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Il linguaggio nel west – Tex nella storia 2

A cura di Lorenzo Barruscotto
Tutte le puntate: 1, 2.

Il linguaggio nel west
Peste e corna, gran Putifarre, che mi venga un colpo, per la barba di Matusalemme, fulmini, giuggiola, beccaccione, ferro da tiro, concerto per clarinetti…
Queste sono alcune espressioni colorite e divertenti che si possono leggere nei dialoghi tra Tex Willer ed i suoi compagni, sparse nelle pagine degli albi.
Ce n’è per tutti i gusti, dalle manifestazioni di sorpresa e stupore alla presa in giro nei confronti di un fuorilegge, dall’atteggiamento spavaldo di chi non conosce la paura fino al modo “amichevole” di chiamare gli strumenti del mestiere, quali Colt e Winchester.
Ma come parlavano in realtà alla Frontiera?
Quale era davvero lo slang in voga tra cowboys e mandriani, tra sceriffi e banditi che avremmo potuto incontrare lungo le assolate piste del Sud Ovest o in una tipica cittadina del West?

Quando i volumi di Tex potevano essere acquistati spendendo poche centinaia di lire, intendo dire gli originali negli anni Settanta, e le storie avevano da poco superato il traguardo del numero 100, nella seconda di copertina poteva essere trovata una rubrica chiamata “Nel West dicevano così…” nella quale in rigoroso ordine alfabetico venivano proposte locuzioni, definizioni e modi di dire propri del mondo in cui il Ranger si muoveva.
Ormai alcuni di questi termini sono del tutto familiari nel linguaggio corrente specialmente di chi legge il Fumetto o è amante dei film western ma al fine di cercare di far incrociare la pista della fantasia con quella della realtà e della Storia, cosa che costituisce la spina dorsale del ciclo di articoli che vanno sotto il nome di “Tex nella Storia”, mi sembra doveroso prendere spunto da questa ispirazione, partire da qualche parola, qualche frase fatta che salta all’occhio e seguire poi il sentiero parallelo per giungere ai giorni nostri, passando per il polveroso terreno dove la Leggenda la fa da padrona.
Cercherò anch’io di seguire un certo ordine sebbene non sia mia intenzione propinarvi un mero elenco di termini né ricalcare pedestremente il gran lavoro di ricerca effettuato allora, considerando anche i mezzi a disposizione. Inevitabilmente alcuni punti collimeranno perché quello era davvero il modo nel quale la gente si esprimeva.
Innanzitutto partiamo dalle basi.
West… in italiano significa Ovest. Anche nel Diciannovesimo secolo con questa indicazione geografica si intendeva raggruppare tutti i territori ad ovest negli Stati Uniti. Ma ad ovest di cosa? All’incirca del fiume Mississippi, che nasce in Minnesota ed alla fine del suo percorso, dopo aver attraversato ben 10 Stati, passa da New Orleans per sfociare nel Golfo del Messico.
Poi il “West” è divenuto, non solamente ora ma già durante la conquista dei territori che si estendevano fino alla sponda del Pacifico, sinonimo di mondi selvaggi da esplorare, territori crudeli che nascondevano chissà quali ricchezze, senza legge se non quella del più forte. Una vera e propria frontiera da spingere più in là, sempre più avanti per portare la “civiltà” in zone ancora sconosciute.
La lingua ufficiale è ovviamente l’inglese, nella versione “americana”, che con il passare dei decenni e successivamente dei secoli si è diversificato da quello originale britannico anche grazie a quel misto di popoli che le colonie prima e gli Stati Indipendenti poi divennero con il tempo.
Come accade per tutte le lingue, basti pensare al nostro italiano che subisce variazioni enormi da regione a regione quando ci si addentra nei dialetti, i quali non si mantengono uguali neanche all’interno di uno stesso territorio, per l’inglese l’affrancarsi dalla lingua della vecchia Europa diventando una fucina di mescolanze tra ulteriori sottoinsiemi di “parlate”, fu un processo non immediato ma inesorabile e naturale.
Attualmente è per certi aspetti l’inglese americano a mantenere delle caratteristiche per così dire conservatrici, che rispecchiano le sue radici. Ad esempio si tratta di un linguaggio “rotico”: in America la “R” viene pronunciata sempre, indipendentemente dal fatto che preceda una vocale o una consonante, cosa che non accade se vi capita si chiedere un’informazione ad un gentiluomo con bombetta ed ombrello in quel di Londra (più facilmente accade ancora in Scozia) ma che invece era la norma nel 1600, epoca attorno alla quale si era iniziato ad esportare l’inglese oltremare.
Alcune caratteristiche invece sono nate prima negli USA e poi sono ritornate in Gran Bretagna, come il cosiddetto “Father-bother merger” (“merger” sta per “fusione”) vale a dire che per certe pronunce non esiste la distinzione tra la “a” e la “o”, per cui si usano come esempio diretto quelle due parole (rispettivamente “padre” e “infastidire” in italiano). In pratica gli americani hanno una pronuncia piuttosto “larga” di certi termini.
