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Il rodeo

A cura di Lorenzo Barruscotto

Earl Thode su Polly in un rodeo a Sheridan (Wyoming)
Che cos’è il Rodeo? C’è chi crede che ormai sia solo uno sport utile quanto il latino, una specie di “attività morente” che viene riesumata solamente come intrattenimento per turisti, per quei “piedidolci” di città che vogliono percepire l’emozione del vecchio West in una gita o durante una vacanza “avventurosa” oppure che al massimo sia un fenomeno di folklore per chi è “fissato con i cavalli e le americanate”. Niente di più lontano dalla verità, fortunatamente.
Quella del cowboy è una filosofia di vita, lo spirito del wrangler permea ancora oggi ogni cellula del corpo di molti uomini che competono con se stessi e con gli animali, legati (è proprio il caso di dirlo) a regole d’onore ferree ma giuste le quali affondano le radici in tradizioni ed in valori del passato sopravvissuti allo scorrere inevitabile del tempo, mantenendo intatto tutto il loro fascino agli occhi di noi “pellegrini moderni”.


Cowboys

Dal continuo confronto tra i cowboys e la affascinante e dura esistenza nelle praterie è nata questa cruda sfida, anzi in realtà si tratta di una serie di sfide, in cui non solo la forza e la resistenza fisica, ma anche tempismo, mano ferma e nervi saldi, determinano i risultati di ciascuna contesa.
L’origine del Rodeo fa discutere come molte realtà che si sono perse nella nebbia della leggenda. Per alcuni viene fatta risalire al primo periodo dell’allevamento intensivo di bovini: una o due volte l’anno i mandriani dopo aver radunato i capi, li trasportavano ai vari mercati per venderli.


Il roundup (disegno di Lorenzo Barruscotto)

Per attirare l’attenzione dei potenziali acquirenti, alcuni iniziarono ad improvvisare delle competizioni mettendo in mostra le abilità connesse al proprio mestiere. Secondo questa “scuola di pensiero” il primo Rodeo attestato da fonti certe risale al 1872, tenuto nella città di Cheyenne nello stato del Wyoming. Inoltre la parola rodeo deriva dallo spagnolo e significa “recinto”. Altro esempio illustre? Alamo, sempre in spagnolo, significa “pioppo”.
Per altri invece il primo Rodeo è stato organizzato il 4 luglio del 1888 a Prescott, Arizona.
Presumibilmente sono vere entrambe le versioni dal momento che la seconda, quella di Prescott, dovrebbe essere considerata col senno di poi la prima manifestazione a carattere sportivo che coinvolgeva le definite gare di Rodeo.


Il primo rodeo, a Prescott

Come premio vennero coniate originali medaglie e da allora proprio la medaglia è il riconoscimento a cui tutti i partecipanti ambiscono.
Sul finire del Diciannovesimo secolo, un “certo”, si fa per dire, William Frederick Cody, meglio conosciuto come Buffalo Bill, intuì l’importanza di portare gli spettacoli nelle grandi città: signore e signori, vedeva così la luce il “Wild West Show”, spettacolo itinerante che viaggiava di Stato in Stato (venne anche più volte in Europa, perfino in Italia ed in un’occasione fu lanciata una sfida ai nostri butteri, che tra l’altro vinsero), contribuendo notevolmente alla creazione ed alla diffusione del mito della Frontiera.
Il significato, lo spirito del Rodeo è rimasto intatto: lo spettacolo di un cowboy impegnato nello svolgere al meglio quello che era, beh, ma lo è ancora, il suo lavoro quotidiano.


Il lazo (disegno di Lorenzo Barruscotto)

Il Bareback Bronc Riding è la monta del cavallo selvaggio a pelo, cioè senza sella, l’essenza pura del Rodeo. Il cowboy è solo con, o contro fate voi, il cavallo selvaggio (bronco) per otto interminabili secondi. Per avere un buon punteggio, il cavaliere deve mantenere equilibrio, ritmo e controllo dominando gli scatti improvvisi dell’animale. I punti di merito vanno da 1 a 100 ed è assolutamente vietato toccare il cavallo con la mano libera.
Poi c’è la monta del toro, Bull Riding. Questa spettacolare gara prevede che l’animale venga precedentemente imbrigliato da una corda dotata di campana. Il cowboy, indossato un guanto di pelle resinosa, con cui afferra saldamente la corda, deve resistere in groppa sempre per otto secondi.


Il bull riding

Il suo abbigliamento è molto importante: i chaps (traduciamoli con “sovrapantaloni”) sopra i jeans, in pelle, gli garantiscono una protezione efficace contro sbucciature ed ammaccature, i suoi speroni, smussati, a stella lo aiutano a tenere salda la posizione e completano il look del bull-rider. I giudici assegnano ad ogni cowboy un punteggio che va da 1 a 100 ed anche qui è vietato, pena la squalifica, toccare il toro con la mano libera.
Saddle Bronc Riding: questa specialità è definita la “danza” del cowboy sul cavallo selvaggio, che è stato dotato di una piccola sella e di redini. Otto secondi di “armonia” (anche se i lombi dell’interessato probabilmente non sarebbero d’accordo) tra l’animale e l’uomo che asseconda salti e sgroppate nel modo più naturale possibile con inarcamenti della schiena e movimenti plastici, offrendo uno spettacolo di sicuro effetto. Anche per i chiropratici e gli ortopedici che devono rimettere insieme le ossa dei novellini o di chi commette un errore. Il massimo punteggio dato ai cavalieri più sicuri e dotati di tecnica è 100.
Il tempo necessario per restare in groppa all’animale in questo tipo di gare viene denominato dagli “addetti ai lavori” e non solo, “otto secondi di gloria”.


