Capo Charlo e la lotta dei Flathead per la loro terra

A cura di Angelo D’Ambra

Capo Charlo dei Flathead
I salish hanno combattuto poche guerre nella loro storia, pochissime prima di acquisire cavalli. Solo allora la guerra è diventata per loro abituale e degna d’essere attentamente preparata.
Questo popolo si è sempre mostrato d’indole buona. Il ricorso alle armi per la soluzione delle loro controversie intertribali sembra essere stato molto raro.
I Blackfeet orientali, ottenute le armi dai bianchi, quasi li sterminarono. Eppure tutti i loro uomini erano coraggiosi guerrieri, estremamente fieri e sempre pronti al combattimento se necessario per la difesa o la vendetta.
In guerra combattevano completamente nudi, dopo lunghe e dettagliate cerimonie, e orgogliosamente affermavano che un salish fosse uguale a quattro Blackfeet in battaglia.
Ripetute guerre contro Blackfeat e Crow furono sostenute con l’apporto dei Kalispel e dei Nez Percé e grandi furono le vittorie di capo Victor.
Ciò che dava onore ad un guerriero salish era la cattura del nemico senza l’uso di alcuna arma. Terribile era per i loro prigionieri la tortura. Numerosi Blackfeet, infatti, patirono indicibili sofferenze e morirono per le sevizie. Chi sopravviveva diveniva schiavo.
Nella loro storia però i Salish non combatterono mai contro i bianchi. Neppure quando fu loro imposto di spostarsi a vivere in una riserva.
Capo Victor morì di malattia il 4 luglio del 1870, durante una caccia al bufalo alle Three Forks del fiume Missouri, e suo figlio Charlo, ovvero Little Grizzly Bear Claw, battezzato Charles, fu allora eletto capo dei Salish.


