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Il mio west – intervista a Domenico Rizzi


Domenico Rizzi e un collage di alcune copertine di suoi libri
Domenico Rizzi, ormai storica colonna tra gli autori di Farwest.it, è anche un prolifico scrittore di libri di storia del west. Ne ha scritti tanti e in essi appare con grande precisione il suo amore per la realtà storica, insieme alla grande onestà con cui Domenico la ricerca e la propone. Si tratta di doni speciali, sopratutto quando sono applicati alla narrazione storica di periodo controversi come la storia del west.
Recentemente, Domenico Rizzi ha ampliato gli orizzonti della sua proposta letteraria dedicandosi con successo alla narrativa. Abbiamo voluto parlare con lui per parlare di west e della sua attività di scrittore.

DOMANDA: Domenico, da qualche tempo ti sei messo a scrivere romanzi attuali. Significa che hai chiuso con il West?
RISPOSTA: No, assolutamente. Negli ultimi due anni ho pubblicato i due romanzi a cui hai accennato, che sono “Dolce cadrà la neve” nel 2018 e “La ragazza di Via della Porta” nel 2020. Però in mezzo, nel 2019, è uscito il saggio storico “Cheyenne il popolo guerriero”, che ritengo uno dei più completi sulla storia di questa tribù. Tranquillo: il western io ce l’ho nel DNA. Ho in programma, per il prossimo anno, 2 saggi storici e un romanzo, anche quest’ultimo ambientato ai giorni nostri. Credo comunque che uno scrittore debba spaziare in vari campi e non limitarsi ad un solo tema, ma questa è un’opinione personale. Per esempio, l’americano Kent Haruf, che mi piace moltissimo, ha ambientato tutti i suoi 7 romanzi in una immaginaria cittadina del Colorado chiamata Holt.

D. Perché questa passione per il romanzo moderno? Ti conoscevamo come autore di romanzi storici, tipo quelli che compongono la Trilogia di Dunfield.
R. Scrivere romanzi moderni è molto più facile e meno impegnativo rispetto alla stesura di libri di storia. Una volta che hai definito la trama e delineato i personaggi principali, la “penna” procede da sé, aggiungendo situazioni e figure di secondo piano che non avevi neppure programmato. Ovviamente il romanzo storico rappresenta un discorso un po’ diverso: quando scrissi “Le streghe di Dunfield”, impiegai un paio d’anni, fra le ricerche sul contesto storico in cui intendevo ambientare la vicenda – il Massachussets puritano del 1690 – e la prima bozza del manoscritto. Ne uscì alla fine una specie di thriller del XVII secolo, con diversi colpi di scena che al pubblico sono piaciuti.

D. Invece “Prairie Dog Sunset”? E’ una sorta di contemporary western, no?
R. Senz’altro, perché si svolge fra il 1903 e il 1917, quando ormai i pistoleri avevano fatto il loro tempo. Ecco, anche questo mi ha comportato delle ricerche approfondite sulla realtà del Wyoming di inizio Novecento ed ho consultato perfino alcuni giornali d’epoca di quello Stato, oltre al fatto di esservi stato di persona. Poi ci sono le Olimpiadi di Saint Louis del 1904, il viaggio del protagonista Frank Lamar a New York e in Europa al seguito del Wild West Show, tre storie d’amore…Insomma, credo di avere realizzato un’opera originale e piacevole, con qualche risvolto drammatico. Mi piace l’atmosfera crepuscolare e un po’ decadente che permea tutta la vicenda e l’aggancio dei personaggi con alcuni eventi storici del passato. Il background rimane sempre il West tradizionale, nel quale i protagonisti hanno vissuto da giovani, conoscendo gente come Wyatt Earp, Doc Holliday, Tom Horn e via dicendo.

