Apache vuol dire nemico

La famiglia e la ritualità del matrimonio
Sia sotto il profilo sociale che economico la famiglia era base della tribù. La casa della madre costituiva il nucleo della famiglia. Era lei il capo. Se le figlie erano sposate, i mariti dovevano abitare nell’accampamento della suocera anche se non potevano guardarla o conversare con lei.
Un Apache era vincolato per sempre dalla propria famiglia.


Un Apache e sua moglie

– Robert Frost scrive in uno dei suoi poemi: La casa è il luogo in cui, quando ti rechi, devono ospitarti Per gli Apache era esattamente così. La famiglia si prendeva cura di ogni suo componente, della sua educazione, della scelta del partner, divideva le disgrazie e le gioie, sfidava la malattia dello spirito nel preparare un defunto alla sepoltura e, in caso di morte violenta e ingiusta, aveva il dovere di vendicarlo.
Quando una ragazza apache aveva raggiunto l’età della pubertà la famiglia celebrava l’evento con uno o due giorni di festa. Come segno che la giovane era ormai una donna, le dicevano di correre verso Est, dove sorge il sole. Un mese o due più tardi si organizzava una grande festa. Questa volta si trattava di una cerimonia che coinvolgeva la comunità. Durava quattro giorni e venivano invitati parenti e amici, vicini e lontani. La spesa della cerimonia era a carico dei genitori anche se, a volte, altri componenti della famiglia davano il loro contributo. Talvolta i genitori cominciavano a risparmiare e a predisporre i preparativi molti mesi prima; non era insolito che gruppi imparentati organizzassero un’unica festa per due o tre ragazze.
Quando giungeva il giorno stabilito, gli invitati che venivano da lontano, si accampavano vicino al luogo scelto per la cerimonia. Lì, su uno spazio veniva allestito un wickiup nel quale la giovane donna avrebbe trascorso quattro giorni in una faticosa veglia compiendo danze rituali. L’Uomo Medicina era colui che doveva organizzare i riti religiosi. Il capofamiglia doveva occuparsi di offrire cibo e divertimenti alla gente intervenuta. Dopo che i doni e il cibo erano stati portati nel wickiup, la giovane donna sarebbe apparsa vestita con l’Abito della Pubertà. Con le assistenti poi rientrava nel wickiup. Fuori nel frattempo si svolgevano le danze mentre all’interno del wickiup, la giovane donna, a volte, rimaneva inginocchiata per ore e, a volte, danzava. E così avveniva il secondo giorno. La seconda o terza notte, mascherati con pelli di vari animali, giungevano i danzatori che ballavano intorno al fuoco centrale. Sul principio i guerrieri e le donne anziane
mostravano preoccupazione per la comparsa di queste belve ma, non essendo capaci di allontanarle, si univano a loro nella danza a cui avrebbe partecipato anche la giovane donna. Il culmine di queste cerimonie si verificava la notte del quarto giorno quando tutti avrebbero ballato ininterrottamente.
Al sorgere del sole il rituale veniva concluso dall’uomo medicina. Il wickiup veniva distrutto e la ragazza correva, veloce, verso est.
M.E.Opler scrive: E’ una cerimonia del sole, una preghiera affinché la forza che fa prosperare tutte le piante possa garantire anche a questa giovane apache salute e vigore.
per una ragazza apache il wickiup della madre era il fulcro dell’universo. Madre e figlia erano quasi sempre insieme, sia nei lavori domestici che nella ricerca del cibo.
La ragazza, dopo essere entrata nel mondo degli adulti partecipava con la madre alle danze e ad altri incontri della tribù dove poteva parlare con i giovani guerrieri. Era lei a scegliere il suo partner per le danze. Trasgredendo alle severità del codice sociale, i giovani trovavano il modo di dichiararsi il loro amore. E’ vero che le famiglie esercitavano una forte influenza su di loro nella scelta del compagno, ma, nella maggior parte dei casi sceglievano liberamente. Dopo che un giovane guerriero aveva deciso, doveva ottenere il consenso della propria famiglia al matrimonio, poi doveva informare i genitori della ragazza delle sue intenzioni: il padre o il fratello del giovane si accollavano il compito. La consuetudine voleva che si offrissero doni alla ragazza e alla sua famiglia. Poiché i cavalli erano il simbolo della ricchezza, durante la notte, il giovane doveva legare uno, due o più cavalli al wickiup della ragazza.


