Stephen Williams e l’attacco a Deerfield

A cura di Pietro Costantini

Stephen Williams
Stephen Williams era uno dei figli del reverendo John Williams, fratello di quella Eunice Williams, anche lei rapita dagli Indiani, che alla fine si fermò presso di loro pur avendo la possibilità di tornare a Deerfield.
Stephen Williams, figlio del reverendo John Williams e di Eunice Mather Williams, era nato il 14 maggio 1693 a Deerfield, Massachusetts. Egli era il quarto figlio della coppia ed aveva tre fratelli più grandi: Eliezer, Samuel ed Esther. Nel febbraio 1704 aveva anche quattro fratelli più piccoli: Eunice, John, Warham e Jerusha, nata appena in gennaio e che portava il nome di un’altra sorella che era morta piccola.
Infatti Stephen aveva visto morire tre dei suoi fratelli: Eliakim, morto due settimane prima del suo primo compleanno, e le gemelle Jemima e Jerusha, quest’ ultima morta quando non aveva una
settimana.

La famiglia del reverendo

La famiglia Williams era una delle più prestigiose di Deerfield. Il padre di Stephen era laureato ad Harvard ed era il ministro della città, una posizione di alto rango nel New England puritano. La madre faceva parte delle Madri religiose, legata così ai più importanti dirigenti religiosi della colonia, e cioè Increase e Cotton Mather. Comunque, a cavallo fra il ‘600 e il ‘700, Deerfield era una comunità di agricoltori sommersi dai debiti, tutto sommato poveri sia nei confronti degli abitanti delle città vicine, sia nell’intero New England. Il salario del reverendo Williams era pagato con una tassa su ciascuna famiglia, con il risultato che non sempre esso veniva percepito. Anche le migliori famiglie di Deerfield avevano relativamente pochi beni – attrezzi agricoli, pentole e padelle, abiti e biancheria per il letto, poche sedie, uno o due tavoli, letti e cassepanche. Tuttavia la famiglia Williams aveva una delle case più grandi della città, ed aveva due piani. Possedeva anche schiavi africani per i lavori di casa e nei campi. Forse Stephen ricordava lo schiavo Robert Tigo, che era morto quando lui aveva due anni; Frank e Parthena, sposati dal reverendo Williams nel giugno 1703, che per anni avevano lavorato per la famiglia. I Williams potevano permettersi di fare a meno del lavoro del fratello più grande di Stephen, Eliezer, che si trovava lontano, nel collegio di Harvard. Come tutti i bambini più piccoli, compreso suo fratello Warham, di quattro anni, Stephen indossò un gonnellino con sottogonna fino al raggiungimento del sesto anno di età. A quel punto era pronto per indossare dei pantaloni, che arrivavano solo fino al ginocchio, come quelli di suo padre. Era un momento d’orgoglio nella vita di un bambino piccolo, quando otteneva l’autorizzazione ad indossare vestiti da uomo, che includevano una camicia lunga fino al ginocchio, un panciotto e un cappotto. Gli abiti di Stephen avevano bottoni d’argento e fibbie, segno dell’agiatezza della famiglia; gli altri ragazzi e uomini avevano bottoni d’osso, di cuoio, di legno o di peltro.

Insegnamento e compiti

Stephen probabilmente aiutava i genitori nel lavoro dei campi, nella cura degli animali e nelle faccende di casa, come portare l’acqua e tenere il fuoco acceso. All’età di 10-11 anni, molti ragazzi e i loro genitori cominciavano a pensare a quale professione o mestiere avrebbero cercato di esercitare; l’addestramento a un’attività manuale o al commercio richiedeva un lungo apprendistato, che cominciava appena compiuti i dieci anni.


Bambino e bambina del New England

Probabilmente, come suo padre e il fratello maggiore Eliezer, Stephen aveva programmato di andare al college di Harvard, in modo da avere qualche possibilità di una buona carriera. C’era un detto: «Chi ha un’educazione “liberale” dovrebbe seguire una professione “liberale”, cioè un’attività che non richiede lavoro manuale e un periodo di apprendistato non troppo lungo.» Nel 17° secolo circa la metà dei laureati ad Harvard diventavano ministri religiosi, così lo stesso College sottintendeva una possibilità di professione. Nella casa del reverendo Williams l’educazione religiosa e la capacità di lettura erano altamente apprezzate. Per i Puritani, la capacità di leggere era fondamentale, a causa dell’enfasi che essi ponevano nella lettura della parola di Dio nella Bibbia. Essi pensavano che i bambini nascessero peccatori – a causa del peccato originale e della loro ignoranza delle Scritture – e che l’alfabetizzazione fosse così necessaria (ma non sufficiente) per la salvezza. Stephen venne probabilmente educato in casa, nei suoi primi anni, con lezioni che comprendevano esercitazioni di catechismo. La legge della colonia del Massachusetts prevedeva che tutti i padri educassero i figli al catechismo almeno una volta a settimana. Il catechismo presentava il credo cristiano in forma di domande, che il padre poneva ai figli, e di risposte, che essi dovevano memorizzare. La famiglia Williams, inoltre, pregava e leggeva la Bibbia ogni giorno. Stephen aveva imparato a leggere e a scrivere in casa, e probabilmente frequentava anche la scuola.


