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Chihuahua e Ulzana, Cosacchi della Sierra Madre

A cura di Anna Maria Paoluzzi. Articolo di Anton Nikonov

Le note sono raccolte a pagina 5. La bibliografia a pag. 6.

Poche sono le personalità importanti delle guerre Apache a cui non siano stati dedicati studi esaustivi dalla storiografia americana. Tra questi personaggi possiamo ricordare i leader dei White Mountain Apache Diablo e Pedro, gli scout (sergenti) Apache Alchise e Chato e i capi Chiricahua Loco, Nana e Kahtennay. Gli studiosi hanno anche trascurato – a mio avviso ingiustamente – altri due leader Chiricahua che ebbero un ruolo importante nella “Campagna di Geronimo”, ma finirono per essere messi in ombra da Geronimo stesso: il capo Chihuahua e il suo compagno Ulzana, meglio noto agli americani come Josanie. Lo scopo del presente articolo è colmare questo vuoto.
La notte del 18 maggio 1885, un grande gruppo di Apache Chiricahua, guidati dai capi Chihuahua, Naiche, Geronimo, Nana e Mangus lasciarono la riserva di San Carlos diretti verso il Messico.
Iniziava così l’ultima guerra Apache, passata alla storia americana come la guerra di Geronimo che, per uno scherzo del destino, proprio per questo balzò agli onori della stampa dell’epoca.
Charles Lummis, un giornalista che seguiva la campagna militare, definì il gruppo Apache (di cui facevano parte soli 35 guerrieri) “la banda di combattenti più spietata mai ricordata a memoria d’uomo” (1).
Il giorno successivo tuttavia sorsero dei dissidi tra i capi, che finirono per separarsi: la maggioranza continuò a procedere verso il confine messicano, mentre uno di loro (Chihuahua), insieme alla sua gente, si diresse a nord-est, sperando di tornare senza troppo clamore alla riserva, seguendo un percorso circolare.


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Sfortunatamente per lui, quando gli scout del tenente Charles Baehr Gatewood alla ricerca dei ribelli raggiunsero il luogo in cui i due gruppi si erano separati, decisero di puntare a nord, pensando che chi avesse continuato la fuga in direzione del Messico sarebbe stato intercettato dalle truppe di stanza nel sud dell’Arizona. Quando Chihuahua e la sua gente si trovarono di fronte i loro inseguitori, dovettero abbandonare ogni speranza di tornare impuniti alla quiete della loro precedente esistenza e iniziarono una fuga disperata a sud, cercando rifugio nelle montagne della Sierra Madre. Il loro percorso tuttavia ora si snodava nelle aree sud-orientali del New Mexico, popolate da rancheri bianchi e pattugliate da reparti dell’esercito USA e scout indiani. L’unico modo per farsi strada era combattere.
Fu forse allora che la tragica stella dei fratelli Chihuahua e Ulzana iniziò a splendere. Il destino volle che questi guerrieri, che inizialmente erano i meno inclini allo scontro con gli americani, si trovassero coinvolti in raid e massacri che scatenarono il terrore in tutta l’Arizona e il New Mexico.
Fino a quel momento, i nomi del capo Chokonen [2] Chihuahua (nome Apache – Kla-esch, 1822 c.ca-1901 [3]) e del suo segundo [4] Ulzana erano praticamente sconosciuti ai bianchi. Edwin R. Sweeney nella sua biografia di Cochise riporta come Eve Ball (storica della divisione dei Chiricahua), in una corrispondenza privata, abbia affermato che Chihuahua “era già un giovanissimo leader quando Cochise era in età avanzata” e comandava il secondo gruppo per numero (dopo quello di Cochise) dei Chokonen, spostandosi lungo i confini dell’Arizona e del New Mexico, intorno allo Stein’s Peak.
Secondo quanto riportato in una delle lettere di Morris Opler (un celebre antropologo che condusse degli studi sugli Apache negli anni Trenta), Chihuahua divenne “un capo durante gli ultimi anni di Cochise” [18, 369].
Chihuahua intorno al 1884
Secondo Eugene, il figlio di Chihuahua, suo padre divenne un leader indipendente “quando era ancora molto giovane” e probabilmente ereditò il proprio rango dal padre. “Chihuahua non era un sotto-capo di Cochise. I Chokonen non avevano sotto-capi. Se lo desiderava, poteva unirsi ad altri capi come aveva fatto con Cochise, ma non aveva l’obbligo di farlo. Dipendeva interamente dalla volontà sua e dei suoi guerrieri combattere”, spiegò Eugene [2, 43].
Henry W. Daly, che servì il generale George Crook in qualità di responsabile principale degli approvvigionamenti, scrisse che nel 1886 i Chokonen erano divisi in tre gruppi politicamente indipendenti tra loro. Il primo (che rimase fedele al governo degli Stati Uniti), era sotto il comando di Chato e Martine, il secondo (costantemente ostile) era guidato da Naiche e il terzo (politicamente incerto) da Chihuahua. “Chihuahua aveva il suo seguito, composto da alcuni degli elementi più brillanti dei Chiricahua, tra cui Josanie e altri di quella stessa gente” – annotava Daly [8, 458]. La comunità raggiungeva a mala pena i 90-100 elementi, tra cui 25-30 guerrieri.
Secondo Woodward B. Skinner, Chihuahua era alto (circa 1.80 m) e robusto. Nonostante i suoi circa 90 kg di peso, “non aveva un grammo di grasso superfluo” [17, 226]. Un tratto interessante dell’aspetto del capo era la sua pelle, molto chiara per un Apache, e occhi grigio-chiaro.


Ancora un ritratto di Chihuahua

Eugene Chihuahua ricordava come un giorno un distaccamento messicano giunse nella loro riserva per scambiare degli indiani catturati con dei prigionieri messicani. Non appena videro lui e suo padre, dissero che li avrebbero portati via entrambi, perché non erano Apache. “Chihuahua era folle di rabbia. Quando stava per scacciare i messicani dall’accampamento, una vecchia si avvicinò e disse loro in spagnolo che, al momento della nascita di Chihuahua, era con sua madre e che era certa fosse un Indio puro . Un’altra disse la stessa cosa, e che sapeva che anch’io ero un Apache purosangue. Per loro fortuna, quei soldati messicani non provarono più a portarci via. ” [2, 47]. Oltre a questo, un‘altra caratteristica per cui Chihuahua differiva molto dai suoi compagni Apache erano i suoi modi gentili e l’ordine e la pulizia dei suoi abiti, tanto che il tenente Hugh Lennox Scott, agente della riserva militare di Fort Sill negli anni Novanta, lo definì un “Apache Chesterfield” [7, 374] (dal nome del conte di Chesterfield, gentiluomo inglese celebre per i consigli sui comportamenti da tenere in pubblico contenuti nelle “Lettere al Figlio, N.d.T).


Un bel primo piano di Ulzana

Ulzana [5] (Ulzan[n]a, 1821–1909) era fratello maggiore, capo militare e vice-segundo di Chihuahua. Negli archivi della riserva di San Carlos, Ulzana è descritto come un uomo robusto, ma piccolo, alto circa 1.65 m. [14, 254]. Era “coraggioso quanto Chihuahua”, ma al momento di scegliere il capo, la maggioranza dei guerrieri diede il proprio voto al minore dei due fratelli; “Ulzanna non provò alcun rancore per Chihuahua, ma divenne il suo segundo e gli fu sempre fedele e leale”, come riferirono Eugene Chihuahua e Richard Josanie (figlio di Ulzana) [2, 45]. Quando si doveva eleggere il capo di una comunità, gli Apache tenevano in considerazione vari fattori, tra cui non ultimo veniva il cosiddetto “Potere” (inteso come particolari capacità magiche) dei candidati. Il “potere” poteva mostrarsi in vari modi: Cochise e Juh erano celebri per le loro capacità di comandanti e l’abilità nel tendere imboscate e Geronimo aveva la facoltà di prevedere il future. Il “potere” di Chihuahua si manifestava sui cavalli. Era in grado infatti di domare cavalli selvaggi e curare le loro ferrite e malattie. “Una volta lo vidi risanare un cavallo che stava morendo per il morso di un serpente a sonagli”, ricordava Aca Daklugie, figlio del capo Juh [2, 61].
Chihuahua viene menzionato per la prima volta nelle memorie di Frederick G. Hughes, impiegato presso l’ufficio dell’agente indiano per la riserva dei Chiricahua, che riporta come il capo avesse vissuto nella riserva fino al 1876, aiutando poi Taza ( figlio e successore di Cochise) nel trasferimento della sua gente alla riserva di San Carlos.


