo incontro che conosceva abbastanza l’inglese da riportare quanto era stato detto era Pete Richard. Il suo resoconto non lascia trapelare alcuna traccia di bellicosità nelle parole o nell’atteggiamento di Casey. Nemmeno gli avvocati Nock e Powers, che probabilmente avevano sentito la storia dallo stesso Molti Cavalli, accusarono Casey di aver usato minacce durante l’incontro con gli indiani, anche se durante il secondo processo Powers lasciò intendere che, mentre cavalcava a fianco dell’ufficiale prima di incontrare Richard, Molti Cavalli avesse afferrato qualche frase da cui aveva concluso che l’accampamento sarebbe stato attaccato e i suoi occupanti uccisi. Tuttavia un simile atteggiamento, oltre ad essere in contrasto con la maniera consueta e ben conosciuta con cui Casey era solito trattare con gli indiani, non sarebbe stato di alcun giovamento allo scopo immediato della missione, che era quello di avviare trattative di pace con i capi o almento di avvicinarsi abbastanza da poter spiare nell’accampamento.
Molti Cavalli (Plenty Horses)
Una spiegazione più realistica del movente di Molti Cavalli fu forse quella che lui stesso diede nel marzo dello stesso anno al gran giurì che lo incriminò a Deadwood e che resta un potente, eloquentissimo atto d’accusa nei confronti di una politica che mirava a plasmare un intero popolo a immagine e somiglianza dei suoi conquistatori. Come ricordò più tardi il presidente della giuria, Valentine T. McGillycuddy, ex-agente a Pine Ridge, Molti Cavalli aveva dichiarato: “Sono un indiano. Ho frequentato il collegio di Carlisle per cinque anni e sono stato istruito negli usi e costumi dei bianchi…Mi sentivo solo. Ho sparato al tenente per conquistarmi un posto tra il mio popolo. Ora finalmente sono uno di loro. Mi impiccheranno, e gli indiani mi seppelliranno come un guerriero e saranno fieri di me. Sono soddisfatto.”
Molti Cavalli non riuscì però a conquistarsi alcun posto tra il suo popolo. Oggi i vecchi indiani della riserva di Rosebud lo ricordano vagamente come un uomo solitario, che viveva tranquillo con la moglie Josephine e il figlio Charles nell’unica stanza dellla sua capanna di legno a Oak Creek, “non particolarmente amato” da vicini e conoscenti.
I documenti dell’agenzia riportano la data della sua morte, il 15 giugno 1933, un anno dopo la scomparsa della moglie e del figlio.
La gloria che Molti Cavalli aveva cercato di conquistarsi tra il suo popolo era stata tanto breve quanto luminosa.

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