Aula scolastica della Nuova Inghilterra

Quando ebbe cinque anni, la popolazione di Deerfield votò per costruire una scuola, per cui le famiglie con figli in età scolastica dovettero pagare una tassa addizionale, sia che i bambini andassero a scuola o no. L’anno prima il padre di Stephen aveva scelto come luogo di preghiera una sala di incontri di nuova costruzione. Tutta la gente, compresi i bambini piccoli, passava in preghiera quattro ore del sabato, due ore al mattino e due dopo una pausa per il pranzo, che era il pasto principale della giornata.

Pericolo

A inizio autunno del 1703 Stephen probabilmente lavorava con i fratelli più grandi a raccogliere il mais e l’orzo nei campi di suo padre, fuori città. Erano circolate voci di un possibile attacco da parte di Francesi e Indiani fin dalla primavera precedente, così forse Stephen e i suoi fratelli avevano stabilito dei turni, rispettati guardando un orologio appeso a un carro o ad un albero vicino. Ma poi, a inizio ottobre, John Nims e Zebediah Williams, che badavano a pecore e vacche nel pascolo vicino alla città, vennero sorpresi dagli Indiani, catturati e portati via. Dopo questo fatto, i genitori di Stephen gli proibirono di oltrepassare la palizzata che circondava il centro della città. C’era ancora molto lavoro da fare nei campi, ma Stephen e gli altri bambini furono costretti a restare a casa. Con l’arrivo dell’inverno, la città divenne sempre più affollata. Dentro la palizzata erano compresi il luogo di culto e 10 abitazioni, ma le famiglie che avevano casa a distanza di una o due miglia costruirono altre 10 o 11 abitazioni temporanee all’interno delle mura. In più, vi erano 20 soldati che stazionavano di guarnigione nella città. Due dei soldati erano ospitati a casa dei Williams, già affollata da sette bambini, dai loro genitori e dai due schiavi. E’ facile immaginare che Stephen, che aveva 10 anni, fosse agitato e ansioso, in una casa affollata nel mezzo di un inverno scuro e nevoso. Il tempo del travaglio per sua madre venne in gennaio, e lei diede alla luce una bambina, Jerusha. La famiglia ringraziava il Signore perché madre e bimba erano sopravvissute alla prova, ma tutti potevano vedere che la signora Williams era debole e stanca, e a malapena in grado di gestire gli aumentati lavori casalinghi. Benché alcuni in città pensassero che i Franco-Indiani non avrebbero attaccato adesso, che era pieno inverno e la neve era così profonda, Stephen poteva vedere che suo padre era preoccupato. Il reverendo Williams stabilì un giorno da dedicare alla preghiera e al digiuno. Egli recitò i versetti 10 e 11 da Genesi, 32: «Liberami, ti prego, dalla mano del mio fratello. Dalla mano di Esaù. perché ho paura di lui, perché egli non venga e distrugga me, e la madre con i bambini.»

L’attacco a Deerfield – 29 febbraio 1704

Stephen Williams stava dormendo, condividendo il letto con suo fratello John, quando venne bruscamente svegliato da violenti rumori di finestre che sbattevano e porte sfondate. Prima di poter ricordare dove si trovasse, Stephen vide il tenente Stoddard saltare su e correre verso le scale, quindi tornare indietro e precipitarsi a una finestra. Con meraviglia di Stephen, il tenente Stoddard aprì la finestra e si slanciò fuori. L’altro soldato presente nella casa di Williams, Joseph Eastman, di Hadley, afferrò il fucile e cominciò a caricarlo. Prima che potesse mettersi in posizione di tiro, dalle scale emersero, uno dopo l’altro, Indiani dipinti di rosso, che fecero irruzione nella stanza. Uno di loro si diresse diritto su Joseph Eastman e, mulinando la sua mazza di guerra, colpì il fucile e glielo fece cadere dalle mani. L’Indiano afferrò il fucile e fece cenno ad un altro perché lo aiutasse a legare il soldato. Il fratello di Stephen, John, gridava e la schiava Parthena saltò su dal suo pagliericcio nel sottotetto e corse a prenderlo. Ogni cosa era avvenuta così rapidamente che Stephen in questo tempo non si era ancora mosso da letto. Avrebbe voluto nascondersi ma non sapeva dove andare. Ora vide uno degli Indiani guardare diritto vero di lui; gli sembrò che attraversasse la stanza con un solo passo e se lo trovò improvvisamente vicino. Stephen poteva vedere che l’Indiano era vecchio e forse era un Indiano dell’Est. L’Indiano gli disse in inglese che adesso era suo prigioniero e che doveva vestirsi e andare con lui al piano di sotto. Stephen si tirò su i pantaloni e si mise una giacca sulla camicia. Altri Indiani stavano rovistando nelle camere del secondo piano, prendendo coperte, fucili e alcune provviste che si trovavano lì. Uno di loro portò al piano di sotto il suo fratellino di quattro anni, Warham, facendo cenno al quattordicenne Samuel di seguirli. Stephen era preoccupato per le sue sorelle, che si trovavano nella stanza successiva; aveva udito un grido, ma non aveva potuto distinguere nessun altro suono, nel frastuono generale, che potesse indicare cosa era accaduto. L’Indiano lo afferrava per la spalla e lo spingeva verso le scale. Si risollevò vedendo Ester ed Eunice che uscivano dalla camera, Esther insolitamente scarmigliata ed Eunice in braccio a un Indiano.


