La tessitura navajo

A cura di Angelo D’Ambra


Quando gli spagnoli cominciarono a penetrare nel Sud Ovest, i navajo dell’area del Four Corners fuggirono spingendosi tra i canyon e qui riadattarono il loro stile di vita, riducendo l’interesse per l’agricoltura e divenendo allevatori di bestiame. A quanto pare dunque le prime generazioni di navajo nel Sud Ovest non erano esperte di filatura e tessitura, i navajo erano solo cacciatori e raccoglitori. Le prime pecore le rubarono o le acquistarono dagli spagnoli, ma per mangiare. Tutto cambiò sul finire del Seicento quando gli indiani pueblo, prevalentemente allevatori e tessitori, si ribellarono agli spagnoli ed i navajo si unirono a loro.
I due popoli fraternizzarono e fu durante questi decenni che, dalla convivenza dei due popoli, nacque la tessitura navajo, a differenza di quella pueblo, esclusivamente femminile. Nel corso del Settecento crebbero gli allevamenti di pecore e la produzione di lana presso i navajo.
Le pecore churro, razza importata dagli spagnoli, erano particolarmente resistenti alle malattie, avevano carne magra e nutriente, ma soprattutto erano abbondanti di lana. Certo, questa lana tendeva a sporcarsi facilmente nei pascoli aridi e spinosi del Sud Ovest, ma una volta pulita era l’ideale per la filatura.
Tra maggio e giugno la lana veniva tagliata, si puliva con un sapone d’estratto di yucca, veniva fatta asciugare al sole e poi si procedeva alla cardatura a mano, alla filatura ed alla tintura. Il grosso di questi tessuti era nero, forse scurito con una miscela di radici rush, ocra e pinolo, estratti d’oro mescolati con l’indaco formavano poi il verde, mentre il giallo pieno veniva ricavato da fiori di ericameria. Si costruivano abiti femminili come i “biil”, ma il principale prodotto era però rappresentato dalla bayeta, una coperta di lana di color rosso, una tonalità data dal cochinale, estratto da insetti secchi e schiacciati. Si trattava essenzialmente di quella definita “coperta dei capi”, che per lo più veniva scambiata con Cheyenne, Kiowa, Sioux, Comanche e Arapaho.


Navajo davanti all’hogan familiare

Secondo la leggenda questa coperta nacque quando i primi tessitori navajo rimossero le uniformi rosse dai corpi dei soldati spagnoli uccisi e trasformarono questa lana in coperte. In verità, tutti gli spagnoli insieme non avrebbero potuto fornire abbastanza uniformi rosse per quanta lana fu usata nel “periodo classico”, oltretutto nessun navajo avrebbe mai toccato un oggetto contaminato dagli spiriti ch’iidii. Probabilmente, in quantità limitate, i navajo si servirono di biancheria intima di flanella rossa rubata al vestiario spagnolo, poi, quando gli spagnoli cominciarono a richiedere queste coperte per se stessi, la produzione dei telai navajo si orientò esclusivamente su questo prodotto.
I risvolti negati furono numerosi. Molte navajo furono rese schiave, catturate e costrette al lavoro tessile in case private o stabilimenti. La situazione peggiorò anche per chi restò libero con la triste sorte conosciuta dai navajo nell’Ottocento. Nel 1860, infatti, il governo costrinse i navajo a trasferirsi tragicamente a Bosque Redondo e sequestrò loro il bestiame. Nove anni dopo i navajo poterono tornare nelle loro terre tradizionali e s’affrettarono ad acquistare 14.000 pecore e 1.000 capre, ripartendo con la tessitura. I telai verticali dei navajo produssero vere e proprie opere d’arte, sul finire del secolo, però, la comparsa di negozi gestiti da commercianti bianchi che offrivano non solo utensili ed alimenti ma anche coperte fatte a macchina, provenienti dall’Oregon, l’arte tessile nativa sembrò destinata a scomparire. Queste coperte venivano prodotte in serie e rapidamente, poche ore lavorative potevano sostituire il lavoro di mezzo anno delle donne navajo al telaio.
La tessitura nativa fu salvata solo da un altro fattore del mercato: il turismo. Grandi aziende, come la Fred Harvey Company, intercettarono l’interesse dei turisti per i beni artigianali dei nativi e lo trasformarono in domanda. Nacque così un ampio mercato dei lavori tessili a mano dei navajo che da un lato salvò questa antica tradizione e dall’altro la modificò totalmente.
Da subito infatti i commercianti influenzarono la produzione chiedendo ai tessitori navajo accappatoi, cuscini e copriletti.


