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Ombre rosa nella prateria

A cura di Domenico Rizzi

Link dello speciale sul genere western: 1) Il tesoro del west, 2) Il trionfo della leggenda, 3) L’ascesa del western, 4) Il periodo d’oro, 5) Ombre rosa nella prateria, 6) Orizzonti sconfinati, 7) I sentieri del cinema, 8) Orizzonti sconfinati, 9) La quarta frontiera

Il West è sempre stato considerato il regno dell’uomo, teatro ideale per le imprese virili e rischiose, nelle quali rifulgono il coraggio e la determinazione, qualità poco riconosciute alle donne. Si tratta ovviamente dell’ennesimo falso storico, perché le figure femminili lasciarono un segno ben preciso fin dai tempi della Prima Frontiera, quando Inglesi e Francesi si fronteggiavano per avere il predominio coloniale nel Nuovo Mondo. Per citare soltanto alcuni esempi, basti ricordare le vicende di Hannah Dustin, divenuta il simbolo della “donna con il tomahawk” e Mary Rowlandson, prese entrambe prigioniere dagli Indiani nel XVII secolo.
Anche la letteratura western sembra risentire di tale pregiudizio fino ad un certo periodo, data l’egemonia degli autori di sesso maschile, da Cooper a Frank Gruber.
Nel Novecento, però, emergono e si impongono scrittrici le cui opere saranno ricercate da registi famosi come John Ford ed avranno quindi un peso notevolissimo anche nel cinema.
Del resto, dal punto di vista storico-biografico, le donne occupavano già una posizione importante dai tempi della Vecchia Frontiera coloniale.
Mary Jemison – catturata ed assimilata dai Pellirosse – e la stessa Rowlandson avevano narrato le loro peripezie, esattamente come avrebbero fatto, molti anni più tardi, Olive Oatman, Fanny Kelly, Josephine Meeker ed altre sventurate che avevano avuto la mala sorte di finire nelle grinfie delle tribù delle pianure. Esistono poi i saggi di Martha Summerhays, Margareth Sullivant Carrington, Frances Courtney, Elizabeth Bacon Custer e di altre rappresentanti del gentil sesso che hanno lasciato preziose testimonianze sulla vita militare alla Frontiera. Fra costoro, Susan Shelby Magoffin occupa un posto particolare, per essere stata la prima donna di lingua inglese a percorrere la polverosa Pista di Santa Fè.
Mary Jemison
Nata nei pressi di Danville, nel Kentucky, nel luglio 1827, trascorse l’infanzia nella piantagione di famiglia, che proveniva dalla Pennsylvania ed era considerata benestante. A 18 anni, rispettando una consuetudine che vedeva le ragazze diventare spose molto giovani, Susan andò in moglie a Samuel Magoffin, il quale si era messo a commerciare con il Nuovo Messico insieme a suo fratello James.
Nel 1846 l’avventurosa ragazza si aggregò alla carovana del marito, in partenza da Independence (Missouri) e diretta a Santa Fè.
Fu un viaggio attraverso le assolate praterie del Kansas e del Colorado, di cui Susan, che era già incinta, tenne un accurato diario, elencando le località visitate e le persone conosciute. A Fort Bent, nel Colorado meridionale, la ragazza giunse ammalata ai primi di agosto e di lì a poco abortì, ma il 31 dello stesso mese arrivò ugualmente fino a Santa Fè, che era già stata occupata, nel corso della guerra contro il Messico, dal generale americano Stephen W. Kearny. Nei suoi appunti, la Shelby scrisse sorprendentemente – violando un tabù dell’epoca – che il matrimonio non era il sogno meraviglioso tanto atteso e la gravidanza “un’esperienza fastidiosa e piena di disturbi”.
A Santa Fè Susan si concesse, fra balli e feste, un momento di relax, trovando il modo di compiacere, con un flirt superficiale, il generale Kearny. Del resto aveva annotato, all’inizio delle sue memorie: “Questa è la vita di una principessa vagabonda”. Dopo la sosta nel New Mexico, dove apprezzò i monumenti lasciati dagli Spagnoli ed il carattere dei Messicani, definiti “quick and intelligent people”, Susan visitò numerose località del Texas e del Messico, fra le quali El Paso, Chihuahua, Matamoros e Saltillo. Il suo libro si intitolò “Down the Santa Fè Trail and into New Mexico” e viene considerato un prezioso documento sulla vita nel Sud Ovest dell’epoca.