Una famiglia di Apache Tontos

Il numero dei cavalli indicava lo status del pretendente e il suo ardore. Se lei si prendeva cura dei cavalli il giovane sapeva che la sua proposta era stata accettata. Ma se venivano trascurati, allora comprendeva di essere stato respinto. Alla giovane donna venivano concessi quattro giorni per riflettere. Era disdicevole occuparsi subito degli animali, ma se gli avesse ignorati per più di tre giorni, sarebbe stata considerata orgogliosa e sciocca. Se i cavalli restavano al palo, trascurati, alla fine del quarto giorno al pretendente non restava altro da fare che riprenderseli. Se, invece, era stato accettato, si sarebbe svolta la festa di matrimonio che durava tre giorni.
Durante i tre giorni la giovane coppia non poteva comunicare, ma alla terza notte i due sparivano all’improvviso, evitando la sorveglianza degli anziani e si recavano in un wickiup, preparato dallo sposo, in un luogo ben nascosto nei boschi, non distante dall’accampamento. Dopo una settimana o più, ritornavano dai genitori. E così veniva eretto il loro wickiup vicino a quello della madre della ragazza, ma con l’ingresso rivolto nella direzione opposta. Il genero non poteva guardare la suocera né parlare con lei.
Un uomo poteva anche avere più mogli. La scelta doveva però limitarsi alle sorelle o alle cugine della prima moglie. Se l’uomo rimaneva vedovo doveva rispettare il lutto per un anno, poi si poteva risposare.
Una volta coniugato, l’uomo lasciava per sempre la famiglia d’origine che non aveva più alcun diritto su di lui. Gli unici obblighi erano per la famiglia della suocera. Doveva mantenere e proteggere i familiari, acquisiti, portar loro quanto aveva cacciato e vendicarli di eventuali torti subiti. La selvaggina doveva essere consegnata alla madre della sposa che la preparava e la cucinava con altro cibo e quindi la figlia ne prendeva una parte per mangiarla con il marito e i figli.
Le separazioni non erano frequenti. Lo scioglimento del matrimonio doveva essere concordato con la famiglia della sposa. Fuggire significava diventare un fuorilegge e, di conseguenza, attirarsi le ire dei parenti acquisiti.

Il gruppo e la banda
Dopo la famiglia, veniva, per importanza, il gruppo, costituito da diversi nuclei familiari. Il gruppo era riconosciuto con il nome del luogo dove veniva posto l’accampamento. Poteva essere una regione ricca di boschi e di acqua, oppure una zona che poteva offrire insoliti vantaggi per immagazzinare le provviste, o perchè consentiva una facile difesa.
Il gruppo, abbastanza piccolo da poter essere immediatamente mobilitato, rapido negli spostamenti, costituiva una forza essenziale per il successo delle scorrerie e delle battaglie. Ogni famiglia, all’interno del gruppo, era economicamente indipendente e avvantaggiata dalla vicinanza reciproca. Quando arrivava il momento di raccogliere i pinoli e il mescal, le donne di sei famiglie trovavano conveniente lavorare insieme.