Bill Pickett

Poi c’è lo Steer Wrestling. Si tratta di una sorta di “lotta” corpo a corpo tra il cowboy ed un giovane manzo che all’inizio dello spettacolo si trova nella “chute”, l’apposita gabbia posizionata ai bordi dell’arena in cui vengono tenuti gli animali. Il cancello viene aperto ed il cavaliere si lancia all’inseguimento del manzo che, una volta raggiunto, deve essere schienato afferrandone le corna. Il cowboy è affiancato nella corsa da un compagno che ha il compito di impedire all’animale scarti o brusche virate per evitare che inseguito ed inseguitore vadano incontro ad infortuni o incidenti.
Il Team Roping letteralmente è “la squadra che usa il lazo” per catturare il vitello. Due sono le persone che lo compongono, una delle quali può essere anche una cowgirl.


Alice Greenough

Non appena il cancello della chute si apre lasciando uscire la “preda”, i cavalieri devono bloccare con le corde le due zampe posteriori e la testa. Vince il team che impiega minor tempo per portare a termine l’operazione.
La corsa dei barili, Barrel Racing, viene definita la corsa in “rosa” del rodeo, perché esclusivo appannaggio delle cowgirls che devono coprire al galoppo un percorso delimitato da tre barili. Ogni barile caduto determina una penalità di cinque secondi.
Un’altra competizione che ha come protagonista il lazo è il Calf Roping: la fune che i cowboy devono saper utilizzare con maestria serve stavolta per catturare un vitello che esce dalla solita chute correndo. Viene inseguito dal cavaliere che ha a disposizione due lanci per bloccarlo e, dopo essere sceso da cavallo, deve schienarlo tenendo legate per sei secondi tre zampe dell’animale.


L’impennata (disegno di Lorenzo Barruscotto)

La competizione avviene in un’arena nella quale possono essere presenti solamente il cowboy, il giudice di gara ed un clown, il quale non intrattiene solamente il pubblico ma ha anche il compito di distrarre l’animale in caso di pericolo per il concorrente.
Il Rodeo è caratterizzato da un cerimoniale ed un meccanismo di funzionamento definiti e precisi: si inizia sempre con una parata, poi si procede con le diverse “discipline”, il cui ordine può variare.
Ci sono talune “variazioni sul tema “a seconda del paese d’origine, come per esempio le gare messicane ed argentine che vedono protagonisti i gauchos, la versione sudamericana dei cowboys.


Un gaucho argentino con il suo cavallo

Gli allevatori di cavalli del Far West erano soliti dire che “non esiste cavallo che non possa essere cavalcato, così come non esiste cavaliere che non possa essere disarcionato”.
Un cowboy in effetti rischia di cadere a terra innumerevoli volte. Verissimo, ma si risolleva. Sostituiamo cowboy con “noi stessi” e toro con “vita”: se riusciamo a rialzarci, quando siamo di nuovo in piedi, mentre ci scrolliamo di dosso la polvere che rappresenta il passato, le delusioni, il dolore, la rabbia, le batoste, i guai, i problemi, le perdite e ci risistemiamo il nostro cappello Stetson sul cranio, ricalziamo i guanti di pelle, usurati per le tante volte in cui abbiamo tenuto quella maledetta corda che dovrebbe fungere da briglia, non dobbiamo guardarci in giro sperando di vedere il clown che distrae l’animale da affrontare, non dobbiamo dare retta al commentatore al microfono che sta sciorinando le statistiche sul numero di rovinosi capitomboli collezionati sbucciandoci poca o tanta pelle, non dobbiamo stare a sentire la folla che fischia.


Il lancio del lazo (disegno di Lorenzo Barruscotto)

L’unico che dobbiamo affrontare a muso duro è proprio il “nostro toro”, sbuffante, scalpitante, perché no a volte anche piuttosto terrificante. Eppure nonostante tutto questo siamo, vogliamo essere, ancora in piedi. Otto secondi? Bah, non esiste il tempo, non c’è un periodo definito, non c’è una scadenza per raggiungere un traguardo. Fin che si può, per lo meno. E fin che si può si continua, cocciuti come mastini. O come muli se volete restare maggiormente in tema di quadrupedi. Ogni caduta non ci deve rendere internamente più deboli, ogni ferita è un’onorificenza da sfoggiare con orgoglio perché si trova sempre sul petto, mai alle spalle. Ogni colpo rende l’anima di cuoio, il sangue nelle vene di fuoco, lo spirito che ci pervade d’acciaio. Cadremo ancora? Bene, sarà solo un’altra botta.