Il “figli del celeste impero” nel west

La comunità femminile
Il 3 marzo 1875 il Parlamento statunitense vara la Page Law e prende così ufficialmente una posizione di assoluto rigore nei confronti dell’immigrazione femminile proveniente dalla Cina: la legge, infatti, proibiva espressamente “the immigration of Chinese women for the purpose of prostitution”, e cioè l’immigrazione a scopo di prostituzione di donne cinesi su suolo americano. La necessità addirittura di una legge sull’argomento può sembrare assurda, visto che negli Stati Uniti immigravano ogni anno decine di migliaia di donne un po’ da tutto il mondo, molte delle quali finivano, volenti o nolenti, a fare le prostitute, ma assume tutt’altra sfumatura se guardata dal punto di vista giusto, e cioè quello di tagliare le gambe all’immigrazione cinese di massa, legalizzando un pretesto per rifiutare il visto d’ingresso.


Un gruppo di cinesi in un accampamento

La legge diventa limpida, cristallina, a questo punto, perché ogni nave proveniente dall’Oriente doveva essere ispezionata sotto la supervisione del collector del porto e se costui avesse avuto il sospetto che la nave potesse ospitare donne fatte immigrare per diventare prostitute aveva il diritto di rifiutare loro lo sbarco. Questo valeva anche se le donne in questione erano madri di famiglia accompagnate dai mariti, come dire, quindi, che veniva dato il diritto ai capi-porto di respingere intere famiglie di cinesi in base anche solo ad un vago sospetto. Questo atteggiamento rispecchia quello di una società interessata ad ospitare esclusivamente forza lavoro in cerca di occupazione (quindi uomini) senza consentire loro il diritto, concesso invece a tutti gli altri immigrati, a stabilirsi con moglie e figli nel Nuovo Mondo e a formare nuove comunità. Ci vorrà quasi un secolo (stiamo parlando della metà degli anni Sessanta) prima che la legge venga ufficialmente modificata dal Parlamento USA in seno a più ampie modifiche sulla normativa relativa all’immigrazione, e vengano così concessi alle donne cinesi gli stessi diritti di tutte le altre immigrate.


Pronti per una festa della comunità cinese

A onor del vero va però aggiunto a quanto detto finora che l’immigrazione cinese di fine Ottocento differiva da quelle di altri popoli in un aspetto fondamentale: le Tong (clan mafiosi cinesi) mantenevano un saldo controllo sull’ingresso negli USA dei loro compatrioti e non si facevano alcuno scrupolo nello sfruttare ignobilmente le donne. A S. Francisco si è calcolato che otto donne su dieci fossero costrette a prostituirsi, peraltro in condizioni di terribile schiavitù. Le ragazze senza la protezione di una famiglia alle spalle venivano sistematicamente obbligate a mettersi in vendita e questa situazione rappresentava un cancro purulento ben visibile sul corpo della nazione. La Page Law è probabilmente anche un tentativo di rimediare a questa emergenza. Anche.
In ogni caso i “commercianti di carne umana” cinesi erano davvero senza vergogna. La loro sfacciataggine li spingeva addirittura ad azzardare ardite forme di finanziamento: chi non aveva denaro contante con sé, poteva pagare il ruffiano di turno con oggetti di valore come attrezzi, ornamenti di abiti, fibbie di cintura e persino scarpe; ci pensava poi la comunità a trasformarli in denaro, rivendendoli in negozi di roba usata. E, a proposito di metodi poco ortodossi con i quali condurre i propri affari, l’ex ingegnere minerario Frank Whitfield (poi riciclatosi come rancher) raccontò di aver visto con i propri occhi un cinese, proprietario di un bordello, pagare un enorme minatore svedese per trasportare di peso i clienti dentro il suo locale, sottraendoli così alla concorrenza.
Una donna in abiti tradizionali
Il tempo ha inghiottito molte delle storie (a volte davvero terribili) di tutte queste donne, ma di una di loro ci resta qualcosa di più che un mero pugno d’ossa: “Yellow Doll”, la “Bambola Gialla” che seppe ricavarsi una nicchia di popolarità e successo tra i bordelli e i saloon di Deadwood. Di lei sappiamo che fu cantante e ballerina al Bella Union. Divenne famosa da subito, e dopo un anno di permanenza in città aveva già sufficiente fama, denaro e lusso da suscitare invidie e rancori, prova ne è il fatto che venne assassinata con un colpo d’ascia nell’Ottobre del 1877. Si parlò di un tentativo di furto finito male (“Yellow Doll” aveva gioielli costosi nascosti in casa che potevano fare gola a molti disperati) oppure di aspre gelosie fra saloon-girls, ma la spiegazione più convincente dell’omicidio sembra essere legata ai tentativi che la ragazza fece di interrompere i ripugnanti traffici d’oppio e di donne da parte dei suoi compatrioti, forse illusa dal ruolo di prestigio conquistato in seno alla comunità di Deadwood.
Ancor oggi, comunque, “Yellow Doll” viene commemorata nelle sfilate per le vie cittadine in occasione del capodanno cinese, impersonata, con quel pizzico di cattivo gusto tipico degli americani, da belle ragazze (bianche) vestite con abiti chiassosi e posticci.

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