Mefisto, la storia di un cattivo di carta

A cura di Gian Mario Mollar

Partiamo da un’equazione semplice: non c’è appassionato di Western, in Italia, che non conosca (e ami) Tex, il mitico ranger in camicia gialla che da oltre settant’anni ci fa sognare l’avventura. E non c’è appassionato di Tex che non conosca Mefisto, il suo più celebre e longevo avversario. È per questo che oggi, qui a Farwest.it, vi proponiamo un approfondimento un po’ particolare, dedicato a questo antagonista tenebroso e affascinante.
Chi è Mefisto? In un bel saggio che accompagna l’edizione cartonata di “Tex contro Mefisto” del 1978, il grande scrittore Peter Kolosimo (alias Pietro Colosimo 1922-1984) lo definisce “lo stregone dei nostri incubi”. Ma che cosa ci fa uno stregone tra la polvere e le pallottole della frontiera? Che cosa c’entra la magia nera con il West?
Nel corso di questo articolo cercheremo di scoprirlo, compiendo una vera e propria discesa nel lato oscuro del fumetto italiano più popolare. Ricapitoleremo le apparizioni di Mefisto, ma, come d’abitudine su questo sito, non perderemo d’occhio la storia e le fonti che possono averlo ispirato. La speranza è quella di far emergere il fascino di questo “cattivo di carta”, che continua a ritornare periodicamente dall’oltretomba per la gioia di noi lettori.

La prima volta…

La prima apparizione di Mefisto risale agli albori della serie: lo troviamo già in “Fuorilegge”, il terzo albo della cosiddetta “serie gigante” (ovvero una ristampa in forma di albo, ottenuta sovrapponendo tre “strisce”, il formato della precedente edizione). La storia, scritta da Gian Luigi Bonelli per le chine di Aurelio Galeppini, si svolge al confine tra Stati Uniti e Messico.
Steve Dickart, in arte Mefisto, “il Re della Magia”, è un prestigiatore che si aggira per i villaggi della frontiera con il Messico, portando in scena un varietà di illusionismo, con l’aiuto della sciantosa sorella Lyly. Fin da subito scopriamo che lo spettacolo è soltanto una copertura: Steve Dickart è in realtà una spia venduta ai guerriglieri messicani. La bionda Lily, con il suo fascino da femme fatale, estorce informazioni ai militari americani, che il fratello trasmette prontamente in Messico utilizzando dei piccioni viaggiatori. Da una piccionaia nascosta sulla “Mesa del Diablo”, il prestigiatore lega alle zampe degli animali dei messaggi che forniscono preziose informazioni strategiche ai Messicani.


Un poster annuncia lo spettacolo di Mefisto

Prima di proseguire nel racconto, diamo un’occhiata al look di Mefisto: nella sua prima apparizione lo vediamo paludato in un elegante frac scuro, con tanto di cilindro, monocolo e bastone da passeggio. È chiaro che il modello su cui è stato plasmato è il celebre mago Mandrake, un fumetto americano creato nel 1934 da Lee Falk. Ma mentre Mandrake è al servizio della legge e ha vere doti paranormali, che includono ad esempio la telecinesi, la capacità di diventare invisibile o di ipnotizzare, Mefisto – almeno per adesso – è un criminale da strapazzo e un illusionista. Ciò significa che le magie che performa sul palco sono semplicemente frutto di un inganno percettivo indotto nel pubblico e non hanno carattere soprannaturale. In una vignetta, lo vediamo parlare di una “bacchetta truccata”, uno dei tanti trucchi di scena del suo repertorio.
Inoltre, se Mandrake è bello e aitante, Mefisto è decisamente meno attraente: le spalle strette, il naso pronunciato e il pizzetto gli conferiscono un aspetto un po’ topesco.
Quando va in scena, però, Steve Dickart abbandona il cilindro e il frac per indossare un costume particolare: una calzamaglia rossa con un ampio mantello nero e due piccole corna sul capo, che si sposano perfettamente con la barba caprina. Sul palcoscenico, Steve Dickart si trasforma in Mefisto, rivelando così la natura “diabolica” del suo nome. Mefisto, infatti, non è altro che la contrazione di Mefistofele, il nome di un diavolo con una storia lunga e ricca di perverso fascino. Partiamo dal nome: Mefistofele deriva probabilmente dal greco antico mé fos filos, ovvero “nemico della luce”, o forse dall’ebraico, lingua in cui significa “costruttore di bugie”. Tra le schiere dei diavoli, già di per sé infidi e ingannevoli per natura – non dimentichiamo che “diavolo” deriva dal verbo greco diaballo, e significa appunto “ingannare” – Mefistofele sembra essere quello più impegnato a imbrogliare gli uomini con trucchi e illusioni.


Le prime apparizioni di Mefisto

Non solo: Mefistofele è anche il nome del demone che promette all’alchimista Faust la conoscenza assoluta del mondo e della vita. La storia, che affonda le sue radici nel folklore medievale germanico, è diventata ben nota con un’opera letteraria sublime e complessa come poche altre: il Faust di Johann Wolfgang Goethe (1749-1832).
Sembra una buona idea, dunque, per un illusionista adottare il nome di un diavolo, ingannatore per eccellenza. Del resto, tra il mestiere di prestigiatore e quello del diavolo c’è sicuramente qualche affinità. Entrambi, come abbiamo visto, ingannano il loro pubblico, il primo per regalare qualche momento di svago e meraviglia, il secondo per impadronirsi della sua anima.
Tuttavia, il “nostro” Mefisto, almeno in questa prima fase, è soltanto un “povero diavolo”, un disonesto con una calzamaglia cascante, che tira a campare grazie a qualche trucco dozzinale. Fa quasi tenerezza, quando lo vediamo esclamare di fronte al pubblico rozzo e impaziente di un saloon, che lo esorta a “sbrigarsi con i trucchi”: “Calma, signori, calma! Vi prego di osservare attentamente queste carte. Quando io le toccherò, con la mia bacchetta magica…” Se il Mefistofele di Goethe è “parte di quella forza che desidera eternamente il male e opera eternamente il bene”, incarnazione dell’inesausta tensione romantica verso l’assoluto, il Mefisto della coppia Bonelli-Galep è decisamente meno pretenzioso.
Ma torniamo alla vicenda: Tex, a quei tempi ancora giovane e irruento, viene insospettito dal fatto che le apparizioni del mago itinerante coincidano con gli attacchi delle truppe messicane e intuisce che Steve Dickart non è altro che una spia al soldo del nemico. Tex riusce così a farlo arrestare, coinvolgendo anche il corpo dei Ranger, ma Mefisto riuscirà a evadere con un inganno che rovescia le sorti della vicenda.
Le abilità illusionistiche di Mefisto, infatti, non riguardano semplicemente la sfera percettiva del suo pubblico, ma si estendono anche all’ambito delle relazioni interpersonali: come un vero trickster, Steve Dickart è capace di far trionfare la menzogna sulla verità non solo sul palco, ma anche nella vicenda vera e propria.
In questo caso, è la sorella Lily a fornirgli l’occasione per ribaltare la situazione: falsificando una lettera, i due riescono a convincere i loro carcerieri di essere in realtà innocenti. A macchinare il loro arresto e a incastrarli sarebbe stato lo stesso Tex, segretamente innamorato di Lily e determinato a sposarla a ogni costo.
La bionda Lily, sempre avvolta in scollati abiti da sera, è un potente asso nella manica della spia, in quanto non solo lo assiste sul palco, intrattenendo il pubblico con numeri di danza, ma è anche il suo principale strumento per reperire informazioni. Facendo leva sul suo fascino femminile, infatti, Lily riesce a farsi confidare preziose informazioni dai militari e addirittura a manipolarli.


