La conquista delle terre selvagge (1800-1850)

Cari amici della frontiera, ancora una volta siamo qui a segnalarvi un nuovo libro sulla storia del west, una gran bella novità a firma del nostro Domenico Rizzi. Stavolta la narrazione si concentra sulla primissima parte della conquista del west. Quella che si concentra tra il 1803 e il 1850 è certamente una parte assai importante della storia del West americano. È il tempo della corsa all’oro della California. Nel periodo intermedio, gli Stati Uniti esplorarono e conquistarono quasi tutti i territori situati tra il fiume Mississippi e la costa del Pacifico, incorporando la repubblica del Texas resasi indipendente dal Messico nel 1836, la California, l’Arizona e il New Mexico sottratti ai Messicani con la vittoriosa guerra del 1846-48 e ottenendo dal Canada britannico l’immensa regione dell’Oregon.
La grande avventura della conquista registrò nomi destinati ad una fama immortale, quali Meriwether Lewis, William Clark, Zebulon Pike, John Colter, Davy Crockett, Jedediah Smith, Jim Bridger e Kit Carson.

Nostra intervista a Domenico Rizzi

DOMANDA: Domenico, quanti libri hai pubblicato fino ad oggi?
RISPOSTA: Dunque, sono 19 di storia, cinema e letteratura del West, compresi quelli messi online, 8 romanzi, 2 antologie di racconti e un diario di viaggio nell’America dei pionieri, pubblicato a puntate su Farwest. In tutto, 30, ma ne ho un altro in uscita il prossimo mese di settembre, anch’esso di storia western.

D. Un bel curriculum, non c’è che dire, anche perché hai spaziato su argomenti molto diversi fra loro, passando da romanzi storici come “Le streghe di Dunfield”, a temi più attuali di ambientazione italiana, quali “Dolce cadrà la neve” e “La ragazza di Via della Porta”.
R. Il mio modello di scrittore si ispira lontanamente a Emilio Salgari, che sapeva passare dalla giungla indonesiana ai corsari, dal West americano al romanzo di fantascienza, senza nulla voler togliere a chi ha scritto soltanto storie moderne tutte ambientate nello stesso luogo. Alludo allo scomparso Kent Haruf, che sviluppò sette romanzi nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. Larry Mc Murtry, morto cinque mesi fa, è più versatile, dal momento che, oltre ad avere dato vita a grandi romanzi come “L’ultimo spettacolo”, “Colomba solitaria” e “Le strade di Laredo”, ha dedicato anche una biografia a Cavallo Pazzo.

D. Parliamo del tuo recentissimo “La conquista delle terre selvagge. Innanzitutto: è il tuo ritorno alla storia dopo i due romanzi moderni pubblicati di recente?”.
R. Si. Lo stacco è stato dovuto ad una certa stanchezza nel trattare argomenti storici, ma anche perché ero stufo di leggere – in molti libri e articoli di stampa – le stupidaggini scritte da gente assolutamente ignorante della materia. “La conquista delle terre selvagge” è un’opera che mi ha impegnato moltissimo, per le ricerche minuziose e in qualche caso le traduzioni dall’inglese di opere straniere. Come è riportato in copertina, narra i primi cinquant’anni della conquista del West, dalla spedizione di Lewis e Clark alla scoperta dell’oro in California, che sono quelli fondamentali nell’espansione della nuova nazione. Percorrendo queste intense pagine di storia, ho parlato dei grandi esploratori e cacciatori che ne furono protagonisti, da Hugh Glass a Jim Bridger, da Jedediah Smith a Kit Carson, senza tralasciare alcuni degli eventi più tragici della conquista: la disperata resistenza dell’Alamo contro il generale Santa Anna, il massacro compiuto nella missione dei Whitman ad opera dei Cayuse, la drammatica vicenda della carovana Donner bloccata sulla Sierra Nevada per alcuni mesi.

