Gli indiani Yuma e l’esplorazione di Alarcon

A cura di Gianni Albertoli

Alarcon e gli Yuman
Il giorno dopo, “di buon mattino, venne in mezzo a loro un capo chiamato Naguachato, e volle che venissi a terra perché aveva una grande scorta di viveri da darmi”. L’Alarcon ricordava, “Poiché mi sentivo al sicuro, l’ho fatto senza dubitare. Immediatamente venne un vecchio con panini (torte) di mais, e alcune piccole zucche e, chiamandomi a gran voce, faceva molti gesti con il suo corpo e le braccia, poi mi si avvicinò”. Il capo si rivolse alla sua gente e disse loro “Sagueyca”, gli indiani risposero con “grande voce Hu”, poi offrì al “Sole” tutto quello che aveva, “e anche un po’ di più a me anche se poi mi diede tutto il resto”, e facendo così “a tutti quelli che erano con me”.
Il comandante li avrebbe ringraziati, si sarebbe scusato per le sue piccole imbarcazioni, erano troppo piccole e, “non avevo portato molte cose per darle in cambio”, così sarebbe ritornato nel territorio qualche tempo dopo visto che gli spagnoli avevano le navi presso la foce del fiume (il Colorado River). Gli spagnoli dettero loro una croce di legno e, “senza che toccasse terra” l’avrebbero eretta nella piazza del villaggio. L’Alarcon era euforico, venne accompagnato dal capo fino alle imbarcazioni, avrebbe seguito “il mio viaggio lungo il fiume” e gli indiani al seguito “mi servivano nel trascinare le nostre barche e nel trascinarci via dalla sabbia su cui spesso cadevamo, perché in molti punti trovavamo il fiume così poco profondo che le barche non volevano galleggiare”. Sull’altra sponda del fiume vi era un gran numero di indiani, “e siccome mi sono accorto che l’uno invidiava l’altro, non volevo lasciare scontento nessuno, così ho fatto”. Un altro vecchio indiano si sarebbe presentato al comandante dicendogli che “molto tempo fa i nostri antenati ci hanno detto che vi erano persone bianche e barbute nel mondo, e noi li abbiamo derisi per disprezzarli”.


Bayou Boeuf

Comunque, anche a questi indiani venne data una croce e, in seguito, “mentre risalivo il fiume, trovai un altro popolo del quale il mio interprete non capiva nulla”. Come ricordava l’Albert B. Elbasser, durante la prima parte della spedizione, l’Alarcon avrebbe incontrato indiani “parlanti dialetti diversi dalla lingua dei Cocopah”, poi ricordava che potevano essere “indiani invadenti lungo il fiume” e probabilmente “genti conosciute come Akwa’ala o Paipai”, indigeni che il Kroeber (1920) identificava come “abitanti delle colline di lingua Yuman”, in base ai suoi informatori di etnia Mohave, ovvero indiani “con un dialetto simile a quello degli Walapai e non simile a quello dei Cocopah”. Il comandante, comunque, sarebbe stato informato dal vecchio nativo che, “… più in alto, lungo il fiume, avrei dovuto trovare genti che avrebbero capito il mio interprete”. Chiaramente, gli spagnoli erano ansiosi di ricevere il maggior numero di notizie possibili riguardanti gli indiani del territorio, “… capii da quest’uomo che il territorio era abitato da genti parlanti 23 lingue diverse, e tutte confinanti con il fiume, oltre ad altri non comunque lontani. Inoltre vi erano oltre a questi 23 gruppi, altri popoli che non conosceva, tutti stanziati al di sopra del fiume” (Alarcon). Le notizie sono estremamente interessanti a livello etnico, “… gli ho chiesto se tutti i popoli vivevano insieme in un villaggio”, mi rispose di “no”, ricordandomi che “avevano molte case sparse nei campi, e che ogni popolo aveva il proprio territorio”, e che “in ogni abitazione vi era un gran numero di persone”. Il capo avrebbe detto che una “città” (villaggio, ranchería) di queste genti era posto su una montagna, dove vivevano “un gran numero di persone infelici in cattive condizioni che facevano loro continuamente guerra”. L’Elbasser era sicuro, le montagne in questione erano le Cocopa Mountains, circa 5 miglia a ovest del Colorado River; senza dubbio non è assolutamente chiaro come una “città” potesse essere avvistata così facilmente, “a meno che il fiume non scorresse più vicino alle montagne”.