D. Vi è qualcosa che accomuna il giovane capitano Nathan Whitman di “Le streghe di Dunfield” e il cinquantenne Frank Lamar di “Prairie Dog Sunset”?
R. Certamente. Nessuno dei due è uno stinco di santo: il primo è un po’ troppo amante delle gonnelle pur vivendo in un villaggio di Puritani del New England, mentre il secondo ha un passato burrascoso. Entrambi hanno commesso o commettono degli errori, che fanno inevitabilmente parte della vita di ciascuno di noi. Nel seguito “I peccati di Dunfield”, Whitman tradisce la sua donna del cuore, causando una serie di problemi anche alla propria comunità. Lamar llo sbaglio l’ha commesso in passato, rapinando una banca per amore e finendo nel penitenziario di Yuma, ma proprio da qui inizia una lenta rinascita, che lo porterà all’apice della popolarità.”

D. Quale, fra i personaggi storici di “Prairie Dog Sunset”, occupa lo spazio maggiore?
R. Senz’altro Buffalo Bill Cody, soprattutto nei dialoghi che ha con con Lamar mentre si trovano in tournèe a Roma con il Wild West Show. Trattandosi di una figura storica che ho molto approfondito e della quale ho parlato in diverse conferenze, anche insieme al mio amico Daniele Cazzola che è un vero esperto sull’argomento, credo di averlo rappresentato com’era realmente, non come è stato falsato da cineasti tipo Robert Altman. Come sai, sono abbastanza schietto nei giudizi: nel suo film “Buffalo Bill e gli Indiani”, per me del carattere del famoso personaggio non c’è neppure l’ombra. Quando si vuole fare della novità a tutti i costi, travisando la storia, il risultato è spesso penoso.

D. Spiega, per chi non lo sa, il significato del titolo: molti credono che il libro sia scritto in inglese.
R. Già, è vero, però il romanzo è sottotitolato in italiano: “La storia di un uomo dalla caduta al successo”. Prairie Dog (letteralmente “cane della prateria”) è il nome del villaggio, situato nel Wyoming che io ho visitato anni fa, in cui ha inizio la vicenda. Un paese di poche centinaia di abitanti, con un paio di saloon, qualche negozio, la chiesa, il cimitero. E’ collegato alla città di Cheyenne – dove passa la ferrovia della Union Pacific – da un servizio di diligenza con frequenza bisettimanale, che Frank Lamar si è accollato insieme al suo amico più anziano Harvey Stiles, un anziano ex marshal con dei rimorsi di coscienza, che sembra aspettare l’occasione per riabilitarsi. Sono uomini delusi ed estromessi dal ciclo della storia, ma ancora in cerca di una chance: Lamar la troverà, mentre verso Stiles la sorte si rivelerà molto meno generosa. Il paese, un tempo affollato di cercatori d’oro, si va lentamente spopolando, perché i suoi abitanti emigrano altrove. Dunque il titolo significa “Il tramonto di Prairie Dog”.


Le copertine dei due più recenti romanzi di Domenico Rizzi

D. Parliamo di “La grande avventura del West”, che hai pubblicato nel giugno 2017. Perché un saggio che ripercorre tutta l’evoluzione della letteratura e del cinema western dalla loro nascita ad oggi?
R. Mi sembrava indispensabile fornire una panoramica sufficientemente esauriente in materia, anche perché mi sono accorto che la gente in generale non possiede una conoscenza di questo genere. Tutti sanno chi è stato James Fenimore Cooper e hanno letto, almeno da ragazzi, una riduzione de “L’ultimo dei Mohicani”, così come avranno visto parecchi film western interpretati da Gary Cooper o John Wayne. Il discorso si ferma qui, a parte pochi interlocutori, perché più del novanta per cento delle persone non ha mai sentito nominare nemmeno i classici Zane Grey, Owen Wister, Jack Schaefer, Alan LeMay, Elmore Leonard…Qualcuno ha sbarrato gli occhi quando ho parlato, nel corso di una presentazione tenuta a Milano, della Trilogia della Frontiera del nostro grande Emilio Salgari: “ Sulle Frontiere del Far West”, “La scotennatrice” e “Le Selve Ardenti”. La domanda è stata: “Ma chi, quello che ha scritto Sandokan e Il Corsaro Nero?” Si, signori, proprio lui.