Attacco a una fattoria isolata

Nella camera dei suoi genitori, Stephen rimase impressionato nel vedere il padre, il ministro onorato e riverito da tutti a Deerfield, che stava in piedi in camicia, con le mani legate dietro la schiena. Stava pregando. La madre di Stephen stava prendendo vestiti caldi da una cesta. Stephen non vedeva la piccolo Jerusha, e nemmeno il fratello John, di sei anni. La madre gli diede una giacca più calda, poi insieme presero tutti i vestiti che avevano, mentre alcuni Indiani stavano a guardare e altri saccheggiavano la casa. Mentre il padre di Stephen si stava vestendo, due Indiani spinsero rudemente Frank nella stanza. Era legato e perdeva sangue da una ferita alla testa. Pochi minuti dopo si udì un urlo nel cortile della casa. Frank gridò: “Parthena!”, ma un Indiano lo minacciò con una mazza da Guerra. Poi gli Indiani dissero a tutti di alzarsi e andare verso la porta; era ora di partire. Nel suo racconto Stephen scrive: «Dopo che ebbero fatto irruzione nella nostra casa e ci ebbero fatti prigionieri, essi uccisero barbaramente un mio fratello e una mia sorella…avevano frugato in tutta la casa e quindi partirono con noi, che eravamo prigionieri, dopo aver incendiato la casa e il granaio, come avevano fatto in quasi tutta la città.» La famiglia fu fatta passare attraverso la porta nord della palizzata nella prateria innevata, oppressa e triste perché Parthena, la neonata Jerusha e il piccolo John erano stati massacrati.

La marcia (29 febbraio – 1 marzo 1704)

Stephen Williams e la sua famiglia furono riuniti agli altri prigionieri di Deerfield, circa 100 persone, nell’accampamento degli assalitori, sull’altra sponda del fiume Deerfield, ad un miglio a nord della città. «Là il mio custode mi prese le mie scarpe di foggia inglese e mi diede un paio di mocassini, che penso servissero meglio per il cammino.» Come gli altri guerrieri indiani che speravano di prendere dei prigionieri, anche questi aveva portato con sé dei mocassini invernali supplementari.
Mentre gli assalitori e i loro prigionieri si stavano radunando nell’accampamento, dalle città vicine uomini delle le milizie arrivarono a Deerfield. Unitisi a restanti uomini e soldati di Deerfield, si misero all’inseguimento dei Franco-Indiani, che stavano ancora attraversando i prati attorno alla città. Stephen e gli altri prigionieri probabilmente riuscivano a sentire e forse anche a vedere il combattimento dal loro punto di osservazione privilegiato, e forse le loro speranze di essere salvati si erano risollevate. Tuttavia Stephen scrisse che gli inseguitori inglesi «furono in breve respinti dal nemico; nove di loro furono massacrati mentre si stavano ritirando.» I razziatori trasportavano i loro feriti, come i bambini prigionieri e il bottino, ed erano preoccupati di un nuovo eventuale inseguimento.
Famosa illustrazione del rapimento di Eunice Williams
Stephen scrisse che essi «si erano fermati, perché avevano molti uomini feriti che li rallentavano. Allora ci dissero che se gli Inglesi li avessero inseguiti, noi saremmo stati uccisi, ma in caso contrario avremmo vissuto; Ma si dimostrarono subito bugiardi perché prima di allontanarsi da quel luogo uccisero barbaramente un bambino di circa due anni.»
Stephen era spaventato e furioso. Era stato strappato dal letto, la sua casa era stata violata; suo fratello e la sorellina erano stati uccisi; e aveva visto la sua città in fiamme. Adesso era nelle mani di un nemico imprevedibile, che avrebbe potuto ucciderlo senza preavviso, come aveva fatto col bambino di due anni, o poteva trattarlo gentilmente, come vedeva che veniva fatto con sua sorella Eunice. Quella notte e il mattino dopo vi furono altre uccisioni e minacce.
Nella notte «un uomo inglese riuscì a fuggire verso Deerfield, cosa che li irritò molto: ci dissero che se qualcuno fosse ancora fuggito, essi avrebbero arsi vivi tutti gli altri.»
Alcuni Indiani bevettero molto liquore razziato a Deerfield e «uccisero il nostro negro», Frank.
Gli addii (1 -8 marzo 1704)

Per Stephen Williams e gli altri prigionieri il viaggio di 140 miglia in otto giorni fino alla congiunzione dei fiumi Connecticut e White River erano stati estenuanti. Era stato arduo fisicamente: «Quando arrivarono al West River, dove avevano slitte e cani con cui poter trasportare i feriti, pensavamo che viaggiassero come se avessero già deciso di ucciderci tutti, perché si andava avanti per 35 o 40 miglia al giorno.» (Questo era quello che sembrava a Stephen; in realtà la marcia più lunga in una giornata fu di circa 24 miglia). Continuava ad essere un trauma continuo: molte persone, specialmente donne e bambini che non ce la facevano a continuare, venivano uccise: «Essi uccisero la mia sempre onorata madre, perché la gettarono dentro un piccolo corso d’acqua che scorreva molto rapido accanto a lei; essendo fradicia, con il gelo non riuscì più a camminare.» Mentre camminavano sul fiume Connecticut completamente gelato, «essi uccisero una dozzina circa di donne e bambini, perché la loro intenzione era di uccidere chiunque avesse ritardato la marcia. I piedi mi facevano molto male, così avevo paura di essere ucciso anch’io.» Il giorno prima di raggiungere la confluenza dei due fiumi, i piedi di Stephen si congelarono. Il terzo giorno di viaggio i capi del gruppo di Nativi chiamarono a sé tutti i prigionieri: «Lì alcuni di noi vennero distaccati in gruppi differenti: gli Indiani avevano chi cinque o sei prigionieri, chi nessuno…ma io rimasi con il mio custode di prima.» Si trattava del capo Wattanummon, della tribù Pennacook, che lo aveva catturato. I razziatori indiani “ridistribuirono” anche i prigionieri di valore: «Qui mi cercarono e mi strapparono i miei bottoni e le fibbie d’argento che avevo sulla giacchetta.»
La domenica, al sesto giorno di viaggio, ai prigionieri venne concesso di riposare e pregare. I razziatori «diedero a mio padre la libertà di pregare.» Questa la preghiera del reverendo Williams, dalle Lamentazioni, capitolo I, versetto 18: «Il Signore è giusto, poiché io mi sono ribellato al suo comandamento…le mie vergini e i miei giovani sono stati condotti in cattività.»


