I molti miti da sfatare sulla battaglia di Little Big Horn

Ventotto soldati morirono nella Deep Ravine

Recenti visitatori del campo di battaglia possono aver camminato, in basso, lungo il Deep Ravine Trail, fino alla sua estremità e aver letto il cartello interpretativo.
Il cartello perpetua un altro mito, che 28 soldati morirono nella stretta gola. Ci sono dei racconti di indiani e soldati che dissero di aver visto dei corpi nella ravine. Quello che non è stato recepito sono i racconti dei testimoni oculari che dissero che solo pochi, o nessun corpo, erano lì.
Reperti e ossa sono stati trovati praticamente in ogni parte del Little Big Horn. Dove non sono stati trovati è proprio nella Deep Ravine. Visto che la documentazione archeologica combacia con i racconti storici, dovrebbe essere chiaro che nella Deep Ravine i corpi furono pochi o forse nessuno. Dal momento che non vi è nessun riscontro fisico di corpi nella Deep Ravine, il cartello dovrebbe contenere l’appropriato commento.
Il guerriero Oglala He Dog disse: “Solo alcuni soldati che fuggivano furono uccisi più in basso, verso il fiume“.
Lone bear disse che Custer Hill “fu l’unico punto in cui i soldati cercarono di fuggire e a farlo furono pochi di loro“.


La morte nella Deep Ravine

Waterman affermò che “pochi soldati cercarono di scappare e raggiungere il fiume, ma furono tutti uccisi“.
Flying By raccontò che “i soldati stavano correndo attraverso le nostre linee cercando di fuggire, ma solo 4 raggiunsero la gola vicino al fiume“.
Red Hawk spiegò che “alcuni soldati passarono in mezzo agli indiani e corsero verso il fiume, ma furono tutti uccisi prima di raggiungerlo.
Iron Hawk disse: “La pietra tombale più lontana mostra dove giace il secondo soldato che uccisi, probabilmente l’ultimo uomo di Custer a morire. Vi fu solo un soldato che si nascose nella gola“.
Probabilmente la testimonianza più evidente sull’assenza di corpi nella Deep Ravine viene da un testimone oculare, il Tenente Charles Roe che fu lì subito dopo la battaglia e che ritornò sul campo nel 1881 per riseppellire i morti ed erigere il monumento sopra di loro.
In una lettera a Walter Camp nel 1911, rispondendo alla persistente e non corretta domanda di Camp circa i corpi nella ravine, Roe scrisse: “Ho messo i markers vicino alla Deep Ravine di cui parli. Non vi furono mai 28 uomini morti dentro la gola, ma vicino al suo imbocco e solo 2 o 3 all’interno“.
Deep Ravine è, forse, il più grosso mistero della battaglia. Anzi, i misteri sono due: quando i soldati si avvicinarono e quanti di loro vi entrarono.
In uno dei libri più recenti sul Little Big Horn, ”A terribile glory”, James Donovan ipotizza due movimenti separati. Uno prima dell’ultima resistenza, quando Custer avrebbe mandato gli uomini della compagnia E, i cavalli grigi, giù dalla collina verso il fiume a formare una linea, la cosiddetta “skirmish line”, che era una formazione difensiva in cui i soldati si disponevano a 4 metri l’uno dall’altro. Vi sono testimonianze precise di soldati che trovarono i corpi allineati a circa 3 metri l’uno dall’altro, come se si fossero disposti proprio in questo modo.
La versione di Roe mi sembra, poi, decisiva. Scrisse che “dall’imbocco della ravine, uomini morti e cavalli erano allineati in direzione della collina più in alto”. E’ probabile che alcuni soldati, quando la linea fu travolta, si siano nascosti nella gola. Vi sarebbe stato poi, al termine della resistenza finale, la fuga di alcuni uomini, tra cui Mitch Boyer, Boston Custer e Autie Reed, verso il fiume ed è possibile che alcuni di loro siano riusciti a entrare nella Deep Ravine. Quanti e se davvero riuscirono a raggiungerla non è possibile saperlo.
Insomma, siamo di fronte ad un vero rompicapo!