Chihuahua in un altro ritratto fotografico di Ben Wittick (1884)

Tuttavia Eve Ball smentisce decisamente questo fatto e così non ci è dato sapere se Chihuahua si sia effettivamente trasferito alla riserva di San Carlos o sia fuggito in Messico con Juh e Geronimo. In ogni caso nel 1880, second Henry Daly, Chihuahua era sergente capo della compagnia di scout indiani al comando del tenente James A. Maney, del Quindicesimo Fanteria [8, 458]. Eugene Chihuahua conferma: “Quando stavamo a Fort Apache, mio padre si arruolò come scout; allora essere scout non era una cosa di cui vergognarsi, perché non erano stati usati contro la propria gente. Quando questo accadeva, quelli che stavano con l’esercito venivano considerati traditori”. Persino allora però il comportamento di Chihuahua risultò insolito per un capo Chiricahua. Ecco come Eugene descrisse la situazione: “Mio padre fu l’unico dei capi a diventare scout….non gli piaceva vivere nella riserva; essere uno scout gli permetteva di andarsene via di tanto in tanto. Inoltre, gli avevano dato un fucile e una cartuccia di munizioni, oltre a qualche indumento (anche se indossava solo camicia e giubba). La cosa migliore di tutte per mio padre era però sapere che, quando era via, sua moglie e i suoi figli sarebbero stati protetti” [2, 47].
Aca Daklugie ricordò: “So che c’era un alone di mistero che circondava Chihuahua, anche se non sapevo con esattezza a cosa fosse riferito. Mi accorsi però che, nonostante fosse uno scout, quel capo veniva comunque rispettato” [2, 31]. Secondo il celebre storico delle guerre Apache Dan L. Thrapp, anche Ulzana prestò servizio come scout durante la campagna contro Victorio nel 1880 [20, v.1].


Chihuahua è il secondo da sinistra e Ulzana il primo da destra

A quanto sembra, Chiricahua non si lasciò suggestionare dalle profezie di Nock-ay-det-klinne, sciamano degli Apache Cibecue, la cui dottrina si era diffusa in tutte le riserve Apache nel 1881. Aca Daklugie ricordò tuttavia che Juh, Chihuahua, Nana, Kaytennae e molti altri capi e guerrieri famosi si incontrarono con i seguaci del profeta. Sempre secondo Daklugie Chihuahua, Geronimo e Naiche erano presenti al momento dell’arresto del profeta e ai fatti successive che culminarono nella battaglia di Cibecue Creek il 30 agosto 1881 e nella successiva ribellione degli scout Apache. Daklugie non riferisce però che Chihuahua, o alcuno dei suoi uomini, abbia preso parte alla battaglia [2, 53-55]. In ogni modo la rivolta degli scout provocò una grande concentrazione di militari nella riserva, e voci allarmanti cominciarono ad agitare le menti e gli animi dei Chiricahua. Nonostante l’agente Joseph C. Tiffany rassicurasse gli Apache sul fatto che le manovre militari non avessero come obiettivo gli indiani, i sospetti dei Chiricahua, che iniziavano a credere che il governo volesse chieder loro conto delle loro azioni ostili passate, crescevano in proporzione al numero delle truppe presenti nella loro riserva.
Alla fine, il primo ottobre, tutti i Chiricahua che vivevano in una sottodivisione dell’agenzia di San Carlos (circa 250 persone) presero la via per il Messico guidati da Juh e Naiche. La comunità di Chihuahua e di Ulzana probabilmente faceva parte di quest’ultimo gruppo, a meno che non si fosse già unita al piccolo gruppo Chihenne guidato da Nana che già vagabondava fuori dalla riserva.
Il 18 aprile 1882, un gruppo di ribelli guidati da Chihuahua, Nana e forse Geronimo fece ritorno in Arizona, dove tagliò i fili del telegrafo, provocando un tumulto all’agenzia di San Carlos. Il tenente Thomas Cruse affermò che Chihuahua e otto dei suoi guerrieri [19, 236] facevano parte di questo gruppo. Il capo della polizia indiana Albert D. Sterling e l’agente Sagotal furono uccisi subito dopo il loro arrivo sulla scena dei tumulti, non lontano dal campo del capo Loco. Secondo uno dei rapporti gli indiani, che nutrivano un odio profondo nei confronti di Sagotal, giocarono con la sua testa prendendola a calci. Dopo questi eventi, il gruppo di ribelli si diresse verso l’accampamento di Loco e convinse (secondo alcuni resoconti, sotto la minaccia delle armi [4, 56]) i suoi pacifici Apache a scendere sul sentiero di guerra.
Chihuahua in un quadro a olio
L’esercito organizzò rapidamente l’inseguimento, ma i fuggiaschi a quel punto si erano già scontrati diverse volte con le truppe e si erano fatti strada verso il Messico. Tuttavia una sorpresa fatale li attendeva lì: nelle prime ore della mattinata del 29 aprile 1882, gli Apache, in fuga dalle truppe del colonnello George A. Forsyth e del capitano Tullius Tupper, penetrarono nelle montagne della Sierra en Medio, dove li attendevano 250 soldati al comando del colonnello Lorenzo Garcia, del settimo fanteria dell’esercito messicano. La maggior parte dei guerrieri era alla retroguardia e il terribile impatto ricadde su donne e bambini. Fu il rapido raggruppamento delle loro forze a salvare gli Apache dallo sterminio completo. Jason Betzinez, uno dei pacifici Chihenne del capo Loco, disse che in quella situazione disperata fu la rapida ed efficiente organizzazione della difesa da parte di Chihuahua e Geronimo a salvarli [4, 71-75]. “La gente mi parlò di mio padre, dicendo che era stato lui a salvare la tribù,” ricordò Eugene Chihuahua ” Furono lui e Fun [6] a salvare la nostra gente. Mio padre era disteso su un fianco e sparava contro i messicani. Le pallottole gli passavano così vicino che la ghiaia sollevata da esse gli colpiva il petto, lasciandogli una serie di segni rossi – sembrava quasi avesse il viruelas [vaiolo]” [15, 39].

Gli Apache subirono perdite spaventose: 78 morti, di cui soli 11 guerrieri. Le perdite dell’esercito messicano, soldati e ufficiali, ammontarono a 30 tra morti e feriti.
Gli Apache sopravvissuti si insediarono nella loro residenza favorita – le inaccessibili montagne della Sierra Madre ai confini con gli stati messicani del Chihuahua e del Sonora, nella cosiddetta roccaforte di Juh. Gli americani ebbero tregua fino al marzo 1883, quando una nuova spedizione Chiricahua sconvolse il sud-ovest, razziando e sterminando tutto ciò che incontrò sul proprio cammino. Quest’evento è entrato nella storia americana con il nome di “Raid di Chato”[7], dal nome del supposto capo della banda. Tuttavia Aca Daklugie negò decisamente che il leader della spedizione fosse Chato: il capo della famosa spedizione in cui, tra Lordsburg e Silver City trovarono la morte il giudice McComas e sua moglie sarebbe stato in realtà Chihuahua. Quello che gli storici chiamano “il raid di Chato” non fu in realtà guidato da quest’ultimo, che riuscì tuttavia a convincere del contrario Britton Davis. Il vero capo di questa banda era Chihuahua e il fatto dovrebbe essere noto piuttosto come “il raid di Chihuahua”. [2, 50-51].
Si potrebbero avanzare dei dubbi sulla versione di Daklugie, considerando che, quando riportò gli eventi a Eve Ball negli anni Cinquanta del XX secolo, il suo vecchio odio per Chato potrebbe aver prevalso sui propri ricordi, portandolo a rifiutare anche solo l’idea che il suo nemico potesse esser stato a capo della spedizione.


