Pionieri, soldati e indiani

A cura di Domenico Rizzi

Indiani all’attacco di una carovana di pionieri
La storia della conquista del West è stata talmente modificata o travisata dal cinema, dalla letteratura, dalla stampa e dai fumetti che diventa sempre più difficile separare la verità dal falso. A questa considerazione non sfuggono ovviamente né gli eventi storici, né i personaggi che ne furono protagonisti.
Procedendo con un certo ordine e limitando il discorso al West tradizionale, comprendente i territori che dalla linea del fiume Mississippi si estendono fino alle coste dell’oceano Pacifico (in precedenza si indicavano con tale nome tutte le regioni ad occidente dei monti Allegheny e Appalachi) si può stabilire come data di inizio della conquista l’acquisto della “Grande Louisiana”, ceduta agli Stati Uniti dalla Francia napoleonica nel 1803.
Nel 1804-06 si compirono le prime esplorazioni ufficiali guidate verso ovest dai capitani Meriwether Lewis e William Clark e a sud dal tenente Zebulon Montgomery Pike. Molte altre ricognizioni si susseguirono nella prima metà del secolo ed anche più tardi, per opera dei trapper John Colter, Jedediah Smith e Jim Bridger, di Louis de Bonneville, del maggiore Stephen H. Long, del capitano John Charles Frèmont e di Cristopher “Kit” Carson.


Meriwether Lewis e William Clark

Nel 1821 William Becknell aprì la pista commerciale che conduceva dal Missouri a Santa Fè nel Nuovo Messico e intorno al 1836 ebbe inizio la marcia dei pionieri verso le regioni dell’Oregon e della California, l’una ancora in gran parte sotto sovranità britannica e l’altra in territorio messicano. Parallelamente era cominciata l’occupazione, autorizzata dalla Spagna, del Texas, dove nel 1820 Moses Austin aveva ottenuto il permesso di fondare la prima colonia di lingua inglese, seguita presto da molte altre. Il progetto sarebbe stato realizzato dal figlio Stephen dopo la sua morte, avvenuta nel 1821. Nel 1827 gli immigrati americani, in prevalenza provenienti da Stati del Sud, erano già 10.000, mentre i Messicani non superavano i 2.500: entro pochi anni la maggioranza avrebbe proclamato l’indipendenza, resistendo alla repressione del generale Antonio Lopez de Santa Anna ad Alamo e Goliad e sbaragliandolo, sotto la guida di Sam Houston, a San Jacinto nella primavera del 1836.
Dal 1840 in poi, centinaia di emigranti si avventurarono lungo la Pista dell’Oregon-California, iniziando ad invadere le regioni più occidentali.


Oregon-California trail

Mentre l’Oregon veniva ceduto di fatto agli Stati Uniti dalle autorità britanniche, la California passava sotto la giurisdizione statunitense al termine della Guerra Messicana, combattuta e vinta dagli yankee fra il 1846 e il 1847. Insieme ad essa, anche l’Arizona e il New Mexico, oltre a Nevada, Utah e Colorado meridionali entravano a far parte dell’Unione con il trattato di Guadalupe Hidalgo del 1848. Il Texas, dopo un decennio di indipendenza, vi aveva aderito tre anni prima.
Nel 1850 il West era già popolato da un numero consistente di coloni provenienti dalla Costa Atlantica e dalle regioni del Midwest. La California aveva 92.000 abitanti, il Texas 212.000, il New Mexico 61.000, l’Oregon 13.000, l’Utah – colonizzato quasi interamente dai Mormoni – 11.000, il Minnesota 6.000. La popolazione complessiva degli Stati Uniti aveva intanto superato, per effetto dell’incessante arrivo di migranti dall’Europa e da altri continenti, i 23 milioni di persone.
La fascia delle Grandi Pianure (Great Plains) estesa 1.300.000 kmq. dal Montana al Texas, rimaneva per il momento quasi disabitata da gente di razza bianca, fatta esclusione per i cacciatori di pellicce e di qualche avventuroso pioniere che aveva osato sfidare la siccità, le bufere e la minaccia degli Indiani ostili.
Dopo che l’emigrazione si era fatta più massiccia, il governo americano si era preoccupato soprattutto di proteggere le piste, stanziando reparti militari a Fort Leavenworth, Fort Stephen Kearny e Fort Laramie. Al di là delle esagerazioni di certi film western, i contingenti assegnati a tali avamposti furono sempre piuttosto modesti e insufficienti ai compiti che avrebbero dovuto assolvere.