Tex, mascherato, insegue Mefisto e sua sorella

Vittima della messinscena di Lily e Mefisto, Tex viene arrestato come traditore e omicida, e condannato all’impiccagione. Proprio quando la situazione è disperata, però, entra in scena Kit Carson, Texas Ranger ed esploratore al servizio del V Cavalleria. Il Kit che vediamo in queste vignette è ancora giovane, ha una camicia a quadrettoni e capelli e barba ancora corvini. Per combattere un arci-nemico, occorre un arci-amico e Carson si dimostra tale, fornendo a Tex una pistola e la possibilità di evadere per provare la propria innocenza. Riconquistata la libertà, Tex si mette alla ricerca Mefisto, che nel frattempo si è rifugiato in Messico. In una girandola di scazzottate, sparatorie e imboscate, incontrerà per la prima volta un’altra colonna portante della serie: il desperado Montale, un bandido che ha perso famiglia e proprietà a causa del corrotto governo messicano. I due diventano amici per la pelle e sarà proprio indossando i panni del desperado che Tex riuscirà a far provare al suo nemico “il morso gelido della paura”.
Nello show down che segue, ambientato nel goticheggiante scenario di un ex monastero trasformato in fazenda, i fratelli Dickart, umiliati e impauriti, vengono arrestati da Tex e rispediti prigionieri a Forte Tampico, a riprova definitiva della sua innocenza.

Da illusionista a mago

Dopo questa prima fine ingloriosa, bisognerà attendere fino al 1967 per vedere tornare Mefisto alla ribalta, con il numero 39, intitolato “La gola della Morte”, e il successivo numero 40, “Il ponte tragico”.
Nel tempo narrativo che contraddistingue la serie, gli anni trascorsi sono molti di più: Tex è ormai un uomo fatto e suo figlio Kit Willer un adolescente. Anche Kit Carson, che nel frattempo è diventato una presenza fissa tra le pagine del fumetto, ha ormai i capelli bianchi e sarà lo stesso Mefisto a trovarlo “invecchiato”, con sommo disappunto del “vecchio cammello”, che sappiamo essere particolarmente sensibile all’argomento.
Ad essere invecchiato più di tutti, però, è Mefisto stesso: lo troviamo qui con lunghi capelli bianchi e folti baffi ritorti alla Dalì, accompagnati dal consueto pizzetto caprino. La cosa più sorprendente, però, è il nuovo abbigliamento: Dickart ha abbandonato il frac e la calzamaglia per indossare un diadema e una lunga tunica sacerdotale, sulla quale campeggia la lettera “M”. I paramenti ieratici riflettono una nuova fase della sua carriera criminale. Mefisto, infatti, è diventato “il figlio del fuoco”, sacerdote e sovrano assoluto di una tribù di indiani Hualpai che lo venerano come un dio.


Mefisto ritorna ne La Gola della Morte

Sono proprio gli Hualpai, armati di cerbottane a dardi avvelenati, a rapire il figlio di Tex e lo stesso Carson e a condurli nel pauroso antro del mago, decorato con statue di diavoli e giganteschi mascheroni scolpiti a sua immagine e somiglianza.
Il “nuovo” Mefisto non è più soltanto un illusionista e un imbroglione, come racconta lui stesso a Tex, nel corso di un’apparizione a distanza: “in tutti questi anni, non mi sono limitato a preparare e perfezionare i miei piani di vendetta, ma ho anche approfondito la mia conoscenza nel campo dei poteri medianici”. Inizia così una nuova fase della vita del personaggio, in cui Mefisto da semplice prestigiatore si trasforma in mago vero e proprio, capace di compiere prodigi che sfociano nell’ambito soprannaturale. Grazie a queste sue nuove doti, il mago è “chiaroveggente”, ossia in grado di vedere a distanza, ma è anche capace di proiettare un simulacro di sé che le pallottole di Tex non riescono a scalfire.
Fatto ancora più significativo è che Mefisto ha imparato alla perfezione l’arte dell’ipnotismo, grazie alla quale riesce a ridurre in suo potere sia Kit Carson che il giovane Kit Willer. Sebbene Tex, con l’aiuto dei fedeli Navajo, riesca a trovare il suo covo e a distruggerlo, il terribile mago scappa con i suoi due pard e li induce a compiere rapine per conto suo. Durante la sua fuga, adotta una nuova identità: quella del dottor Anatas, guaritore di frontiera capace di “guarire ogni male”.
Il nome è evidentemente l’anagramma di “Satana”, e anche questo piccolo accorgimento letterario denota maggiori poteri: Mefisto si identifica con “l’avversario” in persona, il signore delle tenebre per eccellenza. In una sequenza suggestiva, lo vediamo performare un rituale magico in cui evoca i “custodi del tempo” e gli “abitatori degli abissi”, per chiedere loro “le chiavi del tempo e dello spazio”. Grazie a questo misterioso rito, riesce ad apparire a Tex all’interno di una sfera luminosa per tormentarlo. Sarà lo stesso Tiger Jack, fedele compagno di Tex, ad ammettere che “quel Mefisto è più simile a un cattivo spirito che a un uomo”.
Il numero 39 della serie
Per comprendere la metamorfosi di Mefisto messa in scena da Bonelli e Galeppini, bisogna contestualizzare l’opera. Siamo infatti alla fine degli anni Sessanta e anche in Italia arriva l’eco delle gesta dell’israeliano Uri Geller (1946-), illusionista capace di piegare cucchiai con la sola forza del pensiero e di ammaliare intere platee, e al di là dell’oceano Charles Manson e la sua Family compiono crimini tremendi fondendo magia e psichedelia. In Italia, a Torino Gustavo Rol (1903-1994) sconvolge gli ospiti del suo salotto (tra i quali personaggi eminenti quali Einstein e Fellini) con fenomeni di telecinesi, telepatia e smaterializzazione che ancora oggi seminano dubbi e discussioni tra gli appassionati e i curiosi. Negli show televisivi dell’epoca spiccano le performance illusionistiche del grande Mago Silvan (1937-).
Il nuovo volto del nemico di Tex, paranormale e misterioso, è frutto di questa temperie culturale, del fascino che l’occulto esercitava in quegli anni ed esercita tutt’ora. Questa fascinazione è, forse, alla radice del grande successo di pubblico riscosso da Mefisto. Le sue apparizioni, infatti, rappresentano una variazione inedita dei consueti cliché western e la sua figura è in tensione dialettica con quella del protagonista. Infatti, mentre Tex è il tipico eroe a fumetti del dopoguerra, senza macchia e senza paura, Mefisto incarna l’esatto opposto, l’ombra e il terrore irrazionale.
Alla fine, in ogni caso, è sempre il bene a prevalere. Sebbene Mefisto sembri del tutto immune alle volgari armi da fuoco imbracciate dai suoi avversari, alla fine saranno proprio le pallottole del pragmatico Tiger Jack a farlo precipitare nel vuoto dall’alto di una mesa. “Spentosi il diabolico cervello di Mefisto”, i due Kit possono finalmente risvegliarsi dall’incubo e la storia trovare il suo immancabile lieto fine. Mefisto è ormai soltanto un pasto per gli avvoltoi… ma per quanto?