Un’altra peculiarità è lo “Yod- dropping” cioè la cadenza originale di certi termini che prevede la “iu” è divenuta semplicemente “u” (esempi ne sono “new, tube, duty”) anche se non è una regola fissa (“music” si pronuncia ancora e sempre con “iu”).
Si farebbe fatica a distinguere certe parole fuori da un contesto se si chiedessero ad un cowboy chiarimenti su ciò che sta dicendo, perché potrebbe star parlando di un rigido inverno (winter) o di una gara di tiro che lo ha visto vincitore (winner) dal momento che gli accostamenti scritti “nt” nella lingua parlata prevedono solo la pronuncia della “n” il che potrebbe favorire la comparsa di qualche punto interrogativo sulla nostra testa.
Senza andare troppo nello specifico e non causare un’epidemia di sbadigli, vi invito però a soffermarvi ancora un attimo sulla creazione di veri e propri nuovi sostantivi derivanti dall’aver incrociato la propria strada con civiltà all’epoca sconosciute.
Non si può certo dire che le parole “teepee, hogan, tomahawk, wigwam, pow-wow” fossero di uso comune nel Vecchio Continente.
Se poi consideriamo che alcune espressioni sono il frutto di combinazioni tra spagnolo, francese e perfino olandese, beh, è facile comprendere quanti neologismi vennero coniati dalle “nostre parti”. Tralasciando volontariamente campi specifici quali politica, istituzioni militari, scoperte tecnologiche ed industriali che crescevano di pari passo con lo sviluppo della nuova Nazione.
A testimoniare questo crogiolo di lingue e culture vi dirò qualcosa che forse vi stupirà: il nome del primo nucleo abitato da cui si sviluppò New York si chiamava “Nuova Amsterdam”.
Essa sorgeva su quella che oggi è la Broadway Avenue, una lunga strada che non appartiene solo a New York City ma percorre proprio tutto lo Stato di New York: rappresentava una delle più antiche vie che collegavano le parti nord e sud dell’intera area. L’insediamento, fondato da esploratori olandesi, sorse proprio su questa vecchia pista. La parola “broadway” letteralmente significa “strada larga” e deriva da “brede weg”, stesso significato in olandese, ho controllato. Nel Seicento, Nuova Amsterdam era un villaggio fortificato che faceva parte della porzione di colonie sotto la bandiera olandese. Fondato nel 1625 da rappresentanti della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, tale agglomerato si trovava sul mare, a Manhattan, per fini commerciali e facilità nella difesa. Dopo alterne vicende venne ceduta agli inglesi nel 1674, sebbene non possa giurare sull’assoluta certezza di questa data.
Anche parole già esistenti acquistarono nuovi significati, adattati all’ambiente in cui si viveva.
Al contrario ci sono parole che sono sopravvissute al “trasloco” dall’Inghilterra del 1600 dove però sono poi cadute in disuso etichettate come “americanismi”. Tra queste ci sono “fall” (autunno) sostituito con autumn, o certe “parti di verbi” che negli USA sono ancora considerate mentre nell’inglese britannico moderno sono state scartate per snellirlo.
Se un tizio in Texas vi chiedesse se siete “mad” (letteralmente “matto”) sarebbe bene riflettere prima di mettere mano alla vostra sei-colpi perché potrebbe semplicemente chiedervi se va tutto bene visto che tale termine viene utilizzato come sostitutivo gergale di “arrabbiato”.
Di contro alcuni “americanismi” hanno preso piede anche in Inghilterra con una sorta di effetto boomerang sostituendo le parole originali.

Anche oggi quando noi diciamo “avere un asso nella manica” intendiamo avere una carta in più da giocare in una situazione difficile, qualche arma segreta che potrebbe risultare utile in un frangente complicato, che ci aiuti a cavarci dai guai. Ecco, in un saloon invaso dal fumo di sigari e rallegrato dalla musica di un pianista neanche troppo imbranato a strimpellare, tale espressione poteva acquisire un significato più letterale.
Stando a quello che impariamo dalle pagine di Tex, con ciò si indicava un posto ben nascosto nel quale si potesse celare un’arma, una pistola, magari una piccola Derringer, o un coltello al fine di poterla estrarre quando necessario, all’improvviso. Ed a tutti i lettori di Aquila della Notte viene in mente la celeberrima guaina di pelle utilizzata come fodero per un pugnale che il figlio del Ranger, Kit Willer, specialmente nelle prime avventure, tiene fissato sulla schiena sotto la camicia, così come la sua abilità nello sfilare la lama da dietro la nuca, situazione che gli ha consentito più di una volta di ribaltare la frittata, quando un nemico lo credeva innocuo a mani alzate.