Un forte di frontiera

Nel 1850 Fort Leavenworth, nel Kansas, aveva meno di 400 uomini di guarnigione, Fort S. Kearny nel Nebraska poco più di 100, mentre Fort Laramie, nel Wyoming, appena acquistato dal Dipartimento della Guerra, avrebbe raggiunto i 300 soldati soltanto in seguito. Le truppe consistevano in alcune compagnie di dragoni e per la maggior parte in soldati di fanteria montata, con l’appoggio di qualche cannone che raramente veniva utilizzato. Il loro armamento rimase antiquato fin dopo la guerra di secessione, formato da fucili monocolpo ad avancarica e solo più tardi da pistole Colt a sei colpi. Del resto, l’intero esercito degli Stati Uniti consisteva in poche migliaia di arruolati a ferma volontaria – 7.300 al momento dell’entrata in guerra contro il Messico, nel 1846 – che il Congresso non intendeva assolutamente aumentare per non gravare eccessivamente sul bilancio federale. Il servizio che i pochi militari dei forti avrebbero dovuto svolgere era soprattutto di pattugliamento delle piste e di difesa delle carovane in transito. Soltanto nel Texas un peso notevole nella difesa contro Comanche e banditi fu rappresentato, dal 1835 in poi, dai Ranger, un corpo civile senza divisa formato da poche decine di volontari che avrebbe dovuto controllare un’area vastissima.
Quando i rapporti con gli Indiani si complicarono nel 1854, in seguito al massacro dei 29 uomini del tenente Grattan di Fort Laramie ad opera dei Sioux, il governo si limitò ad attuare una rappresaglia, che il generale William S. Harney portò a termine ad Ash Hollow, nel Nebraska, nel settembre 1855, uccidendo 86 Indiani. Ciò non bastò comunque a scatenare una guerra, ma incrementò singoli atti di guerriglia che si protrassero, fra accordi precari e trattati violati, per oltre un ventennio.


Cavalleria degli Stati Uniti

I pionieri che muovevano verso il West erano generalmente Americani degli Stati orientali e meridionali, ma anche Europei di varie nazionalità. Come ho riportato nel mio libro “Sentieri di polvere. La cavalleria americana e gli Indiani”, pubblicato nel 2008 e recentemente ristampato, fra il 1819 e il 1855 gli stranieri sbarcati negli Stati Uniti furono oltre 4.212.000. Al primo posto vi figuravano Inglesi e Irlandesi, circa 2.200.000, seguiti da immigrati di lingua tedesca di Austria-Ungheria e Prussia (1.600.000) da Francesi e Scandinavi. Circa 50.000 giunsero in California direttamente dalla Cina, mentre la presenza italiana fu, per quel periodo, piuttosto scarsa, limitandosi a 8.000 persone. La maggior parte degli immigrati si fermò nelle località della Costa Atlantica o del Pacifico e negli Stati del Sud come la Louisiana, ma molti Svedesi e Tedeschi si spinsero fino al Minnesota, così come gli Irlandesi si sparsero in diverse regioni del West per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento del bestiame, attività che già svolgevano nella patria d’origine, vessata nel 1846 da una grave carestia dovuta alla perdita dei raccolti. Si stima infatti che circa un milione di persone fossero morte per tali cause o di malattie provocate dall’insufficienza alimentare.
La lunga marcia verso occidente, che iniziava da Council Bluffs, Independence o Saint Joseph, procedeva per un tratto nel Missouri, risaliva il fiume Platte nel Nebraska e dopo una sosta di qualche giorno a Fort Laramie o Fort Bridger, nel Wyoming, attraversava le Montagne Rocciose al South Pass, proseguendo attraverso l’Idaho fino all’Oregon, lungo un tragitto di circa 3.300 chilometri. I pionieri diretti in California, come pure i Mormoni – un movimento religioso che seguiva i dettami contenuti in una serie di tavole definite “Libro di Mormon”, dal nome del profeta ebreo che le avrebbe incise – piegavano verso sud nel Wyoming, in direzione del Gran Lago Salato.