Ramada sleeping shelters

Il comandante ricordava, “queste genti, essendo senza governatore (sic!), e abitando in quel luogo deserto, dove cresce pochissimo mais, scesero in pianura per comprarlo in cambio di pelli di cervo”, avevano “lunghe vesti (di pelle di cervo) che tagliavano con rasoi (sic!) e cucite con aghi di ossa di cervo”. Gli indiani avevano “grandi case di pietra” e una donna, “che indossava una veste simile ad un manto, che la vestiva dalla vita fino a terra, di pelle di cervo ben vestita”, venne interrogata, “… gli chiesi se le genti che abitavano sulla riva del fiume abitavano sempre in quelle terre, o se talvolta andavano ad abitare in qualche altro luogo”. La donna rispose affermando che, durante la stagione estiva “vi abitavano e vi seminavano”, ma dopo il raccolto si spostavano in terre “ai piedi delle montagne, lontano dal fiume”, mostrando poi al comandante con numerosi segni che questi indiani avevano “case di legno coperte di terra all’esterno”. Il Gifford (1933) affermava che le recenti abitazioni dei Cocopah, avevano “pareti di fango indurito tenute insieme da bastoni orizzontali”, era questa una innovazione tipicamente messicana, probabilmente derivata dalle regioni poste a sud della Sonora. Stando all’Elbasser, erano “case rotonde in cui uomini e donne vivevano insieme”, probabilmente, queste abitazioni di terra avevano un aspetto tondeggiante ma, lo studioso ricordava che “gli uomini e le donne vivevano tutti insieme” non corrisponderebbe assolutamente alle successive informazioni. Gli indiani ricordavano che non avevano “donne in comune”, chi era sposato aveva una sola moglie, ma l’Alarcon voleva conoscere altre informazioni, quali cerimonie tenevano in caso di matrimonio? La risposta era semplice, “… se un uomo aveva una figlia andava dove vi era la gente” (chiaramente in pubblico), poi diceva, “Ho una figlia da sposare, c’è qualche uomo che la vuole?”, se qualcuno la voleva, “l’avrebbe avuta e così il matrimonio venne fatto”. Gli indiani avrebbero poi “cantato e ballato” e, durante la notte, “i genitori li prendevano e li lasciavano insieme in un luogo dove nessuno potesse vederli”.


Un villaggio

Altre importanti informazioni giunsero alle orecchie del comandante, “… seppi che fratelli, sorelle e parenti non si sposavano insieme, e che le donne, prima di sposarsi, non conversavano con gli uomini, né parlavano con loro, ma stavano a casa nelle loro case e nei loro possedimenti, e lavoravano”. Le notizie erano interessanti, “Se qualcuno aveva compagnia con uomini prima che lei si sposasse, suo marito l’abbandonava e se ne andava in altri paesi”, le donne che cadevano in “queste colpe” erano considerate “donne perdute”, ma ricordiamo che, “se dopo il matrimonio, un uomo veniva preso in adulterio con un’altra donna, lo mettevano a morte”. Non potevano avere più di una moglie e “bruciano i loro morti”, mentre “quelli rimasti vedovi rimanevano un anno e mezzo, o un anno intero, prima di sposarsi nuovamente”. Questi indiani dicevano che i morti “andavano in un altro mondo”, ma “non avevano né castigo né gloria”, e poi ricordavano che “la più grande malattia” che li colpivano era “il vomito di sangue nella bocca”, malattia curata dai “loro medici con incantesimi e soffi di aria” (Alarcon). Questa malattia non può sicuramente essere identificata con precisione. L’Albert B. Elbasser affermava che la tubercolosi, per esempio, introdotta chiaramente dagli europei, potrebbe essersi diffusa in circa 20 anni dal primo contatto, ma potrebbe anche sembrare improbabile. Difficile comunque giungere ad una conclusione razionale. Il comandante non notava alcun cambiamento nell’abbigliamento e tutti portavano con loro le pipe come gli indiani della Nuova Spagna; gli indios rispondevano alle domande dell’Alarcon, affermavano di non avere capi ma, soltanto capi- famiglia. Questi gruppi erano dediti alla “coltivazione del granoturco, di un grano simile al miglio, e alcuni tipi di zucche”; inoltre, “hanno macine e pentole di terracotta, nelle quali fanno bollire le zucche e i pesci dei fiumi, che sono molto buoni”. L’informatore continuava dicendo che oltre vi erano indiani “loro nemici”, ed allora dovette abbandonare la spedizione, “l’ho rimandato indietro ben contento”. Qualche tempo dopo gli spagnoli ebbero modo di incontrare “molti indiani che venivano piangendo e gran voce, correvano dietro di me”, riportavano di aver posizionato la croce nel mezzo del loro insediamento, ma ricordavano che, durante i continui straripamenti del fiume, dovevano rimuoverla e posizionarla in un altro luogo. Chiaramente, il comandante concesse loro il permesso di spostarla. Da un indiano del territorio gli spagnoli vennero a conoscenza di numerosi dettagli riguardanti lo “Stato di Cevola”, delle sue condizioni, dei suoi costumi e del suo “governatore”; e similmente vi “erano parenti” di paesi non sicuramente lontani. Fra questi “parenti” vi erano gli indiani Quicoma e Coama.