D. Forse il cinema western è più conosciuto rispetto alla letteratura.
R. Non vi è alcun dubbio. Anche il fumetto lo è, perché ha avuto una grande diffusione in tutto il mondo: pensiamo solo al nostro “Tex”, che va ancora alla grande. Riguardo al cinema, tutti conoscono i film più comuni, da “Mezzogiorno di fuoco” al “Cavaliere della valle solitaria”, oppure “Ombre rosse” e “Sentieri selvaggi”, ma la maggior parte si ricorda più volentieri di “Per un pugno di dollari” o di “C’era una volta il West”. Secondo me, anche oggi i due attori più popolari e amati rimangono John Wayne e Clint Eastwood. Ecco la ragione per cui ho scritto, con grandissimo impegno e molta fatica, “La grande avventura del West”, toccando un po’ tutti i temi dell’argomento e riassumendo le biografie degli autori più famosi, comprese le donne. Tantissime persone hanno seguito la serie de “La casa nella prateria” in TV, senza sapere che essa scaturisce dai 7 libri a sfondo autobiografiico dell’autrice Laura Ingalls Wilder. Sono anche pochi a sapere che le trame di “Cimarron” e “Il gigante” sono stati ricavati dai romanzi di Edna Ferber, mentre “Brokeback Mountain” è ispirato ad un racconto lungo di E. Annie Proulx, una signora del Connecticut trapiantata nel Wyoming.

D. Un giudizio sulla cinematografia western attuale?
R. Non posso affermare che sia del tutto positivo, ma ho apprezzato alcuni lavori, come “The Revenant”, “Hostiles” e “The Homesman”, che ho recensito anche su Farwest. A mio avviso, tentano di riprodurre l’autentico West, non quello un po’ troppo artefatto di film come “Django Unchained” o “Eightful Eight” di Tarantino o gli angoscianti “Il duello” e “Brimstone”. Non mi sono piaciuti neppure i remake di “Quel treno per Yuma” e “I magnifici sette”. No, meglio le versioni originali.

D. Dei tre film che hai citato, quale ti piace maggiormente?
R. Beh, “Revenant” è biografico e più aderente ai fatti rispetto, per esempio, a “Uomo bianco và col tuo Dio” del 1971, nel quale la figura storica di Hugh Glass aveva assunto il nome di Zachary Bass. “Hostiles” è originale nelle situazioni e nei dialoghi, con un epilogo azzeccato. Così pure “The Homesman”, crudo e violento ma anche con risvolti romantici. Quest’ultimo ha un fascino particolare. Mi piace la figura interpretata da Tommy Lee Jones (George Biggs) un vero vagabondo della prateria, solitario e scombinato, ma quella che preferisco è la protagonista, un po’ bigotta e complessata, Mary Bee Cuddy (Hilary Swank) che alla fine cede ad una “cattiva azione”, infrangendo la sua rigida morale. E’ il West dei diseredati, degli emigrati oltre il Mississippi per costruirsi una nuova vita “nella sconfinata tristezza delle grandi pianure”, come scrive la Proulx nel suo libro citato, per ottenerne soltanto sconforto e disperazione. Un tema drammatico e spietato, che per certi versi riporta alle opere di Cormac Mc Carthy, “Meridiano di sangue” in special modo. Non a caso, il soggetto è tratto da un romanzo di Glendon Swarthout, già autore di “Cordura” e “Il pistolero”, un grandissimo scrittore.

D. Molte persone vorrebbero assistere ad una rinascita del western italiano.
R. La ritengo improbabile. Poi questo fenomeno, che ha fruttato miliardi di lire all’Italia con oltre 400 produzioni, se ci aveva abituati a riempire le sale con le sue sparatorie e i bounty killer onnipresenti, non si può considerare, dal punto di vista qualitativo, una vera evoluzione del genere, riducendosi spesso ad una penosa farsa. Soltanto Sergio Leone è riuscito ad imprimere una svolta significativa, secondo me soprattutto con “C’era una volta il West”. Per quanto riguarda lo spaghetti western, condivido pienamente l’opinione espressa da Sam Peckinpah a proposito di due film di Leone. Li ha definiti: “divertenti” e “ben imbottiti di humour””, aggiungendo tuttavia di non trovarci “la reale memoria del West”.