D. Hai parlato diffusamente della lotta di indipendenza del Texas e della guerra fra Stati Uniti e Messico del 1846-47.
R. Certamente. La questione texana ebbe notevoli ripercussioni sulle relazioni fra i due Paesi e portò anche alla chiusura della Pista di Santa Fè per un certo periodo. I Messicani non si rassegnarono facilmente alla perdita del Texas, che all’epoca comprendeva oltre 1 milione di miglia quadrate – tre volte e mezza la superficie dell’Italia – e dalla costante tensione scaturirono conflitti di frontiera…In qualche caso la spuntarono le truppe di Città del Messico, ansiose di riscattare la vergognosa sconfitta inflitta loro da Sam Houston a San Jacinto. Quando si giunse ad una vera e propria guerra, nel 1846, gli Americani prevalsero sempre sul campo, nonostante che il loro esercito fosse composto, fino allo scoppio delle ostilità, da un pugno di volontari. Infatti le truppe regolari comprendevano solo 7.300 arruolati, contro i 18.000 del Messico. Come sarebbe accaduto anche in altri conflitti successivi – la guerra di secessione, quella di Cuba del 1898 e finanche la prima e la seconda guerra mondiale – gli Stati Uniti riuscirono ad organizzarsi in un baleno, spinti dal forte patriottismo che li ha sempre caratterizzati nei momenti cruciali. Si può dire che per tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento, non possedettero quasi mai – se non durante gli avvenimenti citati – un esercito adeguato, lasciandosi spesso cogliere impreparati dagli eventi. Fu la loro capacità organizzativa e l’abilità dei loro comandanti a compensare le manchevolezze della politica: basti ricordare la loro reazione dopo Pearl Harbor.

D. Davy Crockett morì davvero combattendo o si arrese e venne giustiziato?
R. La moglie del capitano Almeron Dickinson, Susannah, scampata alla strage, dichiarò di avere visto con i propri occhi il corpo di Crockett a terra ormai privo di vita, dopo essersi battuto fino allo stremo. Portava ancora sul capo il berretto di procione che l’aveva reso famoso. Le altre illazioni sono probabilmente frutto di un revisionismo velleitario che cerca di infangare la figura dell’eroe. Così la penso io.

D. In realtà, che tipo era Davy Crockett?
R. Un uomo tutto d’un pezzo, audace e coraggioso quanto legato ai suoi principi morali, che non esitava a menar le mani quando necessario o a litigare con chi teneva dei comportamenti da lui non condivisi. Eletto più volte come deputato alla legislatura del Tennessee e poi al Congresso, non esitò a mettersi contro il presidente democratico Andrew Jackson, suo vecchio comandante e amico, quando questi fece approvare l’Indian Removal Act, che prevedeva la deportazione di quasi tutte le tribù indiane dell’Est in Oklahoma. In quell’occasione, lo apostrofò duramente e dichiarò di togliergli anche il saluto, nonostante fosse presidente degli Stati Uniti. Non ce lo vedo Crockett ad arrendersi ai Messicani, perché in vita sua non si era mai arreso a nessuno. Perciò credo alle parole della Dickinson, che dopo la resa dell’Alamo respinse anche il corteggiamento del generale Santa Anna.

D. Hugh Glass è conosciuto soprattutto per il film “Revenant”, che fruttò l’Oscar a Leonardo Di Caprio. Ma era davvero come viene presentato sullo schermo?”
R. Mmmm… Diciamo che il problema maggiore dei cineasti, quando si accingono a narrare la biografia di un personaggio storico, è quello di resistere alla suggestione e di impostare comportamenti e dialoghi in linea con l’epoca e il contesto in cui si svolge la vicenda. Se vogliamo fare un esempio, la pecca principale di un film come “Soldato Blu” di Ralph Nelson è il linguaggio sboccato della signorina Cathy Lee (Candice Bergen) che ricorda quello delle contestatrici del Sessatotto, quando si occupavano le università e si contestava la guerra del Vietnam in corso. Per quanto riguarda Glass, è un personaggio che presenta tratti comuni con John Colter, del quale ho parlato nel mio libro. Tutti e due vissero un’avventura ai limiti dell’impossibile – l’uno alle prese con un grizzly inferocito e l’altro con i bellicosi Piedi Neri – ed entrambi se la cavarono grazie alla loro tenacia e caparbietà. La gente del West non si arrendeva davanti alle difficoltà, non si lasciava morire facilmente e combatteva fino all’ultimo, proprio come ho detto a proposito di Davy Crockett. Il discorso vale sia per gli uomini che per le donne, anche se non tutte erano delle Calamity Jane.