Ma un’arma si poteva nascondere, l’ho già detto, anche nello stivale o proprio nella manica e tirarla fuori al momento più opportuno. Le origini della frase (“to have an ace in the hole”) vanno ricercate nel poker. Una delle prime occasioni nelle quali fu introdotta ufficialmente nel vocabolario corrente avvenne grazie alla sua comparsa su un giornale nel 1886, relativamente proprio ad una “carta celata”.
E spesso l’avere una chance nascosta significava che avreste potuto vedere una nuova alba e rimanere “above snakes”, cioè sopra la terra (letteralmente sopra i serpenti), in pratica che eravate ancora vivi.
Sempre parlando di poker se vi capitava una mano vincente sarebbe potuta essere una “ace high” ma questo termine venne poi esteso anche per indicare qualcuno con una buona fama, rispettato. Noi diremmo una “persona di prim’ordine”.
Invece un tizio “all horns and rattles” (cioè tutto corna e sonagli) era l’epiteto con cui si indicava una persona particolarmente scorbutica. Niente di più facile per un cowboy associare le corna delle vacche ed i sonagli di un crotalo a qualcuno poco gioviale al quale in cuor suo avrebbe rifilato una sonora ripassata se solo avesse potuto.
Se aveste avuto qualche problema con la legge e foste stati inseguiti da un portatore di stella, la vostra situazione sarebbe stata definita trovarsi “among the willows”, cioè “tra i salici”, un po’ come il nostro “essere uccel di bosco” nonostante a mio parere la versione inglese sia più indicativa di qualcuno che deve sparire per non essere “beccato”. Ancora di più lo è avere “the belly through the brush” cioè “la pancia tra le sterpaglie”, nel senso proprio di far perdere le tracce agli inseguitori.
L’idea romantica di un bivacco all’aperto potrebbe suonare accattivante per gli occasionali amanti dell’aria aperta ma se diventava la regola ogni santo giorno, quel soffitto costituito dalla volta celeste non sempre si rivelava essere così benevolo. Il vostro convincimento si sarebbe fatto ben presto meno bucolico, visto che se di giorno ci si cuoceva il cervello a causa di un sole che poteva friggere un uovo su una roccia, di notte la temperatura poteva subire un ben poco rilassante tracollo e costringere anche il più duro dei duri ad avvolgersi nella coperta.
Perciò al risveglio non c’era niente di più invitante di un buon caffè, forte e bollente per ritemprare spirito e corpo. E voi giustamente direte, fin qui niente di nuovo, dov’è lo “scoop”? Ci arrivo.
Nel caso di una notte passata all’addiaccio, si usava dire che avreste avuto la vostra schiena per materasso e la pancia come coperta, il che rende benissimo l’idea della situazione.
Una prima curiosità, pensando con gli occhi della mente al nostro campo, riguarda le selle: il pomo della sella stessa, spesso utilizzata come cuscino durante i bivacchi, veniva banalmente chiamato “apple” (d’altra parte apple vuol dire mela e più “pomo” di così…).
Una variante sempre per indicare il pomolo della sella era “biscuit” (biscotto) ma sinceramente ne ignoro il motivo.
È divenuta un’iconica immagine di ogni film western il cowboy che mette la cuccuma sul fuoco mentre i primi raggi del “carro di fuoco” illuminano la prateria. Verissimo.
Però vi siete mai chiesti da dove arrivasse quel caffè? La gente quando entrava in un emporio cosa chiedeva? Ebbene, sarebbe stato piuttosto usuale trovare confezioni di caffè marca ” Arbuckles’ “. Diventato talmente diffuso che la marca stessa divenne sinonimo del prodotto, stando ai contatti che ho consultato ancora oggi uno degli slogan dell’azienda è “Il caffè che ha conquistato il West”. Il che è tutto dire.
Due fratelli, John e Charles Arbuckle, iniziarono la loro attività in questo ramo dell’industria subito dopo la fine della guerra civile, distribuendo caffè tostato in confezioni da una libbra. Prima di allora il caffè era venduto in chicchi, ancora verdi e doveva essere tostato sul posto, in un tegame messo sul fuoco. Se non si era degli artisti nella preparazione della bevanda come il vecchio Carson, come minimo il sapore si avvicinava a quello di una brodaglia bruciacchiata.
La miscela “Arbuckles’ Ariosa” invece divenne talmente popolare nel West che la maggior parte dei cowboys non sapeva neanche che ne esistessero altri assortimenti. Se vi foste trovati dalle parti di Dogde City o Tombstone, sia in un accampamento durante una pausa dal classico lavoro di scorta dietro ad una mandria sia proprio in città in un saloon, sarebbe stato con quello che vi sareste potuti scaldare lo stomaco, amigos.