Gli Indiani conducono via i prigionieri – sulla destra Thaon porta via Eunice, subito dietro Wattanummon porta Stephen

Il giorno seguente, a quanto pare gli incursori di Deerfield vollero recuperare il tempo perduto nella sosta; come scrisse Stephen «Il giorno dopo facemmo molta strada, facendo un percorso molto più lungo di quanto mai fatto prima.» Il loro rapido avanzare venne interrotto verso mezzogiorno, quando udirono dei colpi di fucile – qualcuno alla retroguardia della colonna aveva sparato alle oche selvatiche che li sorvolavano – e i prigionieri vennero legati in modo che i loro guardiani potessero sparare contro i presunti inseguitori inglesi. Durante questa pausa, Stephen ebbe la possibilità di parlare con suo padre, ma la conversazione lo aveva reso più spaventato e preoccupato che mai. «Andai a parlare con il mio onorato padre, il quale mi disse che sentiva molto debole la caviglia che si era slogato l’autunno prima; disse anche che pensava che sarebbe stato ucciso e che se io fossi sopravvissuto e portato in Canada, avrei dovuto raccontare chi ero, eccetera, la qual cosa allora mi terrorizzò.»
Alla fine del giorno seguente, il gruppo raggiunse la confluenza del Connecticut con il White River. Quella sera, dopo essersi accampati li vicino, «il mio custode mi avvisò che sarei andato con lui al fiume molto presto il mattino seguente, cosa che mi stupì perché egli non era solito alzarsi così presto. Dove il fiume si divideva io mi avviai per uno dei rami, mio padre con i miei fratelli e sorelle per l’altro.» Stephen era spaventato e affranto.


La sosta – illustrazione di Francis Back

Non solo era stato separato dai membri sopravvissuti della propria famiglia, ma anche da quasi tutti gli Inglesi prigionieri; c’erano forse solo due altri prigionieri inglesi che viaggiavano con i Pennacooks, e presto si sarebbe separato anche da loro. Era affamato e non aveva mangiato, quella mattina, ma dovette camminare tutto il giorno «senza un boccone di cibo.» Che ne sarebbe stato di lui? Avrebbe mai rivisto il padre, i fratelli, le sorelle?

La prigionia (febbraio 1704 – ottobre 1705)

Sull’esperienza della prigionia di un bambino di dieci anni, abbiamo le parole che scrisse lo stesso Stephen Williams.
Dopo essere stato separato dai suoi famigliari e dalla maggior parte degli altri Inglesi prigionieri, Stephen e il suo custode Pennacook, Wattanummon, continuarono verso nord lungo il fiume Connecticut ghiacciato. Gli altri prigionieri inglesi furono portati a nord ovest, lungo il White River e attraverso le Green Mountains fino al lago Champlain. Il cibo era scarso e Stephen aveva fame. «Non avevo nulla da mangiare al mattino nonostante il duro cammino da affrontare, e camminavo fin quasi alle nove di sera senza un boccone di cibo. Una volta camminai per 50 miglia un giorno e una notte, avendo per cena un cucchiaio di mais indiano; al mattino ebbi cinque o sei semi, ma dovevo camminare.» Mentre i Pennacook e i loro pochi prigionieri viaggiavano verso nord seguendo il fiume, il numero dei componenti del gruppo diminuiva. Ogni tanto uno o due dei Pennacook sparivano fra le colline di quello che ora è il Vermont di nord est. Stephen si chiedeva dove fossero andati; non vedeva segnali di una strada o di un insediamento in quello che gli sembrava un posto selvaggio. I Pennacook cercavano di ricongiungersi con i loro consanguinei nei loro accampamenti di caccia invernali. Qualcuno del gruppo si fermò a Cowass, un villaggio sul Connecticut in vicinanza della foce del fiume Well. Continuarono solo Stephen, Wattanummon e un giovane Pennacook. «Allora lasciammo il fiume e viaggiammo fin verso mezzogiorno sulla riva occidentale del fiume e arrivammo a due wigwam, dove vi erano tracce di Indiani, ma non si vedeva nessuno.» Data la loro fame estrema, il primo atto di Wattanummon fu di lasciare i bagagli nei wigwam e cercare una scorta di cibo che i suoi parenti potevano aver lasciato nelle vicinanze: «andammo a cercare se ci fosse qualche alce sepolto nella neve dai cacciatori indiani, ma non ne potemmo trovare.»