Chat(t)o in una foto di Reed & Wallace

Jason Betzinez, nella sua testimonianza sull’inizio di quella campagna, non fa parola di dissidi o ostilità tra Chato e altri capi Apache della Sierra Madre: “… i nostri due gruppi si separarono; la gente di Geronimo e quella di Chihuahua proseguì in direzione del fiume Bavispe, mentre Chatto e Benito e i loro uomini si diressero a nord, verso gli Stati Uniti” [4,102]. [8]
Il raid di Chato fornì al generale George Crook, comandante per il dipartimento dell’Arizona, il motivo ufficiale per organizzare una spedizione punitiva mirata allo sterminio o alla resa dei Chiricahua ostili. Il 23 aprile 1883 la colonna di Crook, composta da 193 scout Apache e 42 bianchi tra ufficiali e mulattieri, attraversò il confine, invadendo un altro stato sovrano (il Messico). Il 15 maggio gli scout del capitano Emmett Crawford attaccarono la rancheria Apache. Le perdite degli indiani furono lievi, ma il fatto stesso che le truppe americane fossero riuscite a penetrare nel cuore dell’inespugnabile roccaforte Chiricahua suscitò una profonda impressione tra i capi ostili. Il capitano John J. Bourke riporta la testimonianza della figlia del capo Bonito, catturata dagli scout di Crawford, che riferì che gli Apache attaccati appartenevano alle comunità di Chato e Bonito. Tuttavia John Rope (uno degli scout di Crawford), che era molto più competente in materia di strutture tribali Apache, riferì verso la fine degli anni Venti a Greenville Goodwin che la rancheria attaccata era quella di Chihuahua. Questa contraddizione potrebbe forse indicare come all’epoca Chato e Bonito avessero riconosciuto Chihuahua come loro capo e considerassero la propria gente e la sua come un unico gruppo. Un’altra testimonianza riporta la seguente variante: durante l’attacco “Chihuahua era l’unico capo dell’accampamento” ed era “appena tornato, insieme al fratello, da una spedizione di guerra da cui avevano riportato parecchi capi di bestiame” [3, 161] [9].
Il ritratto del Generale Crook
John G. Bourke riportò nel suo diario che la mattina del 18 maggio si present ò un gruppo di 16 indiani, uomini, donne e bambini dichiarandosi disposti alla resa. “Tra essi c’era lo stesso “Chihuahua”, un uomo di bell’aspetto, il cui contegno rivelava grande coraggio e determinazione” [5, 82].
Quando incontrò Crook, Chihuahua espresse il suo forte desiderio di pace. Bourke notò che “era stanco di combattere. Il suo villaggio era stato distrutto e tutti i suoi beni erano in mano nostra. Voleva arrendersi insieme a tutta la sua banda non appena gli fosse riuscito di riunire tutti i suoi uomini.” [5, 82]. Dopo questo colloquio fruttoso, il generale premise al capo di lasciare l’accampamento per radunare la sua gente dispersa. Lo scout John Rope ricordò anch’egli il primo incontro tra Chihuahua e Crook , ma in modo molto diverso: secondo la sua testimonianza il capo entrò nell’accampamento americano da solo, attraversando impavido le file degli scout e, dopo essere smontato da cavallo, con grande sangue freddo si avvicinò al generale dicendo in tono irato: “Se mi vuoi come amico, perché hai ucciso quella vecchia, mia zia? Se io volessi farmi amico qualcuno, non andrei a devastare il suo accampamento e a sparare ai suoi parenti. A me pare che le tue offerte di amicizia siano solo menzogne ” [3, 164]. Crook cercò di rassicurare Chihuahua circa la sincerità delle sue offerte di pace e gli offrì tabacco e cibo; quindi Chihuahua si allontanò rapidamente dall’accampamento.
La maggioranza degli Apache si arrese a Crook il 24 maggio e la colonna, con l’ulteriore carico dei prigionieri, intraprese il cammino di ritorno verso gli Stati Uniti. Diversi capi Chiricahua (Geronimo, Naiche, Mangus) avevano concluso un accordo con il generale secondo cui sarebbero rimasti in Messico per radunare la loro gente smarrita nelle montagne, per poi far ritorno a San Carlos (10).
Chihuahua non viene nominato né tra i capi che fecero ritorno alla riserva né tra quelli rimasti sulle montagne. Angie Debo ritiene che egli, insieme a Mangus e 50 o 60 guerrieri, si arrese al tenente Britton Davis il 16 novembre 1883 [7, 196]. Lo stesso Davis ricordò nelle sue memorie Chato e Mangus [6, 144-146], ma potrebbe darsi che, dopo così tanti anni, abbia fatto confusione con i nomi di questi capi che allora aveva visto per la prima volta. Il nome di Chihuahua compare più di frequente nelle memorie di Davies a partire dall’inizio della descrizione delle tensioni tra gli Apache arresi e fatti accampare a Turkey Creek,a 10 miglia da Fort Apache.
Il tenente Britton Davis (comandante della Compagnia ‘B’ degli scout Apache ) venne incaricato della gestione militare dei Chiricahua. Il giovane ufficiale si trovava in una situazione piuttosto difficile. Gli Apache non perdevano occasione di mostrargli il loro scontento a ogni incontro. In questi casi, il leader era di solito Chihuahua. Il motivo principale dell’indignazione degli Apache era l’ordine del generale Crook che vietava agli Apache di picchiare le mogli e bere alcolici. Davis scrisse che “Chihuahua in particolare era fermo nella sua opposizione alla proibizione dello tizwin [11], data la sua passione per l’alcool” [6, 123].
Ulzana, ultimo a destra
Gli informatori di Eve Ball affermano che Chihuahua si arruolò di nuovo tra gli scout ma che, per caso, udì delle conversazioni tra Davis, l’interprete Mickey Free e il sergente degli scout Chato che accusavano Geronimo e il giovane capo Kaytennae [12] di stare preparando una rivolta. Chihuahua era parente di Kaytennae. Dopo aver udito le calunnie degli aiutanti di Davis, il capo si recò da quest’ultimo dicendo indignato: “Sono stato scout molti anni più di Chato. Vi ho servito fedelmente e mai ho detto bugie. Tutto ciò che vi ho riportato finora si è rivelato vero e ci sono varie prove della mia fedeltà. Mai ho detto una menzogna. Non ho mai cercato di introdurmi furtivamente nella tua tenda di notte. Però non sono una spia e non sarò mai al servizio di chi si serve di spie.” Detto questo, si tolse l’uniforme da scout e la gettò in un angolo dicendo “Riprenditi questa roba e dalla alle tue spie”. “Non puoi andartene” replicò Davis “Ti sei appena riarruolato e dovrai prestare servizio ancora per parecchio tempo [13].” “Ho chiuso qui” rispose Chihuahua e uscì dalla tenda. Fece quindi ritorno al suo accampamento e iniziò ad aspettare i soldati che sarebbero venuti a impiccarlo. Tuttavia, all’incidente non seguì alcun provvedimento [1, 162-163; 2, 50]; il tenente Davis non ne fa nemmeno parola nelle sue memorie.
Il rancore dei Chiricahua si accrebbe ulteriormente nella primavera del 1884, quando Kaytennae venne condannato a tre anni di reclusione per aver complottato l’assassinio del tenente Davis e inviato ad Alcatraz, in California.
Infine, la mattina del 15 maggio 1885 diversi capi, accompagnati da circa 30 dei loro seguaci armati, si riunirono nell’accampamento di Davis. I capi, dopo essere entrati nella tenda del tenente, si sedettero a semicerchio di fronte a lui. “Loco iniziò a parlare lentamente e con una certa esitazione; Chihuahua lo interruppe con impazienza e, balzando in piedi, disse: “Per quello che ho da dire, mi bastano poche parole e poi Loco, se lo desidera, può parlare anche per tutto il resto del giorno”. Chihuahua continuo quindi a esporre le sue lamentele sul divieto di picchiare le mogli e consumare tizwin. Avevano consentito a far pace con americani, messicani e con le altre tribù indiane; non c’era stato nessun accordo circa i comportamenti all’interno della tribù. Non erano bambini e nessuno doveva dir loro come trattare le loro donne e cosa mangiare o bere. Avevano mangiato e bevuto tutto ciò che sembrava loro buono per tutta la vita; inoltre anche l’uomo bianco beveva vino e whiskey, persino i soldati dei forti. In quanto al modo in cui trattavano le mogli, quello era affar loro.” Davis rispose che la questione degli alcolici era troppo seria per essere decisa da lui e che avrebbe dovuto contattare il generale. “La notte scorsa abbiamo bevuto tutti tizwin” continuò Chihuahua, “tutti, dentro e fuori la tenda, tranne gli scout; e molti altri ancora. Che farai? Ci metterai tutti in prigione? Anche se potessi, non avresti una prigione abbastanza grande.” Bonito e Zele tentarono di frenare le tirate aggressive di Chihuahua, ma egli, l’unica persona effettivamente ubriaca tra tutti i presenti, continuo a sostenere la sua opinione. “Alla discussione non presero parte né Geronimo né nessun altro” [6, 144-146]. Gli Apache quindi si congedarono da Davies senza aver ottenuto nulla; Davies, da parte sua, inviò immediatamente un telegramma in cui veniva riportato l’incidente al proprio supervisore, il capitano Francis E. Pierce di stanza San Carlos. Pierce, che occupava il posto di comandante militare della riserva da appena due mesi, chiese consiglio ad Al Sieber, il capo degli scout indiani. Questo bianco, che era un’autorità indiscussa sugli Apache in tutta l’Arizona, aveva però trascorso la notte precedente a bere e giocare d’azzardo. Con la testa ancora confusa per la sbornia della sera precedente, Sieber gettò via il telegramma: “Sono solo ubriachi di tizwin. Non fateci caso, Davies saprà gestire la situazione da sé.” Pearce decise quindi di non trasmettere il dispaccio al generale Crook e di non adottare ulterior provvedimenti.
Mickey Free
Non avendo ricevuto alcuna risposta da Crook, i Chiricahua scontenti lasciarono la riserva il 17 maggio 1885 diretti verso il Messico. I fuggitivi erano 134: 44 guerrieri (34 uomini e 8 giovanissimi in grado di imbracciare le armi e due ragazzini) e il resto donne e bambini. Il tenente Davis affermò che 3 scout Chiricahua [14] avevano in mente di uccidere lui e Chato ma per qualche ragione non lo fecero. Geronimo e Mangus mentirono agli altri dicendo che Davis e Chato “erano stati uccisi, gli scout avevano disertato e tutti gli indiani stavano per lasciare la riserva”. [8, 490].
Chihuahua e Naiche, seriamente spaventati all’idea di essere accusati per le incomprensioni avute in passato con l’esercito, appoggiarono i ribelli; dopo aver raggiunto I monti Mozalton si fermarono a riposare e in quel momento l’inganno fu rivelato. La notte Chihuahua, Ulzana e un guerriero di nome Atelueitze cercarono di uccidere Geronimo, che era accampato a poca distanza da loro. “Mangus e Geronimo vennero a sapere delle sue [di Chihuahua] intenzioni e si misero immediatamente in cammino con le loro bande diretti a sud” [8, 490].
Chihuahua e Ulzana decisero di nascondersi nelle montagne a nord del fiume Gila e di trattenersi dal compiere razzie almeno fino a quando il tumulto non fosse cessato e poi di tornare alla riserva per arrendersi e spiegare ai soldati le vere circostanze dietro la loro fuga. Tuttavia furono avvistati e attaccati da un gruppo di scout e ciò li costrinse a intraprendere il sentiero di guerra, guerra che si rivelò essere quasi la più sanguinosa nella storia delle campagne contro gli Apache. Allo stesso tempo, era rimasta loro solo una cosa da fare: aprirsi un varco fino al Messico.
Il primo scontro con i soldati si verificò il 22 maggio sui monti Mogollon nel New Mexico. Due squadroni del Quarto Cavalleria sotto il comando del capitano Allen Smith e gli scout del tenente Gatewood, dopo un lungo inseguimento, si erano accampati a Davil’s Creek. Diversi scout andarono in avanscoperta alla ricerca di tracce dei fuggitivi e furono attaccati dalla vetta della montagna più vicina. I soldati (alcuni dei quali uscirono dall’acqua nudi) si precipitarono sul luogo dello scontro ma gli Apache, come al solito, si erano dispersi. Le truppe scalarono la montagna e scoprirono i resti di un accampamento: 19 fuochi semispenti, “una grande quantità di carne messa ad essiccare, un cavallo sellato e altri due cavalli. In questo campo c’erano diciannove fuochi” . Due militari e uno scout erano rimasti feriti (lo scout dichiarò che a colpirlo era stato lo stesso Geronimo) e due cavallli erano stati uccisi. I soldati si dichiararono certi di aver ferito “diversi” nemici. [10, 27].
Gli Apache si diressero quindi a sud-est, verso Fort Bayard, con l’intenzione di fare provviste saccheggiando le abitazioni dei coloni. Poco tempo dopo uccisero diversi bianchi ad appena tre miglia da Silver City.
Gli articoli dei giornali dell’epoca (talvolta piuttosto attendibili, talvolta meno) riflettevano la consueta insoddisfazione dei cittadini del sud-ovest circa l’incapacità dell’esercito di catturare questi inafferrabili “banditi Apache”. Uno di questi articoli afferma che circa 24 persone furono uccise nelle vicinanze di Alma e un altro parla di omicidi nelle montagne di San Mateo. I giornali di Silver City titolavano: “Scout indiani disertano per unirsi agli ostili”, “L’esercito non fa nulla”.
Vennero inviate truppe di cavalleria da ogni parte in direzione delle montagne, senza che fosse risolto il problema principale: il fatto che si ignorasse dove gli Apache ostili si erano nascosti. Il capitano Allen Smith riportò a Crook: “ Gli indiani si trovano almeno a cinquanta miglia avanti a me. Hanno cavalli freschi e riposati e non si sono ancora accampati…li inseguirò, anche se le probabilità di raggiungerli sono scarse”. [19, 320].
Kaytennae
Il 2 giugno Crook riportò ai suoi superiori “Dopo aver passato il confine con il New Mexico, gli indiani si sono evidentemente divisi in piccoli gruppi, che stanno razziando aree parecchio distanti tra loro, mentre le donne e i bambini sono rimasti nascosti nelle montagne. Le truppe hanno inseguito i vari gruppi di guerrieri con il solo risultato di privarli del bestiame razziato” [19, 322].
Il 4 giugno, 20 soldati di cavalleria e un numero compreso tra i cento e i duecento scout indiani si trovavano in un’area dove si supponeva fossero gli Apache ostili, ma questi ultimi riuscivano facilmente a sfuggire ai loro inseguitori, tranne quando erano loro stessi a voler ingaggiare battaglia. Gli Apache uccisero almeno 17 coloni, senza alcuna perdita tra i loro guerrieri. Crook era certo che a capo di questo gruppo vi fosse Geronimo, che in realtà aveva attraversato da tempo il confine. La gente di Chihuahua era invece penetrata nei monti Chiricahua nel sud-est dell’Arizona, dopo aver lasciato la zona a sud, in Messico, presidiata da soldati, e si stava dirigendo verso il confine seguendo la loro pista favorita, che attraversava il Guadalupe Pass (o Canyon) nel punto dove i confini di quattro stati (due americani e due messicani) si incontrano.
Contemporanemente, le truppe del Quarto Cavalleria comandate da Henry Lawton e Charles Allen P. Hatfield erano già in ricognizione in quella stessa zona. La mattina dell’8 giugno, il distaccamento fu inviato in cerca degli indiani, mentre un sergente e 8 soldati rimasero a guardia dell’accampamento nel canyon. A mezzogiorno, mentre i soldati preparavano il pranzo, gli indiani attaccarono l’accampamento dopo essere abilmente sfuggiti al distaccamento di Lawton. Nel combattimento che seguì, gli Apache uccisero cinque soldati e rubarono 2 muli, 5 cavalli e parte delle attrezzature presenti nell’accampamento. Dei colpi d’arma da fuoco fatti esplodere dai soldati nascosti dietro i carri con le munizioni provocarono inoltre l’esplosione di uno dei carri e buona parte dei beni dell’esercito venne distrutta dal fuoco.