Il corpo di Custer non fu sfregiato

Il corpo di Custer fu trovato in cima alla collina, nudo, in posizione semiseduta, appoggiato di schiena a due soldati.
Presentava due ferite d’arma da fuoco. Una al costato sinistro, all’altezza del cuore. La pallottola, probabilmente, gli perforò il polmone sinistro, provocando un’emorragia che gli rese difficile la respirazione.
La seconda ferita, il colpo di grazia, era alla tempia sinistra.
Il corpo presentava un profondo taglio alla coscia destra e una punta di freccia era stata inserita nel pene. Non era stato scalpato; si era, infatti, fatto tagliate i capelli corti prima della partenza.
Kathy Bighead, una Cheyenne, raccontò che due donne della tribù, alla fine della battaglia, si avvicinarono al cadavere di Custer e gli perforarono i timpani con un punteruolo d’osso. Così avrebbe sentito meglio, nell’aldilà, l’avvertimento che alcuni Cheyenne, anni prima, gli avevano fatto e cioè che sarebbe morto se li avesse assaliti un’altra volta. Videro anche un Sioux che gli tagliava il dito di una mano.


Il trasporto del corpo di Custer a Est per il funerale

A Tom Custer andò peggio. Non era riconoscibile! Venne scalpato e il cranio fu fracassato e appiattito a colpi di mazza o con un masso. Gli venne tagliata la gola, gli fu aperto l’addome e esposti gli intestini. I genitali furono recisi. Il corpo fu riempito di frecce. Una penetrò così profondamente nel cranio che non fu possibile estrarla.
Fu riconosciuto per un tatuaggio, la scritta TWC, su un braccio.

Combatterono solo Sioux e Cheyenne

La maggior parte dei guerrieri che parteciparono alla battaglia appartenevano a questi due popoli. Nel grande campo sul Little Big Horn erano presenti anche uomini e donne di altre tribù.
Alcuni Assiniboine si erano sposati con Nakota e Dakota fuggiti dalla rivolta del Minnesota avvenuta alcuni anni prima ed erano accampati con gli Hunkpapa. Avevano legami soprattutto con il gruppo di Inkpaduta che aveva vagabondato attraverso le loro terre per molto tempo.
Vi erano pure alcuni Gros Ventre e cinque Arapaho che erano venuti a combattere gli Shoshone e che in un primo tempo erano stati scambiati per scout dei washicu.


Sioux e Cheyenne al Little Big Horn

Nella rivista Wild West, poi, è stata pubblicata una notizia curiosa. Alla battaglia presero parte la moglie e il fratello di un capo Yakima, Qualchan, che era stato impiccato a tradimento nel 1858, durante la guerra Yakima, dai soldati del Colonnello Wright. Si presero una parziale rivincita 18 anni dopo!