Funghi magici!

L’apparizione successiva di Mefisto è fugace e si inserisce in un contesto piuttosto insolito. Siamo nel numero 77, intitolato “Il tesoro del tempio”. Tex è sulle tracce di Fidel Romulio, “un desperado che sta dando del filo da torcere ai rurlaes” e ha rapporti con una banda di Comanche guidati da Tonito. I militari di Forte Stockton gli suggeriscono di recarsi nella città di Pilares, per incontrare El Morisco. Debutta così nella serie un personaggio inconsueto: un pingue “brujo” di origini egiziane che, da questo numero in poi, sarà un ospite fisso delle avventure più esoteriche dei quattro pard.


Il tesoro del tempio

El Morisco vive in una casa strana, una sorta di Wunderkammer che racchiude curiosità e feticci di ogni genere. È al contempo uno scienziato versato nelle branche più inconsuete della scienza e uno “stregone”, temuto dai suoi ignoranti concittadini per le sue conoscenze ai confini con la magia nera: insomma, una specie di Giordano Bruno in salsa western.
Il suo funereo assistente Eusebio accoglie Tex e Carson tra campionari di serpenti e scorpioni, e il brujo ammannisce ai due rudi uomini di frontiera dei funghi allucinogeni, che saranno la chiave per risolvere l’avventura. Carson è recalcitrante (“non… non avremo spiacevoli conseguenze?”) ma Tex, con una sigaretta ben ferma tra le labbra, si offre volontario per tentare l’esperimento.
Inizia così, dopo solo una “quindicina di minuti” (tempistica inaccurata, in quanto occorre un intervallo maggiore perché la psilocibina venga assimilata) la prima – e sinora unica – avventura lisergica del ranger in camicia gialla.
La bella copertina dell’albo
Davanti agli occhi allucinati di Tex si materializzano dapprima delle lande desertiche, ben presto popolate da figure di centauri vestiti da indiani che combattono contro draghi preistorici. Appare poi un tempio azteco, dal quale si erge una colonna di luce, che a sua volta si tramuta nell’orrendo volto ghignante di Mefisto. Tex, da buon uomo d’azione, mette mano alla sputafuoco e spara verso la visione, uscendo così dalla trance medianica.
Come spiega El Morisco, l’apparizione è probabilmente una “premonizione”, ma per attendere una vera e propria ricomparsa del malvagio stregone dovremo attendere ancora un po’…
Anche questa parentesi lisergica all’interno del fumetto è sicuramente figlia del tempo in cui è stata concepita. Siamo nel luglio del 1970. La scoperta dell’acido lisergico (LSD) da parte di Albert Hoffman risale al 1943, ma è con la rivoluzione culturale del Sessantotto che emerge un interesse prepotente per le sostanze allucinogene, inclusi il peyote e la psilocibina. Il nesso tra magia e sostanze psicotrope risale alla notte dei tempi, ed è così che, grazie a Mefisto e al genio spregiudicato di Gian Luigi Bonelli, un rude e impavido giustiziere della frontiera viene calato – anche se solo per qualche istante – nei panni di uno psiconauta esploratore dei confini della mente.

Il dottor Fiesmot

Per il vero e proprio ritorno di Mefisto dobbiamo attendere la fine del numero successivo, il 78, intitolato “Incubo”, e il seguente 79 con il titolo “Il drago rosso”. Anche in questo caso, l’apparizione è extra-corporea e avviene nel cuore dell’accampamento navajo in cui Tex risiede come sachem. Nella notte, tra un gran latrare di cani, il volto inquietante di Mefisto appare a Kit Willer, che, come suo padre prima di lui, cerca di trafiggerlo con inutili pallottole. Si fa così sempre più tangibile la possibilità che il temibile mago non sia morto cadendo dal dirupo e in effetti, nel volgere di qualche vignetta, lo troviamo, vivo e vegeto come non mai, “in una vasta grotta sulle White Hills, fra le montagne nere e la riserva indiana hualpai” (da notare, per inciso, la potenza evocativa della toponomastica bonelliana, capace già di per sé di trasportare il lettore lontano nello spazio e nel tempo).


Vignette tratte dall’albo intitolato “Incubo!”