Un ritratto della famosa Olive Oatman

La vita di Susan Shelby Magoffin fu intensa e ricca di emozioni, ma assai breve. Infatti si spense nel 1855, dopo avere avuto la seconda figlia, all’età di soli 28 anni.
Anche Martha Jane Canary, vissuta fra il 1852 ed il 1903, sedicente scout del generale Crook e amante dallo sceriffo Wild Bill Hickok, lasciò alcune note autobiografiche relative alla sue esperienze nel West, la più clamorosa delle quali è una raccolta di lettere scritte alla figlia Janey, nata – secondo l’autrice – da una relazione con lo stesso Hickok. L’incartamento, scoperto intorno al 1930, si riferisce ai contatti epistolari che l’avventuriera tenne con lei dal 1877 al mese di giugno 1902, pochi mesi prima della sua morte e termina con una conclusione drammatica e accorata: “Mi sento male e non ho molto da vivere. Porterò con me molti segreti, Janey. Cosa sono e cosa avrei potuto essere. Non sono nera come mi hanno dipinta… Non ci vedo più a scrivere…C’è una cosa che ti dovrei confessare ma proprio non posso. Me la porterò nella tomba. Perdonami e tieni conto che ero sola.”
Elizabeth Bacon Custer
Elizabeth Clift Bacon, moglie del generale George Armstrong Custer, seguì il marito in molte delle sue imprese nelle praterie. Non a caso, i suoi tre libri – “Boots and Saddles”, Tenting on the Plains” e “Following the Guidon”, pubblicati fra il 1885 ed il 1893 – riflettono questa esperienza. Nata a Monroe, nel Michigan, nel 1842, figlia di un giudice e appartenente ad una famiglia agiata, “Libbie” dimostrò una devozione assoluta al marito – che aveva sposato nel ’64 durante la Guerra Civile – anche quando il rapporto minacciò di incrinarsi per una serie di motivi, non ultimo probabilmente la scoperta della relazione di “Autie” con la bella squaw Monahseetah. Nonostante i disagi ed i pericoli che la vita della Frontiera racchiudeva, la dolce Elizabeth fu presente in molti dei luoghi in cui Custer prestò servizio. “E’ infinitamente sbagliato” scrisse in “Boots and Saddles” anni dopo “essere lasciati indietro, in preda agli orrori che l’immaginazione ti prospetta possano accadere alla persona che ami. Ti consumi il cuore lentamente nell’ansietà e resistere a questo patema è semplicemente il più duro travaglio che la moglie di un soldato debba sopportare.” Le apprensioni di Libbie sono espresse anche in un altro passaggio di “Following the Guidon”, dopo avere appreso che Monahseetah si era liberata del proprio marito indiano sparandogli una pistolettata ad una gamba. Il timore, dissoltosi completamente dopo avere conosciuto personalmente la squaw cheyenne, era che ella potesse “estrarre, con un movimento repentino, un’arma nascosta, e punire, pugnalandone la moglie, il capo bianco che l’aveva catturata.”
Elizabeth Bacon rimase vedova il 25 giugno 1876, in seguito alla tragica morte di Custer al Little Big Horn, notizia che apprese a Fort Abraham Lincoln alcuni giorni dopo. Tornata a Monroe, non vi rimase troppo tempo, perché si trasferì a New York, trovandosi un’occupazione impiegatizia e dedicando tutto il suo tempo libero a difendere la memoria del marito con articoli, incontri e conferenze. Nonostante le proposte di matrimonio, non si risposò mai. Morì a New York City il 4 aprile 1933, quattro giorni prima del suo novantunesimo compleanno, lasciando di sé l’immagine di una donna che non aveva mai smesso di amare il proprio compagno.
