I Comanche, i Lipan e le missioni Spagnole

Arrivò l’inverno, e nessun attacco Comanche-Norteno si era ancora materializzato, e così gli Spagnoli iniziarono a chiedersi se la paura intravista negli occhi dei Lipan non fosse un altro espediente per ingannarli. D’altra parte, gli Apaches non si erano mai stabiliti alla missione, quindi che motivo potevano avere i Comanches e i Nortenos per assalirli?. Mentre i missionari e i soldati si rincuoravano a vicenda, l’inverno 1757-58 colpì con furia inaspettata. Prima della fine dell’anno una gelida combinazione di ghiaccio, vento e neve uccise decine di cavalli, muli e pecore. Nel Febbraio 1758 Terreros e Parrilla scrissero una lettera al vicerè Amarillas, chiedendo il permesso di recarsi a Mexico City per ridiscutere il progetto. Prima che il vicerè potesse rispondere, gli eventi decisero il destino della missione di San Saba. Alla fine di Febbraio gli Indiani razziarono 59 cavalli dalla mandria del presidio. Il Colonnello Parrilla inviò 15 soldati all’inseguimento, ma gli uomini ritornarono a mani vuote. Dissero, però, che l’area pullulava di Indiani. Con questa informazione ben in mente, Parrilla ordinò a un distaccamento di 6 uomini di cavalcare verso sud per informare del pericolo un convoglio di provviste che si stava avvicinando . Quando arrivarono al fiume Padernales, furono attaccati da una trentina di guerrieri e 4 Spagnoli rimasero feriti.


Il presidio e la missione San Saba distavano 3 miglia

A metà Marzo Parrilla, dopo aver visto segnali di fumo a nord e est, inviò un messaggero a Frate Terreros e ai missionari, invitandoli a venire al presidio per essere più protetti. Terreros, però, rifiutò. Non era convinto che l’attacco fosse imminente e preferiva rimanere alla missione e prendersi cura della sua gente e della proprietà. Restarono con lui 2 preti, 8 soldati, 4 indiani Tlascalan e le loro mogli, alcuni servitori e alcuni famigliari dei soldati, circa 35 persone, mentre nel presidio di San Saba risiedevano 90 soldati e 237 donne e bambini. Il pomeriggio del 15 Marzo Parrilla cavalcò alla missione in un ultimo tentativo di convincere i Francescani a sfollare… “Padre Presidente, la prego, per l’amor di Dio, venga al forte insieme ai missionari e agli oggetti sacri”, […] Ma Terreros fu irremovibile. Frate Miguel de Molina, l’unico dei 3 francescani che sopravvisse all’attacco, ci ha lasciato la testimonianza di ciò che avvenne la mattina del 16 Marzo. ?Frate Alonso Giraldo de Terreros aveva appena finito di celebrare la messa quando una furiosa esplosione di urla e grida di guerra fu udita al di fuori della palizzata, […] “alla distanza di un colpo di moschetto”, come scrisse Molina, che subito interruppe Frate Joseph Santiesteban che stava recitando la sua messa.
Subito dopo, alcuni uomini e donne si avvicinarono a Molina, gridando che “gli Indiani erano su di loro”, e così il Francescano corse da Terreros per informarlo del pericolo. In apparenza, gli Indiani, che si erano radunati poco oltre la palizzata, sembravano amichevoli. Iniziarono a “fare offerte di pace, sia in lingua Spagnola, sia con segni e gesti”. Il Caporale Asencio Cadena riconobbe alcuni guerrieri come membri dei Texas (Tejas), Tancague (Tonkawa), Vidae (Bidai) e altre nazioni dell’interno […] con cui aveva avuto esperienze in molte occasioni, e informò i preti che, dal suo punto di vista, i nativi sembravano sinceri.
Un Comanche all’attacco
Confortato in qualche modo da questa notizia, Padre Terreros attraversò il cortile della missione per vedere che cosa volevano, mentre Padre Molina osservava dalle mura, ammirato e impaurito, il fantastico spettacolo dei guerrieri all’esterno, indiani delle pianure in tutto il loro barbarico splendore. “Le loro facce erano dipinte di nero e rosso, e si erano travestiti come animali, ornati di pelli, code, corna e copricapi di piume”. Oltre ai moschetti, brandivano lance, spade, archi e frecce. Quando i missionari apparvero nel cortile, alcuni guerrieri smontarono da cavallo e aprirono il cancello della missione. “Circa 300 Indiani entrarono all’interno della palizzata, “…stendendo le mani verso di noi e facendo gesti di pace”. Molina, osservando questa manifestazione di presunta amicizia, invitò Terreros a onorare gli ospiti con strisce di tabacco e altre cose apprezzate dai nativi. Lo stesso Molina offrì del tabacco a un guerriero a cavallo, che ricevette il dono con una fragorosa risata. Secondo gli Indiani era un gran capo Comanche.
La risata insospettì Molina. Altri Indiani, nel frattempo, avevano cominciato a saccheggiare la cucina e stavano portando i cavalli fuori dal corral. Domandarono, poi, dove potevano trovarne altri e i preti, nel tentativo di distrarre l’attenzione dei nativi dalla missione, risposero che il presidio, situato poco lontano lungo il fiume, ne aveva più di loro. Padre Terreros scrisse un messaggio al comandante del forte, e lo consegnò a un capo della nazione Teja. L’Indiano afferrò il cavallo di Terreros, dicendo che gli serviva per portare il messaggio al presidio. Quando il prete protestò, il capo appoggiò la canna del moschetto alla testa dell’animale, minacciando di ucciderlo.
Insediamenti di indiani Wichita
Poi, insieme a un folto gruppo di guerrieri, cavalcò verso ovest. ?Nel frattempo gli Indiani persistevano nel loro atteggiamento poco amichevole, circondando, perquisendo e razziando gli edifici della missione. Molina apprese, parlando con alcuni visitatori, che la loro unica intenzione era vendicarsi degli Apaches che avevano ucciso alcuni loro compagni. Gli chiesero se, nella missione, ci fossero dei nemici. Molina negò, anche se ben sapeva che alcuni Lipan erano nascosti nell’abitazione di Terreros, sotto protezione armata. ?Dopo poco il capo Teja ritornò, infuriato. Gli Spagnoli non l’avevano lasciato entrare nel presidio, e avevano sparato contro i suoi uomini, uccidendone tre.
Dopo aver udito questa notizia, Padre Terreros rimproverò il capo Teja, dicendogli che, probabilmente, aveva provocato gli Spagnoli avvicinandosi alla guarnigione con così tanti guerrieri. Si offrì di accompagnarlo indietro al presidio, e ordinò di sellare 2 cavalli, per lui e un soldato di scorta. Quando gli Spagnoli furono in sella, si accorsero che il capo era sparito tra “la folla che si accalcava nel cortile”. In cerca del Teja, Terreros cavalcò verso il cancello, per vedere se l’Indiano lo stava aspettando all’esterno. Improvvisamente si udì uno sparo, e il Padre Presidente cadde al suolo con un grido. Seguirono altri spari, e anche il soldato a cavallo, Joseph Garcia, fu colpito, e “cominciò un crudele attacco contro di noi”. Padre Molina e i soldati fuggirono, cercando rifugio negli edifici della missione. Il missionario, insieme a altri, si nascose nell’abitazione di Terreros, dove già si trovavano gli Apaches sotto scorta. Guardando attraverso le feritoie, vide gli Indiani che appiccavano il fuoco alla palizzata in legno. Quando le fiamme iniziarono a distruggere il complesso, i guerrieri si sparpagliarono in cerca di bottino, razziando le provviste destinate ai Lipan. Dopo mezzogiorno, il fuoco iniziò a minacciare l’abitazione di Terreros, e così gli assediati furono costretti a cercare rifugio altrove. La chiesa, sebbene saccheggiata, sembrava l’edificio meno danneggiato. Era stata costruita con legno troppo verde per bruciare, e così i superstiti vi entrarono e vi rimasero fino a mezzanotte, “quando tutti noi fuggimmo, a eccezione di Juan Antonio Gutierrez, che era stato ferito gravemente a una coscia”.