All’interno della grotta campeggia la statua di un panciuto Buddha a gambe incrociate con un’espressione truce, e in effetti Mefisto – questa volta in borghese con un sobrio abito nero – è in compagnia di un lama tibetano di nome Padma, avvolto in una tunica dalle ampie maniche, sulla quale risalta un drago rosso. Il monaco, scacciato dal Tibet dai suoi fratelli “per aver voluto esplorare troppo a fondo i tenebrosi abissi della magia”. Il santone ha soccorso il mago quando giaceva inerme ai piedi della rupe e da allora Mefisto ha trascorso “anni tremendi, steso su un giaciglio di pelli, costantemente in lotta con la natura per ridare vita alle ossa e fracassate e ai muscoli atrofizzati”. Oltre alla difficile riabilitazione, il monaco gli ha offerto la possibilità di approfondire “la conoscenza del mondo oscuro” e – addirittura – “decuplicare” i suoi già terribili poteri.
Il numero 78 della serie
Malgrado i doni di conoscenza ricevuti dal nuovo maestro, Mefisto continua ad essere divorato dall’ossessione della vendetta nei confronti di Tex e dei suoi pard, una sete di vendetta che rende perplesso lo stesso Padma, che apertamente rimpiange “di non aver salvato un uomo migliore”.
Malgrado i reciproci dissapori, i due dirigono la setta del Drago Rosso: Padma è la mano destra del drago, quella che aiuta e distribuisce doni ai fratelli della sua razza, mentre Mefisto, paludato – tanto per cambiare – in un mascherone da diavolo, ne incarna “la temibile mano sinistra, quella che punisce e dispensa la morte”.
Per svolgere il suo compito di sicario, Mefisto, signore degli inganni, si avvale di un ulteriore travestimento: indossando imbottiture, occhiali scuri e cilindro si trasforma nell’obeso Dottor Fiesmot.
Lo pseudonimo è di nuovo un anagramma di Mefisto e non è che una versione ingrassata del Dottor Anatas di cui si è parlato prima. Attraverso il travestimento e vari sotterfugi, lo stregone riesce nuovamente a imprigionare i pard di Tex e a sfiorare l’agognata vendetta, ma sarà proprio il suo salvatore e maestro Padma a distruggere il suo piano.


Il dottor Fiesmot

Il lama orientale, infatti, arriva a comprendere che in Mefisto non vi è spazio per altro che per la vendetta, che “l’orgoglio, la sete di potere e l’odio gli hanno ottenebrato la mente”. Alle sue esortazioni a spegnere la sete di vendetta e a percorrere un sentiero di luce, Mefisto risponde con una reazione violenta: lo spinge, facendolo urtare contro uno spigolo e, credendolo morto, lo abbandona nelle acque tenebrose di un fiume sotterraneo. Ma Padma non è morto: ripresi i sensi, proietta la sua immagine astrale per raggiungere Tex e indicargli il nascondiglio di Mefisto. Non solo: apparendo in spirito anche a Mefisto, lo tormenta con visioni di draghi, pipistrelli e ragni fino a minarne del tutto la sanità mentale. Quando Tex e i suoi pard lo ritrovano, l’arcinemico è completamente inebetito e vaneggiante. Del terribile Mefisto rimane soltanto un vuoto e delirante spauracchio, destinato a finire i suoi giorni in un manicomio criminale.

Terrore nella palude

Per l’ennesimo ritorno di Mefisto dobbiamo attendere soltanto una decina di numeri: con l’albo 93, intitolato “Terrore sulla savana”, ci troviamo nelle paludi tra Florida e Louisiana, nella terra degli indiani Seminole. Il vendicativo stregone è riuscito in qualche modo a recuperare un minimo di sanità mentale e ad evadere dal manicomio in cui era stato rinchiuso.
Nel corso della sua reclusione, ha stretto alleanza con un personaggio inquietante: il Barone di Lafayette, ricco latifondista del Sud convintosi di essere la reincarnazione di una divinità voodoo, nientemeno che Baron Samedi, il signore dei cimiteri. Nella conversione dello schiavista, già di per sé affetto da schizofrenia, ha giocato un ruolo fondamentale una bella “mambo”, ovvero una sacerdotessa del voodoo, di nome Loa, accompagnata da uno schiavo erculeo, vestito di pelli di giaguaro, di nome Dambo e dal vecchio stregone Otami.


Mefisto riappare in “Terrore sulla savana”

Se l’idea che qualcuno possa convincersi di essere una divinità vudu vi sembra un’invenzione esagerata… beh, allora non avete mai sentito parlare di Francois “Papa Doc” Duvalier (1907 – 1971), dittatore haitiano che – proprio come il nostro Barone di Lafayette – realmente si presentava alle folle come la reincarnazione di Baron Samedi, indossando abito e occhiali scuri, cilindro, e sigaro. Questa identificazione, unita alla credenza popolare che fosse capace di trasformare i dissidenti in zombies, lo aiutava a mantenere un regime del terrore sulla popolazione. “Papa Doc” si attribuì l’assassino del Presidente USA John F. Kennedy, che da tempo contrastava la sua dittatura, dichiarando di aver fatto un sortilegio vudu contro di lui.
Ma torniamo alla nostra storia: Mefisto e Baron Samedi dirigono una comunità di adepti del voodoo, in un castello gotico che sorge nei recessi più oscuri della palude.
L’obiettivo dei “cattivi” è quello di convertire e assoldare i Seminole, guidati dal capo Yampa, per convincerli ad allearsi con loro e fondare insieme il “Regno del Grande Serpente”, un regno in cui tanto i nativi americani che gli afroamericani potranno essere finalmente liberi. Malgrado il programma di emancipazione, di per sé allettante, Mefisto preferisce aggiungere un po’ di pressione sui suoi interlocutori, tormentandoli con terrificanti illusioni a distanza. Con l’aiuto di un demone chiamato “spirito dalle mille forme”, si materializza nell’accampamento indiano, assumendo addirittura le fattezze di un dinosauro…