Le sue pubblicazioni, benché costruite intorno alla figura centrale di Custer, non possono per questo essere considerate meramente apologetiche, bensì costituiscono un ritratto efficace ed obiettivo delle condizioni di vita dei militari e delle loro consorti negli sperduti avamposti del West, assai lontani anche idealmente dalla confortevole realtà dell’Est civilizzato.
Libri come quelli citati, unitamente al materiale di altre autrici, suscitarono interesse sul ruolo svolto dalle donne nella conquista del West e ne accrebbero l’importanza in un’avventura che il pubblico aveva sempre considerato come esclusiva del sesso forte.
Custer e consorte
Dorothy Marie Johnson, figlia unica di Eugene e Mary Louisa Johnson, nativa dell’Iowa nel 1905, cominciò a coltivare l’amore per il western all’età di 13 anni, dopo che la sua famiglia si trasferì nel Montana nord-occidentale. Nello Stato del Grande Cielo, la ragazza conseguì il diploma di scuola superiore alla Whitefish High School e soltanto diversi anni più tardi portò a compimento alcune delle più belle storie della letteratura del genere, divenute celebri attraverso il cinema. Nel 1949 pubblicò infatti il racconto “L’uomo che uccise Liberty Valance” e l’anno successivo “Un uomo chiamato cavallo”, che saranno due grandi successi cinematografici per merito rispettivamente di John Ford (“L’uomo che uccise Liberty Valance”, 1962, sceneggiato da James Warner Bellah e Willis Goldbeck) ed Elliott Silverstein (“Un uomo chiamato cavallo”, 1970, tema adattato da Jack DeWitt).
Dal 1956 al ’60 la scrittrice – autrice, fra l’altro, di un documentato saggio storico intitolato “The Bloody Bozeman: The Perillous Trail to Montana’s Gold” – insegnò scrittura creativa all’Università Statale del Montana di Missoula e durante questo periodo, nel 1957, ottenne dalla Western Writers Association l’ambito premio dello “sperone d’oro” per il bellissimo racconto “Lost Sister” (Sorella perduta) forse la storia più toccante che sia mai stata scritta su una donna vissuta in cattività fra gli Indiani. Lo stesso anno Dorothy pubblicò “The Humping Tree”, da cui Wendell Mayes ricavò la sceneggiatura per “L’albero degli impiccati” (1959) diretto da Delmer Daves e interpretato da Gary Cooper e Maria Schell. Negli anni che seguirono, la Johnson non abbandonò il genere tanto amato, scrivendo ancora “Buffalo Woman” nel 1977 e “All the Buffalo Returning”, pubblicato pochi anni prima della sua morte, avvenuta nel 1984.
Forse l’opera di Dorothy Johnson fu molto più selezionata rispetto alla massiccia produzione di altri autori, ma le sue trame contengono qualcosa che le rende intramontabili, così come sono immortali i film che ad esse si ispirarono.
A quell’epoca, altre scrittrici impressero il loro nome nel solco letterario del western. Per citarne alcune, Mari Sandoz, Silvia Richards, Laura Ingalls e Mary O’Hara.


Una scrittrice che ha segnato un’epoca: Mari sandoz

Mari Susette Sandoz, nata nel 1896 a Hay Springs nel Nebraska da genitori di origine elvetica, è conosciuta soprattutto per la più famosa biografia del capo Cavallo Pazzo, pubblicata nel 1942, dopo lunghe ricerche, con il titolo “Crazy Horse: The Strange Man of the Oglalas (“Cavallo Pazzo: lo strano uomo degli Oglala”, edito anche in Italia). Diplomatasi a 17 anni, si sposò diciottenne con un ranchero di nome Wray Macumber, dal quale tuttavia si separò nel 1919, chiedendo il divorzio per “crudeltà mentale”. Anche come narratrice ebbe una carriera piuttosto travagliata.

Il suo primo manoscritto, “Old Jules”, completato nel 1929, venne bocciato da diversi editori e spinse addirittura l’autrice a bruciare altri lavori in preparazione, nella convinzione che non sarebbe mai riuscita a pubblicarli. Dovettero trascorrere ben sei anni prima che la Sandoz, che non aveva perso tutte le speranze, riuscisse finalmente a farsi un nome come scrittrice.