Il presidio spagnolo

La distruzione della missione di San Saba fu un punto di non ritorno nella storia del Texas. Gli Spagnoli avevano pianificato la missione e il presidio come la “punta di spada” di una politica aggressiva volta a cancellare il pericolo posto dalle poco amichevoli tribù del nord e a facilitare la penetrazione nelle pianure meridionali e la creazione di nuove rotte commerciali tra il Texas e il New Mexico. Il disastro di San Saba alterò questo piano ambizioso e, da quel momento, gli Spagnoli furono costretti a attestarsi più a sud e a formare una linea difensiva di presidi parallela all’attuale confine messicano. Inoltre li portò in aperto conflitto coi selvaggi Comanches, una guerriglia che sarebbe durata fino all’espulsione della Spagna dal continente.
Ma non fu la fine del sogno Francescano di cristianizzare gli Apaches. Nell’estate del 1760 Parrilla fu destituito dal comando del presidio di San Luis de Amarillas, e il suo posto fu preso dal Capitano Felipe de Rabago y Teran. Rabago arrivò a San Saba nel tardo Settembre 1760, e subito mostrò un inusuale vigore e entusiasmo, migliorando la condizione dei 100 uomini sotto il suo comando. Ordinò provviste, armi, munizioni, rimpinguò la scarna mandria di cavalli. Inoltre sostituì i materiali del presidio, rimpiazzando la vecchia palizzata in legno e i mattoni di fango con strutture in pietra. Poco dopo il suo arrivo, poteva affermare, con orgoglio, che il nuovo presidio, rinominato “Real Presidio di San Saba”, sembrava un castello, e che la sua guarnigione era ben armata e ben montata.


I soldati arrivano alla missione distrutta

Rabago spese, poi, soldi e energia corteggiando i Lipan e donando loro tabacco, grano, zucchero e vestiti. Acconsentendo alla loro richiesta di protezione, permise ai suoi soldati di accompagnare gli Apaches alla caccia al bisonte. Inoltre, su ordine del vicerè, iniziò a esplorare i territori a ovest di San Saba allo scopo di localizzare luoghi adatti a nuovi insediamenti Spagnoli. Nel frattempo alcuni capi Lipan si dichiararono pronti per nuove missioni. Nell’autunno 1761 Rabago si incontrò con El Gran Cabezon e alcuni leaders.

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