Una banda di guerrieri

L’intera comunità partecipava alla caccia. Le donne seguivano i loro uomini per il trattamento e la conservazione della carne e per l’espletamento dei lavori domestici necessari. Poi la cacciagione veniva equamente distribuita a ogni famiglia.
Nel gruppo si distinguevano uomini particolarmente abili e con una spiccata personalità. Anche se diventavano dei leaders, non potevano essere considerati dei capi. Non potevano obbligare nessuno a compiere una determinata azione, o a rispettare degli accordi, o un trattato sottoscritto da loro.
Ecco perchè fu così difficile per gli statunitensi venire a patti e rispettare le tregue con gli Apache.
Tra i leaders, nei momenti di crisi, veniva scelto il capo: il più saggio, il più ricco, il più abile.
Sarebbe stato il capo a parlare, a nome del gruppo, negli avvenimenti importanti e a portarlo sul sentiero di guerra. Anche se le sue decisioni e le sue parole avevano molto perso sui suoi guerrieri, non aveva alcuna autorità su di loro. Tra gli Apache vigeva una vera democrazia, tutti partecipavano alle scelte. Finché un capo riusciva, con coraggio, a difendere la sua gente, condurla alla vittoria, essere abile a procurarsi un bottino, manteneva il comando dei guerrieri. Quando falliva gli obbiettivi, veniva sostituito da uno più capace. Un capo audace e fortunato dava prestigio al gruppo e i giovani ambiziosi guerrieri facevano a gara per unirsi a lui. Il suo gruppo si conquistava un posto più importante nella banda apache nella quale apparteneva. Sotto il suo
comando c’era sicurezza, un ricco bottino, e l’intera nazione apache desiderava conoscere e onorare la sua saggezza e il suo coraggio. Avvenne così per capi come Mangas Coloradas, Victorio e Cochise. Quando uno di loro veniva ucciso o catturato, ilo suo gruppo non desiderava altro che vendicarne la morte.
Dopo il gruppo, nella comunità apache, c’era la banda. Talvolta, per la caccia, il saccheggio o la guerra, era necessario che un certo numero di gruppi si alleassero per un’azione comune. I confini della tribù nei quali questa banda vagava alla ricerca di cibo e di un bottino, non erano ben definiti.
Per quanto vasto fosse il territorio controllato dagli Apache e per quanti fossero i fiumi, i monti e i boschi dove si accampavano e cacciavano, no era certo facile trovare l’acqua e il cibo nelle regioni del Sudovest. Era importante che ogni tribù riconoscesse i propri confini naturali e che ogni banda cercasse il cibo in zone ben precise.
Una banda era composta da vari gruppi che vivevano in accampamenti piuttosto vicini. La banda era il complesso più grande su cui poter fare affidamento per un’azione offensiva o difensiva. Il più forte e il più esperto dei leaders veniva eletto come capo della banda. Questa autorità non era ereditaria.

Raggruppamenti tribali
Infine c’era la tribù. Quando si chiedeva a un Apache di dichiarare la propria identità, prima citava la tribù e poi la banda di appartenenza. Ma il concetto di tribù aveva poca importanza per l’Apache se confrontato con il legame che aveva con il suo gruppo e la banda. I vincoli che lo univano a queste suddivisioni sociali minori erano stretti ed efficienti. Solo rare volte la tribù nel suo insieme partecipava ad azioni di guerra.