Crazy Horse, di Mari Sandoz
Dopo essere diventata co-editrice del “Nebraska History Magazines” nel 1934, il libro “Old Jules” andò finalmente in stampa l’anno successivo ed incontrò un buon successo di pubblico. I suoi due romanzi successivi – “Slogum House” (1937) e “Capitol City” (1939) – la resero però impopolare. Secondo i suoi detrattori, nel primo libro la Sandoz esprimeva un giudizio eccessivamente critico nei confronti dei contadini del Nebraska, mentre “Capitol City” denigrava la stessa capitale dello Stato. La pubblicazione di “Crazy Horse”, tre anni più tardi, la fece di nuovo apprezzare come saggista e biografa, attirandole le simpatie di chi condivideva la passione per gli Indiani e perorava la loro causa. La scrittrice – che aveva usato agli esordi il cognome da sposata – portò a termine diversi altri romanzi, fra i quali “Cheyenne Autumn”, “The Buffalo Hunter”, “The Cattlemen”, “The Horse Catcher”, “The Story Catcher” e “The Beaver Man”, pubblicati dal 1953 al 1964.
Il primo, stampato nel 1953, ispirò a James R. Webb e Patrick Ford la sceneggiatura dell’omonimo film diretto da John Ford, distribuito in Italia con il titolo “Il grande sentiero” nel 1964. Lo stesso anno la Western Writers Association conferì a Mari l’”Owen Wister Award”, uno dei premi più prestigiosi riservati agli scrittori western. La vita della Sandoz si interruppe poco tempo dopo, nel 1966, a causa di un cancro osseo, quando aveva raggiunto i 69 anni. Nonostante le sue opere di narrativa, oggi è nota soprattutto per l’opera biografica su Cavallo Pazzo, che viene ripetutamente citata in diversi libri di storia della Frontiera.
Sylvia Richards, che è scomparsa nel 1999, fu soprattutto un’abilissima sceneggiatrice cinematografica. Suo è il soggetto di “Tomahawk” (“La scure di guerra”, 1951) di George Sherman – uno dei pochissimi film imperniati sull’assedio di Fort Phil Kearny nel 1866-67 – ricavato dal libro di Daniel Jarrett, come pure quello del celebre “Rancho Notorius” di Fritz Lang (1952) tratto dal suo racconto “Gunsight Whitman” e sceneggiato da Daniel Taradash.
Laura Ingalls ebbe la fortuna di legare la propria firma ad un serial televisivo di grande popolarità, conosciuto in Italia come “La casa nella prateria”.
Il poster di Tomahawk
Il primo di questi episodi deriva da un romanzo del 1932 intitolato “Little House in the Big Woods” (“La piccola casa nei grandi boschi”) che la scrittrice sviluppò quando aveva già 65 anni. Essendo una donna cresciuta ai tempi del West – era nata nel 1867 nel Wisconsin, ma in seguito la sua famiglia si era trasferita nel Minnesota, nel Kansas e poi nel Territorio del Dakota – la Ingalls fece tesoro di queste sue esperienze personali, trasferendole in 9 romanzi. Nel Dakota Laura fece anche l’insegnante per qualche tempo, ma dovette interrompere l’attività nel 1885 in seguito al matrimonio con Almanzo Wilder, non essendo consentito dalle leggi locali insegnare alle donne coniugate.
Nei suoi libri – ricordiamo, oltre a quelli citati, “On the Banks of Plum Creek”, “Little Town on the Prairie” e “Farmer Boy” – la Ingalls cercò di spiegare ai ragazzi delle nuove generazioni le trasformazioni epocali subite dall’America, dai tempi del vecchio West all’era moderna. La televisione trasmise a puntate “La casa nella prateria” molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1952. Negli Stati Uniti la felice serie – ambientata a Walnut Grove, nel Minnesota – durò dal 1974 al 1983, mentre in Italia venne proposta una prima volta nel 1977 e rilanciata, su un canale diverso, nel 1984. Recentemente le vicende ad episodi della famiglia Ingalls sono state messe in circolazione in DVD anche nel nostro paese.