Un testimone affermò che gli indiani se ne andarono via ridendo, mentre sparavano in direzione dei soldati sopravvissuti, un’euforia probabilmente causata dal fatto di aver trovato un accampamento mal difeso da soldati incapaci di qualsiasi resistenza. [10, 43].
Dopo questo episodio, gli Apache praticamente scomparvero nella sconfinata Sierra messicana; persino le due colonne militari agli ordini dei capitani Wirt Davis e Emmett Crawford non riuscirono a trovarne le tracce che in rare occasioni. Il 20 giugno 1885 il capitano Adna R. Chaffee, comandante delle truppe del Sesto Cavalleria presentò il seguente rapporto al quartier generale: “Gli unici rapporti sugli spostamenti degli ostili in mio possesso sono quelli apparsi sul Tucson Star e su El Paso Times di ieri” [10, 41].
Solo una volta gli scout di Crawford, guidati da Chato, ebbero fortuna: il 23 giugno, sotto una pioggia battente, scoprirono un campo di ostili su un’altura, non lontano dalla cittadina messicana di Oputo, e lo attaccarono. Nonostante fossero stati colti completamente di sorpresa, 8 guerrieri, 4 ragazzi e 3 donne riuscirono a fuggire. Chato catturò 15 tra donne e bambini. Tra i prigionieri c’erano la terza moglie di Chihuahua Ilth-Gozey (o Ilth-Gazie) e I suoi due bambini, Eugene e Ramona Chihuahua, e il figlio più piccolo di Ulzana. Nel campo furono trovati 5 cavalli con il marchio del Quarto Cavalleria e un mulo bianco, insieme ad altre proprietà del distaccamento attaccato al Guadalupe Pass. Si seppe così chi era stato ad attaccare i soldati di Lawton.
Al Sieber
Nei mesi della stessa estate Davis e Crawford setacciarono senza risultato tutti gli angoli più remoti della Sierra Madre; talvolta riuscivano a intercettare gli Apache, ma ne perdevano immediatamente le trace. In ottobre non rimase loro che ritornare in Arizona.
Il generale Crook fece rilevare ai suoi superiori “le difficoltà e le sofferenze eccessive che entrambi i reparti hanno dovuto sopportare nella Sierra Madre”…”In primo luogo, l’intera zona è impervia in modo indescrivibile. Gli indiani si comportano come mai hanno fatto prima, si sono separati formando piccole bande e sono costantemente all’erta. Le piste che seguono sono talmente irregolari che è quasi impossibile seguirli, in particolare su percorsi rocciosi, dove i reparti militari che li inseguono devono attardarsi anche per varie ore, e anche se non se ne perdono le tracce, gli inseguiti non perdono tempo…A causa delle piogge, che i rapporti affermano esser state più violente del solito, le truppe sono state quasi sempre bagnate fino alle ossa nell’ultimo mese…Il signor Leslie, che ha consegnato il rapporto del capitano Davis, afferma di aver attraversato a nuoto il fiume Bavispe undici volte in un giorno, e questo corso d’acqua di solito può esser guadato facilmente”.
[10, 53].
In autunno, gli sfuggenti Apache ricomparvero di nuovo in territorio statunitense. Il 5 novembre il generale Crook ricevette un telegramma dal colonnello Bradley di Fort Bayard, New Mexico: “Un rapporto parla di un gruppo di nove indiani che si muove verso sud dall’Animas Peak. Il capitano Sprole, dell’Ottavo Cavalleria , si è in messo in marcia il 3 novembre e, insieme a parte delle sue truppe e a quelle del tenente Gaston of Fechet, li sta inseguendo”.
Due giorni più tardi, Bradley aggiunse altre informazioni: “Il capitano Sprole dell’Ottavo Cavalleria, ha inseguito un gruppo di indiani ostili dal Black Range a nord del lago Valley fino ai monti Goodsight, senza riuscire a catturarli. Parte delle truppe di Kendall, del Sesto Cavalleria, hanno avuto uno scontro con gli ostili questa mattina nell’estremità meridionale dei monti Florida. Uno scout Navaho è rimasto ucciso e uno degli uomini di Kendall ferito. Non si hanno altre informazioni”. [10, 54; 19, 334].
Quel che è certo è che, nei primi giorni del novembre 1885, un gruppo di guerrieri guidati da Ulzana attraversò il confine penetrando nei monti Florida del New Mexico, dove un altro gruppo di 16 guerrieri che avevano anch’essi passato il confine si unì a loro per qualche tempo. Nel corso della spedizione, gli Apache uccisero due scout Navajo e un Apache White Mountain, e abbandonarono uno dei loro stessi guerrieri, che si era rotto una gamba, sui monti Los Pinos, in Messico. A poca distanza dal confine, gli Apache uccisero altri due civili. Quindi 14 di loro ritornarono con tutto il bottino nella Sierra Madre. Il gruppo di Ulzana rimase nascosto sulle montagne a nord del confine per altre tre settimane; a quel punto, i soldati ritennero che gli Apache fossero definitivamente andati via.
Tuttavia il 23 novembre il tenente James Lockett (che in quel periodo faceva le veci del tenente comandante Gatewood, allora impegnato sul campo) riportò al generale Crook che un gruppetto di ostili era stato avvistato a quattro miglia dal forte, e che i suoi scout erano pronti a mettersi sulle tracce ancora fresche dei ribelli. Proprio mentre veniva trasmesso il messaggio, la linea del telegrafo venne tagliata e il generale non poté ricevere il resto delle notizie. Mentre la linea veniva ripristinata, ci si accorse che i pacifici Apache della riserva erano terrorizzati: piccoli gruppi di ostili uccidevano chiunque si trovasse sul loro cammino, ad eccezione di un certo numero di donne che erano state portate via.