Mefisto con le fattezze di un dinosauro

In ogni caso, tra il dire e il fare… ci sono sempre di mezzo le pallottole di Tex e dei suoi pard.
Come sempre, Tex contrappone alle armi mistiche dei suoi avversari un approccio decisamente più pragmatico e, con l’aiuto dei cannoni dell’esercito riesce a mandare in frantumi sia il castello che i piani di conquista di Mefisto e dei suoi alleati. I due leader oscuri, Mefisto e Baron Samedi, si eclissano tra le rovine del castello, Dambo e Otami periscono sotto le frecce dei Seminole e l’affascinante Loa finirà schiava del capo indiano Yampa.
Si conclude così una storia davvero ricca di suggestioni e simboli esoterici, mutuati soprattutto dall’ambito del voodoo, da sempre un fertile terreno per digressioni horror. Tra teschi, serpenti e zombi, il lettore viene catapultato in un universo inquietante.
È bene precisare che il Voodoo è una religione a tutti gli effetti, originatasi dall’incontro tra cristianesimo e culti animistici e tribali africani. Oggi conta milioni di adepti e tanto ad Haiti che nello stato del Benin, in Africa, è considerata religione ufficiale, con una propria regolare Chiesa, i cui seguaci non sono necessariamente devoti alla magia nera.
Nella fiction narrativa, però, “voodoo” fa rima con “magia nera” e soprattutto, con “zombies”: Baron Samedi, il “signore dei cimiteri”, è anche colui che è capace di riportare in vita i morti, dando origine agli zombies, i cosiddetti “morti viventi”.
Terrore sulla savana
Nella storia, il Dottor Toland, gestore di un manicomio a Flagstaff, spiega in questi termini il fenomeno agli incuriositi Tex e Carson: “Nella faccenda degli zombies, secondo me si tratta di disgraziate creature ridotte in tali condizioni da sembrare morte, quindi estratte dalle tombe e mantenute in uno stato di idiozia per mezzo di qualche droga”. In questo sommario ma efficace riassunto trapela l’impostazione razionalista dello sceneggiatore Bonelli, che peraltro riflette gli studi scientifici in questo campo. Nel 1982, infatti, un etnobotanico di Harvard, Wade Davis, fece delle analisi sulla polvere degli zombie, utilizzata dai bokor, gli stregoni di Haiti. Tale polvere conterrebbe, tra vari ingredienti quali polvere di ossa umane, piante urticanti e resti di rospo e lucertole, anche un pericoloso veleno, la tetradotossina, ricavata in natura dal pesce palla. Questa tossina blocca il canale del sodio nelle terminazioni nervose e può così provocare paralisi e morte. In estrema sintesi, quella degli zombie non sarebbe una vera “risurrezione dalla morte”, bensì, più prosaicamente, uno stato di morte apparente indotto con dei farmaci. Oltre a questo, la categoria degli “zombie” potrebbe essere semplicemente un modo popolare di spiegare casi molteplici di schizofrenia e vari tipi di danni cerebrali.
Una curiosità: questa storia di Tex viene pubblicata nel 1968, lo stesso anno in cui esce “La notte dei morti viventi” del regista indipendente americano George A. Romero. Con questo film si apre una nuova epoca per i “morti viventi”, che vengono estrapolati dal contesto del voodoo per irrompere nella cultura popolare di tutti noi, diventando una distopia diffusa e inquietante ma anche, per ammissione del suo stesso autore, una metafora delle masse asservite alla società dei consumi.

Yama, il figlio di Mefisto

Nell’ultima avventura che lo aveva visto protagonista, Mefisto era stato dato per spacciato tra le rovine del castello, crollato sotto le cannonate dei militari di Fort Myers guidati da Tex. Il personaggio, però, è rimasto nel cuore dei lettori e così la coppia Bonelli-Galep decide di riportarlo in vita con un nuovo ciclo di avventure.
Il primo numero della sua resurrezione è l’albo 125 del marzo 1971, dal titolo “Il figlio di Mefisto”. Qui scopriamo che Mefisto – a differenza del corpulento Baron Samedi, rimasto schiacciato dal crollo di un totem di pietra – è riuscito a sopravvivere.


Mefisto e Baron Samedi

È però bloccato nei sotterranei del castello, senza alcuna via d’uscita e destinato a morire d’inedia. In una situazione così disperata, però, realizza che “l’inferno gli è ancora amico”. Infatti, anche la “Grande Sfera”, da lui utilizzata per dialogare con le potenze infernali, è miracolosamente scampata intatta alla caduta delle macerie. Mefisto decide così di evocare il consueto demone “dalle mille facce, mille voci, mille forme”, che gli appare sotto forma di un inquietante teschio con un copricapo cornuto. Il demone non ha parole tenere per il suo adepto: lo informa senza troppi preamboli che “neri artigli stanno salendo dal profondo degli inferni per trascinarlo nelle ardenti fauci di colui che deve bruciare in eterno”. Insomma, al netto di roboanti metafore, Mefisto è spacciato.


Mefisto è spacciato

Ottiene però dalle potenze oscure il permesso di mettersi in contatto con il “sangue del suo sangue”, per trasmettergli le sue conoscenze e tramandargli la sua sete di vendetta. Entra così in scena per la prima volta Yama, il figlio di Mefisto!
La prima vignetta che lo ritrae ci restituisce il riflesso della sfera magica, che mostra a Mefisto una figura allampanata, in camicia bianca e corpetto nero, intenta a lanciare coltelli contro una sagoma di legno appoggiata a un carrozzone. Yama (che non si chiama ancora così, ma semplicemente Blacky) è un uomo sui trent’anni, con un lungo pizzetto simile a quello del padre, ma una chioma decisamente più spagliata, con una calvizie incipiente. Vive ancora con sua madre, Myriam, e insieme fanno la vita degli artisti di strada, spostandosi nella frontiera a bordo di un carrozzone adornato con la scritta “The Magicians”.


Mefisto vede Yama e la sua ex compagna

Nel vedere la sua compagna di un tempo, Mefisto stenta addirittura a riconoscerla, esclamando, con poca cavalleria, “Gran Cielo, che orribile megera!”. Anche l’appesantita e rugosa Myriam non è troppo cortese con il suo antico pigmalione: “Vai all’inferno! Anche vecchio, sei rimasto l’indimenticabile demonio!”.
Il mago, però, la fa tacere ipnotizzandola, per potersi concentrare sul suo erede e introdurlo a “nuove fiammeggianti strade”, promettendogli la realizzazione di ogni desiderio a patto che, come prima cosa, accetti di “impugnare la rossa fiaccola della vendetta”. Tale vendetta, ovviamente, riguarda Tex, “un uomo che ignora assolutamente che cosa sia la paura e che non teme la morte”: per compierla, Blacky dovrà “far scendere lo spirito nei profondi abissi del tempo” e arrivare “sulla soglia della pazzia”, ma superate queste prove, potrà avere accesso al potere assoluto.


La morte della ex compagna di Mefisto

L’attonito Blacky accetta l’eredità del padre e Mefisto passa così alla sua istruzione magica ed esoterica. L’insegnamento, però, si interrompe in modo drammatico: il mago viene assalito da grossi e famelici topi, rimasti intrappolati con lui nel sotterraneo, che lo sbranano vivo. Steve Dickart, alias Mefisto, passa così “a miglior vita”, se tale si può definire la permanenza all’inferno: le sue ultime parole hanno ancora il leit motiv della vendetta: “Figlio!… Non dimenticare la mia vendetta! Sii degno del grande Mefisto! E vendicami”, per trasformarsi poi in rantoli e urla disperate a causa dei feroci roditori che si accaniscono sulle sue spoglie mortali.
Mefisto è morto, ma per suo figlio inizia una nuova vita: “basta con le stupide esibizioni di giuochi di prestigio o altro del genere.