Alarcon nella terra degli Yuman

I Quicoma (o Quicama) sono noti agli etnografi successivi come “Kalyikwamai”, indiani imparentati con i Cocopah (Kelly 1977); dal canto loro, i Coama (o Coana) sono oggi designati “Kahwan”, erano anch’essi legati ai Cocopah (Kelly 1977). L’Alarcon riportava che, “… dalla gente di Quicoma, e dagli altri indiani non lontani, ricevono cortesia”; navigando lungo il fiume, gli spagnoli raggiunsero un territorio dove vi erano molti indiani, “e un altro interprete, che ho subito fatto venire con me nella mia barca”. Faceva “molto freddo e la mia gente era bagnata”, così scesero a terra dove “feci accendere un fuoco” e, “mentre stavamo scaldandoci”, un indiano, “indicando con il dito un legno, vidi venire due compagnie di guerrieri con le loro armi”. L’interprete era sicuro, gli indiani “sono venuti per attaccarci”. Gli spagnoli si ritirarono velocemente sulle imbarcazioni, con “gli indiani che erano con me, che hanno nuotato nell’acqua e si sono salvati dall’altra parte del fiume”. Il comandante venne a sapere che i nuovi venuti erano nemici dei “suoi indiani”. Gli spagnoli notarono che alcuni di loro avevano molte mogli, mentre altri una soltanto; l’Alarcon seppe allora che “Cevola” (Cibola) era a circa un mese di viaggio, “per una via che costeggiava quel fiume un uomo poteva facilmente percorrere quaranta giorni”. L’Albert B. Elbasser riteneva che queste affermazioni, da lui stesso esaminate a lungo, non erano comunque chiare, e non vi era “modo di dire se sarebbero necessari 30, 40 o 70 giorni per fare il viaggio a Cibola”; non possiamo escludere che l’indiano intendesse 10 giorni di viaggi all’interno del suo paese ed altri 30 lungo il corso del fiume. Comunque sia, il comandante non citava mai il fiume Gila, e neppure altri corsi d’acqua che potessero corrispondere ad esso; probabilmente il Gila River offriva “la via più breve per l’alto corso del Little Colorado e per i villaggi degli Zuñi nel New Mexico occidentale”.


Hernan De Alarcon

Chiaramente, l’Elbasser ricordava che loro intenzione era quella di raggiungere Cibola, perché “è una cosa grandiosa con case molto alte di pietra, a tre o quattro piani con finestre da ogni lato … le case sono circondate da un muro alto un uomo e mezzo (8-9 piedi)”. Notoriamente, queste grandi “case di appartamenti” di blocchi di muratura e adobe furono utilizzate dagli antenati degli indiani Zuñi in questo periodo, nel cosiddetto “periodo Pueblo IV” (ca. 1300-1700). Poi continuava, “Sopra e sotto erano abitate da genti che usano le stesse armi che usavano altri che avevamo visto, archi e frecce, mazze, doghe e scudi … Erano vestiti di mantelli e di pelli di bue, ed i loro mantelli avevano un dipinto su di loro”. Il loro “governatore”, stando all’Alarcon, “indossava una lunga camicia finemente legata con una cintura”, indossano mantelli con “le donne che portano vesti molto lunghe, e bianche, che le ricoprono interamente”. Gli indiani avevano “molte pietre azzurre scavate nella roccia”; poi gli spagnoli riportavano che “hanno una sola moglie e quando il capo muore, tutti i suoi beni vengono sepolti con lui … e mentre mangiano, molti uomini aspettano alla tavola per corteggiarle, … e li vedono mangiare … mangiano con i tovaglioli e fanno il bagno”. Quest’ultima annotazione sembra indicare chiaramente la pratica del “sudore”, notoriamente gli indiani dei pueblos usavano i “kivas”, stanze che il Castaneda traduceva come “bagni”.