Tappeti artigianali

E se le lavorazioni artigianali richiedevano tempo, i commercianti non esitarono a ricorrere a filati commerciali, con la stessa logica con la quale l’iniziale tessuto monofilato era stato via via sostituito da fili a più strati come il Sassonia ed il Germantown della Pennsylvania. Questi fili industriali, già tinti con l’economicissima anilina, spumati, lavorati e pronti ad essere tessuti, portarono ad un rapido scadimento qualitativo dei prodotti ma i navajo si mostrarono propensi a questa logica capendo che un tappeto scadente avrebbe fruttato molto di più di un tessuto pulito ed attentamente costruito. Anche stilisticamente la tessitura navajo cambiò e si orientò su colori sgargianti e decorazioni che si confacevano alla mentalità del turista o dell’acquirente bianco. Le decorazioni tradizionali, fatte di righe, disegni geometrici e diamanti, furono sostituite da divinità, figure d’animali ed uomini. Questo stile pittorico raggiunse il suo apice nel 1896, anno del completamento della ferrovia di Denver e Rio Grande a Durango, quando fu presentata una coperta navajo raffigurante un treno passeggeri a cinque veicoli e una stazione ferroviaria in ogni angolo.
Nel corso del Novecento le produzioni commerciali si diversificarono per stile e colore e si standardizzarono. Divenne così possibile identificare i tipi di tappeto per origine geografica. La pecora churro, poi, su iniziativa delle autorità governative, fu soppiantata dal merino spagnolo e dal rambouillet francese, più resistente al clima del Sud Ovest, ma con una lana più corta e crespa, meno adatta alla tessitura. Negli anni della Grande Depressione, nonostante ricompense miserabili, la produzione di tappeti navajo non calò anzi, fu fabbricato il più grande tappeto navajo della storia, dalla famiglia Joe di Greasewood. Julia Joe e le sue due figlie, Lilly e Emma, a partire dal 1932 iniziarono a tosare sessanta pecore bianche e diciotto nere; lavorarono per due anni a cardare, filare e tingere la lana, poi per altri tre anni stettero a filare, sempre chiuse nella loro casa in pietra lunga trecento metri. Ne venne fuori un enorme tappeto che misura ventisette per trenta piedi e pesa 250 chili…. e guadagnarono appena 10 centesimi l’ora. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento la tessitura fu addirittura insegnata nelle scuole, con un ritorno prezioso alla tradizione, e, nel decennio successivo, esplose in Europa lo “stile navajo” per arredare gli interni. Si produssero allora migliaia di articoli l’anno… ma un altro incredibile cambiamento era avvenuto: le coperte erano finite sul pavimento e sulle pareti. I tessuti che gli indiani usavano per coprirsi furono ritenuti dai bianchi adatti a fungere da tappeti.
Lo stile contemporaneo dei tappeti navajo ha decisamente abbandonato certe classificazioni regionali, così oggi trame d’ogni genere possono nascere in ogni villaggio navajo. Eppure sino agli anni Ottanta del Novecento non era così.


Gente Navajo

A Ganado si produceva esclusivamente in Ganado style con diamanti a gradi o triangoli a gradi ed una prevalenza di rosso. A Gallup si producevano esclusivamente tappeti con motivi geometrici grezzi o pittogrammi in tonalità di grigio e rosso. A Crystal c’era poco spazio per il disegno geometrico ma tanto per linee su linee, spesso ondulate. I tappeti di Teec Nos Pos mostravano una notevole influenza orientale con elaborati tratti misti di diamanti e figure stilizzate. I tappeti di Two Grey Hills non avevano rosso, ma variazioni di marrone e grigio, e un design complesso delimitato da un bordo scuro. Ma gli stili non si limitavano qui. Si poteva parlare di Chinle, di Wide Run, di Western Reservation, di Coal Mine Mesa, di Shiprock, di Lukacukai, di New Lands…
Poi cosa è successo? I tessitori, gli espositori, i commercianti e gli acquirenti continuano a classificare i tappeti per nome regionale, ma un tessitore di Ganado può tranquillamente produrre un tappeto in Teec Nos Pos style. Ancora una volta è il mercato che ha vinto, i tessitori producono ciò che il turista vuole.

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