D. Secondo te, il filone western si sta estinguendo?
R. No, tutt’altro. Semmai si è diversificato moltissimo, introducendo trame e soggetti inusuali, come per “Lo straniero della valle oscura” di Andreas Prochaska. Il West americano rimane un argomento sempre attuale, perché il solco della storia western, trattato in migliaia di volumi, è praticamente inesauribile.

D. Quali personaggi storici, secondo te, dovrebbe rispolverare il cinema western?
R. Beh, qui faccio il patriota. Vorrei tanto che qualcuno dedicasse un film ai protagonisti italiani della Frontiera. Alludo a Carlo Camillo De Rudio, ex combattente del Risorgimento e attentatore di Napoleone III, divenuto poi tenente dell’esercito americano; Giovanni Martini e Augusto Devoto, tutti arruolati nel Settimo Cavalleria di Custer e scampati all’eccidio di Little Big Horn. Poi sarebbe interessante una biografia sulla bellissima Giuseppina Morlacchi, ballerina della Scala di Milano e successivamente attrice di teatro negli Stati Uniti: recitò in molti spettacoli insieme a Buffalo Bill, Wild Bill Hickok e Texas Jack Omohundro, sposando quest’ultimo dopo un amore a prima vista. Queste sono personalità interessanti, molto di più dei soliti pistoleri, ma nessun cineasta di Hollywood li ha mai degnati di attenzione. Sinceramente, discutibile remake de “I magnifici sette” preferirei di gran lunga una storia basata sulle vite di questi personaggi.

D. Un’anticipazione dei due libri storici che pubblicherai nel 2021?
R. Il primo riguarda la conquista del West nei primi 50 anni dell’Ottocento, dalla spedizione di Lewis e Clark fino alla corsa all’oro della California. Nel libro rivisito molti personaggi popolari, fra cui Lewis e Clark, John Colter, Hugh Glass, Jedediah Smith, Jim Bridger, Davy Crockett. Il secondo descrive le vicende parallele di Buffalo Bill, Texas Jack Omohundro, California Joe Milner, George Armstrong Custer, Wild Bill Hickok, Toro Seduto, Mano Gialla…ma anche delle donne: Elizabeth Bacon Custer, Monahseetah, Calamity Jane, Annie Oakley, Lillian Smith e appunto Giuseppina “Josie” Morlacchi. Tutti questi personaggi si conobbero, furono amici o compagni di avventure e, come è il titolo di un mio recente articolo sulla Far West Gazette – preso a prestito da un celebre film di John Ford – “Cavalcarono insieme”.

D. La tua opinione sugli Indiani?”
R. Credo che la loro loro storia vada rivista interamente, evitando i luoghi comuni che solitamente si incontrano in saggi e articoli. Furono senz’altro vittime di molti soprusi – la deportazione in massa che va sotto il nome di “Viaggio delle Lacrime”, i proditori massacri di Sand Creek e Wounded Knee – e protagonsiti di atti di eroismo, come la fuga dei Nez Percè di Capo Giuseppe, alla quale il mio amico Daniele Cazzola ha appena dedicato un libro di prossima uscita, del quale ho avuto l’onore di curare la prefazione. Tuttavia non va dimenticato che le tribù furono quasi sempre in conflitto fra loro, anche dopo che i Bianchi si stavano impossessando dei loro territori. Molti Trofei, capo dei Crow e Washakie, condottiero degli Shoshone, ammisero di avere dato appoggio agli Americani per evitare di subire lo sterminio da parte dei loro nemici tradizionali, Sioux, Cheyenne e Piedi Neri. Toro Seduto si vantava di avere sterminato un terzo della tribù dei Crow, che allora contava circa 4.000 anime e i Sioux vessarono per decenni il popolo degli Arikara, annientando anche i Kwato, un raggruppamento dei Kiowa. Tutti i popoli, anche il nostro, tendono a nobilitare la loro storia passata, facendone emergere soprattutto gli aspetti positivi, ma è compito dello storico condurre un’indagine più obiettiva sulla realtà dei fatti. Per esempio, il successo di Sioux e Cheyenne a Little Big Horn non fu, dal punto di vista strettamente militare, una vittoria, perché gli Indiani lasciarono sul terreno un numero di morti pressochè doppio rispetto a quello dei soldati. Anche politicamente si può considerare un insuccesso, perché la nazione Lakota era da anni spaccata in due e dopo avere battuto Custer si frazionò in bande diverse che si arresero separatamente entro pochi mesi. Toro Seduto, considerato il leader più carismatico della sua gente, non riuscì a dare unità ai Sioux, una larga parte dei quali obbedivano ai “pacifisti” Nuvola Rossa e Coda Macchiata…E stiamo parlando di una nazione che, con tutte le sue sette tribù, contava appena 14.000 persone, una goccia nell’oceano dilagante dei Bianchi. La verità è che gli Indiani si batterono per conservare i propri costumi di vita, dai quali non erano escluse le razzie contro le tribù nemiche: il massacro di oltre 100 Pawnee compiuto dai Sioux nel 1873 a Frenchman’s Fork ne è una prova, ma non è che una delle decine di scontri avvenuti fra le tribù, come documento in “Cheyenne, il popolo guerriero.”