Mormoni diretti a ovest

Il percorso di tutti gli emigranti che andavano all’Ovest a bordo di carri Conestoga costruiti in Pennsylvania – poi sostituiti dai più agili e leggeri “Prairie Schoner” – trainati da buoi, muli o più raramente da cavalli, avevano davanti a sé un’odissea di circa 6 mesi nelle praterie, sulle montagne e nei deserti, sfidando ogni genere di insidie. Spesso l’acqua dei fiumi era imbevibile e causava dissenteria, la calura era opprimente, le piste apparivano in molti tratti accidentate, i passi talvolta precocemente innevati. I pericoli potevano venire da rettili velenosi come i serpenti a sonagli, scorpioni o insetti apportatori di infezioni e malattie.
A volte occorreva fronteggiare assalti da parte degli Indiani, ma, contrariamente a quanto si crede, il numero di vittime causate da quest’ultima eventualità fu sempre abbastanza basso. Si calcola che su 10.000 pionieri deceduti lungo il percorso nel ventennio 1840-60, meno di 400 fossero stati uccisi da guerrieri delle tribù ostili. Frequenti erano invece i rapimenti di donne e bambini da parte dei Pellirosse, che li allevavano poi come contribali, dopo averli sottoposti a vessazioni indescrivibili, come attestano i casi di Olive Oatman, Anna Morgan, Sarah White e Clara Blinn.


Clara Blinn

Le vittime femminili della barbarie furono svariate centinaia, ma nei secoli precedenti, durante le guerre tra Francesi e Inglesi e nel corso della Rivoluzione americana, erano risultate molte di più.


Il Prairie Schoner

Al riguardo, un errore in cui sono incorsi alcuni storici è stato di ritenere che i Pellirosse agissero così per vendetta contro i Bianchi invasori; in realtà, tale costume era diffuso presso tutti i popoli amerindi da molto tempo prima della scoperta dell’America. Testimoni indiani come Gambe di Legno e Ohiyesa confermano infatti che presso la loro gente si trovassero molte donne di diversa provenienza, catturate alle tribù ostili o acquistate da quelle amiche.
La tragedia maggiore capitata ad una carovana diretta in California fu quella toccata nel 1846 alla spedizione di George Donner, rimasta bloccata dalla neve sulla Sierra Nevada in autunno. Degli 87 componenti che si erano avventurati sulle montagne, se ne salvarono una quarantina, molti dei quali, non trovando nulla da mangiare, dovettero cibarsi dei cadaveri per sopravvivere.
Le difficoltà elencate non fermarono i coraggiosi emigranti, come dimostrano le cifre della escalation demografica di alcune regioni dell’estremo occidente. Nel 1860 la California possedeva 380.000 abitanti, l’Oregon 52.500, l’Utah 40.000. Anche i territori situati fra il Mississippi e la catena delle Montagne Rocciose avevano registrato un incremento formidabile: il Missouri aveva quasi 1.200.000 abitanti, il Texas oltre 600.000, il Kansas 107.000, il New Mexico 93.500 e il Colorado 34.000. Città come San Francisco erano letteralmente esplose, passando da 700 a 57.000 residenti, mentre lungo le piste erano sorte diverse cittadine che, dopo l’arrivo delle ferrovie, si sarebbero ingrandite e sviluppate notevolmente.