La morte di Mefisto

Basta col continuo vagabondaggio da uno scalcinato villaggio all’altro solo per scucire qualche dollaro dalle tasche di un branco di gonzi”. Paludato in un lugubre spolverino nero, abbandona la madre e la vecchia carrozza che gli ha fatto da casa, oltre che il suo stesso nome: d’ora in poi sarà Yama. Il nuovo nome deriva dalla divinità indù della morte e degli inferi, che veniva tradizionalmente raffigurato con quattro braccia, zanne e fattezze mostruose.
Da questo momento in poi, Yama porterà avanti la vendetta di Mefisto. Non c’è bisogno di precisare che i suoi sforzi saranno destinati all’insuccesso proprio come quelli di suo padre: per quanto possenti possano essere gli incantesimi, non c’è niente che possa fermare le pallottole e i cazzotti di Tex e dei suoi pard.


Yama parla con il padre, Mefisto

Interessante il rapporto che Yama continua a intrattenere con suo padre: malgrado Mefisto sia ormai condannato all’inferno, riesce comunque a fargli da guida lungo la difficile (impossibile?) strada della vendetta contro Tex. Da un punto di vista psicologico, potremmo definire il rapporto tra i due di natura edipica: Yama continua ad essere dominato dalla figura di suo padre, che, anche da morto, non gli risparmia pesanti critiche e rimproveri.
In questa sede non approfondiremo la figura di Yama e le sue molteplici avventure, per non appesantire ulteriormente una narrazione già lunga, ma ci riserviamo di farlo in un futuro!

Il ritorno di Mefisto!

Come abbiamo visto, Mefisto continua a comparire occasionalmente per affiancare suo figlio Yama, ma, per vedere un suo ritorno in solitaria dovremo attendere a lungo: dal 1971 fino al luglio del 2002, con il numero 501 della serie regolare, intitolato appunto “Mefisto!”
Si tratta a tutti gli effetti di un ritorno in grande stile. Alle chine di questa lunga storia in quattro albi, infatti, troviamo il grande, immenso Claudio Villa, che ci delizia con tavole curatissime, ricche di particolari e di dinamismo. Tra le pagine, abbondano i primi piani, definiti ed espressivi come veri e propri ritratti. Alla cabina di regia, poi, c’è Claudio Nizzi, una garanzia per storie complesse e ben articolate.
Il ritorno di Mefisto
Alla base della storia c’è un problema: come fare interagire un’anima dannata e relegata all’inferno con personaggi, come Tex e i suoi pard, che, invece, sono vivi e per giunta si muovono in un universo narrativo di tipo “realistico”? Nizzi troverà una soluzione geniale per uscire dall’impasse narrativa: Mefisto si deve reincarnare!
Il prologo dell’avventura è insolito: anziché sui consueti scenari riarsi della frontiera, il sipario della storia si apre su “una sera d’autunno, a Parigi”. Una coppia di raffinati borghesi attraversa in carrozza le strade della città per andare a una seduta spiritica. Il protagonista della serata è un negromante indiano di nome Narbas, capace non soltanto di evocare gli spiriti, ma addirittura di “restituire un corpo mortale alle anime dei trapassati”. Nel primo esperimento medianico della serata il santone indiano, con tanto di turbante e tunica, fa sedere gli ospiti intorno al classico tavolo rotondo e, armeggiando con una sfera di cristallo, fa visualizzare gli ultimi istanti di vita del padre del padrone di casa, il principe Bolkonsky, finito sbranato dai lupi dopo una battaglia nella gelida steppa russa. La visione cruenta mette a dura prova gli ospiti, che stanno per interrompere la seduta, quando la signora con la veletta, che abbiamo già visto sulla carrozza, chiede di evocare lo spirito di suo fratello, Steve Dickart. Dapprima, lo spirito non risponde, ma la donna chiede al medium di provare con un altro nome: Mefisto. Scopriamo così che la donna di mezz’età è in realtà Lily, la diabolica sorella di Mefisto: gli anni sono passati anche per lei, senza però depredarla totalmente del suo fascino.
Questa volta, la sfera del mago indiano si riempie del sorriso satanico di Mefisto. Nel manifestarsi rivela che il suo spirito vive ancora in una dimensione sospesa, grazie al suo odio inestinguibile per Tex Willer, che, come una sorta di ancora metafisica, gli impedisce di “oltrepassare i cancelli dei sette inferni e sprofondare nel regno delle ombre perenni”. Interessante notare, oltre all’odio atavico per Tex, anche la complessa geografia infernale in cui si muove Mefisto, una sorta di Divina Commedia in versione pop.


Attraverso la sfera di vetro

Lo sforzo psichico, però, è troppo intenso: Narbas, prostrato, si accascia a terra interrompendo il contatto. L’odio intenso di Mefisto lo ha svuotato di ogni energia. Quando riprende i sensi, però, il medium è affascinato dall’esperienza: lo spirito, essendo ancora al di qua dei sette cancelli, si presta meglio di altri ad essere riportato in vita, e lui è deciso a tentare la grande impresa.
Tornando a casa, la signora con la veletta deve dare qualche spiegazione al marito sul suo tenebroso passato. Grazie a questo scambio di battute scopriamo alcuni scampoli del passato di Lily. In seguito all’arresto da parte di Tex e alla conseguente prigione, iniziò a cantare in un locale equivoco di New Orleans, dove incontrò il ricco ed equivoco Boris Leonov, che la invitò al suo tavolo. Di lì a poco, i due si sposarono e trasferirono a Parigi.
Nel frattempo, all’accampamento navajo di Aquila della Notte si manifesta un sinistro presagio: Nuvola Rossa, il vecchio sciamano della tribù, ha avuto una visione in cui Tex e i suoi pard giacevano morti su dei sepolcri di pietra in una caverna, e lui stesso veniva minacciato da un gigantesco ragno. Nella visione, appare anche il volto di un “un uomo dai capelli bianchi e dal diabolico sorriso”. Tex e Carson, quando vengono informati, stentano a credere che Mefisto sia riuscito a sopravvivere al crollo del castello in Louisiana, eppure le ossa dell’uomo medicina parlano chiaro: si tratta proprio di lui, o meglio, del suo spirito che è in attesa di tornare dall’aldilà.
Nel frattempo, a Parigi, una settimana è ormai trascorsa, e Lily e il suo Boris ripetono l’evocazione presso l’abitazione di Narbat. Questa volta, il negromante li accoglie seduto a gambe incrociate in un pentacolo (una stella a cinque punte circondata da un cerchio, tradizionalmente considerato un simbolo di protezione per l’evocatore). Alle sue spalle, c’è uno specchio. Dopo aver pronunciato le parole magiche di rito (Ainok Okol Atami Enuak Noiké) e aver gettato dei granuli rossastri nel braciere che gli sta davanti, il santone riesce di nuovo a evocare Mefisto, che questa volta si materializza a figura intera sullo specchio. Attraverso la connessione medianica, la sorella gli domanda se vorrebbe fare ritorno alla vita, e Mefisto risponde sì, ma per un’unica ragione che per noi, ormai, non è più difficile da indovinare: “vendicarmi dell’uomo che mi ha sempre fatto mordere l’amaro frutto della sconfitta”. Insomma, il motore che muove Mefisto è sempre e soltanto uno: la sete di vendetta.
Lo stregone indiano spiega che, affinché l’operazione di ritorno alla vita possa avere successo, è indispensabile che la cerimonia avvenga in presenza dei resti mortali del defunto: nel caso di Mefisto l’operazione presenta delle difficoltà, in quanto il suo corpo, roso dai topi, si trova nei sotterranei di un castello in una regione remota della Florida.
Il terzetto, composto da Lily, Boris e Narbat si mette così in viaggio verso gli Stati Uniti e, raggiunta Tampa, riesce a mettersi in contatto con Loa, la mambo, l’unica capace di condurli al passaggio segreto sotterraneo. Trovato lo scheletro di Mefisto, viene ripetuta la macabra cerimonia, ma questa volta c’è una sorpresa: con un colpo di scena, Mefisto riesce a possedere il corpo di Narbas, mentre le sue ossa vengono risucchiate all’interno dello specchio. È così che l’arcinemico di Tex entra di nuovo nel mondo dei viventi, più pericoloso che mai.
In quest’avventura, Mefisto si accanirà dapprima contro Carson, riuscendo a imprigionare sia lui che Kit e Tiger Jack, ma Tex riuscirà comunque a rovesciare il suo diabolico piano.