Certo, il modo con il quale richiamare l’attenzione per farvi servire sarebbe dipeso poi dal vostro grado di educazione o di confidenza con il barista. Il termine che andava di moda a quei tempi non era, diciamo, granchè politicamente corretto ma sinceramente ho sentito di peggio. “Bar-dog” stava ad indicare colui che vi avrebbe riempito il bicchiere di torcibudella.
D’altra parte “law-dog” era lo sceriffo, però, essendo un vocabolo chiaramente dispregiativo, meglio non rivolgersi alla stella di latta con questo appellativo, a meno di non nutrire il forte desiderio di vedere da vicino l’interno di una cella. Nella migliore delle ipotesi.
Appellativi più o meno offensivi venivano affibbiati praticamente a chiunque. I messicani erano chiamati mangia-fagioli, gli irlandesi mangia-patate. Noi stessi, gli italiani, avevamo un terzetto di soprannomi niente male.
Giunti in America, i primi “pionieri” provenienti dal nostro Paese trovarono un clima non proprio benevolo, specie sulle coste orientali dal lato dell’Atlantico. I nomignoli ideati per schernire sono sempre esistiti: quelli affibbiati agli italiani, tra i più diffusi, furono Guinea, Wop e Dago.
Sul termine Guinea non saprei cosa dirvi, salvo che alcune fonti lo fanno riferire a coloro che provenivano dall’Italia Meridionale. Su Wop ci sono più informazioni: potrebbe essere la storpiatura della parola “guappo” oppure l’acronimo per qualcosa di più specifico, vale a dire “Without Official Permission”, che potremmo tradurre con “senza permesso di soggiorno”, indesiderati insomma. Dago invece ha un’origine incerta come Guinea. Potrebbe derivare dal fatto che in America noi venivamo associati agli spagnoli e che il nome Diego era molto diffuso tra questi ultimi. Quindi, un’altra possibile storpiatura.
In tema di fagioli, il cuoco che preparava la sbobba per i mandriani era detto “bean-master” (letteralmente maestro dei fagioli): innanzitutto perché in sostanza il menù prevedeva poche variazioni durante certi interminabili e faticosi viaggi e poi era meglio non chiamarlo “cane” se non si voleva correre il rischio che come condimento ci aggiungesse qualche tocco personale… non fatemi essere più specifico, ci siamo capiti.
Parlando di cibo come non citare “bacon”? Eh sì, noi adesso diremmo “buccia” o “cotenna” per intendere salvare la pelle, ma nel West “to save one’s bacon” voleva proprio dire “mettere in salvo la ghirba”!
Ci si poteva addentrare in un gran brutto territorio il che veniva espresso con “bad lands”. Ora, “Badlands” intese come nome proprio indicava aree desertiche nei territori del Sud Dakota ma divenne poi usato comunemente per riferirsi a luoghi inospitali e poco accoglienti.
E quando c’era pericolo, la mano subito correva al calcio della propria arma.
Dovete sapere che non tutti portavano la pistola nella fondina ma qualcuno si accontentava di infilare la sua sputa-fuoco nella cintura dei pantaloni. Questa scelta coniò il termine “belly-gun” cioè “pistola da pancia” perché veniva portata addosso e non nel suo apposito “fodero”.
Il capitolo delle fondine apre una finestra su un mondo interessante e variegato che non si merita solamente una digressione ma una vera e propria chiacchierata, come un assolo. Per ora vi basti che i cinturoni come siamo abituati a vederli nei Fumetti o al cinema si discostano da ciò che era la realtà storica. Quantomeno in parte.
Il classico cinturone con le fondine per le pistole utilizzato in ogni pellicola del genere e che ha ispirato i disegni più o meno moderni, quello con le “asole” per tenere i proiettili di scorta, non importa che avesse lo scopo di contenere ai fianchi una sola pistola oppure due, da indossare alla cintola sopra gli abiti, il cosiddetto “Buscadero Rig”, pare sia stato uno di quei dettagli arrivati fino a noi attraverso la mediazione delle prime pellicole ed attraverso i racconti che ingigantivano e manipolavano l’oggettività dei fatti, come spesso accadeva già a quei tempi nelle “Dime Novels”.
“Buscadero” è un termine spagnolo che indicava gli uomini di legge (potremmo tradurlo letteralmente con “cercatore”), piuttosto ostinati nel dare la caccia ai fuorilegge.
Gli stessi duelli con i due avversari fermi di fronte uno all’altro nella main street di un villaggio non erano così frequenti come qualcuno potrebbe immaginare: era più facile che le questioni, quando si impugnavano armi, venissero risolte scaricando il tamburo contro il nemico, senza considerare la velocità di estrazione ma piuttosto il volume di fuoco e per lo meno la precisione di dove si mirava, poichè rapidità non sempre coincideva con accuratezza.
La sveltezza non si misurava aspettando che l’antagonista facesse la prima mossa. La vita non è per l’appunto un film e se qualcuno voleva farti fuori non si poneva certo domande esistenziali o dubbi morali sull’aprirti un buco tra le scapole o scaricarti addosso il suo “ferro”.