Capo Charlo, al centro nella foto

Charlo era robusto, aveva spalle larghe e “aspre come una scogliera di granito”. La sua bocca era grande, la fronte alta e inclinata. Padre Palladino, suo amico e contemporaneo, lo ha descritto come un uomo tranquillo ma fermo, un vero rappresentante della sua razza, un uomo coraggioso e onesto. Era rassegnato al fatto che i bianchi si insediassero nella sua terra ed era disposto a vivere pacificamente in conformità con la predicazione dei gesuiti, tuttavia non approvava che il suo popolo adottasse i modi dell’uomo bianco.
Nel 1871, sette capi tribali avevano indirizzato una lettera al presidente Ulysses S. Grant lamentandosi dell’eccessivo aumento degli insediamenti bianchi in barba all’accordo che garantiva loro la valle, stipulato ai tempi di capo Vittorio. Questa lettera era accompagnata dalle preoccupazioni di padre Jerome D’Aste per il commercio dell’alcool diffuso dai coloni tra i nativi dell’area.
Inaspettatamente Grant rispose disponendo lo sgombero dei salish dalla valle. Fu un duro colpo per i naviti, traumatico per le loro vite. Il presidente aveva ricevuto numerosi rapporti da ricchi coloni bianchi che si lamentavano di come gli indiani stessero di fatto ostacolando lo sviluppo economico della valle, blateravano di violenze e scontri, ma era tutto falso. A quel tempo la maggior parte dei Salish della Bitter Root Valley erano impegnati nell’agricoltura e l’economia prosperava anche grazie a loro. Le fattorie dei salish producevano 5.000 staia di grano, 650 staia di patate e 60 staia di mais. Per quanto riguarda il bestiame i nativi avevano 600 capi, 100 maiali e circa 1.100 cavalli.
Così Charlo di sorpresa si vide arrivare il generale James A. Garfield non per risolvere i problemi del suo popolo ma per convincerlo a rinchiudersi in una riserva stabilita a Jocko. Garfield portava infatti un ordine esecutivo del presidente Ulysses S. Grant volto a spostare gli indiani di Charlo nella riserva. Bisognava rinegozziare il Trattato di Hellgate e scrivere un nuovo patto col quale la Bitter Root Valley venisse tolta per sempre ai Salish e rimossa dalla protezione e dal supporto federale.
I Salish ovviamente erano riluttanti alla cosa ma due capi. Capo Charles si oppose aspramente contro il nuovo patto, ma durante la cerimonia della firma, Arlee e Adolph, due rappresentanti Salish, assicurarono l’appoggio dei nativi e l’accordo fu approvato. Per la prima volta in tanti secoli di vita, i salish si ritrovarono spaccati. Inoltre i bianchi giocarono sporco. Tutti assistettero al consiglio in cui Charlo rifiutò il trattato di confinamento in una riserva ma, magicamente, la sua firma apparve sul documento finale. Denunciata, poi, la palese falsificazione del trattato, Charlo si vide per tutta risposta scalzare dal governo statunitense che nominò Arlee capo del suo popolo.
L’insediamento su larga scala dei bianchi era già iniziato e non avrebbe più trovato ostacoli, Arlee coi suoi si trasferì nella riserva di Jocko. La zizzania e le divisioni si diffusero tra i nativi e la riserva di Jacko attirò buona parte di essi perché essa apparve loro non solo adatta all’agricoltura, ma anche al pascolo e possedeva abbondanti acque e alberi. Ad ogni modo Charlo, e chi era con lui, restò nella valle in cui i salish abitavano da secoli.
Un ritratto. di Capo Charlo
Memore della combattiva tradizione guerriera del suo popolo, capo Charlo provò a tradurla in una resistenza passiva alle pretese sempre più arroganti dei bianchi. Si arroccò nell’area della Missione di Santa Maria, precedentemente istituita dai gesuiti di De Smet, col proposito di fare resistenza passiva, di restare lì e provare a costringere i bianchi al dialogo e all’accettazione del suo popolo. Rifiutò sempre di impugnare le armi contro il governo statunitense. Avrebbe potuto farlo e seminare morte e sangue nella valle in cui i suoi antenati avevano sempre vissuto serenamente, ma non lo fece.
Anche quando i Nez Perce di capo Looking Glass chiesero il suo appoggio per combattere contro i bianchi, Charlo rifiutò asserendo: “Se uccidi qualcuno del mio popolo o il popolo bianco, o disturbi qualsiasi proprietà appartenente al mio popolo o ai bianchi nel mio paese, ti combatterò”.
Charlo provò sempre a tenere aperto il dialogo col governo per riavere pieno possesso della valle e nel 1883 visitò Washington ottenendo un piccolo successo. Il Segretario degli Interni, infatti, gli disse che la sua gente poteva continuare a vivere nella valle fintanto che viveva in pace con i coloni americani. Tuttavia l’anno dopo altre diciotto famiglie, tra quelle che lo sostenevano, abbandonarono l’area e si trasferirono nella riserva. La situazione per loro era grave, mancava cibo, le fonti d’acqua erano minacciate dagli insediamenti bianchi, il territorio era attraversato dai binari della ferrovia, gli scambi coi coloni languivano e l’unico sostegno era dato dai gesuiti. Nel 1889, poi, una siccità spazzò via le fattorie dei Salish. Fu allora che Charlo rinunciò alla sua lotta.
La sua gente era ridotta in estrema povertà, senza speranza e sofferente. E così, il 15 ottobre 1891, anche Charlo accettò di entrare nella riserva di Jocko. Il vecchio capo fu costretto a capitolare: “Andrò io ei miei figli. I miei giovani stanno diventando cattivi; non hanno un posto dove cacciare. Le mie donne hanno fame. Per loro andrò. Non voglio la terra che promettono. Non credo alla loro promessa. Tutto quello che voglio è abbastanza terreno per la mia tomba. Andremo laggiù”.
Seduto sul suo pony, Charlo lasciò per sempre la valle. Non si voltò mai indietro a guardarla e non avrebbe mai più parlato di quel posto e della sua vita lì. I salish non vi avrebbero più rimesso piede. Finiva così la nobile lotta di capo Charlo. Una lotta condotta con fierezza, senza spargimenti di sangue, ma solo con la fermezza. Quante volte Charlo era stato minacciato. Quante volte gli era stato detto che i soldati sarebbero venuti a prenderlo. Il capo salish non si era mai fatto intimorire.
Morì il 10 gennaio 1910.

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