Gli Apache parlavano lo Stesso idioma e avevano una cultura comune, ma non tutte le tribù si conoscevano tra loro. M.E. Opler e Granville Goodwin, che vissero per lunghi periodi tra gli Apache e studiarono a fondo le loro usanze e la loro organizzazione sociale, hanno dato nomi diversi alle varie tribù rispetto a quelli attribuiti nel passato. Le nuove suddivisioni sono: Apache Mescalero, Apache Jicarilla, Apache Chiricahua e Apache dell’Ovest. Prima dell’arrivo degli statunitensi, esisteva, tra tutte le tribù apache, un accordo sui limiti del territorio.
Gli Apache Mescalero accampavano diritti sul Nuovo Messico sino a Hondo, a est; Santa Fè, a nord; il Rio Grande, a ovest; la regione Nordovest del Texas, a sud. Gli Apache Jicarilla avevano un vasto territorio del Nuovo Messico nella parte settentrionale, a est, e persino alcune regioni confinanti con il Colorado. Le linee di confine per gli Apache Chiricahua erano il Rio Grande, a est; Laguna e Acoma, a nord; gli attuali confini orientali delle riserve di White Mountain e di San Carlos; a sud comprendevano una parte ragguardevole di Sonora e di Chihuahua. Gli Apache dell’Ovest occupavano tutto il territorio che ora è incorporato nelle riserve di White Mountain e di San Carlos e una vasta regione dell’Arizona, a ovest delle riserve.
Le differenze tra le tribù si evidenziavano nell’abbigliamento, nei fregi, nelle abitazioni e in alcune particolarità linguistiche. Granville Goodwin, che si è limitato allo studio degli Apache dell’Ovest, in una lettera inviata al sottoscritto, afferma che tra gli Apache ci sono clan molto simili a quelli dei Navaho. Opler sostiene, invece, che questi clan non esistono in altre tribù. Goodwin asserisce, inoltre, che “nel linguaggio e nella cultura” alcune delle quattro tribù menzionate si “differenziano l’una dall’altra quanto gli Apache sono diversi dai Navaho”. Sostiene, anzi, che i Navaho, in origine erano Apache.
Gli Apache, invece, si consideravano un solo popolo, differente dagli altri. Nessuna tribù fece guerra a un’altra. Anche se qualche volta i loro rapporti erano tutt’altro che tranquilli e componenti di una tribù mostravano una certa ostilità verso quelli di un’altra. Nel ventennio 1870-1890 ci furono sempre dei problemi ogni volta che il governo degli Stati Uniti cercava di costringere alcune tribù a vivere nella medesima riserva. La resa degli Apache fu dovuta, in gran parte, all’arruolamento di scouts di altre tribù apache.
Gli Apache Mescalero erano suddivisi in due bande: il popolo della pianura, a est, e il popolo della montagna, a ovest. Anche tra gli Apache Jicarilla c’erano due raggruppamenti: i Llanero, il popolo della pianura, a est del Rio Grande, e gli Qllero, il popolo della sabbia, a ovest del Rio Grande. Gli Apache Chiricahua erano divisi in due bande: gli Uomini Rossi del nord, che operavano nelle regioni settentrionali di Sonora e Chihuahua e quella dei Chiricahua, nel Sudovest. Gli Apache dell’Ovest erano suddivisi in quattro gruppi: i Coyotero, o White Mountain, i Tonto, i Cibecue e i San Carlos. Si tratta di definizioni moderne anche se le tribù occupavano, anticamente, gli stessi luoghi che abitano ora.