La carovana Donner

E gli Indiani?
Le maggiori tribù dell’Est – Shawnee, Creek, Cherokee, Miami, Delaware e molte altre – erano state tutte debellate entro il 1820. Sconfitti e deportati anche i Sauk e Fox di Falco Nero nel 1832, soltanto bande di Seminole resistevano ancora alla penetrazione dei Bianchi in Florida, mentre i popoli delle Grandi Pianure cominciavano appena a fare la conoscenza dei nuovi invasori dalla pelle chiara. Nel decennio che seguì il 1830, per effetto dell’Indian Removal Act voluto dal presidente democratico Andrew Jackson e fortemente avversato sia da alcuni ecclesiastici cristiani che dal congressman Davy Crockett, circa 50.000 Pellirosse delle regioni orientali erano stati forzatamente trasferiti nel Territorio Indiano che si sarebbe chiamato più tardi Oklahoma (“Terra rossa”).
Gli Indiani delle Grandi Pianure, peraltro in gran parte di origine orientale, ma trasformatisi in cacciatori nomadi nei territori occidentali, cominciarono a fare conoscenza degli Americani all’epoca in cui i trapper si riversarono a migliaia sulle Montagne Rocciose.


Una banda di guerrieri Lakota Sioux

Qualche anno dopo ebbero i primi contatti con esploratori ed emigranti, ma anche con le Giacche Blu inviate nel West per assistere e proteggere i pionieri. Per alcuni decenni, nessuna delle tribù della prateria si rese conto della minaccia rappresentata dai nuovi arrivati, neppure quando, nel 1850, i registri di Fort Laramie annotarono il transito di oltre 50.000 persone dirette all’Ovest; altre 35.000 raggiunsero la California e l’Oregon per via mare, imbarcandosi a New York. Sarebbe stato sufficiente il primo dato per mettere in allarme tutte le bande sparse di Lakota-Sioux, Cheyenne, Arapaho, Piedi Neri, Crow, Shoshone, Ute e Nez Percè che si affacciavano alla Pista dell’Oregon, ma ciò non avvenne né in quel momento, né in seguito.
Neanche nel passato remoto e recente vi erano stati condottieri capaci di coalizzare le tribù per opporsi alla conquista: non vi erano riusciti nel 1676 Metacomet, soprannominato Re Filippo dagli Inglesi, né Pontiac nel XVIII secolo, né più tardi il grande Tecumseh, che vagheggiava addirittura uno Stato abitato e governato soltanto da Indiani, un sogno andato in frantumi dopo la sconfitta subita a Tippecanoe (Indiana) il 7 novembre 1811 per mano del generale William Henry Harrison, futuro presidente degli Stati Uniti. Le alleanze da essi faticosamente messe in piedi si erano dissolte alle prime difficoltà, minate alla base da discordie, tradimenti e delazioni. Se i Miami erano riusciti, il 4 novembre 1791, ad infliggere all’esercito americano del generale Arthur Saint Clair la più disastrosa sconfitta patita contro i nativi in tutta la sua storia, causandogli oltre 900 morti nella battaglia del fiume Wabash (Ohio) l’insurrezione dei Creek di Aquila Rossa (più conosciuto come William Weatherford avendo sangue bianco nelle vene) nel 1813-14 culminò in un disastro, costato 1.800 morti agli Indiani opposti alle truppe del generale Andrew Jackson, al quale diedero sostegno sia i Cherokee che i Choctaw.


La battaglia del fiume Wabash

Soltanto Osceola evitò la deportazione del suo gruppo di Seminole, combattendo fra le paludi dell’Everglades contro truppe di terra e fanti di marina sbarcati dalle navi sulle coste della Florida. Anche se il capo sarebbe poi stato imprigionato e destinato a morire in carcere, il 28 dicembre 1835 i suoi guerrieri erano riusciti a distruggere la colonna militare dell’incauto maggiore Francis L. Dade composta da 110 uomini, lasciando solo 3 superstiti. Questa campagna contro i Seminole, terminata nel 1842, costò complessivamente la perdita di 1.600 militari e di un numero imprecisato di civili, ma soprattutto una spesa di 20 milioni di dollari per l’Unione, che aveva acquistato la Grande Louisiana (2.140.000 Kmq., circa 7 volte l’Italia attuale) con meno di 15.
Più ad occidente, la prima violenta reazione indiana fu quella dei Santee-Sioux del Minnesota, guidati da Piccolo Corvo, Mankato, Shakopee e Inkpaduta, che in un mese e mezzo – fra agosto e settembre 1862 – uccisero oltre 750 fra coloni e soldati mettendo a ferro e fuoco numerosi villaggi abitati per lo più da immigrati tedeschi e svedesi.