Comunque, gli spagnoli continuavano la marcia, gruppi di nativi si avvicinavano portando “carne da mangiare” e il comandante si distingueva nell’offrire croci di legno ai vari gruppi. Risalendo il fiume, “sono arrivato in un paese dove ho trovato un governo migliore perché gli abitanti sono completamente obbedienti ad una sola persona”. Il nativo affermava che nelle vicinanze vi era “una città chiamata Quicoma, e un’altra a Coama, entrambe avevano sotto di loro un gran numero di sudditi”. Riprendendo la navigazione, gli spagnoli si imbatterono in un villaggio abbandonato dove, “… appena entrai, arrivarono circa 500 indiani con archi e frecce, e con loro vi era il capo Naguachato, che avevo lasciato indietro”. Gli indiani “portavano yucca e si mostrarono amichevoli”. Qualche giorno dopo, dopo aver attraversato regioni desertiche, “sono arrivato a certe capanne, dalle quali molte persone mi sono venute incontro con un vecchio in testa, piangendo in una lingua che il mio interprete comprendeva bene”. Questi indiani avevano “grandi borse, molto ben fatte con pelli di pesci chiamate Seabhremes”. Stando all’Elbasser, il riferimento a queste borse di pelle di pesce, in alcune traduzioni, sembra essere “un vero e proprio malinteso”, sia l’Hammond, che il Rey e il Castaneda, parlavano di borse tessute con materiali vegetali. Inoltre, le fonti riportano che, successivamente, presso gli indiani Cocopah (Kelly 1978) vi erano reti da pesca in cordame di materiale vegetale, ma non venivano segnalate borse di pelle di pesce. Il pesce in questione – il “Seabhremes” – era un tipo di orata, comunque non noto nel Golfo della California.


Mappa della Nuova California

Gli spagnoli si resero conto che questo insediamento apparteneva al “capo di Quicoma”, la cui “gente veniva solo per raccogliere i frutti del loro raccolto in estate”; questi capivano la lingua degli interpreti nativi della spedizione, “avevano il cotone, ma non erano molto attenti nell’usarlo, perché non vi era nessuno che conoscesse l’arte della tessitura e di farne abiti”. Alcuni studiosi, tra i quali il Castetter e il Bell (1951), affermavano che, in contrasto con i Pima e i Papago, nelle aree del basso Colorado, “la coltivazione aborigena del cotone era un tratto incipiente e comunque sporadico”; senza dimenticare che “la tessitura a telaio del cotone” era quasi, “se non del tutto”, carente e sconosciuta tra gli Yuman del Colorado River. Anche questi indiani si dichiararono disposti ad offrire guerrieri agli spagnoli, perché in altre terre vi erano “uomini cattivi”, probabilmente gli indiani di Coana. La spedizione continuava a muoversi verso nord, 20 guerrieri del territorio li avrebbero seguiti, poi, quando entrarono nelle terre di altri gruppi, “mi avvicinai a quelli che erano i loro nemici” e “trovai le loro sentinelle poste a guardia dei loro confini”. Nuovi gruppi nativi “erano seduti sotto una enorme ramada (pergolato)”, fu allora che si presentò un vecchio, “Signore, perché non ricevi vettovaglie e alimenti da mangiare da noi, visto che hai preso cibo di altri?”. Furono comunque ospitali e definirono il comandante “figlio del Sole”, ottenendo una croce da mettere al centro del loro villaggio. Gli indiani riportavano notizie interessanti, ma poco posizionabili in aree geografiche; quando l’Alarcon chiese se conoscessero il fiume chiamato “Totonteac”, la risposta fu negativa, erano però a conoscenza di un altro fiume in cui vi erano “coccodrilli così grandi che delle loro pelli facevano scudi”. L’Elbasser era sicuro, era “una deliberata bugia, o un’esagerazione, non vi è traccia di alcuna creatura acquatica nel fiume Colorado che abbia una pelle da cui si potrebbe fabbricare degli scudi”. Questi indiani adoravano il Sole, con il vecchio capo che si lamentava nei confronti delle “genti dell’interno” che non commerciavano con loro il loro grano.