Imparando i costumi dei Pennacook

Mentre Wattanummon cercava le tanto desiderate scorte di carne d’alce, Stephen girovagava e si perdeva, chiamando il suo custode, dal quale ormai dipendeva totalmente per la sopravvivenza. «Il mio capo venne da me ed era molto arrabbiato nei miei confronti. Minacciava di uccidermi e addirittura sollevò la canna del fucile, ma Dio fermò la sua mano, per cui io desidero che il suo nome possa essere lodato.» Riprendendosi dallo spavento, Stephen si rendeva conto di aver appreso una lezione dal giusto atteggiamento dei Pennacook: «Gli Indiani non permettono mai a nessuno di gridare nei boschi. La loro abitudine è di riprodurre il rumore che fanno i lupi o altre creature selvatiche, quando si chiamano fra loro.» Questo presumibilmente per evitare la non voluta attenzione di qualche nemico.


La Marcia dei prigionieri catturati a Deerfield

Non riuscendo a trovare alcuna scorta di cibo, Wattanummon «mi mandò a quei wigwam insieme al ragazzo indiano, ma egli stesso prese il fucile e uscì a caccia…preparammo un fuoco, ma non avevamo viveri da cuocere, solo trippa d’alce che gli Indiani a caccia avevano lasciato. Prendemmo la trippa e la facemmo bollire…per quel che ce n’era servì solo a ispessire il brodo. Sostammo là per quella notte e per il giorno seguente fin quasi a mezzogiorno; poi arrivò una ragazza indiana a ci portò un po’ di carne d’alce essiccata, che io pensai fosse il miglior cibo che avessi mai mangiato. Camminammo con la ragazza per circa 10 miglia, finché trovammo due wigwam. Il mio custode, che ci aveva lasciato il giorno prima, era là. Mentre sostavamo in quel posto, venimmo oltrepassati dai Francesi che facevano parte dell’esercito.» Quando il gruppo incursore si era diviso, sul White River, il contingente francese di Troupes de la Marine e uomini della milizia aveva seguito i Pennacook che andavano a nord seguendo il corso del Connecticut, ma procedevano molto lentamente, forse perché nelle loro fila avevano un elevato numero di feriti. Presto Stephen e Wattanummon partirono di nuovo: «In un giorno o due ci spostammo di sette – otto miglia verso nord, raggiungendo un posto dove gli Indiani avevano ucciso alcune alci e dove avevano costruito dei wigwam (perché era loro costume, quando uccidevano alci, portarli lì e restare sul posto finché non li avessero mangiati tutti).»
Essi si riunirono agli altri che avevano viaggiato con loro; Stephen menziona “due Inglesi della nostra città…che appartenevano all’esercito.” Questi prigionieri erano Deacon David Hoyt e Jacob Hickson, un soldato di stanza a Deerfield. Come uomini adulti che avevano combattuto contro gli invasori indiani prima della loro cattura, essi erano trattati in modo diverso da Stephen, la cui giovinezza lo rendeva un potenziale elemento da adottare nella famiglia di Wattanummon. Gli uomini adulti erano trattati come schiavi e dovevano arrangiarsi per procurarsi il cibo. Quando Stephen fu mandato a prendere e staccato dal gruppo da un messaggero di Wattanummon, che si era allontanato ancora una volta alla ricerca della sua famiglia, si sentì impaurito e solo: «Pensavo che fosse veramente dura ad andarmene da solo», separato da ogni altro Inglese, per vivere «senza nessun’altra società che questi pagani disumani.»

La caccia invernale

Stephen doveva ammettere, comunque, che i “pagani disumani” erano “straordinariamente gentili nei suoi confronti quando egli arrivò al campo di caccia della famiglia a nord del fiume Wells, a ovest dell’attuale St. Johnsbury, nel Vermont. «Si prendevano cura dei miei piedi, che avevano le dita congelate, non mi obbligavano a compiere nessun lavoro, mi avevano dato una pelle di daino per potermi sdraiare e una pelle d’orso per coprirmi.» Una volta rimesso in sesto, a Stephen spettava svolgere il suo compito come faceva il resto della famiglia.


Scena di caccia invernale

Wattanummon assegnò Stephen a suo fratello «con il quale per due o tre mesi continuai a cacciare alci, orsi e castori nei dintorni…quando viaggiavo ero obbligato a portare un peso tale che non potevo rialzarmi senza aiuto; dovevo tagliare la legna e portarla sulla schiena a volte per una lunga distanza.» Stephen era trattato come un membro della famiglia; il suo carattere si temprava mentre si abituava alla sopravvivenza invernale.