L’insurrezione dei Santee-Sioux

Di questi, circa 300 furono presi prigionieri e rilasciati dopo la fine della rivolta, sedata dalle truppe dei generali Henry H. Sibley e Alfred Sully. Alcuni gruppi di Sioux fuggitivi, rifugiatisi nel Dakota, trovarono ospitalità presso gli Hunkpapa di Toro Seduto, che pagò il gesto con la distruzione del proprio villaggio, cannoneggiato e assaltato da Sully.
Tutto ciò avrebbe dovuto spingere gli Indiani occidentali a stringere solide alleanze fra loro, per tentare almeno di arginare l’avanzata dei pionieri, ma nessuno dei condottieri celebrati dalla storia del West – Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo, Toro Seduto, Geronimo, Quanah Parker – riuscì mai ad alimentare una forte coesione intertribale. Ciascuno di essi si curò praticamente della sua sola tribù e quando alcune di queste si trovarono a combattere fianco a fianco contro i Bianchi, come avvenne a Little Big Horn, si trattò di un’alleanza temporanea e precaria determinata da particolari circostanze, che non sopravvisse alle successive vicende. Al di là delle buone intenzioni di qualche capo, come Nuvola Rossa o Toro Seduto – peraltro sempre in attrito fra loro dopo il trattato di Fort Laramie del 1968 – i Lakota-Sioux e i Cheyenne erano e rimasero fieri avversari dei Crow, di Pawnee, Shoshone e Ute; i Piedi Neri compivano continue incursioni contro Crow e Shoshone; gli Arapaho affiancavano spesso i Cheyenne negli scontri con i nemici comuni. Più a sud, Comanche e Kiowa guerreggiavano con i Tonkawa, gli Osage, i Lipàn-Apache e talvolta con i Navajo; i pacifici Pueblo venivano continuamente depredati dei loro raccolti dagli Apache, ma anche dai Navajo, almeno fino a quando questi ultimi, sconfitti dagli Americani guidati dal colonnello Kit Carson nel 1864, non si dedicarono alla pastorizia e all’agricoltura.


Guerrieri Tonkawa

I popoli delle Grandi Pianure erano tutti nomadi e si muovevano su un’area vastissima, ma il loro numero complessivo, stimato in base a resoconti e calcoli rigorosi, non superava, intorno alla metà dell’Ottocento, i 125.000 individui. Anche per questo motivo, il governo degli Stati Uniti non ritenne mai necessario impiegare un contingente troppo elevato di truppe nel West. Infatti, al culmine delle campagne contro i Pellirosse, il numero di uomini presente nell’Ovest raggiunse a stento i 23.000 effettivi, distribuiti su una superficie immensa, fra il Minnesota e la California e dal confine canadese al Rio Grande del Texas. Le varie guerre, più propriamente stati di guerriglia con scarsi scontri campali di rilievo, si protrassero dal 1857 al 1886, causando all’esercito, secondo dati condivisi dalla maggior parte degli storici, perdite umane che superano di poco il migliaio. Ai Pellirosse andò ovviamente peggio, ma si ritiene che nelle varie battaglie non avessero avuto complessivamente più di 5.000 o 6.000 morti nell’arco di un trentennio. Per assurdo, tali stime sono state contestate dagli stessi testimoni indiani, che minimizzano sovente il numero dei loro caduti sicchè, prendendo per vere le loro affermazioni, non sarebbero morti più di 1.000 o 1.200 Pellirosse nel medesimo periodo. Per citare un esempio, molti Indiani affermano che a Little Big Horn, combattendo contro il Settimo Cavalleria del generale Custer, caddero da 23 a 46 guerrieri, mentre le valutazioni dell’esercito e delle guide indiane che lo accompagnavano stimano tale numero in 300 o 400. Viene a questo punto da chiedersi perché mai la popolazione nativa globale, stimata per il territorio degli Stati Uniti in 850.000 nel XVI secolo, si fosse ridotta a 248.000 secondo il censimento federale nel 1890. La spiegazione non è difficile da trovare.
Innanzitutto, già nel 1825 non erano rimasti più di 100.000 Indiani nelle regioni orientali, mentre quelli dell’Ovest – Grandi Pianure, Arizona, New Mexico, California e Oregon – raggiungevano ancora il numero di 350.000.