Una foto del grande Geronimo

Nelle prime ore del 24 novembre, i Chiricahua uccisero due mandriani bianchi che stavano conducendo una mandria destinata alla riserva e portarono via diversi cavalli appartenenti al capo Bonito; all’alba, gli indiani si diressero verso il fiume Eagle Creek, e sfuggirono così ai loro inseguitori. Il tenente Charles Nordstrom si gettò all’inseguimento con un reparto di 10 soldati e 19 scout al comando di Chato. Il capitano Crawford contemporaneamente si diresse in tutta fretta verso Bowie per impedire ai ribelli di trovare una via d’uscita a sud. Tutte le truppe del sud-ovest furono messe in assetto di guerra.
Il 27 novembre il tenente Lockett inviò il seguente telegramma a Crook: “Con tutta probabilità gli ostili hanno assassinato undici donne, quattro bambini e cinque tra uomini e ragazzi”. Questo fece aumentare il terrore degli Apache della riserva e li spinse a unirsi a loro. Gli ostili subirono una sola perdita: lo scout Sanchez uccise un Chiricahua di nome Azariquelch sparandogli in testa. Gli Apache, in fuga verso sud ovest su cavalli freschi, ferirono un uomo di nome Johnson presso Black Rock, attraversarono in fretta il Canyon Aravaipa e rubarono altri cavalli nella Pueblo Viejo Valley, a poca distanza da Solomonville. Un gruppo di abitanti di quest’ultima città, pensando si trattasse di comuni ladri di cavalli, si gettò all’inseguimento, ma venne sorpreso in un’imboscata dagli Apache presso Ash Fork Creek e due di loro rimasero uccisi. Gli Apache proseguirono poi dallo Ash Canyon fino alla città di Duncan, sul fiume Gila. Dopo aver appreso tutto ciò, il generale Crook ordinò al colonnello Bradley di spostare tutte le truppe e gli scout da Fort Bayard nel New Mexico e di impedire agli ostili di proseguire ulteriormente ad ovest fino ai Black Range e allo Steins Peak.
Tutto il sud-est degli Stati Uniti era in allarme e la crisi politica si fece così seria che si giunse a un’ispezione ufficiale del distretto militare dell’Arizona. Il tenente generale Philip H. Sheridan lasciò Washington per incontrarsi con Crook a Fort Bowie. Dopo aver esaminato la situazione, Sheridan concluse che “[Gli ostili] devono essere tutti sterminati o catturati”.


Una foto che ritrae la gente di Chihuahua

Sfortunatamente, si trattava di un compito assai difficile da eseguire; nella sua lettera a Bradley datata 6 dicembre 1885 Crook scriveva che “I fatti delle ultime due settimane hanno chiaramente dimostrato che quando gli indiani raggiungono i territori selvaggi a nord della ferrovia non si può fare praticamente più nulla…Quel territorio è così incredibilmente accidentato che ogni tentativo di inseguimento si rivela quasi una farsa” ” [19, 336].
L’8 dicembre il maggiore S. Sumner inviò un telegramma a Crook nel quale si riportava che Ulzana e i suoi avevano ucciso altri due civili presso Alma ed erano fuggiti sui monti Mogollon, e che Samuel W. Fountain e dieci scout Navajo più il reparto C dell’Ottavo Cavalleria li stavano inseguendo. Infine, il 9 dicembre Fountain attaccò Ulzana presso Papanosas: “…gli indiani si dispersero nel buio e da alcune tracce lasciate si pensa che abbiano intenzione di riunirsi presso il sentiero alle loro spalle, per cercare di dirigersi a sud attraverso il sentiero a loro ben noto presso Mule Springs. Fountain si trova ora ad ovest dei Mogollon, e il tenente Gaston, insieme a truppe dell’Ottavo Cavalleria è presso il vecchio Fort West sul Gila. Tutte le truppe sono state allertate. ..Secondo il tenente Fountain, il gruppo dovrebbe essere composto da sedici persone. Questo concorda con l’ultimo rapporto dalla riserva Apache dove si diceva che gli ostili avevano portato via sei donne White Mountain e un bambino. Ci sono solo dieci o forse nove guerrieri, dal momento che pare che uno di loro sia rimasto ferito gravemente nello stesso scontro in cui l’altro è stato ucciso” ” [10, 54]. Le cose in realtà non andarono come previsto. Gli americani riuscirono solo a catturare 14 cavalli, un mulo e parte delle provviste degli Apache.
Il giorno successivo Ulzana attaccò il Lillie Ranch sul Clear Creek; il proprietario del ranch e il suo amministratore rimasero uccisi. Dopo essersi riforniti di provviste e munizioni, i guerrieri di Ulzana si misero di nuovo in cammino, scomparendo nel vento gelido di montagna. Crook ordinò al maggiore Biddle di spostarsi con 40 scout da Horse Springs fino ai monti Mogollon. Le truppe rastrellarono incessantemente il territorio in tutte le direzioni, senza trovare traccia degli Apache ostili, fino al 19 dicembre, quando Fountain, di ritorno a Fort Bayard, cadde in un’imboscata di Ulzana presso il Little Dray Creek. L’assistente chirurgo, il dottor T.J.C.Maddox e quattro soldati furono uccisi, mentre il tenente De Rosey C. Cabell e un soldato rimasero feriti. Gli Apache anche questa volta non subirono perdite. La contea di Socorro (New Mexico) entrò in agitazione. Poco tempo dopo gli indiani uccisero il conducente di una diligenza, che depredarono completamente.
La vigilia di Natale Ulzana si rifornì di cavalli freschi presso Carlisle, a poche miglia dal confine con l’Arizona. Il tenente David N. McDonald e il reparto M del Quarto Cavalleria, insieme a cinquanta scout Navajo al comando del tenente George L. Scott partirono all’inseguimento. Gli ufficiali si trovarono ben presto di fronte a un problema: il 26 dicembre i Navajo rifiutarono di obbedire agli ordini. “Si sono rifiutati di andare avanti adducendo un buon numero di ragioni, chiaramente pretestuose”, come riportò un adirato Crook [19, 338]. I Navajo sapevano bene che gli Apache erano maestri nel tendere imboscate e si rendevano conto che un inseguimento del genere, condotto in un territorio enorme dove gli unici passaggi erano strettoie rocciose, era un’impresa inutile e terribilmente rischiosa. Né minacce né lusinghe riuscirono a far cambiare idea agli scout e alla fine il gruppo tornò indietro fino al Gila, appena a sud della città di Duncan. McDonald provò lo stesso a inseguire gli Apache ma questi si muovevano “in un territorio eccessivamente roccioso” e il tenente, vista l’impossibilità dell’impresa, ritornò sui suoi passi sullo Stein’s Peak, 25 miglia a nord dello Horse Shoe Canyon.