D. Ecco, tutti i tuoi libri dedicano almeno una pagina al gentil sesso, mentre nella maggior parte delle opere sul West si citano di solito avventuriere come Calamity o fuorilegge alla Belle Starr.
R. Non è certo per seguire i dettami del politically correct, che non condivido. Nel 2001 dedicai un intero volume alle donne, “Le schiave della Frontiera”, vincitore del premio letterario L’Autore a Firenze. Le figure femminili, benchè in forte inferiorità numerica rispetto ai maschi agli albori della colonizzazione del West, ebbero un peso ragguardevole e talvolta superarono i loro uomini in imprese che definire ardite è poco. Alludo a Hannah Dustin e Mary Ingles, protagoniste della Vecchia Frontiera, ma anche a diverse altre di epoche più avanzate. Susan Shelby Magoffin volle seguire il marito lungo l’insidiosa Pista di Santa Fè, nonostante fosse incinta; Tamsen Donner visse, insieme a molte compagne, la drammatica agonia di una carovana bloccata dalla neve sulla Sierra Nevada. Per rimanere nell’ambito degli argomenti affrontati dal mio ultimo libro, vanno ricordate anche Narcissa Prentiss, missionaria laica e moglie del dottor Marcus Whitman, uccisa insieme al marito in seguito ad una ribellione di Cayuse, gli Indiani che lo coppia intendeva catechizzare, nonchè la messicana Francita Alavèz, che salvò alcune decine di Texani dalla fucilazione dopo la resa di Goliad. Non dimentichiamo poi che fu una ragazza indigena, Sacajawea, a guidare il gruppo esplorativo di Lewis e Clark verso l’estremo occidente: probabilmente senza il suo contributo la spedizione si sarebbe smarrita nelle Montagne Rocciose senza raggiungere la mèta.

D. Sono molto interessanti i capitoli che hai dedicato ai nativi, ricchissimi di dati relativi alla popolazione effettiva delle tribù prima della conquista dei Bianchi. Erano davvero così pochi i ‘Pellirosse’ che abitavano le Grandi Pianure?
R. Si, soprattutto gli abitatori delle Grandi Pianure. Lo dimostrano moltissime testimonianze. Ad esempio, iI colonnello Dodge quantificò il numero complessivo di tende di alcune tribù, stabilendo quante persone ospitassero. Nell’Ovest, a parte i Comanche e i Lakota Sioux – che non superarono mai i 15.000 individui ciascuna – si trattava di tribù piuttosto piccole, composte anche solo di 3.500 persone come i Cheyenne e gli Arapaho; i Kiowa non superarono mai le 2.000 e i Cayuse ne contavano suppergiù 500 al tempo in cui Whitman costruì la sua missione nel loro territorio. Intorno al 1810, prima dell’inizio della colonizzazione, non c’erano più di 125.000 Indiani nelle praterie che si estendono dal Texas al Montana e dal Mississippi alle Montagne Rocciose, un’area immensa.

D. Le cause di un numero così scarso?
R. Le continue guerre intertribali, le carestie, la mortalità infantile e più tardi le epidemie portate dai Bianchi, come il vaiolo, il morbillo e il colera. I conflitti sostenuti contro gli Americani ebbero, diversamente da quanto si crede, un’incidenza abbastanza modesta. Dal 1865 al 1891 le perdite subite dalle tribù nelle battaglie contro militari e coloni non arrivarono neppure a 6.000, ma diversi storici sostengono che furono meno della metà.

D. Secondo i nativi, invece?
R. Ancora di meno. Tutti i libri di testimonianze indiane da me consultati, che sono parecchi, tendono a smentire categoricamente le perdite indicate nei resoconti militari. Per citare tre esempi, nello sterminio della colonna Fetterman del 1866 i Sioux dissero di avere avuto 13 guerrieri uccisi, mentre nella realtà ne morirono probabilmente più di 100; nell’assedio agli scout del maggiore George Forsyth a Beecher’s Island (1868) i Cheyenne ammisero da 6 a 9 morti, mentre i rapporti dell’esercito ne riportarono da 35 a 75; a Little Big Horn, gli Indiani vincitori dichiararono un massimo di 50 perdite umane, mentre vi sono testimonianze che ne stimano più di 300. Se si deve ricercare una causa al crollo demografico dei nativi, essa non risiede certo nei conflitti a fuoco con gli Americani, bensì in una serie di concause.