Forse era meglio tenere gli occhi aperti ed evitare il più possibile gli scontri od essere rapidi a reagire piuttosto che aspettarsi che qualcuno seguisse un non scritto codice di condotta, confidando in un duello onorevole.
Lo scopo non era fare bella figura, ma non rimetterci la “cotenna”, tanto per adattarci allo slang del luogo, e non si aveva a che fare con filosofi ma con balordi dall’anima nera che ci avrebbero riempito di proiettili e poi sarebbero andati a scolarsi una bottiglia senza il benchè minimo rimorso. Quando c’era in ballo la pellaccia non si andava tanto per il sottile.
D’accordo, magari quello che vi aveva mandato all’altro mondo sparandovi alle spalle sarebbe stato successivamente impiccato ma intanto per voi cosa sarebbe cambiato? Riflessi pronti e dito sul grilletto, dovunque aveste deciso di mettere la pistola, sarebbero stati la miglior medicina contro un’indigestione da piombo.
Come si dice, prevenire è meglio che curare.
Intendiamoci, non voglio sostenere che le fondine non esistevano, anzi, ma mi riferisco al fatto che non fosse abitudine consueta portarle lungo le cosce, magari legate da un laccio di cuoio in modo da favorire un “quick draw”, cioè una rapida estrazione, e men che meno il fatto che chi usava i revolver come fonte di sostentamento, vale a dire i pistoleri, indossasse gli stessi cinturoni bassi alla vita affinché la mano potesse raggiungere il calcio della Colt con maggiore fluidità.
Considerando che nel West vero spesso c’era il divieto di portare armi da fuoco entro i limiti cittadini, e questo dettaglio compare anche in diversi film non solamente degli inizi del secolo scorso, solo gli sceriffi e le loro controparti dal lato sbagliato della barricata avevano armi in vista, i primi come deterrente ed i secondi, beh, perché erano malviventi. Inutile sottolineare come i gentiluomini anche in centri abitati di maggiori dimensioni nell’Est preferissero fondine ascellari, che le giacche potessero coprire (gli agenti della Pinkerton non andavano certo in giro per Chicago o, che so, Boston con i cinturoni alla vita).
Calcolate che nei territori della Frontiera era anche diffusa l’abitudine di non usare neanche la fondina ma la Colt (o la Remington o qualunque “pacificatrice” usassero) era semplicemente infilata nella cintura dei pantaloni. Se fate mente locale, cavalcare ed estrarre la pistola da una fondina al fianco non sarebbe stato sempre pratico, ma, proprio come accadeva per le spade prima dell’avvento delle armi da fuoco, la posizione più comoda per afferrare la “fedele compagna” e rispondere per le rime era quella dal lato opposto al braccio dominante.
Per questo di frequente la si portava sempre alla vita ma con il calcio rivolto dall’altra parte. Tra l’altro questo modo di estrarre veniva chiamato “Border draw” (estrazione alla maniera del confine) quindi siamo sempre nelle zone di Texas, Arizona e caliente Mexico.
Le stesse fondine tipiche dei lungometraggi western hanno subìto aggiustamenti al fine di renderle più “fotogeniche”. The cowboy rig (quella standard per alloggiare una Colt 45 Frontier a canna non modificata), the rancher, the drover (cioè mandriano) sono tutte varianti con più o meno extra (il fodero contenente un pugnale inglobato dal cinturone ad esempio) che si diversificavano tra loro anche rispetto al grado di inclinazione con cui l’involucro di pelle dove si riponeva la pistola veniva cucito al cinturone stesso, per facilitare ancora di più l’estrazione (“draw” in inglese).
Veniva amichevolmente chiamato “Bible”, Bibbia, il classico sacchettino delle cartine nelle quali si arrotolava il tabacco per le sigarette. Anche detto “dream book” o “prayer book” (libro dei sogni o delle preghiere) era parte “essenziale” dell’equipaggiamento del cowboy se voleva rollarsi una sigaretta specialmente durante le lunghe ore di veglia ai pascoli.
Se foste stati voi i primi a montare la guardia di notte, sareste stati i “bobtail guards” poiché avreste dovuto stare a stretto contatto con le code (tails) degli animali.
Dopo tutto questo parlare di sparatorie e di Bibbia il collegamento è quasi obbligato: boot-hill (o boot yard), la collina degli stivali. Anche i non amanti del West ormai sanno che con questa espressione si indicava il cimitero. Ma perché tale nome? Perchè spesso gli “inquilini” del camposanto erano finiti in una fossa in seguito ad una morte violenta quindi “ancora con gli stivali ai piedi”.