Chihuahua ritratto a Los Embudos. Clicca per ingrandire!

Il 26 dicembre Ulzana e i suoi apparvero di nuovo sui monti Chiricahua, dopo aver ucciso due bianchi presso la città di Galeyville. Quattro reparti di cavalleria setacciarono a fondo i monti vicini, ma non trovarono nulla se non vecchie tracce. Poco dopo una tempesta durata tre giorni coprì il terreno di neve e Ulzana poté facilmente sfuggire ai suoi inseguitori e rifugiarsi nel caldo, assolato Messico.
Henry Daly scrisse a proposito di questo raid di Ulzana (che egli riteneva guidato da Chihuahua): “Egli sfuggì a tutti gli agguati tesi dagli scout del Maggiore [15] Wirt Davis e dal capitano Crawford. I soldati di guardia a tutti i pozzi lungo il confine non riuscirono a resistere all’uragano che si scatenava quando egli irrompeva tra le loro file. Penetrò a Fort Apache nel novembre 1885 e uccise dodici Apache pacifici, portandosi via sei delle loro donne. Razziò un gran numero di cavalli da un recinto del White’s Ranch, nonostante un gran numero di mandriani di guardia lì si fosse vantato che nessun pellirossa sarebbe fuggito con uno dei loro animali. Questi guerrieri fecero irruzione in vari villaggi presso il confine messicano, portandosi via tutte le munizioni, il mezcal e ogni cosa volessero, e stuprando le donne messicane locali. Quando l’occasione lo richiedeva, potevano cavalcare per cento miglia in 24 ore e fare lo stesso a piedi con la stessa facilità”. [8, 470].
Durante questo raid durato due mesi, Ulzana percorse più di 1200 miglia, uccise 38 persone , rubò e fece morire di fatica 250 tra cavalli e muli, provocando danni all’esercito statunitense stimabili in varie migliaia di dollari e fece ritorno a casa con una sola perdita, un uomo ucciso non da un soldato Americano, ma da un Apache della riserva.
Sui giornali del New Mexico, le critiche all’incapacità di Crook di gestire la situazione rasentavano l’isteria. Uno di questi giornali definì gli ostili “Gli assassini preferiti di Crook”.
Il generale Sheridan tuttavia apprezzò gli sforzi degli ufficiali: “Nutro la più grande fiducia nelle capacità del generale Crook, che raggiungerà i suoi scopi, nonostante le grandi difficoltà”.
Ulzana a Los Embudos
Il 18 novembre fu ancora Crawford a guidare una spedizione composta da due compagnie di scout indiani e una di fanteria per una missione nel Sonora. Alla fine di dicembre gli scout Apache scoprirono le tracce di due un grosso gruppo di persone che si dirigeva verso est. Un gran numero di tracce di cavalli e bestiame mostrava chiaramente che si trattava di razziatori di ritorno da una spedizione di successo. In quello stesso momento tutti i Chiricahua ostili (ad eccezione del piccolo gruppo di Mangus) si erano riuniti ed erano in cammino insieme. Dopo diversi giorni di estenuante inseguimento sulle montagne, Crawford attaccò il loro accampamento il 9 dicembre 1886. Gli Apache fuggirono lasciando tutti i loro beni meno preziosi nelle mani degli aggressori. Il giorno successivo una vecchia squaw giunse al campo degli americani con un’offerta di negoziato. Dalle sue parole Crawford concluse che il nemico era pronto ad arrendersi, ma l’interprete era rimasto indietro e l’appuntamento venne posticipato al giorno successivo. La mattina dopo gli scout Apache furono però attaccati da un gruppo di rurales messicani, che li avevano presi per indiani ostili. Il capitano Crawford fu ferito a morte e il tenente Marion P. Maus ne prese il posto, cercando di mettersi di nuovo in contatto con i capi Apache; il 15 gennaio l’ ufficiale e l’interprete furono ammessi nell’accampamento. “Perché sei venuto quaggiù?” chiese Geronimo.

“Sono venuto per catturare o distruggere te e la tua banda” replicò Maus. Alla fine, gli Apache acconsentirono a incontrarsi con Crook “due lune dopo”, al Canon de los Embudos, non lontano dal confine con gli Stati Uniti. [7, 251].
Il 25 marzo il generale Crook incontrò i capi dei Chiricahua ostili. Quel giorno egli e Geronimo si scambiarono perlopiù accuse reciproche di mendacità e non si pervenne ad alcun risultato. Il giorno successivo il generale inviò Kaytennae (che era già stato rilasciato dal carcere ed era stato profondamente colpito dalla Potenza dell’uomo bianco) e il capo degli Apache White Mountain Alchise a tentare di persuadere I capi che esitavano ad arrendersi, dietro promessa di un periodo di reclusione di soli due anni. I capi decisero che Geronimo, identificato dagli americani come il capo degli ostili, non sarebbe mai venuto a patti col generale e che la tribù aveva bisogno di un portavoce più flessibile.
L’ultimo giorno dei negoziati (il 27 dicembre) Chihuahua fu il primo a parlare: “Sono molto lieto di vederto e di poter parlare con te. Come hai detto tu, qui fuori siamo costantemente in pericolo. Spero che da oggi avremo la possibilità di avere una vita migliore insieme alle nostre famiglie, senza fare del male a nessuno. Io desidero ardentemente comportarmi nel migliore dei modi e credo che il sole adesso stia abbassando lo sguardo su di me e la terra mi stia ascoltando. Ho i pensieri più chiari. Credo di aver visto Colui che fa piovere e che invia i venti, e che Egli ti abbia mandato qui. Mi arrendo a te perché ho fiducia in te e non ci ingannerai. Devi essere il nostro Dio e tutto quello che farai mi soddisferà. Tu devi essere colui che ha fatto i verdi pascoli, che manda la pioggia e che comanda ai venti. Tu devi essere colui che fa apparire i frutti sui rami degli alberi ogni anno. Molti sono al mondo i grandi capi che comandano parecchie genti, ma tu, credo, sei il più grande di tutti o non saresti venuto fin qui per vederci. Voglio che tu sia un padre per me e che mi consideri tuo figlio. Voglio che tu abbia pietà di me. Non c’è dubbio che tutto quello che fai è giusto, perché ciò che fai è proprio ciò che Dio ha fatto. Questo è quello che penso, questo è quello che credo tu sia. Credo a tutto ciò che dici: tu non ci inganneresti. Tutto quanto ci hai detto è vero. Ora sono nelle tue mani e mi metto a tua disposizione e a te mi arrendo. Fai di me quello che vuoi. Ti stringo la mano (e a questo punto gli strinse la mano). Voglio venire immediatamente nel tuo accampamento insieme alla mia famiglia e restare con te. Ho vagato per queste montagne, da un fiume all’altro e mai ho trovato un posto dove vedere mio padre o mia madre fino ad oggi, quando ho visto te, padre mio. Ora mi arrendo a te e non voglio più sapere di pensieri o parole cattive. Starò con te nel tuo accampamento.