Carson prigioniero di Mefisto

È interessante notare come quest’avventura faccia riferimento al mondo delle sedute spiritiche, un fenomeno che ebbe grande diffusione nella seconda metà dell’Ottocento. Per quanto la pratica di consultare i morti abbia radici antichissime, la data di nascita dello spiritismo moderno viene ricondotta al 1848, nello stato di New York, dove le sorelle Fox, Kate (1837 – 1892), Leah (1814 – 1890) e Margaret (1833 – 1893) intraprendono delle “sedute” che hanno un’enorme risonanza pubblica, in cui gli spiriti si manifestano per lo più sotto forma di battiti o “raps”. Proprio in Francia, il movimento viene sistematizzato da Allan Kardec (nom de plume di Hippolyte Léon Denizard Rivail 1804 – 1869), che conia il nome di “spiritismo” e trascrive nei suoi libri le sue lunghe e complesse conversazioni con l’aldilà. L’attendibilità di queste pratiche rimane dubbia, soprattutto se pensiamo che le sorelle Fox finirono col confessare che i “raps” che animavano le loro sedute erano prodotti facendo schioccare le loro dita dei piedi, ma l’impatto sull’immaginario collettivo fu potente, tanto che ancora oggi si ricercano esperienze medianiche attraverso evocazioni e tavoli semoventi.
Nell’epilogo dell’avventura, Mefisto prova ad infliggere ai pard di Tex la sua stessa, orribile sorte, ad opera di ratti affamati, ma il progetto fallisce e lui, indossando dapprima il travestimento del dottor Parker e poi di un frate lebbroso, riesce a scomparire nel deserto, proprio sotto gli occhio attoniti dei quattro pard. Prima di volatilizzarsi in un turbine di sabbia, però, Mefisto lancia la sua ultima, terribile, minaccia: “Un giorno tornerò, cani maledetti, e quel giorno sarà la vostra fine! Tornerò… Tornerò… Tornerò…”


“Tornerò!”

Sino ad oggi, la minaccia di Mefisto, sulla serie regolare, non è ancora avvenuto, anche se in tempi recenti, tra il 2016 e il 2017, c’è stata una nuova avventura di Yama sceneggiata da Mauro Boselli e illustrata da Fabio Civitelli in cui Mefisto appare fugacemente, in chiusura, per salvare ancora una volta la vita del suo sfortunato figlio.

Pinkerton Lady: il giovane Mefisto

Di recente, nell’agosto del 2019, Mefisto è riapparso nella serie “Tex Willer”, dedicata alle avventure del giovane eroe in camicia gialla. Questa serie parallela è una sorta di flashback, una storia che si svolge in un tempo narrativo anteriore alle avventure di Tex della serie regolare, ma che talvolta si intreccia con esse.
Pertanto, per inserire il giovane Mefisto in “Tex Willer”, l’abile sceneggiatore Mauro Boselli ha dovuto compiere una specie di miracolo di intreccio, in quanto, dal momento che la storia narrata si svolge prima del loro primo incontro, Tex e il suo arcinemico non possono trovarsi faccia a faccia. In caso contrario, per intenderci, verrebbero meno le premesse stabilite nell’albo numero della serie regolare, di cui abbiamo parlato più sopra.


Pinkerton Lady, nella serie Tex Willer

Malgrado questa difficolta, Boselli, con le eccellenti tavole di Roberto De Angelis, riesce a dare vita a una storia avvincente e ben riuscita, in cui il Western incontra la spy-story: sullo sfondo di un attentato a Abraham Lincoln, nel 1858, i destini di Tex, Mefisto e di una giovane e affascinante agente Pinkerton di nome Kate Worn si intrecciano Saint Louis. Tex, già fuorilegge, si guadagna da vivere giocando a poker a bordo di un battello chiamato River Queen, una sorta di zona franca per il gioco. A bordo dello stesso battello, il giovane Steve Dickart, assistito da una Lily più avvenente che non mai, organizza uno spettacolo di magia.
Diamo un’occhiata più da vicino allo spettacolo: dapprima Mefisto calca la scena con il suo consueto smoking, utilizzando il cilindro per fare apparire tre colombe bianche. Si tratta, ovviamente, di un trucco estremamente classico della prestidigitazione. Oggi è facile scoprire quali “trucchi” si celano dietro a questi numeri, ma personalmente vi sconsiglio di indagare troppo, a meno che non siate voi stessi dei prestigiatori: infatti, scoprire il segreto di un numero di “magia”, anche se da un lato può appagare la curiosità, dall’altro distrugge completamente il senso di meraviglia e fascinazione.
Il pubblico di Mefisto, in ogni caso, non sembra troppo interessato: chiede a gran voce “dov’è la bella Lily?”. E così il prestigiatore annuncia la Lily Dickart, che lascia cadere un lungo mantello per far vedere le sue forme fasciate in un costume succinto.
Prima di intraprendere il numero successivo, anche Mefisto si cambia d’abito: riemerge dal fumo di scena nel suo costume “diabolico”. Il trucco successivo è quello, classico, della “donna tagliata”: Lily viene fatta entrare in un “armadio magico regalatomi da Belzebù in persona, quando ero il suo migliore alunno alla scuola di incantesimi dell’inferno”. Le parole, per noi che ormai conosciamo l’intera storia, suonano profetiche!
L’armadio viene successivamente chiuso e riaperto e, dopo il classico “abracadabra”, la sorella del mago appare al pubblico divisa in quattro parti e “mischiata”: la testa sta al posto dei piedi e così via. Anche questo secondo trucco è un classico, che in alcune versioni si avvale di più di una persona e in altre di un gioco di specchi. Come mette in luce l’illusionista Mariano Tomatis, tuttavia, questo trucco non è così innocente come potrebbe sembrare: “La “donna tagliata in due” consolida, anche nel nome, lo stereotipo sessista, e ispira centinaia di trucide varianti. Ma perché nessuno confonda i ruoli, sui cataloghi per i prestigiatori la vittima designata è sempre e chiaramente una donna”. Di fatto, in questo gioco di prestigio vediamo riflesso in modo simbolico una società patriarcale e discriminatoria nei confronti delle donne (siamo ben prima del suffragio femminile, che negli Stati Uniti verrà concesso nel 1920).