Cambiando discorso, oggi se si sente la parola “brand” si pensa ad una marca famosa, magari di vestiti o comunque con parecchi negozi sparsi per le nostre città. Il significato di siffatto termine nel West era riferito soprattutto al bestiame: il marchio, in inglese per l’appunto brand, identificava il proprietario del capo, che si trattasse di cavalli o vacche, ed in teoria la presenza del marchio poteva risolvere eventuali beghe in fatto di sconfinamento di gruppi di bestiame su pascoli di un ranch confinante. Questo metodo è ancora oggi in vigore: secondo la “Texas and Southwestern Cattle Raisers Association” ci sono delle regole ben precise per scegliere il marchio e posizionarlo sull’animale. Esiste addirittura un “brand design” con canoni per far risultare il meno doloroso possibile per il bestiame la marchiatura e contemporaneamente rendere semplice per i possidenti o gli ispettori la lettura. Pare che la maggior parte dei marchi abbia 3 simboli riuniti in un’unica figura indicante la provenienza e si possano associare lettere dell’alfabeto, numeri o emblemi.
Ovviamente questo non impediva ai razziatori di rubare mandrie ed i ladri di bestiame erano uno dei flagelli che potevano abbattersi sui cowboys durante i logoranti tragitti per spostare le bestie al fine di consegnarle a grandi agglomerati urbani del centro nord o dell’est.
Attivi specialmente lungo il confine con il Messico che costituiva un’agevole via di fuga, alcuni erano diventati anche “bravi” nell’alterare il marchio (potevano inoltre esserci rancheros disonesti che non si sarebbero fatti troppi problemi nel causare la sparizione di qualche capo dalla vostra mandria, alla faccia del “buon vicinato”). Un marchio fasullo che ne completasse uno già esistente, realizzato appositamente, veniva applicato su quello precedente in modo da inglobare il simbolo coprendo così la prova del furto, per lo meno sicuramente ad un’occhiata superficiale.
Restando in tema di ranch, se foste stati tra gli ultimi assunti, probabilmente come rito di iniziazione o anche per vedere di che pasta eravate fatti, vi sareste rapidamente ritrovati seduti, tutt’altro che comodamente, su un Bronco. Di che si tratta?
Oh, niente di particolare: un cavallo non ancora domato, quindi dal carattere piuttosto imprevedibile e per niente docile, non abituato alla sella.
Il termine è di derivazione spagnola e si può tradurre con “scontroso” o “rude”.
Il “Bronco bucking” era il tentativo di domare tali cavalli, in senso lato possiamo usare come sinonimo anche mustang. Viene ancora oggi praticato come prova nelle gare di rodeo anche se non si utilizzano sempre cavalli appena catturati, cosa che invece accadeva inevitabilmente nel West.
Giusto per fare una divisione molto, ripeto, molto sommaria, potremmo affermare che i mustang propriamente detti erano e sono quei cavalli lasciati allo stato brado che corrono liberi nelle praterie mentre i broncos sono quelli che stanno iniziando ad assaggiare il giogo della vita “con gli umani” ma non ancora addomesticati. D’altronde nessuno di noi reagirebbe senza cercare di scrollarci di dosso il simpaticone che ci salta sul groppone, per di più piantandoci un calcio tra le costole per indicarci dove dobbiamo andare.
Tanto per comprendere quanto non fosse una passeggiata avere a che fare con questi cavalli, “broke in two” (“spezzato in due”) era un sinonimo dell’azione di domare un cavallo selvaggio. O tentare di farlo.
I “Bronco busters” erano considerati i cowboys più abili ed esperti perché riuscivano davvero a cavalcare sostanzialmente ogni tipo di cavallo. Se ne uscivano con le ossa intatte, si facevano una notevole fama e potevano pretendere di essere ingaggiati con paghe più elevate per la loro capacità di ammansire quei fulmini a quattro zampe.
Avreste anche potuto udire le parole “bad hoss” (letteralmente “cattivo cavallo”, da horse) per indicare una bestia che andava ancora domata o “bangtail” (tail, ormai lo sapete, significa coda) per il fatto che era ancora irrequieto e che quindi sbatacchiava proprio la coda di qua e di là.
Se poi foste stati inesperti e aveste commesso l’errore di spremere troppo la vostra cavalcatura ne avreste fatto una “torta”: bake (cuocere al forno) è proprio la parola che stava ad indicare un cavallo sfinito, “cotto”, per averlo spinto ad un galoppo troppo forte o troppo prolungato.
Per restare in argomento, un quadrupede non ferrato, perciò probabilmente montato da pellerossa, veniva considerato “a piedi scalzi” quindi “barefoot” per la mancanza dei ferri sotto gli zoccoli.
L’immagine di un cowboy impegnato a non farsi un volo nella polvere è il simbolo dello stato del Wyoming (ve lo posso garantire personalmente perché possiedo una targa proveniente da quello Stato).

Dai cavalli ai bisonti. In inglese si chiamano Buffalo.