Il tempo della semina

In primavera la famiglia intendeva recarsi a Cowass, a sud dei territori di caccia invernale. Qui avrebbe dovuto riunirsi con altri Pennacook e gente di altre Nazioni native che vivevano in quei luoghi – in un posto che essi speravano fosse abbastanza distante sia dai Francesi che dagli Inglesi – e seminare il mais per il raccolto estivo. Sulla strada per Cowass incontrarono gente che si stava allontanando dal villaggio. «Ci hanno detto che…è arrivato un Inglese con sei Indiani e ha sterminato una famiglia indiana a circa venti miglia a sud di Cowass.» L’uomo era Caleb Lyman di Northampton e gli Indiani erano Mohegan, alleati degli Inglesi. C’era stata un’altra incursione contro la valle del Connecticut, l’11 maggio 1704, a Northampton Farms (l’odierna Easthampton, chiamata Pascommuck dagli Indiani). Molti dei prigionieri erano stati uccisi quando gli Inglesi avevano inseguito gli incursori, ma alcuni furono liberati. L’incursione di Lyman potrebbe essere stata effettuata per punizione e per tentare di liberare i prigionieri. La famiglia di Wattanummon e i profughi di Cowass si fermarono sulle colline a nord di Cowass per circa un mese, per cercare di decidere cosa fare. Circa nello stesso momento alcuni Pennacook, probabilmente con lo stesso Wattanummon, erano ricevuti a Montreal da Philippe de Rigaud de Vaudreuil, governatore generale della Nuova Francia. Il governatore e i Pennacook si complimentarono a vicenda per il successo ottenuto con l’incursione su Deerfield, per la quale i Pennacook avevano richiesto l’aiuto francese. Vaudreuil premeva sui Pennacook perché si stabilissero in uno dei villaggi lungo il fiume San Lorenzo, un’offerta che declinarono – almeno finché risiedere a Cowass divenne troppo pericoloso.
Fra le persone che avevano lasciato Cowass vi era Jacob Hickson. Egli era stato a Cowass a piantare il mais con le donne, come si confaceva al suo status di schiavo. «Deacon Hoyt era già morto per mancanza di viveri» scrive Stephen «Hickson sembrava un fantasma, non era altro se non pelle e ossa, poteva camminare a fatica, e non aveva altre provviste se non ciò che poteva procurarsi da solo.»
Philippe de Rigaud de Vaudreuil
Altri prigionieri provenivano dall’incursione dell’11 maggio contro Pascommuck/ Easthampton e da altre azioni condotte ad est: «Adesso con noi c’erano anche un certo Bradley, Hannah Eastman, Danial Ardery, tutti di Haverhill, e la signora Jones con la sua cameriera Margeret Hugens, che erano state catturate a Northampton Farms.» Erano tutti a rischio di morire di fame: «Soffrivano molto per mancanza di nutrimento, perché non vi era nulla da prendere con la caccia, e se ci fosse stato qualcosa non sarebbe stato nulla tra tanta gente. Il massimo del nostro nutrimento erano radici di vari tipi e corteccia degli alberi.» Dopo qualche altro nuovo arrivo, il gruppo si avviò verso la Nuova Francia.

Viaggio in Nuova Francia

Il viaggio verso la Nuova Francia fu difficoltoso. Jacob Hickson, indebolito dalla scarsa alimentazione, morì al primo guado sul fiume Winooski (a Stephen era noto come French River). Portavano tanto bagaglio da essere «obbligati a portare un peso per un miglio o due, poi a tornare indietro a prenderne un altro, cosa che era snervante.» Quando si potevano usare le canoe per i carichi, Stephen scrive: «Io ero obbligato a camminare a piedi sulla riva senza alcun tipo di scarpa. Avevo i piedi scorticati e gli alluci quasi tagliati dalle pietre.» Il cibo continuò a scarseggiare fino a che raggiunsero il lago Champlain. «Avevo poco o nulla da mangiare; un giorno il mio custode uccise un’anatra nel fiume, della quale mi toccarono le frattaglie, che misi sui carboni senza neanche pulirle; mi sembrarono un boccone prelibato…Quando arrivammo al lago fummo rifocillati con pesce e pollame…i ragazzi indiani uccidono le oche con archi e frecce, sono in gamba. Il pesce può facilmente essere preso con ami. Un giorno, mentre eravamo in canoa sul lago, due giovani Indiani spararono a un pesce col fucile e lo issarono sulla canoa; era grande come me.»

Tensioni in Nuova Francia

Quando Stephen arrivò in Nuova Francia sorsero nuove tensioni fra lui e i suoi carcerieri. Come già aveva fatto con suo padre, la comprensiva gente francese gli aveva offerto un’assistenza di tipo europeo, come pane da mangiare e una branda per dormire. L’entusiasmo di Stephen nel ricevere questi riguardi e la compagnia di persone di origine europea offendeva la famiglia Pennacook, che lo aveva educato e gli aveva dato insegnamenti come ad un membro adottato dalla famiglia. «Arrivai a Chambly in agosto, cioè circa sei mesi dopo la mia cattura. I Francesi erano gentili con me, mi davano pane, che io non mangiavo da così tanto tempo. Furono loro a dirmi che mio padre e i miei fratelli e sorelle si trovavano in Canada, cosa che io fui felice di sentire, perché avevo temuto che il mio fratello più piccolo fosse stato ucciso. Mentre mi trovavo lì, vene un Francese a chiedere agli Indiani di lasciarmi andare con lui, e loro acconsentirono. Andai col Francese, che mi diede un po’ di viveri e mi fece dormire nella sua branda. Quando se ne accorse il figlio del mio custode indiano, lo disse a suo padre, il quale pensò che il Francese aveva fatto così per nascondermi e progettando di rapirmi; per questo venne a prendermi per mi portarmi via e non voleva che io tornassi più al forte, cosa che mi fece soffrire. Mentre ero con lui, il Francese mi aveva fasciato i piedi, che erano feriti, e questo sembrò infastidire gli Indiani».