D. Comunque gli Indiani scrissero anche delle pagine gloriose…
R. Indubbiamente. Mi piace ricordare la ferma intransigenza di Metacomet, Tecumseh e Pontiac verso i colonizzatori inglesi e americani, la drammatica ritirata dei Sauk e Fox di Falco Nero – riportate nel mio “Le guerre indiane della Vecchia Frontiera” – come, in epoca più recente, la ritirata di Capo Joseph e dei Nez Percè verso il Canada e l’estrema resistenza dei Cheyenne di Coltello Spuntato a Fort Robinson, nel 1879. Ciò che mancò sempre ai nativi fu la capacità di unirsi in una solida alleanza che superasse le rivalità interne per fronteggiare la minaccia dei Bianchi. Quando vi riuscirono, la loro unità non ebbe lunga durata, perchè tornarono presto a prevalere le inimicizie tribali, le invidie personali e le defezioni, frantumando le coalizioni faticosamente create da condottieri importanti come Tecumseh. In tal modo i conquistatori del continente si trovarono la strada spianata.

D. Quale, fra i capi indiani ti affascina maggiormente?
R. Mi incuriosisce particolarmente la figura di Cavallo Pazzo, che non fu mai un capo, ma soltanto un guerriero importante. E’ la biografia dell’uomo, più che del combattente, a suscitare il mio interesse. Deluso nei sentimenti e innamorato per anni di una donna che gli aveva preferito un altro contribale, privato del grado che ricopriva nell’ambito di una società guerriera sempre a causa di lei, costantemente in bilico fra il mondo immateriale degli spiriti e quello reale. Tashunka Witko rimase sempre un vero Oglala, diffidente nei confronti degli Americani come nei riguardi di altre tribù indiane, ostinato e coraggioso oltre ogni limite e deciso fino in fondo a conservare per sé e per la propria gente gli antichi costumi di vita. Per questo è stato scelto quale emblema della sua razza: il maestoso monumento a lui dedicato e in lavorazione da decenni nel South Dakota ne sarà una testimonianza perenne, come i busti dei quattro presidenti americani scolpiti a Mount Rushmore.

D. Si parla poco delle vicende sentimentali degli Indiani nei libri di storia…
R. Invece sono importantissime, ma il fatto è che in genere si parla poco delle donne nella storia del West. Io ho cercato di colmare questa lacuna, dedicando un libro alla relazione di Monahseetah con il generale Custer e un altro – “Le schiave della Frontiera”, che mi valse un premio letterario nel 2001 – alle prigioniere bianche degli Indiani in varie epoche. Poi, ho pubblicato a puntate su Farwest “Le pioniere del Nuovo Mondo”, una rassegna non ancora completata dove parlo delle figure femminili che ebbero un peso nella colonizzazione americana, dalle native come Pocahontas e Sacajawea alle donne che si misero in marcia verso l’Ovest selvaggio, sfidando rischi di ogni genere. La conquista del nuovo continente fu anche opera loro: delle esploratrici, delle maestre, delle imprenditrici, delle mogli dei militari che rimasero accanto ai loro uomini negli sperduti avamposti della Frontiera. Nutro una forte ammirazione per molte di esse, più che per certi personaggi assurti a celebrità per merito delle loro pistole.