Pascual, un capo degli Yuma

Gli indiani offrirono fagioli e piselli (“Tepary Beans”) agli spagnoli, alimenti non conosciuti nelle aree più meridionali. L’ennesima croce venne consegnata a questa banda, poi “mi fecero pettinare la barba e sistemare graziosamente le mie vesti che portavo sulla schiena”; avevano le loro dimore “ricoperte di mantelli dipinti”, ma in inverno “vivono in case di legno altre due o tre soppalchi”. Il lunedì successivo, “il fiume era invaso da gente come loro, e cominciai a chiedere al vecchio di dirmi che gente vi era in quella terra”, rispose che avevano numerosi leader ed anche guerrieri, di cui alcuni portavano “grandi scudi di cuoio, spessi circa due dita” con pelli di “una bestia molto grande, simile ad un bue”, chiaramente i bisonti. Il comandante seppe anche della presenza di “altri uomini con la barba come noi”. Gli indiani riferivano all’Alarcon che erano distanti dieci giorni da Cevola (Cibola), e che vi sono “cristiani che fanno guerra contro i capi di quel paese”; inoltre, parlavano della “sodomia” di quelle genti che “usano quattro giovani uomini” preposti a quel servizio, e che “indossano abiti femminili”. Gli spagnoli avrebbero comunque desistito, non se la sentirono di continuare la marcia verso terre sconosciute nonostante le ricche offerte dell’Alarcon. Altre interessanti notizie vengono riportate dal comandante, fu allora che “quel vecchio mi ha mostrato una cosa strana, un suo figlio vestito con abiti femminili”. Il comandante chiese loro “quanti di questi erano presenti tra loro”, rispose “quattro”, dicendo che “quando qualcuno di loro moriva, venivano perquisite tutte le donne incinte che erano nel paese, e il primo figlio che nasceva da loro era incaricato di svolgere quel compito che spettava alle donne”.


Indiani Pueblo

Sebbene la maggior parte – forse tutti – delle popolazioni del Colorado River avessero familiarità con i travestiti (“berdache”), queste azioni atte a “mantenere il pieno complemento” (Elbasser) di tali persone non vengono menzionate nelle etnografie successive. I travestiti di entrambi i sessi, secondo il Gifford (1933) e il Forde (1931) non erano necessariamente disprezzati, ma in effetti non venivano neppure “reclutati”. Le fonti riportavano che le donne li vestivano, dicendo che dovevano fare ciò che spettava loro, dovevano “indossare le loro vesti”; inoltre, questi giovani possono non avere rapporti carnali con nessuna donna, ma “tutti i giovani del paese che devono sposarsi possono stare con loro”. Chiaramente, questi uomini non ricevevano alcun tipo di ricompensa “per i loro atti incestuosi”, godevano della piena libertà di “prendere tutto ciò che trovavano nelle case per il loro cibo”. L’Alarcon continuava, “Ho visto anche alcune donne che vivevano disonestamente tra gli uomini, e ho chiesto al vecchio capo se erano sposate. Mi ha risposto di no, erano donne comuni che vivevano separate dalle donne sposate”. Comunque, nonostante il vecchio capo fosse contrario, gli spagnoli avrebbero risalito il fiume, controcorrente, “per 15 giorni e mezzo”, per rientrare in “due giorni e mezzo” grazie ad una velocissima corrente. Quando la spedizione rientrò alla base, le imbarcazioni erano ancora sulla costa, il comandante l’avrebbe allora chiamata “La Campannade de la Cruz”, fece costruire una cappella alla “Nuestra Señora” chiamando il fiume “El Río de Buena Guia”.