A Odanak/St. Francis

Dopo altri viaggi e soste presso altri insediamenti francesi, la banda dei Pennacook arrivò a Odanak/St. Francis, dove il governatore Vaudreuil l’aveva invitata a stabilirsi. Odanak era una località in cui si erano spostate gente di varie nazioni dei Wabanaki, a volte fermandosi là quando le guerre con gli Inglesi rendevano poco sicura la loro madrepatria, per ritornare in seguito alle proprie case. Anche qualcuno fra la gente di Wattanummon aveva risieduto in precedenza nel villaggio. Ma le cose erano cambiate sin dal 1701, quando i Gesuiti avevano spostato a Odanak la loro missione di St. Francis. Wattanummon, capo che lottava per mantenere il tradizionale modo di vivere della sua gente, non era a proprio agio con l’atmosfera fortemente cattolica del posto. «Il mio custode non poteva aderire ai loro riti e costumi. Al che andò ad Albany (probabilmente nel vicino villaggio indiano di Schaghticoke) e mi consegnò al suo parente capo George.
George prese Stephen con sé quando andò a caccia fra Chambly e Sorel, dove «prendemmo una trentina di castori nei torrenti che si gettano nel fiume tra Chambly e Sorel; dopo la caccia tornammo al forte St. Francis, dove io continuai a vivere fin verso la primavera. Poi mi spostai, perché tra gli Indiani era scoppiato il vaiolo, e i figli del mio custode non l’avevano avuto…»


Foto aerea del forte di Chambly

Joseph-François de Hertel, seigneur di Chambly e padre dell’uomo che aveva condotto l’attacco contro Deerfield, «udito che io ero col Sagamore (capo) George, venne per comprarmi. Sembrava che io volessi andare con lui volentieri, per cui gli Indiani si mostrarono molto indispettiti e non volevano lasciarmi andare perché mostravo risolutezza nel voler andare, per cui minacciarono di uccidermi. Se ne lamentarono con i Gesuiti, che vennero da me e mi dissero: “Ma tu non ami gli Indiani? Essi ti hanno salvato la vita!”» Avendo in tal modo offeso nuovamente il suo custode, Stephen aveva dimostrato di non essere un buon candidato per l’adozione nella famiglia Pennacook. La sua condizione era stata degradata a quella di un servo o di uno schiavo, adatto per aiutare le donne a eseguire compiti banali nel villaggio. Anche in questo ruolo si dimostrò insolente e incapace. Un giorno la donna cui era affidato lavorava in una proprietà colonica francese «per raccogliere provviste e mi ordinò di occuparmi, per quella giornata, di far legna,» scrive Stephen. «Ma la giornata si rivelò tempestosa e noi avevamo una carro pieno di legna davanti alla porta (che è una gran cosa per gli Indiani) così io non raccolsi nulla. Quando lei tornò a casa… chiese che cosa avessi fatto quel giorno; le risposero “niente”, al che lei si arrabbiò molto.»
I genitori indiani di solito non adottano punizioni corporali nei confronti dei bambini, così il fatto che la donna fece battere Stephen dimostra quanto egli non fosse più considerato un figlio adottivo. «Non ti batterò io stessa, aveva detto lei, perché mio marito mi ha ordinato il contrario, ma lo dirò ai Gesuiti…fra un giorno o due arriva un Gesuita…mi porterà fuori e mi frusterà con una frusta a sei corde e molti nodi in ciascuna corda.»
Una volta che Stephen fu arrivato in Nuova Francia, dove i prigionieri venivano venduti a emissari francesi o inglesi, forse elaborò una strategia per rendersi il più antipatico possibile, in modo da essere venduto.


Predicatore gesuita

Nel suo racconto egli sembra compiacersi della sua resistenza e degli errori: «Anche se vivevo qui preparai almeno 80 quantità di zucchero con la linfa degli aceri per gli Indiani. Le mia padrona… aveva un barile di sapone da far bollire, così mi mandò che era già notte nel luogo dov’era lo zucchero per far bollire il sapone… Io andai e accesi un gran fuoco sotto il bollitore, non pensando alla sua trasformazione, finché non si rovinò completamente perché non l’avevo mescolato; perché il sistema è di mescolarlo finché diventa quasi come lo zucchero. Per questa ragione si arrabbiarono tutti e non vollero darmi niente da mangiare.»