Mary O’Hara, nata nel 1885 a Cape May nel New Jersey, lontana discendente di William Penn, il fondatore della Pennsylvania, è l’esempio di un’altra donna dell’Est pervasa da una travolgente passione per il West, dove era emigrata nel 1922, subito dopo il suo secondo matrimonio (si era sposata la prima volta nel 1905, appena ventenne, con un cugino, nonostante l’opposizione della propria famiglia). La coppia acquistò infatti una fattoria, il Remont Ranch, nel Wyoming, dove Mary visse il periodo della sua maggiore ispirazione. Aveva già curato la sceneggiatura de “Il prigioniero di Zenda”, tratto dalla novella di Anthony Hope e portato sullo schermo da Rex Ingram nel 1922. Nel 1925 preparò anche quella di “Braveheart” (1925) per la regia di Alan Hale, ma soltanto negli Anni Quaranta si sarebbe dedicata a scrivere romanzi di successo.
Un libro di May O’Hara
La sua trilogia western, composta da “My Friend Flicka” (1941) “Thunderhead” (1943) e “Green Grass of Wyoming” (1946) diede lo spunto ad altrettanti film prodotti tra il 1943 ed il 1948. Il personaggio di spicco è un ragazzo, Ken Mc Laughlin, alle prese con un selvaggio stallone bianco, che dopo avere creato problemi agli allevatori per molti anni, si trasforma, dopo infinite cure, in un cavallo da corsa. L’ambientazione è la più classica della letteratura western, il “mare d’erba” del Wyoming, dove appunto la O’Hara aveva trascorso i suoi anni migliori. Soltanto dopo il secondo divorzio, nel 1947, la scrittrice se ne tornò all’Est, stabilendosi a Monroe, nel Connecticut, dove continuò a scrivere, coltivando parallelamente la sua seconda passione, quella della musica. Infatti Mary era anche una brava pianista e compositrice ed uno dei suoi pezzi migliori prese il nome dal terzo romanzo della trilogia: “L’erba verde del Wyoming”. Inquieta e sempre in cerca di nuove dimore che stimolassero il suo estro creativo, come gli autentici Americani della Frontiera, nel 1968 si trasferì a Cherry Chase, nel Maryland, dove rimase fino alla sua morte, avvenuta nel 1980.
Un posto particolare merita Edna Ferber, di origini ungheresi, nata nel 1885 in una cittadina del Michigan ed emigrata all’età di 12 anni nel Wisconsin, dove ottenne il diploma di scuola superiore e si laureò alla Lawrence University. Dopo avere scritto il suo primo romanzo nel 1911, proseguì nella carriera di scrittrice, vincendo nel 1924 il Premio Pulitzer con l’opera “So Big”. La Ferber, che si dedicò molto anche al teatro, è importante nella letteratura western per due opere che il cinema seppe trasformare in altrettanti colossal, seppure senza la pretesa di rappresentarne appieno la profondità.
So Big, di Edna Ferber
La prima, del 1929, è “Cimarron”, da cui il regista Wesley Ruggles, con l’aiuto dello sceneggiatore Howard Eastabrook, trasse nel 1931 un celebre film, riproposto nel 1966 da Anthony Mann con il medesimo titolo e l’interpretazione di Glenn Ford e Maria Schell. La storia prende il via nell’Oklahoma del 1889, quando Yancey Gravat tenta senza successo di assicurarsi la terra e si conclude, attraverso un travaglio di quarant’anni, con la morte del protagonista, che non rinuncia ai propri ideali, lasciando alla moglie il compito di continuare a battersi per una società più giusta ed egualitaria.
L’altro romanzo di Edna Farber è “Il gigante”, scritto nel 1952 e adattato per lo schermo da George Stevens quattro anni più tardi.
Il film ebbe una grande risonanza, anche per la presenza fra gli attori – oltre ai collaudati Rock Hudson ed Elizabeth Taylor – di James Dean, l’idolo delle nuove generazioni, tragicamente scomparso in un incidente automobilistico durante le ultime fasi della lavorazione.