Che mi dite dei “Buffalo Soldiers”, i “soldati bisonte”? Come ognuno di voi probabilmente sa, era il soprannome appioppato dagli indiani ai soldati di colore per via della loro pelle scura e le capigliature a ricci.
Secondo ciò che dice il “Museo Nazionale dei Buffalo Soldiers” la paternità del nome va attribuita ai Cheyennes che videro per la prima volta quegli “uomini colorati” a cavallo anche se, stando proprio al fondatore del 10 reggimento di Cavalleria, il colonnello Benjamin Grierson, il 10 venne creato ufficialmente nel 1866 a Fort Leavenworth, Kansas, tale denominazione venne associata ai suoi soldati dai Comanches durante una campagna nel 1871.
In un’avventura non troppo lontana negli anni della saga di Tex (un trittico di albi disegnati splendidamente da Giovanni Ticci su testi di Mauro Boselli: “Buffalo Soldiers”, “Decimo Cavalleria”, “L’assedio degli Utes”) il Ranger ha modo di conoscere da vicino il valore e la tenacia di quegli uomini che indossarono la giacca blu dell’esercito degli Stati Uniti.
Ispirato ad una persona realmente esistita, è il personaggio del soldato Pompey, che combatte più di una battaglia al fianco di Aquila della Notte e Capelli d’Argento. Il vero Pompey Factor, venne perfino decorato con la medaglia d’onore del Congresso nel 1875.
Il termine Buffalo Soldiers incluse gli appartenenti ai 9 e 10 reggimento di Cavalleria. Si trattava di compagnie interamente formate da uomini di colore e divennero famose per la loro audacia ed il coraggio dimostrato in combattimento.
Parlando di bisonti effettivi invece, il “Big Fifty” (“il grande cinquanta”) era il fucile Sharps calibro 50, usato dai cacciatori.
In senso lato invece “big guns” era il soprannome dato a personalità di una certa importanza, verosimilmente in senso spregiativo o quanto meno ironico.
Spessissime volte leggendo Tex si possono trovare coloriti modi per definire le pistole, tra cui ferri da tiro. Ebbene, questa originale espressione non si allontana molto da quella in voga al tempo in cui la vita di un uomo dipendeva dalla sua abilità con la sei-colpi: “barking irons” (ferri abbaianti) era lo pseudonimo con cui si chiamavano le pistole.
E’ da un po’ che stiamo parlando. Gola secca? Se volete, lubrificatevi il gargarozzo con un sorso di “bug juice”. Il nome non è dei più accattivanti ma in America era piuttosto diffuso per indicare del brucia-budella. Nel West ci si riferiva al whisky, in modo generico ma soprattutto a quello non di qualità sopraffina, mentre nell’era del proibizionismo divenne sinonimo di “Moonshine”: un liquore distillato illegalmente.
Occhio però: chi non era abituato a reggere un’abbondante bevuta, avrebbe potuto incappare nella “barrel fever”, la “febbre da botte”. Nulla di grave, non si tratta di una spaventosa malattia ma semplicemente di come venivano battezzati i postumi di una sbronza.
Se non si rigava dritto si poteva finir male ed indossare una cravatta non troppo comoda, conosciuta come “California collar”. No, non sto parlando dell’ultima moda di Washington, ma della corda di canapa che veniva stretta attorno al collo per impiccare un condannato a morte.
Collar in inglese sta per colletto e con tale termine si intendeva il nodo scorsoio. Perchè California? Perché da quelle parti c’era una certa facilità a lasciar mano libera a vigilantes più o meno “autorizzati” che facevano piazza pulita di ospiti delle prigioni degli sceriffi, a volte compiacenti a volte meno ma in ogni caso se vi foste ritrovati in cella durante i loro raid, anche per qualcosa di poco grave, avreste passato un gran brutto quarto d’ora.
In tempi del genere la “vecchia signora” con la falce cavalcava a fianco di chi respirava ancora, ogni giorno, e quindi era quasi imperativo scherzarci sopra per esorcizzarne l’oscura presenza.
Anche nelle pagine delle avventure dell’eroe dalla camicia gialla si legge “fare il gran salto” come parafrasi di morire. In effetti “the big jump” era proprio uno dei modi con cui si indicava la morte.
“Cash in”, vale a dire “incassare” o anche “passare alla cassa” era l’espressione che si usava altre volte sempre al posto della parola “morire”. In italiano suona comunque particolarmente lugubre per via della presenza del vocabolo “cassa” ma in inglese sono concetti del tutto diversi e non c’era alcun riferimento al “cappotto di legno” che si poteva trovare esposto davanti alla bottega di un becchino.
Questo dal punto di vista del morto, ma considerando le cose secondo le ragioni di chi vi aveva appena regalato un biglietto di sola andata, si usava il verbo “to beef” per dire che qualcuno aveva ucciso qualcun altro. C’è una certa logica in ciò: beef è la carne di manzo e non devo essere io a suggerirvi l’accostamento dal quale proviene questo termine acquisito dallo slang dei cowboys.