Nathan Short riuscì a fuggire dal Custer Battlefield

In molti testi si legge che il soldato Nathan Short, della compagnia C del 7° Cavalleria, riuscì a fuggire per morire da solo sul Rosebud Creek, a circa 70 miglia di distanza.
La storia nacque col ritrovamento di un cavallo morto, avvenuta da truppe della forza Terry-Gibbon, il 3 Agosto 1876, vicino alla confluenza tra lo Yellowstone e il Rosebud, a est del corso di quest’ultimo. Era un cavallo ucciso da un colpo in fronte, adagiato sul lato sinistro, con sella ed altro equipaggiamento, e una carabina a lui vicina. La notizia era confermata da vari ufficiali del 7° Fanteria, tra cui il Capitano Clifford e il Tenente Charles Booth, che poi avrebbero scritto al ricercatore Walter M. Camp nel 1911. Si ipotizzò che il suo cavaliere fosse stato preso dagli indiani o fosse riuscito a fuggire. Scrivendo a Camp nel 1908 il Tenente Edward Godfrey aggiunse che legata alla sella era una borsa di tela contenente biada per il cavallo, usata dai soldati del 7°.
Pian piano tra i soldati cominciò a circolare la notizia che fosse stato trovato anche il corpo di un caduto vicino al cavallo. Il Sergente Kanipe, corrispondendo con Camp, dette per scontata la voce e aggiunse che il ritrovamento su un cappello chiaro del numero 50 e che l’insegna sul davanti era disegnata a mano. Questi elementi facevano attribuire il corpo a Nathan Short, della compagnia C di Tom Custer. Da notare che Kanipe dette solo notizie ottenute per sentito dire, anche perchè lui lasciò il campo il 2 Agosto in battello, per malattia. Un altro informatore di Camp, l’ex soldato della Compagnia M del 7°, Frank Sniffin, gli disse che il cappello sembrava appartenere, invece, a Oscar T. Warner, un altro componente della Compagnia C. La scoperta del cappello fu fatta lungo la linea di marcia del 7° sul Rosebud, e si può concludere che il cappello fu perso o gettato prima del fatidico 25 Giugno. Così la scoperta di un cavallo morto e di un cappello originarono la storia del ritrovamento di bestia e cavalleggero morti.
L’11 Agosto la colonna unita Terry-Gibbon-Crook scoprì due gruppi diversi di resti umani sul fiume Tongue e queste scoperte rinfocolarono il nascente mito del soldato morto sul Rosebud. A seconda delle testimonianze l’uomo era stato ucciso e bruciato dagli indiani forse un anno prima (Tenente Charles King) o era un minatore ucciso con un colpo in testa agli inizi di Giugno (John Finerty, giornalista).
Il 13 Agosto 1886 dei rancher scoprirono uno scheletro semisepolto lungo la riva est del Rosebud, circa 8 miglia a monte della giunzione con lo Yellowstone. Il corpo fu identificato come quello di un certo Mitchell, che lavorava per la ferrovia, che sarebbe stato ucciso con un proiettile in testa per rubargli la paga di 1.000 dollari, da poco incassata. Invece successe che Camp attribuì il corpo ritrovato al solito Nathan Short asserendo che pezzetti dell’uniforme blu furono ritrovati sulle ossa (cosa non detta nel primo originale resoconto della scoperta pubblicato sul Daily Yellowstone Journal di Miles City) . E’ finita che nel 1983, vicino alla anonima tomba, comparve il memoriale a Nathan Short! D’altronde non si può pensare che il morto fosse un messaggero inviato da Custer, perchè l’uomo si sarebbe diretto a sud lungo il Big Horn, dalla cui direzione muovevano Terry e Gibbon, non certo molto ad est come invece fu. Il cavallo morto ritrovato il 3 Agosto 1876 era verosimilmente quello di uno sconosciuto disertore, mentre Nathan Short non sfuggì al triste destino dei soldati di Custer.

I Sioux combatterono strenuamente in difesa della loro terra

Anche questo è un mito. La valle del Little Big Horn faceva parte del tradizionale territorio dei Crow e i Sioux li avevano scacciati.
Così si era espresso, il 10 Marzo 1876, l’Agente Indiano Dexter Clapp, della Crow Agency in Montana: “I Sioux stanno ora occupando l’area orientale e migliore della riserva e con la loro costante guerriglia paralizzano tutti gli sforzi fatti per indurre i Crow a intraprendere l’agricoltura e altre forme di autosostentamento“. Aggiunse, anche, che i Crow si aspettavano un attacco in massa all’agenzia.
Mi sembra, quindi, più giusto dire che i nativi che combatterono a difesa del loro territorio furono i 6 scout Crow, o meglio, i 2 che presero parte alla battaglia, Half Yellow Face e White Swan. Gli altri indiani lottarono per terre di cui si erano appropriati con le classiche lotte tribali.

Sopravvisse solo un cavallo

Il cavallo di Keogh, Comanche, ferito, fu curato e sopravvisse.
Un altro cavallo di nome Nap, della Compagnia E, fu trovato in vita e riportato a Fort Lincoln. Come pure un bulldog di nome Joe Bush, mascotte della Compagnia I.