Chihuahua a Mount Vernon

Quando un uomo si prende cura di qualcuno, fosse anche un cane, pensa bene di lui e cerca di occuparsi di lui nel migliore dei modi e di trattarlo bene. Questo voglio che tu senta per me e che tu sia buono con me e che non permetta agli altri di dire cose cattive su di me. Ora mi arrendo e andrò con te”.
Il secondo a parlare fu Naiche: “Faccio mie le parole di Chihuahua e mi arrendo, come ha fatto lui, e alle stesse condizione. Ciò che ha detto lui, lo ripeto io”. [6, 207]. Solo dopo questi due discorsi Geronimo prese la parola, e si arrese anche lui.
Il discorso di Chihuahua, un capo risoluto e talvolta impulsivo, ce lo rivela come un eccellente oratore e un politico lungimirante. Molti anni dopo Eugene Chihuahua affermò: “Mio padre, come Cochise, non voleva vedere la sua banda sterminata fino all’ultimo uomo e comprendeva bene cosa li avrebbe aspettati se avessero continuato quella lotta senza speranza…Chihuahua non sapeva, come nessun altro sapeva, che saremmo restati in prigionia per ventisette anni”. [2, 99].
Il generale Crook portò con sé al Canon de los Embudos Camillus S. Fly, un fotografo che realizzò una serie di immagini eccezionali degli ultimi leggendari guerrieri Chiricahua. Geronimo, che era già una celebrità, si fece fotografare di buon grado. Nana e Naiche cercarono di sfuggire all’obiettivo fotografico, ma non si nascosero. Tuttavia i leader delle ultime scorrerie, Chihuahua e Ulzana, rifiutarono decisamente di farsi fotografare, nonostante le preghiere di Fly. Solo una volta il fotografo riuscì a imbrogliarli: dopo la prima seduta dei negoziati, “i principali leader degli ostili”, vedendo i preparativi per gli scatti fotografici, si alzarono e si ritirarono nelle retrovie.


Ulzana (primo a sinistra) a Fort Marion

Il fotografo scattò la prima foto e, quando i capi nascosti si rilassarono e abbandonarono il loro nascondiglio, scattò in tutta fretta la seconda.
Subito dopo la resa, Crook partì per Fort Bowie, seguito dai Chiricahua che si erano arresi e che si muovevano lentamente, scortati da appena un gruppetto di scout. Una volta raggiunto il confine, la colonna si accampò e gli Apache comprarono una grande quantità di whisky da un contrabbandiere locale, Godfrey Tribolet. Quest’ultimo disse agli Apache che arrendersi agli americani era stata una vera idiozia, dal momento che questi li avrebbero senza dubbio impiccati. Quella notte Geronimo e Naiche, ubriachi, iniziarono a fare fuoco e, insieme ai loro sostenitori, scapparono di nuovo verso le montagne, dando inizio a sei mesi di ulteriore guerra.
Chihuahua mantenne però la sua parola: la sua gente rimase nell’accampamento. I prigionieri di guerra giunsero a Fort Bowie il 2 aprile e il capo si ricongiunse con sua moglie e i suoi figli. Secondo le istruzioni inviate per telegrafo dal Segretario Militare USA, il 7 aprile alle 4 di mattina i prigionieri lasciarono Fort Bowie, sotto la responsabilità del primo tenente J. R. Richards jr. del Quarto Cavalleria, scortati da una compagna dell’Ottavo Fanteria e vennero caricati su un treno che li condusse a Fort Marion [16], St. Augustine, in Florida. Quello fu il primo gruppo di Chiricahua esiliati dall’Arizona. Il gruppo era composto di 77 persone: 15 uomini, 33 donne e 29 bambini [17]. Durante il viaggio, nacque un altro bambino. Insieme alla comunità di Chihuahua c’erano il vecchio Nana e due mogli e tre figli di Geronimo, la famiglia di Naiche e diversi parenti degli Apache ancora nascosti in Messico.
Il 16 aprile, un giornalista del Florida Times Union scrisse un resoconto dell’arrivo del primo gruppo di Apache a Jacksonville (Florida) da dove si sarebbero diretti a Fort Marion in battello: “Gli uomini erano robusti, muscolosi e in apparenza ben nutriti; in genere la loro espressione era torva e sprezzante e, invece di apparire sottomessi, avevano piuttosto un’aria di sfida, anche se impossibilitati a tentare la fuga o altri atti di violenza”. Le donne erano “ugualmente sgradevoli; in generale vestite di gonne di cotonina malfatte e sformate, con calze impossibili da descrivere e altri indumenti indefinibili; gli unici ornamenti, o parvenze di ornamenti, erano collane di acciaio di bassa lega o di vetro, e cinture ornate di alluminio, bottoni di ferro o perline scintillanti”.


Chihuahua e la sua famiglia

Le ragazze avevano cercato di adornarsi. Erano più pulite e le loro vesti di cotonina “in molti casi avevano dei pizzi o altri accessori alla moda”. Uno sguardo ai giovani permise al giornalista un esame più attento degli abiti maschili, permettendogli scoprire che molti ragazzi (“e persino alcuni degli adulti”) non portavano biancheria intima sotto i pantaloni. Alla fine il reporter arrivò alla conclusione che gli abiti indiani fossero “estremamente primitivi”. I ragazzini in generale scorrazzavano nudi. Molte squaw avevano legato i loro bimbi in “curiose culle di vimini (chiamate “tsach” dagli Apache) appese alle schiene delle amorevoli mammine”.
Il reporter scrisse inoltre che “i bagagli di questo curioso gruppo di turisti erano una cosa degna di esser vista. Grosse borse di tela, fornite dal governo, riempite di abiti; pacchi squadrati tenuti insieme da corde; scatole di alluminio annerito, secchi e pentole; pacchi di pelli splendidamente conciate e ornate; mucchi di carne secca, sacchi di cibo, coperte, cappotti, altre coperte dall’aspetto curioso e molto altro bottino sparso alla rinfusa su carri, tra i lazzi dei facchini negri che stavano caricando la roba per trasferirla sul battello a vapore Armsmear, che era attraccato al porto in attesa di trasportare il gruppo al di là del fiume”. [17, 54-55].
Il gruppo di Chihuahua giunse a Fort Marion il 16 aprile e gli indiani, che non volevano vivere nelle vecchie, umide armerie del forte, furono temporaneamente sistemati in tenda. Nel settembre del 1886 furono raggiunti da altri 434 Apache inviati dal generale Nelson A. Miles dalla riserva dei White Mountain (Arizona).
Nell’aprile del 1887 tutti i prigionieri Apache furono trasferiti da Fort Marion alle Mount Vernon Barracks – un accampamento militare 22 miglia a nord di Mobile (Alabama). Ben presto furono raggiunti dai guerrieri di Geronimo, Naiche e Mangus che in precedenza erano stati imprigionati a Fort Pickens. A tutti i prigionieri di guerra furono assegnate capanne e piccoli lotti di terra da coltivare.
Nel 1890 nella riserva venne costruita una nuova chiesa dedicata a S. Tommaso. Il primo bambino a esservi battezzato fu il figlio di Chihuahua, di appena due mesi, che ricevette il nome di William St. Clair (Sinclair). I padrini del bambino furono l’ex-comandante di Mount Vernon, il signor Thomas Rogers e sua figlia [17, 295]. In quello stesso periodo, una delle mogli di Chihuahua morì, lasciandogli due figli. Secondo quanto stabilito dalle tradizioni Apache, la famiglia di Chihuahua abbandonò la vecchia casa e si stabilì in una nuova abitazione, ma, con uno strappo alla tradizione, non distrusse le proprietà personali della morta [17, 292].
Durante gli anni di prigionia, Chihuahua mantenne il suo ruolo di capo. Il primo ufficiale di Fort Marion riconobbe l’autorità del capo e gli concesse di indossare l’uniforme di capitano della cavalleria USA. Da quel momento, contrariamente agli altri prigionieri, gli fu risparmiato il lavoro coatto. Secondo Aca Daklugie, l’unico a cui fu concesso questo privilegio oltre a Chihuahua fu Geronimo: “Non aveva le due barrette (i gradi di ufficiali), ma era Geronimo e finché vissero, nessuno dei due fu costretto al lavoro. Non era volere di Usen che i guerrieri Apache dovessero lavorare” [2, 129]. Critiche reciproche rivelarono la malcelata ostilità tra i due capi. Durante gli anni di prigionia, Chihuahua non bevve mai e condannò il consumo d’alcol e il gioco d’azzardo, mentre Geronimo lo definì un ipocrita altezzoso [17, 293].
Nonostante le condizioni di vita nella riserva fossero abbastanza soddisfacenti, gli Apache soffrivano di depressione a causa del clima caldo e umido del sud-est, per lo spazio ristretto e per la propria incapacità di coltivare la propria terra. Nell’agosto 1894 il tenente Hugh L. Scott e il capitano Marion P. Maus incontrarono i leader Chiricahua per discutere del loro futuro. Chihuahua, il capo più anziano, espresse così le sue aspirazioni : “Dio ha creato la Terra per tutti e io voglio avere il terreno che mi spetta, voglio che vi crescano grano e frutti”. Indicando poi il fitto bosco tutt’intorno continuò: “Voglio che il vento possa spirare libero, come tutti gli uomini [Apache].” Nana appoggiò i progetti circa le coltivazioni, dicendo di essere troppo vecchio per lavorare, ma che desiderava che i giovani coltivassero i propri campi [7, 362].