Quechan e Pascual

L’Alarcon avrebbe trovato “… tutta la mia gente in salute, anche se molto apprensiva per la mia lunga permanenza”, ed anche perché la corrente aveva rotto quattro delle loro funi, e che avevano perso due ancore, che furono recuperate poco dopo. Dopo il recupero, vennero riunite le imbarcazioni in “un buon porto” e poi “venne data la carena alla nave chiamata San Pietro”, ed infine dettero inizio a tutte le riparazioni più urgenti. Il comandante era fortemente intenzionato a risalire nuovamente il corso del fiume, le fece riempire di mercanzie, “grano, altri semi, galline e galli di Castiglia”. Affiancato dal capo pilota, Nicolás Zamorano, il comandante si mosse il martedì 14 settembre e, il giorno dopo, avvistarono alcune abitazioni native; gli indiani arrivarono correndo, erano intenzionati ad “ostacolare il mio passaggio, supponendo che fossimo stati altre persone, poiché avevamo con noi un piffero e un tamburino, ed ero vestito con un abbigliamento diverso da quello in cui ero entrato la prima volta”. Il comandante venne riconosciuto ed allora, “in perfetta amicizia gli ho dato alcuni semi che avevo portato con me, insegnando loro come seminarli”; gli indiani si sarebbero scusati ed offrirono al comandante alcune “piume di pappagallo”. L’Alarcon venne a conoscenza dell’esistenza di “24-25 popolazioni aventi 3-4 capi”; avevano “case dipinte all’interno, e traffici con quelli di Cevola”. Il comandante avrebbe annotato parecchi nominativi di capi e uomini importanti che avrebbe poi presentato al viceré. Nel territorio di Quicoma, “gli indiani sono venuti con grande gioia per ricevermi, avvisandomi che il loro capo aspettava la mia venuta”, il capo “aveva con sé cinque o seimila uomini senza armi, dai quali si separò con circa duecento soltanto, che portavano con loro viveri”.


Guerrieri Yuma

L’Elbasser affermava che questa indicazione, al riguardo della enorme popolazione del Colorado River, poteva essere assolutamente inesatta. Il capo “indossava una veste stretta davanti e dietro e aperta da ambo i lati, chiusa con bottoni, lavorata a scacchi bianchi e neri … era molto morbida e ben fatta, essendo di pelli di pesci delicati chiamati orate”. Appena raggiunse il fiume, “i suoi servi lo presero in braccio e lo portarono alla mia imbarcazione, dove lo abbracciai e lo ricevetti con grande gioia, mostrandogli molta gentilezza, di cui il suo popolo, stando a guardare e osservando, sembrava gioire non poco”. Il capo venne accolto, “lo feci sedere e mangiare alcune conserve di zucchero che avevo portato con me, e feci ringraziare l’interprete a mio nome per il favore che mi aveva fatto nel concedermi di venire a trovarmi”. Qualche giorno dopo la spedizione raggiungeva “la tierra de Coama”, anche in questa terra vennero accolti favorevolmente, anche questi indiani ricevettero regali e poi “mi presentarono due indiani venuti da Cumana”.


Donne Yuma

Dopo aver dato l’ordine di stilare una mappa del territorio, il comandante regalava una croce al capo dei Cumana, per poi rientrare alla base; infine, il giorno dopo il comandante riportava, “entrai fra certi monti altissimi, per i quali passa il fiume con un canale rettilineo, e le barche a fatica risalivano controcorrente il torrente, per mancanza di uomini che lo tirassero”, era una zona rocciosa, probabilmente la “Pilot Knob-Yuma area”, dove il fiume viene pressato da montagne e colline. Nel territorio vi erano anche “alcuni Cumani” e tra loro anche uno sciamano; alla fine, “vedendo che non potevo giungere alla conoscenza di ciò che cercavo, decisi di tornare alle mie navi”. Stando all’Elbasser, sembra che questa popolazione fosse da identificare come “indiani Coana”. Probabilmente, la spedizione si sarebbe addentrata nell’entroterra per almeno 30 leghe (circa 90 miglia). Un fatto curioso sembra essere interessante, “mentre navigavamo lungo il torrente, una donna si è tuffata nell’acqua, chiedendoci di restare con noi, ed è entrata nella nostra barca nascondendosi sotto una panca, da dove non abbiamo potuto farla uscire”. Il comandante, “capii che lo faceva perché suo marito si era preso un’altra moglie, dalla quale aveva avuto dei figli”, “così lei e un altro indiano sono venuti con me di loro spontanea volontà”. Raggiunta la base, la spedizione sarebbe rientrata velocemente nel Messico.

Commenti

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.