Comanche, il cavallo sopravvissuto

Gli indiani catturarono altri cavalli. Uno di questi, chiamato Custer, divenne proprietà della North West Mounted Police dopo l’arrivo di Toro seduto in Canada.

Curly fu l’ultimo a vedere Custer

Per molto tempo lo scout Crow Curly fu ritenuto l’ultima persona ad aver visto Custer. Ma, come è ben noto, ciò non è assolutamente vero! Secondo una versione attendibile, Curly lasciò i soldati a Reno Hill, nello stesso momento del Sergente Daniel Kanipe, incaricato di portare un messaggio alle salmerie e prima del trombettiere di origine italiana Giovanni Martini.


Curley, scout Crow di Custer

Lo scout Crow White Man Runs Him disse che Curly lasciò il gruppo di Custer sul Reno Creek e di aver udito molte persone affermare che si unì a alcuni scout Arikara che fecero fuggire una grossa mandria di pony Sioux. Secondo gli Arikara, Curly li avrebbe accompagnati solamente fino alla giunzione del Rosebud con lo Yellowstone.

Ci fu uno spettatore bianco della battaglia

L’8 Settembre 1876 apparve, in un articolo del Minneapolis Tribune, l’intervista a un uomo di nome H. D. Ridgeley.
Questi raccontò di essere stato catturato dai Sioux nel Marzo di quell’anno mentre faceva il trapper nella regione dello Yellowstone e portato al campo di Toro Seduto. Disse di aver assistito alla battaglia da una collina distante circa un miglio.
Descrisse lo svolgimento e raccontò anche che gli indiani ritornarono al villaggio con sei soldati prigionieri e li bruciarono vivi. Il 25 Settembre fu pubblicato un altro articolo in cui un uomo di nome T. A. Ward affermava di conoscere bene Ridgeley visto che era stato suo dipendente fino al Settembre 1875 e di averlo incontrato nel mese di Aprile 1876 sul fiume Platte mentre lavorava come boscaiolo per i fratelli Hill.
Ward disse, inoltre, di aver ricevuto una lettera da lui, in data 3 Luglio. Nella lettera Ridgeley lo salutava e gli chiedeva informazioni su un eventuale nuovo lavoro.
Lo accusò apertamente di essersi inventato tutto. Ridgeley, evidentemente imbarazzato, non rispose.
Vi sono testimonianze di soldati che osservarono quelle che sembravano indicazioni di torture.
Ryan vide ossa e uniformi legate ai pali. All’interprete Isaiah Dorman spararono alle gambe mentre era ancora vivo.
Il soldato Henry Jones disse, o sentì dire, che ossa carbonizzate, crani, dita e unghie furono trovate in tutto il campo indiano. Anche il soldato Goldin scrisse di aver visto, in un fuoco all’estremità inferiore del villaggio, dove vi erano le tende Cheyenne, 2 o 3 crani bruciati.
Gli Indiani negarono.
Two Moon diede una spiegazione che ci sembra razionale e credibile. Alcuni cadaveri erano stati portati nel villaggio dal campo di battaglia, tagliati a pezzi e bruciati in una grande danza.

Custer si suicidò

Ancora un mito.
Secondo alcuni suoi detrattori, Custer si sarebbe sparato per non essere catturato vivo e il suo corpo non sarebbe stato violato poiché gli indiani credevano che il suicidio fosse una potente, cattiva medicina. Ma Custer era destrorso ed è assai poco probabile che sia sia appoggiato la canna della pistola alla tempia sinistra.


Custer non era mancino. Difficile pensare al suicidio.

Gli Indiani raccontarono di altri soldati che si uccisero.
Vi sono molte storie su un soldato che fuggì a cavallo dal campo di battaglia e si uccise con un colpo di pistola. Cavallo Pazzo così raccontò al Dottor McGillycuddy: “Un soldato che non era smontato, cavalcò a est per alcune miglia, inseguito da una dozzina di giovani guerrieri e sarebbe potuto scappare montando un cavallo forte e robusto, ma era terrorizzato, si sparò e fu trascinato via dal cavallo quando sembrava avercela ormai fatta.

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