Riscattato

Il reverendo John Williams, padre di Stephen, era stato in mani francesi per alcuni mesi nel periodo in cui Stephen era giunto in nuova Francia. John Williams era il prigioniero di più alto profilo proveniente dall’incursione su Deerfield, ed era in stretto contatto con il governatore generale Vaudreuil. Stephen venne a sapere che Vaudreuil si offriva di comprarlo dai Pennacook per 30 corone; in effetti egli riferisce che i Pennacook «erano proprio esausti a causa dei tanti messaggi che egli mandava loro.» I Pennacook sapevano che il padre di Stephen era un personaggio importante e pensavano che fosse benestante, tanto da poter pagare un riscatto di 40 corone. Fecero scrivere a Stephen una lettera diretta a suo padre, che diceva «che se non mi avesse riscattato prima della primavera, loro non mi avrebbero più messo in vendita, e che la cifra da pagare era di 40 corone.» Dopo un’occasione in cui Stephen venne tenuto nascosto nei boschi per assicurarsi che non sarebbe andato via senza compenso, i Pennacook si incontrarono con lo stesso Vaudreuil a St. Francis ed ebbero il compenso che volevano «dopo una lunga discussione.» Era la primavera del 1705, 14 mesi dopo la cattura di Stephen nel raid di Deerfield.
Stephen sperava di ritornare nel New England con il capitano John Livingston, che aveva guidato due residenti di Deerfield, John Sheldon e John Wells, alla ricerca dei prigionieri in Nuova Francia. Invece Vaudreuil lo aveva mandato a Quebec. Lì una donna in stato di prigionia lo aveva preparato per la visita a suo padre in modo che sembrasse un ragazzo inglese, più che un Indiano: «La signora Hill si prese cura di me, mi tagliò i capelli (in quel momento li portavo come un Indiano, lunghi da un lato e corti dall’altro). Mi diede una camicia, un paio di pantaloni, una giacchetta e le calze.» Stephen fu mandato a vivere con suo padre a Chateau Richer, vicino a Quebec, dive entrambi rimasero fino all’autunno. Quando arrivò un nuovo gruppo di emissari da Boston, ai Williams fu premesso di recarsi a Quebec per incontrare William Dudley, figlio del governatore del Massachusetts, e William Vetch, capitano del vascello che aveva portato Dudley da Boston.
Alla fine Stephen scrive: «Il governatore mi diede la libertà di tornare a casa e così io partii il 12 ottobre 1705 (ma dovetti lasciare indietro il mio onorato padre, e fratelli e sorelle) e dopo un viaggio noioso arrivai salvo a Boston, nel New England…E io desidero che il nome di Dio possa essere pregato e adorato per la sua meravigliosa bontà verso di me nel risparmiarmi la vita quando sembrava che io fossi sull’orlo dell’eternità e perché ha fermato le mani di quelli che avevano sollevato le armi per massacrarmi. Finis.» Come per un’ulteriore riflessione, Stephen scrive: «N.B. Mentre mi trovavo nelle mani degli Indiani corsi il pericolo di annegare per diverse volte.»

Epilogo (1705 – 1782)

Dopo il ritorno nel New England, Stephen visse con i suoi famigliari, al fianco di suo padre John e di sua madre, Eunice Mother Williams, a Roxbury, vicino a Boston, e si preparò per entrare all’Harvard College. Durante questo periodo scrisse il resoconto delle sue avventure in “Ciò che accadde a Stephen Williams nella sua prigionia”. Studiò per il ministero religioso ad Harvard dal 1709 al 1713 e ricevette gli ordini nel 1716. Anche i suoi fratelli Eliezer e Warham seguirono il padre nel ministero; il quarto fratello che era sopravvissuto all’incursione su Deerfield, Samuel, morì a 24 anni.
Pagina del manoscritto di Stephen Williams dal titolo “What Befell Stephen Williams in his Captivity.”
Stephen servì come ministro a Longmeadow, nel Massachusetts, per 65 anni, dalla sua ordinazione nel 1716, alla sua morte, avvenuta all’età di 89 anni, il 10 giugno 1782. Nel 1718 aveva sposato Abigail Davemport, di New Haven, Connecticut, dalla quale ebbe otto figli.
Per tutta la vita Stephen mantenne i contatti con sua sorella Eunice, che era rimasta a Kahnawake con la sua famiglia adottiva Kanienkehaka e il marito Arosen. Meno di due mesi dopo la morte di suo padre, nel 1729, A Stephen giunse voce che Eunice era stata ad Albany e, per la prima volta, aveva espresso il desiderio di vedere i propri parenti. Nel corso dei successivi 10 anni Stephen ricevette ancora lettere e sentì voci che Eunice forse stava venendo nel New England. Tra quelle notizie che vagavano sul ritorno di Eunice ve ne erano state alcune messe in giro da false “Eunici”, probabilmente interessate all’eredità del padre. Stephen incontrò davvero Eunice solo nel 1740. Nell’agosto di quell’anno, Stephen ricevette da Albany una lettera che diceva che sua sorella era aspettata là e che sarebbe potuto andare anche lui. Si recò ad Albany col fratello Eliezer e il cognato Joseph Meacham. Dopo aver aspettato ad Albany per due settimane, Stephen scrisse sul suo diario che «noi avemmo il felice e triste incontro con nostra sorella, dalla quale eravamo stati separati per più di 36 anni.» Eunice e il marito Arosen acconsentirono a recarsi con i fratelli di lei a Longmeadow per una breve visita. Si fermarono per una settimana, visitando i loro parenti indiani e dormendo nei wigwam piuttosto che in casa di Stephen, destando molta curiosità. Assistettero ai servizi religiosi, in cui Stephen faceva sermoni in una lingua che non potevano capire. Promisero di ritornare, ed effettivamente tornarono tre volte, ogni volta un’occasione dolce-amara per Stephen, che non aveva mai smesso di sperare che Eunice sarebbe tornata alla religione e ai costumi della famiglia natale, e che sarebbe rimasta in Massachusetts con la sua estesa famiglia di nascita.
I doveri di Stephen come ministro a Longmeadow, capofamiglia e fattore lo tenevano molto occupato, ma lui restava ugualmente collegato con il mondo esterno. Servì come cappellano militare in tre spedizioni militari nella Guerra Franco-Indiana, nel 1745,1755 e 1756. Fu anche coinvolto nell’insediamento della missione di Stockbridge, nel Massachusetts, dedicata ai Mohicani e ad altri Nativi. Scrivendo il racconto della sua prigionia, Stephen Williams contribuì alla nostra conoscenza del suo tempo, compilando anche le memorie di altri sugli eventi fella storia di Deerfield e tenendo un diario di tutta la sua vita che assomma a 4.000 pagine manoscritte.

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