Un episodio delle guerre indiane

Gli indigeni della costa del Pacifico avevano già subito, sotto la dominazione spagnola e poi messicana, una forte riduzione della loro consistenza, a cui gli Americani assestarono il colpo di grazia dopo l’invasione della California, provocandone la drastica riduzione da 90.000 a 20.000. Anche in questo caso, più che le ostilità sul campo furono epidemie devastanti e malattie a determinare il tracollo della loro gente. Secondo John Bigelow, autore dell’opera “Gli Stati Uniti nel 1865”, pubblicato anche in Italia pochi anni dopo, nel 1853 tutti i Pellirosse dell’Unione (esclusa l’Alaska, che non ne faceva ancora parte) erano 400.764, ma le Guerre Indiane combattute nella parte occidentale degli Stati Uniti incisero poco sul vistoso calo della popolazione nativa, determinata soprattutto da malattie e distruzione della loro economia basata essenzialmente sulla caccia e su rudimentali forme di agricoltura. E’ quasi certo inoltre, analizzando la molteplicità degli atti ostili reciproci, che le lotte fra tribù nemiche provocarono una quantità di perdite assai superiore, forse di due o tre volte, a quelle inflitte ai nativi dagli Americani.
Volendo esaminare i dati relativi ad alcune fra le tribù più impegnate nei vari conflitti, risulta che verso la fine dell’Ottocento la loro situazione demografica fosse pressochè invariata, diminuita di poco o addirittura aumentata rispetto ai primi decenni del secolo. E’ il caso dei Navajo, arresisi agli Americani nel 1864, che dai 12.000 componenti del 1863 erano saliti a 17.200 nel 1890 e a più di 20.000 nel 1900, registrando in seguito un aumento costante, tanto che oggi superano i 300.000 individui.


Navajo

I Lakota-Sioux, poco meno di 14.000 persone comprese tutte le 7 tribù che li componevano – Hunkpapa, Oglala, Minneconjou, Sichangu (Brulè) Itazipcho, Sihasapa, Oohenonpa – ammontavano a 16.000 al termine delle loro guerre. Quanto agli Apache, dai 6.000 conteggiati nel 1848 erano cresciuti fino a 12.000 al tempo della definitiva resa di Geronimo. Perfino i Cheyenne, coinvolti in una serie di combattimenti sanguinosi – Sand Creek, Beecher’s Island, Washita, Summit Springs, Hayfield, Little Big Horn, Rabbit Creek, Camp Robinson – contavano quasi 3.800 elementi nel 1880, lo stesso numero riscontrato vent’anni prima. Dei Crow, che “nelle praterie erano circondati soltanto da nemici”, come scrive il loro capo Molti Trofei nelle sue memorie, ne sopravvivevano nel 1883 circa 3.500, in luogo dei 4.000 di un tempo, nonostante che Toro Seduto e i Sioux si fossero vantati di averne distrutti almeno un terzo.
Altre tribù si ritrovarono in una condizione meno favorevole. I Comanche, costantemente impegnati in duri scontri contro i Ranger texani e le truppe americane e messicane, erano stati valutati in 12.000 da Charles Bent nel 1846, ma quarant’anni dopo ne rimanevano soltanto 1.400. I Kiowa, che difficilmente superavano le 2.000 unità negli Anni Sessanta, scesero a circa 1.200 quando presero la via delle riserve nel 1875. Anche per questi popoli, si deve tener conto delle diffusione di vaiolo, colera, morbillo e tifo che li colpirono a più riprese prima e dopo il 1850. Gli Arikara, i Mandan e i Pawnee, rischiarono addirittura l’estinzione. Questi ultimi, più di 10.000 nei primi anni dell’Ottocento, si ridussero a 1.400 nel 1880, ma fra le concause del loro crollo demografico vi furono anche le continue incursioni e rappresaglie condotte contro di essi dai Lakota-Sioux e spesso dai Cheyenne. L’ultima in ordine di tempo avvenne il 5 agosto 1873 a Frenchman’s Fork (Nebraska) per opera di una grossa banda di Oglala e Brulè Sioux guidati da Piccola Ferita, che ne uccisero 100, dei quali 39 donne e 10 bambini.