“The Giant” è un capolavoro del cinema western della Quarta Frontiera, narrando, come “Cimarron”, la lunga e difficile performance del West, nella quale i protagonisti Dirk Benedict (Hudson) sua moglie Leslie (Taylor) ed il mandriano Jett Rink (Dean) si trasformano da allevatori di bestiame in produttori di petrolio. Il tema di questo secondo film ricalca a grandi linee quello del primo ed è ispirato ad un solido ottimismo: il passaggio da un modello naturale di società alla sua fase industriale non riesce a disgregare – come invece avverrà più tardi nelle opere di Larry Mc Murtry – il nucleo familiare del vero pioniere. Alla fine, l’uomo del West riesce ad adattarsi al nuovo ruolo che il progresso gli assegna, mantenendo sostanzialmente immutati i propri ideali. La Ferber, malata di cancro, sì spense nel 1968 all’età di 82 anni.
Molte altre donne si segnalarono come sceneggiatrici di film western importanti, fra le quali merita una menzione Sonya Leven (1888-1960) per “The Cowboy and the Lady” di H. C. Potter del 1938 e “Drums Along the Mohawk” (“La più grande avventura”) di John Ford, tratto dal romanzo di Walter D. Edmonds e distribuito nel 1939. Al di fuori del genere western, la Leven aveva anche partecipato alla sceneggiatura di “Quo Vadis”, di Mervin Le Roy (1951).
The Cowboy and the Lady
Carol Eastman (1934-2004) che compare anche con lo pseudonimo di Adrien Joyce, curò invece le sequenze di “The Shootist” (“La sparatoria”) di Monte Hellman, nel 1966, un film meno noto di altri della stessa epoca, che risente già dell’influsso revisionista.
La lunga rassegna delle autrici che contribuirono al successo del genere western non si conclude certo qui, ma la sintesi presentata non sarebbe completa senza menzionare un romanzo, scritto in tempi moderni, che suscitò una viva impressione a livello mondiale, soprattutto dopo che il regista Ang Lee ne diresse la versione cinematografica.
“Gente del Wyoming” (titolo originale “Brokeback Mountain”) venne prodotto nel 1999 da Edna Annie Proulx, una romantica signora del Connecticut che aveva iniziato a scrivere all’età di 53 anni. E’ la storia di una tormentata relazione “gay” fra due cow-boys assoldati come guardiani di pecore in una località del Wyoming. Benchè entrambi sposati e con prole, non resistono alla tentazione di rivedersi periodicamente per continuare la loro storia segreta, fino a quando uno dei due non muore misteriosamente. Il suo compagno, Ennis Del Mar (l’attore Heath Ledger, deceduto nel suo appartamento di New York il 22 gennaio 2008, a soli 28 anni, per una intossicazione acuta) ne rivive il ricordo “nella sconfinata tristezza delle pianure settentrionali”. Il moderno West presentato dalla Proulx e magistralmente trasferito sullo schermo da Lee, somiglia a quello di molti altri film crepuscolari, da “Hud il selvaggio” di Martin Ritt (1963) a “L’ultimo spettacolo” (1971) di Bogdanovich, entrambi ricavati da romanzi di Mc Murtry. Ritrae una vicenda semplice ed al tempo stesso “dannatamente complicata” di uomini che “provenivano da due piccole, misere fattorie agli angoli opposti dello Stato… entrambi ragazzi di campagna che avevano lasciato la scuola alle superiori, senza prospettive…”.
In “Brokeback Mountain” non vi è soltanto la crisi del West che ha smarrito i propri valori, come nei due precedenti film citati. Il tramonto della vecchia Frontiera coinvolge l’intero contesto sociale, disorientato e sbalordito di fronte alla dissoluzione della propria immagine tradizionale, al mito dell’uomo virile, ai sani principi della famiglia e dell’onore.
Gli eredi di una leggenda che ha perso i suoi trionfalismi sono semplicemente degli esseri umani, con tutte le debolezze, le pulsioni e le insicurezze degli uomini in balia di un mondo che li osserva per un istante con occhi increduli, proseguendo subito nella sua marcia inarrestabile.
“Restava” scrive la Proulx alla fine del suo libro, focalizzando l’obiettivo sullo smarrito Ennis “ uno spazio vuoto tra ciò che sapeva e ciò che voleva credere, ma non ci poteva far niente, e se non la puoi risolvere devi prenderla com’è.”