D. Anche i pionieri in marcia verso il West, lungo le piste dell’Oregon, della California e di Santa Fè, annoverarono moltissime vittime.
R. Certamente. La stima è di almeno 10.000 in un ventennio, ma poche di esse caddero per mano degli Indiani. Le cause più frequenti dei decessi furono il colera, il morbillo, la dissenteria ed altre malattie, i morsi di animali velenosi, come scorpioni e serpenti a sonagli, le fatiche, la fame e la sete. Quelli uccisi dagli Indiani nel medesimo periodo sono inferiori alle 500.

D. Dunque il West non è soltanto una storia di pistoleri e sfide, come ha raccontato fino alla nausea la cinematografia.
R. Tutt’altro. La nazione americana si formò progressivamente con lo spostamento di ingenti masse – spesso di provenienza europea – verso occidente, aprendo piste, costruendo città e creando collegamenti fra i nuovi centri. Ciò richiese uno sforzo immane e il sacrificio di migliaia di persone e nel novero rientrano anche i nativi, che perirono soprattutto nell’intento di conservare il proprio costume di vita. Tuttavia non furono né il Winchester né la Colt a spazzarli via dalle praterie, ma una macchina ben più spietata che si chiama progresso.

D. Come in molti tuoi libri precedenti, anche in questo dedichi un’ampia disamina alle produzioni western sul tema. Ritieni importante il ruolo svolto dal cinema in questo campo?
R. Fondamentale, direi. Il genere western conobbe le proprie origini negli ultimi anni dell’Ottocento per merito di Thomas Alva Edison, prima che apparissero sugli schermi “L’assalto al treno” e “Kit Carson” entrambi nel 1903. Senza il cinema, che in breve tempo affascinò le platee di tutto il mondo, pochissime persone avrebbero conosciuto il West e la sua storia, sebbene ampiamente romanzata o inventata dai vari registi. I limiti del western movie furono, come si è già detto, di fossilizzarsi su alcune tematiche apprezzate dal pubblico, insistendovi fino alla nausea e trascurando altri aspetti assai più importanti. Mi viene da ridere ricordando che, durante una mia presentazione, un uomo mi chiese chi fosse il più veloce ad estrarre la Colt fra Buffalo Bill e Billy the Kid, che non si erano mai conosciuti. Ecco perché ritengo importante il mio contributo per riportare la storia alle sue giuste proporzioni, sottolineando gli eventi reali ed i loro veri protagonisti. La leggenda preferisco lasciarla a John Ford, che ne fu il massimo artista e cantore, presentandola talvolta come se fosse la verità.

D. Ci puoi anticipare la tua prossima pubblicazione?
R. Sullo stesso tema, quello del West, ce ne sono almeno due. Una è basata sulla biografia di Cavallo Pazzo, il leader più famoso degli Oglala Sioux. Un’altra è incentrata sulle figure di Buffalo Bill, Wild Bill Hickok, Texas Jack e George Armstrong Custer…E, naturalmente, sull’attrice italiana Giuseppina Morlacchi, moglie di Texas Jack, sulla infallibile tiratrice Annie Oakley sulla notissima figura di Calamity Jane. Tutti personaggi che si conoscevano, vissero insieme la realtà della Frontiera, qualcuna sul palcoscenico o nell’arena di un circo, ed ebbero un ruolo significativo in quell’epoca avventurosa. Prima che il cinema facesse le sue prime apparizioni, il Wild West Show di Buffalo Bill Cody aveva già fatto il giro degli Stati Uniti e dell’Europa, esibendo nei suoi spettacoli itineranti molti autentici protagonisti della conquista del selvaggio Ovest.

Titolo: La conquista delle terre selvagge. 1800-1850
Autore: Domenico Rizzi
Editore: Parallelo45 Edizioni
Rilegatura: Brossura leggera
Pagine: 360
Prezzo: 13,30 €

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