I riti religiosi e gli sciamani
L’Apache temeva i cadaveri. Seppelliva i propri morti al più presto e di giorno. Il compito di preparare i cadaveri per la sepoltura era affidato ai parenti maschi, più prossimi. Solo pochi assistevano alla sepoltura. Il corpo veniva calato in qualche lontana cavità o in qualche profonda fenditura.
Se necessario, veniva scavata una buca poco profonda dove il morto veniva sistemato con tutti i suoi effetti personali. Poi veniva ricoperto con terra, rami e pietre in modo tale che i coyote non potessero raggiungerlo. I primi soldati statunitensi ebbero modo di vedere, in Arizona, questo tipo di sepoltura.
Prima di tornare all’accampamento, i parenti si strofinavano il corpo con dell’erba che poi posavano, a forma di croce, sul tumulo. Una volta tornati al wickiup del defunto, lo bruciavano con tutto quello che aveva indossato o toccato quando era in vita. Incenerivano anche gli abiti che indossavano al momento della sepoltura.


Una danza rituale

Poi si purificavano con il fumo della salvia bruciata. La famiglia si allontanava dal luogo del decesso e costruiva un nuovo wickiup. Il nome del defunto non veniva mai più pronunciato e nemmeno si visitava o menzionava il luogo della sepoltura. Ma, dietro queste precauzioni igieniche, si nascondeva il terrore che lo spirito del defunto potesse ritornare per far loro dei male. Più stretti erano i vincoli di parentela e più facile sembrava questa eventualità. Se un componente della famiglia avesse conservato qualcosa che era appartenuto al defunto, lo spirito sarebbe tornato a rivendicare l’oggetto. Credevano di svegliare o inquietare lo spirito se il suo nome fosse stato pronunciato o se si fossero avvicinati alla sua tomba. Si sono verificati molti casi di “malattia da spirito”: si manifestava con nervosismo e paura. Spesso era causata dai grido di un gufo. L’Apache temeva molto il gufo, perchè il suo richiamo annunciava sventura.
Gli Apache erano anche convinti che lo spirito del defunto si incarnasse nel gufo e che tornasse per aiutarli o per minacciarli.
Alcuni studiosi sostengono che l’Apache sia completamente privo di un senso religioso. Gli Apache, invece, tenevano in grande considerazione il sovrannaturale. L’Apache credeva, infatti in un creatore del mondo e dell’universo che dava origine a ogni fenomeno che condizionava la vita degli uomini.
Per mezzo degli sciamani (o Uomini Medicina), colui che dà la vita interveniva per il bene o per il male dell’uomo. Chi poteva usare i suoi poteri contro un individuo o la comunità, era lo stregone: gli Apache temevano gli stregoni. Questi lanciavano, segretamente, i loro incantesimi mediante animali o fenomeni naturali: l’orso, il gufo, il serpente, il coyote, le nubi, i fulmini, ecc.
John G. Bourke afferma che lo sciamano era l’uomo più autorevole nella vita degli Apache. Dallo sciamano dipendevano la paura, il sortilegio, l’esaltazione. Ogni componente di una famiglia o di un gruppo poteva ricevere segni premonitori. Chiunque poteva diventare uno stregone. Doveva, però dimostrare alla sua gente che aveva acquisito il potere. Diventava noto e credibile chi aveva le visioni, chi dava prova di una grande spiritualità, chi digiunava, chi si isolava, sui monti, per lunghe veglie di preghiera, chi interpretava i segni premonitori, ecc.
Ogni sciamano si dedicava a ciò che gli riusciva meglio. Alcuni avevano il potere di far cadere la pioggia; altri di curare i malati; altri di recuperare gli oggetti smarriti o rubati. Alcuni consultavano gli spiriti, ma non curavano i malati, non esercitavano il potere sulle forze naturali o sul regno animale. Tutti affermavano di essere in grado di compiere magie; ma solamente se le streghe o qualche spirito non interferivano nel suo operato.
Il più solenne e sacro rito religioso era la Danza degli Spiriti; anche nello svolgimento di questa cerimonia vi potevano essere innumerevoli variazioni.
Talvolta si recavano in grotte segrete e sacre. Gli Apache erano molto riservati nei riti religiosi.
I capelli dello stregone possedevano una particolare virtù ed egli non permetteva a nessuno di toccarli. Quando indossava i suoi paramenti non si considerava più un uomo; riteneva di essere l’incarnazione del Potere. Il canto o il battere incessante di un tamburo avevano un effetto calmante sull’ammalato. Gli stregoni richiedevano subito al paziente o ai suoi amici il compenso della prestazione.
Gli oggetti sacri che lo stregone utilizzava erano: l’hoddentin, il copricapo magico, la camicia magica e la corda magica. Impiegava anche altri amuleti, ma i primi erano più importanti.
L’hoddentin era una specie di polvere ottenuta dal giunco di palude. L’hoddentin veniva conservata in un piccolo sacchetto di pelle di daino: raramente un Apache ne era sprovvisto. La considerava efficace in ogni circostanza: cosparsa sulla fronte o sui petto di un malato; disseminata sul sentiero che portava ai wickiup di un infermo o di un ferito; lanciata verso il sole nel periodo della semina e quando un gruppo di guerrieri si allontanava; cosparsa sul corpo di un morto. Veniva inghiottita durante una malattia e restituiva le forze a un guerriero esausto se un pizzico veniva posato sulla sua lingua.
Il copricapo magico e l’abbigliamento della Danza degli Spiriti possedevano poteri soprannaturali: la cura di una malattia, la conoscenza del futuro. La camicia magica era confezionata con pelle di daino e aveva fregi e simboli: il sole, la luna, le stelle, la grandine, la pioggia, il fulmine, l’arcobaleno e le nubi per quanto riguarda la natura e il serpente, il centopiedi, la tarantola per quanto concerne gli animali. Possedeva anche il potere di proteggere il guerriero dalle frecce e dai proiettili del nemico.
Uno degli oggetti più validi e misteriosi dello stregone era la corda magica, fatta di uno, due, tre o quattro capi splendidamente decorati. Agli estranei non era consentito di vederla o di parlarne, tanto era considerata sacra. Fu dopo molte difficoltà che Bourke riuscì ad averne qualcuna. Lo stregone la portava con sé solo nelle occasioni più solenni. Si credeva che possedesse una grande potenza. Le corde potevano essere fatte solo dagli stregoni più importanti e, prima che un nuovo proprietario potesse indossarne una, questa doveva essere ricoperta con una “grande quantità di hoddentin”.

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