Gli occhi e le orecchie dell’esercito: gli scout indiani

Buffalo Bill notò, ad esempio, che gli scout Pawnee avevano tutti il medesimo equipaggiamento dell’esercito, ma che nessuno lo usava allo stesso modo.
Anarchia nell’abbigliamento, dunque, ma non c’è nulla di strano considerando che qualunque esercito coloniale della storia, a lungo andare, ha sempre finito per abbandonare le scomode uniformi d’ordinanza a favore di indumenti più pratici. Col tempo, però, le cose cambiarono e gli scout indiani rinunciarono non solo alle pitture di guerra ma anche ai loro lunghi capelli, piegandosi così alla volontà dei loro comandanti. Finirono per avere anche una propria insegna, come ogni altro corpo dell’esercito: due frecce incrociate, che dal 1942 divenne distintiva di tutte le forze speciali USA.


Un bel ritratto di uno scout

L’utilità dei consigli degli scout pellerossa ebbe una clamorosa conferma durante la famosa e sfortunata campagna delle Black Hills: infatti i ripetuti errori di valutazione dei comandanti militari statunitensi derivarono principalmente dalla scarsa considerazione in cui essi tennero le indicazioni fornite dagli alleati indiani. Si dice, ad esempio, che in occasione della battaglia del Little Big Horn, Coltello Insanguinato (lo scout Arikara che godeva della piena fiducia da parte del tenente colonnello George Armstrong Custer) avesse compiuto appieno il proprio dovere, segnalando il pericolo di attaccare l’enorme villaggio Lakota dopo aver diviso il reggimento addirittura in tre diversi gruppi, ma che in quella circostanza non fosse stato nemmeno ascoltato dal borioso ufficiale comandante del Settimo Cavalleggeri. Il risultato di questo comportamento è a tutti noto; meno noto, forse, è che in altre precedenti circostanze Custer si era invece dimostrato meno ottuso e che i preziosi consigli di Coltello Insanguinato e delle altre guide indiane lo avevano spesso tratto d’impaccio. Solo qualche settimana prima dello scontro sul Little Big Horn era già accaduto un fatto analogo: il generale Crook aveva rifiutato con decisione i consigli degli scout Corvi e Shoshoni, che, cautamente, gli avevano suggerito di ripiegare, e aveva pagato con una sonora sconfitta la propria testardaggine. La sua colonna, infatti, si era improvvisamente scoperta circondata da numerosissimi guerrieri Sioux e Cheyenne, guidati rispettivamente da Cavallo Pazzo e da Uomo Bianco Zoppo, trovandosi, oltretutto, in una posizione di combattimento pessima, con gli uomini divisi dal fiume e pochissimo spazio per manovrare. Crook fu quindi sconfitto, ma evitò guai peggiori solo grazie all’intervento degli alleati indiani, che, nel corso di una battaglia violenta, rapida e confusa, mantennero fluide le loro manovre a cavallo, coprendo così le spalle ai soldati in fuga.


Gli scout di Custer insieme al Generale

Se poi, in ultima analisi, ci sembra incomprensibile che un così gran numero di indiani possa aver combattuto contro gente della propria razza al fianco di feroci stranieri invasori, basterà riflettere sul fatto che gli europei da qualche millennio non fanno altro che massacrarsi allegramente l’un l’altro. A un Pawnee, infatti, non sarebbe affatto andato giù sentirsi chiamare Lakota, così come a un italiano non piacerebbe molto farsi accomunare con un tedesco o un francese. Nulla di strano, quindi, se alcuni dei più feroci massacri della storia delle guerre indiane sono stati (anche) compiuti da reparti di scout pellerossa ai danni di tribù loro nemiche. Se c’è qualcuno da biasimare, sono proprio i militari statunitensi che, incuranti dei fragili equilibri esistenti tra i vari gruppi etnici di nativi americani, non hanno esitato nello sfruttarne le rivalità e gli antichi odi, armando sconsideratamente le mani di guerrieri che, avendone l’occasione, hanno pareggiato i vecchi conti senza risparmiare donne o bambini.

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Una risposta a “Gli occhi e le orecchie dell’esercito: gli scout indiani”

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