Il giovane Mefisto

Anche la terza parte di questo numero è un grande classico: Lily raccoglie orologi e gioielli del pubblico, che in seguito Mefisto smaterializzerà e farà riapparire nella sala. Questa volta, però, il grande prestigiatore apporta un tocco personale, approfittandone per alleggerire i presenti dei loro portafogli. In realtà, il distrarre l’attenzione del pubblico è una delle pietre miliari dell’arte illusionistica, ma Dickart la converte a fini criminali.
Nel proseguire della storia, vediamo Mefisto entrare nel complotto e fare ricorso all’ipnosi per condizionare Hugh Stanton, il segretario di Lincoln. Con l’aiuto della sorella, riesce ad attirare l’ingenuo in un luogo appartato e a drogarlo. Successivamente lo ipnotizzerà, impiantando nella sua mente l’idea di aver trascorso una notte d’amore con Lily e rendendolo una docile marionetta al suo servizio.
L’ipnosi profonda che viene descritta è un’iperbole letteraria, ma ciò non toglie che la trance ipnotica non sia semplicemente “un trucco da prestigiatore”, bensì un fenomeno di suggestione che vale la pena di studiare più da vicino. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi (si pensi alle pratiche dei fachiri indiani o ad alcuni rituali descritti nei papiri egizi), ma a renderla oggetto di studio scientifico fu il medico Franz Anton Mesmer (1734 – 1815). Di fatto, l’ipnosi fu quasi un prodotto collaterale della ricerca di questo medico, che era volta piuttosto ad investigare quello che lui definiva “il magnetismo animale”, un fluido misterioso che Mesmer cercava di canalizzare a scopi terapeutici, utilizzando calamite e tinozze piene di “acque magnetizzate”. Da allora, però, lo studio scientifico dell’ipnosi, come forma di fenomeno psicosomatico inducibile per mezzo di suggestione, è proseguito, affascinando lo stesso Sigmund Freud, e ancora oggi l’ipnosi viene utilizzata a fini terapeutici, sia come anestetico palliativo che come risorsa per l’indagine psicologica…

Sulle tracce del “vero” Mefisto

Chiaramente, Mefisto è un personaggio frutto della fantasia ma, giunti al termine di questa lunga analisi delle fonti “texiane”, ci si potrebbe domandare se figure simili siano esistite veramente nella storia della Frontiera americana.
Ad una prima analisi, verrebbe da rispondere con un secco no. Le cronache dell’epoca non ci parlano di diabolici stregoni in lotta ossessiva con i ranger dell’Arizona. Eppure, però, analizzando più in dettaglio questa figura complessa e affascinante, possiamo identificare delle somiglianze con alcuni personaggi storici.
Di sicuro, Mefisto è “figlio” dei “medicine show” e dei venditori di “olio di serpente” che vagavano per i villaggi e le città dell’epoca. Carrozzoni da cui spuntavano sedicenti dottori in grado di curare qualunque malanno con unguenti o bevande miracolose (ne abbiamo parlato qui: https://www.farwest.it/?p=24164).


Venditore di pozioni

Ma a cavallo tra Ottocento e Novecento gli Stati Uniti videro davvero una figura sulfurea che si aggirava con cappello a cilindro e smoking. Si tratta del mago Alexander, al secolo Claude Alexander Conlin (1880 – 1954). Nato in Sud Dakota, Conlin divenne ben presto un performer affermato: nei suoi spettacoli praticava la telepatia, o letteratura del pensiero, presentandosi come “The man who knows”, “L’uomo che sa”. Gli spettatori del pubblico gli sottoponevano delle domande all’interno di buste sigillate, e il mago rispondeva loro correttamente dal palco, senza aprirle. Talvolta, il suo spettacolo prevedeva una sfera di cristallo, che Alexander consultava indossando un voluminoso turbante da fachiro indiano.
Pur essendo un uomo di spettacolo, Alexander, come altri suoi colleghi in tempi anche più recenti, non fu mai completamente chiaro sull’origine dei fenomeni alla base dei suoi spettacoli: non chiarì mai se fossero “semplici” trucchi o se si trattasse veramente di fenomeni paranormali. Da un lato, in un suo libro del 1921, “The life and mysteries of the celebrated Dr. Q”, Alexander svelava i trucchi utilizzati dai medium per le sedute spiritiche (una strada che sarà intrapresa da lì a poco anche dal grande Houdini), dall’altro, però, non tagliò mai i ponti con il movimento spiritualista.
La vita privata del mago Alexander era ancora più ambigua: il suo biografo racconta che si sposò sette volte, e in alcune occasioni con donne diverse contemporaneamente, ma secondo altri il conto dovrebbe salire a quattordici. Il mentalista, poi, fu in diverse occasioni ospite delle patrie galere, per truffe ai danni di milionari e contrabbando di liquori. Lo stesso Alexander ammise di aver commesso quattro omicidi, tra i quali quello del famoso bandito della frontiera Jefferson “Soapy” Smith (1860-1998), morto in una sparatoria. Questa sua affermazione, però, non venne mai provata…
Insomma, il mago Alexander ha davvero degli aspetti in comune con Mefisto…

Non è finita…

Giunge qui al termine la nostra lunga ricerca sulle tracce di Mefisto. Prima di salutarvi, però, ci teniamo a darvi una notizia: i segnali di fumo e il vento della prateria, infatti, ci raccontano che a fine 2021 ci sarà un grande ritorno di mefisto nella serie storica, con una storia di ben sei (!) albi, illustrata da Fabio Civitelli e dai fratelli Gian Luca e Raul Cestaro. Tenete le colt e gli amuleti a portata di mano!

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