Guerrieri Pawnee

Si tenga infine conto della bassa natalità e dell’elevato tasso di mortalità infantile che caratterizzava i Pellirosse delle Grandi Pianure e dei deserti sud-occidentali.
Quando le “guerre” contro i Bianchi giunsero a conclusione, molti militari ebbero l’impressione di non essere mai stati impegnati seriamente in una campagna, anche perché la maggior parte di essi aveva dovuto affrontare una catastrofe come la guerra di secessione, causa di oltre 600.000 morti. Se si escludono alcuni eventi di una certa portata – insurrezione del Minnesota, rivolta di Cochise, assedio di Fort Philip Kearny, campagna militare del 1876-77 – l’esercito, quantunque poco numeroso e spesso male armato ed equipaggiato, ebbe quasi sempre la situazione sotto controllo. A differenza di quanto mostrato da alcuni film western, nell’Ottocento nessun forte venne mai espugnato dagli Indiani e i contingenti di truppe massacrati in battaglie e agguati, a parte quello del capitano Fetterman nel 1866 – 81 uomini – e il Settimo Cavalleria di Custer un decennio più tardi, furono relativamente pochi.
Per un soldato di carriera, che magari aveva conseguito gradi elevati durante la Guerra Civile al pari di Crook, Miles e Custer – tutti generali di divisione dei volontari – conservandoli poi come semplici brevetti onorari, la monotona vita di guarnigione, interrotta da qualche combattimento contro gli Indiani, era quanto di peggio si potesse auspicare, anche perché gli avanzamenti di carriera erano lentissimi e a Washington quasi nessuno pareva disposto a dare importanza agli scontri con i nativi. Soltanto la fine di Custer e dei suoi 265 uomini a Little Big Horn indusse le autorità governative a prendere maggiormente sul serio la questione, ma il tutto si risolse entro pochi mesi mobilitando alcune migliaia di soldati in più, che riuscirono a confinare la maggior parte degli Indiani nelle riserve.


La battaglia di Little Big Horn

Dal 1891 in poi, spentasi l’eco della morte di Toro Seduto, ucciso dalla polizia indiana della riserva di Standing Rock nel dicembre 1890, e della repressione attuata a Wounded Knee due settimane dopo, la Frontiera si considerò definitivamente pacificata e molti avamposti cominciarono ad essere abbandonati, non avendo più ragione di esistere.
L’Ovest era stato definitivamente conquistato e avviato alla colonizzazione da milioni di persone che al posto del fucile impugnavano ormai l’aratro o conducevano ingenti mandrie di bovini dal Texas al Kansas, al Wyoming e al Montana, mentre le ferrovie collegavano le principali località fra il Missouri e la costa del Pacifico.
Il Pellerossa, con le sue usanze peculiari e il suo passato da cacciatore di bisonti e guerriero valoroso, si trasformava in un soggetto letterario e cinematografico come il Penna di Falco trasmesso dalla televisione nel 1955-56, per la gioia di tutti i bambini che a quel tempo si divertivano a giocare agli Indiani.

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