Lapidi di Chihuahua e Ulzana al Chief Chihuahua Apache Cemetery

Dopo sette anni di innumerevoli discussioni sul destino dei Chiricahua, il governo USA decretò che i prigionieri fossero trasferiti nella riserva militare di Fort Sill, in Oklahoma. Gli Apache formarono dei piccoli villaggi a capo dei quali furono messi dei capi rispettati che in quel periodo servivano l’esercito USA come scout. Il villaggio di Chihuahua era situato su una collinetta a sud del vecchio ufficio postale di Fort Sill, non lontano dai villaggi di Geronimo e del suo “fratellastro” Perico.
Il capo si mostrò sempre preoccupato per il futuro della sua famiglia e dei suo figli, che in quell momento si trovavano lontani da casa. Durante i negoziati al Canon de los Embudos aveva chiesto a Crook di essere riunito alla propria famiglia: “Se non mi lascerai tornare alla riserva, vorrei almeno che mi riportassi la mia famiglia, ovunque vorrai mandarmi…se vogliono venire, falli venire, ma se volessero restare dove sono, lascia che rimangano lì” [7, 261].
La figlia maggiore di Chihuahua, Ramona, fu tra i primi bimbi Apache inviati dal Florida al collegio industriale per indiani di Carlisle, in Pennsylvania. Dopo vari anni di studio, la ragazza tornò presso la propria famiglia e sposò un altro ex-studente di Carlisle – Aca Daklugie. Molto tempo prima, nei tumultuosi giorni liberi degli Apache, Chihuahua e il suo vecchio amico Juh avevano progettato il matrimonio tra i rispettivi figli e dopo molti anni essi esaudirono i desideri dei propri genitori e si amarono per il resto della propria esistenza [2, 73-74].
Ramona e Aca furono tra gli informatori principali di Eve Ball, insieme a un altro dei figli di Chihuahua, Eugene (1.06.1881–16.12.1965) [18] che era a sua volta sposato con Viola (Ziah) Massai, figlia del famoso bronco [19].
Durante gli anni di prigionia i capi Apache nutrivano una grande ansietà al pensiero dei loro figli costretti a partire per il collegio indiano di Carlisle. Durante un’ispezione in North Caroline nel gennaio 1890 il generale Crook visitò i prigionieri Apache in Alabama. Nelle sue annotazioni circa l’incontro con i capi, il generale riportò le seguenti parole di Chihuahua: “Mia figlia e altri due miei parenti stretti sono andati lontano, a scuola. Vorrei rivederli presto. Puoi fare qualcosa per permettermi di incontrarli presto?” [7, 347]. Un altro vecchio capo in Oklahoma chiese varie volte alle autorità di costruire una scuola vicino alla riserva. [20]
Chihuahua morì il 25 luglio 1901. Fu seppellito nel cimitero che oggi porta il suo nome. Due delle mogli del capo erano morte in Alabama e la sposa più giovane, Ilth-Gazie si risposò poco dopo la sua morte.
Ulzana aveva due mogli (Nah-Zis-Eh, Nahn-Tsh-Klah), due figlie e cinque figli, di cui solo due sopravvissero: Richard (che nel 1894 si recò a studiare a Carlisle) e Samuel (che venne cresciuto da dei parenti, l’ex-scout William Coony (or Coonie, Kuni), e sua moglie Tah-das-te (o Dah-te-ste) [21]. Ulzana morì nella riserva di Fort Sill il 21 dicembre 1909 e fu seppellito nel Chief Chihuahua Apache Cemetery (Comanche County, Oklahoma) accanto a suo fratello, alle mogli e ai figli .
Nell’aprile del 1913, quando il governo rese ufficialmente la libertà ai Chiricahua, i discendenti di Chihuahua e Ulzana si trasferironop nella riserva degli Apache Mescalero nel New Mexico, dove oggi vivono i loro nipoti e bis-nipoti.

Le note a margine dell’articolo

[1] Schlesier K.H. Josanie’s War. — University of Oklahoma Press, Norman, 1998. — P. IX.

[2] Per le strutture sociali Apache e in particolare le sottodivisioni dei Chiricahua, si veda il numero precedente di “Indian America”.

[3] Le date di nascita di Chihuahua e Ulzana sono quelle riportate da Dan L. Thrapp, in Encyclopedia of Frontier Biography . A giudicare dale foto di Chihuahua scattate da Frank Randall nella primavera 1884 e le informazioni sulla giovinezza del capo al momento della morte di Cochise (1874), la sua data di nascita dovrebbe forse essere spostata a metà degli anni Trenta .

[4] Segundo (in spagnolo letteralmente “il secondo”) — aiutante del capo di una comunità indipendente (banda) – spesso, capo militare.

[5] Meglio conosciuto negli USA con il nome di Josanie. La trascrizione del nome non è uniforme e ne abbiamo varie versioni: Johlsanne, Jolsanny, Ulzahuay, Ulzanna, ecc. E. Ball in Indeh trascrive il nome come “ Ulzanna”, ma chiama suo figlio Johsanne; M. Opler adotta la trascrizione “Ozoni” [11], mentre J. Betzinez e W. S. Nay lo chiamano “Olzonne” [4].

[6] Fun, Larry (1866 circa-1892, Yiy-zholl – “Fumo che Esce”) guerriero Chokonen, “fratellastro” di Perico e Geronimo, che si arrese con loro nel settembre 1886. Morì suicida.

[7] Alfred Chato (Chat(t)o, 1854 c.ca–1934), guerriero Chokonen noto per la sua ambizione a diventare un leader dei Chiricahua. Dopo essersi stabilito a Turkey Creek, si arruolò come scout e venne innalzato al grado di secondo sergente nella compagnia “B” del tenente Davis. Si impegnò attivamente nella Campagna di Geronimo del 1885-1886, guadagnandosi la medaglia al valor militare che ricevette dallo stesso presidente. Subito dopo, insieme ad altri Apache non ostili che facevano parte della stessa delegazione (Loco, Kaytennae, il sergente Noche e altri) fu mandato direttamente da Washington in Florida, dove fu detentuto come prigioniero di guerra proprio come gli altri Chiricahua.

[8] Per il dibattito sulla leadership nel “Raid di Chato” si veda [16, 84-86] e [19, 271].

[9] Franklin Randall. In the Heart of the Sierra Madre. El Paso Times, June 20, 1883.

[10] Per la fiducia apparentemente ingenua di Crook, così strana agli occhi di un europeo, c’è una spiegazione. Crook conosceva a fondo la psicologia degli Apache e sapeva che per loro le menzogne e l’incapacità di tenere fede a una promessa erano le colpe più gravi che comportavano la completa perdita di onore e dignità e anticamente erano punite con l’espulsione dalla tribù. Ecco perché la promessa fatta in pubblico da un Apache era più sicura di una deportazione forzata, situazione in cui un indiano avrebbe avuto pieno diritto di cambiare idea e fuggire.

[11] Tizwin —una birra di mais a forte contenuto alcolico distillate dagli Apache.

[12] Kaytennae, Jacob (1858 circa–1918) – guerriero Chihenne, segundo del vecchio Nana.

[13] Gli scout venivano arruolati per periodi di 3, 6 o 12 mesi; l’abbandono del servizio era considerato dall’esercito USA diserzione.

[14] Questi due scout sono probabilmente da identificare con Perico e Chapo, rispettivamente “fratellastro” e figlio di Geronimo. Il terzo era con tutta probabilità Tsisnah, che faceva anche lui parte del gruppo di Geronimo.

[15] Allora capitano

[16] Costruito nel 17° secolo dagli Spagnoli (nome originale Castillo de San Marcos).

[17] Informazioni contenute nel rapporto del generale Crook. Il tenente Davis affermò che la comunità di Chihuahua cmprendeva 14 uomini, 2 ragazzi e 57 tra donne e bambini. Forse a questi si aggiunsero a Fort Bowie gli Apache catturati in precedenza.

[18] Nel 1887 Chihuahua aveva altri tre tra figli e figlie oltre a Ramona ed Eugene (il figlio nato in Florida era stato battezzato Osceola e un’altra figlia si chiamava Coquina),ma non ci sono notizie sul loro fato (forse premorirono al padre).

[19] Nel settembre 1886, nel Missouri, Massai saltò giù da un treno che trasportava un gruppo di pacifici Chriricahua da San Carlos in Florida, ritornò nel New Mexico, rapì una donna Mescalero e per diversi anni visse sulle montagne rifiutando di sottomettersi alle leggi dell’uomo bianco.

[20] Durante i primi anni di vita nella riserva le famiglie risentivano molto della lontananza e le lunghe separazioni dai propri figli, che i ragazzi vivevano come una vera e propria tragedia.

[21] Parente di Geronimo che talvolta fece da intermediaria durante le trattative. Nel settembre 1886 si arrese al generale Miles con il gruppo di Geronimo con il suo primo marito – il “fratellastro” di Geronimo Ahnandia, che morì di tubercolosi in Alabama.

Bibliografia

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Materiale aggiuntivo

Sweeney E.R. Chuhuahua of the Chiricahuas. — Wild West, Aug. 2000

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