Stesso discorso per il termine “sciacqua-budella”. Qualcosa del genere esiste davvero: “belly wash” era solitamente legato ad un caffè non forte come quello sunnominato poco fa, ma al contrario ad una vera sciacquatura di piatti.
Ancora oggi noi diciamo “alzare il gomito” per intendere qualcuno che beve troppo. “Bend the elbow” ne è la traduzione letterale ed è nata proprio per definire qualcuno che andava a fare baldoria con gli amici in un saloon, facendosi un bicchierino dopo l’altro.
Anche chi non è per nulla appassionato di West, conosce alcuni nomi che sono entrati non solamente nella leggenda ma nell’immaginario collettivo. Uno di essi è sicuramente Buffalo Bill. Niente paura, non intendo perdermi in uno sproloquio sulla vita di Willam Cody (per oggi), ma ricordarvi che il suo “Wild West Show”, che giunse anche in tour in Italia in più di un’occasione, era divenuto talmente famoso da essere semplicemente indicato come “lo spettacolo di Bill”. Vi sarebbe bastato dire “Bill Show” e chiunque avrebbe compreso a che cosa vi stavate riferendo.
Se qualcuno si fosse offerto di presentarvi una certa Susan, avreste fatto molto meglio a declinare.
“Black eyed Susan” era l’amabile nome dato alla sei-colpi: l’occhio nero a cui si alludeva era la bocca da fuoco dell’arma.
Prima ho accennato ai militari. Venivano realmente chiamati “blue belly”, ovvero “pance blu”, per via della loro divisa, termine diffusosi specialmente durante la guerra civile per indicare i soldati Yankee, cioè del Nord, da parte delle “giubbe grigie” confederate del Sud.
La vita non era facile a quei tempi, se mai lo è stata in qualche epoca: per tirarvi un po’ su forse sarebbe stato d’aiuto un po’ di “bottled courage”, un po’ di coraggio in bottiglia, cioè banalmente un goccetto di whisky.
Bisognava però stare con i sensi all’erta anche durante una partitina dopo cena: giocare a poker veniva detto “bucking the tiger” (letteralmente “domare la tigre” o parafrasando “tirare la tigre per la coda”) quindi non era proprio il modo più riposante per digerire, da come la vedo io.

“Bull nurse” (infermiera per tori) era il nomignolo affibbiato agli stessi cowboys perché dovevano prendersi cura dei capi di bestiame.
“Bulldozer”, pensate un po’, stava ad indicare qualcuno prepotente e non troppo delicato nei modi.
Avete presente quelle protezioni di cuoio o di pelle utilizzate dai cowboys per ripararsi le gambe dai rovi o da eventuali cadute accidentali? Una sorta di larghi sovra-pantaloni, erano abbastanza rigidi e per certi versi limitavano un po’ i movimenti a cavallo ma se si faceva un ruzzolone su una pietraia potevano anche tornare utili. Ecco, si chiamavano “chaps” o “armas” in spagnolo.
E quando poi si finiva nella polvere, svolazzando di sella, lo si sdrammatizzava scherzando con una battuta: “chasing a cloud” cioè inseguire una nuvola era l’equivalente per descrivere uno sgraziato capitombolo.
“Chuck” era una parola che compariva in più di una frase fatta.
Presa singolarmente “chuck” (non Norris) comprendeva ogni sorta di cibo.
“Chuck eater” (letteralmente quindi “mangia cibo”) era lo scroccone e venivano considerati tali i novellini, coloro che erano stati assunti da poco in un ranch, i quali non possedevano ancora l’esperienza necessaria per essere rispettati e per guadagnarsi il cibo come tutti gli altri, costituendo una bocca in più da sfamare. So cosa state pensando e sono d’accordo ma nessuno ha detto che i cowboys fossero delle enciclopedie di buone maniere.
“Chuck wagon” era pertanto il carro mensa, regno del cuoco che doveva pensare a riempire le pance degli uomini durante i trasferimenti delle mandrie. Era in pratica il surrogato del ranch, della casa (“bunk-house” o dormitorio per i lavoranti, una sorta di camerata, diremmo noi oggi) che si erano lasciati alle spalle, punto di riferimento dell’accampamento dove non solo si poteva trovare un piatto caldo ma dove venivano curati i feriti e si stoccavano vestiti asciutti o di ricambio in caso di bisogno. Era accanto a questo carro che si accendeva il fuoco per mangiare tutti insieme dopo un’intera giornata in sella, quindi diventava il centro della “vita sociale” durante quelle estenuanti “gite”.
“Chuck wagon chicken” era lo sconsolato modo con cui veniva chiamato il cibo preparato in viaggio. Non si trattava certo di pollo (chicken) ma come ho già sostenuto non c’era una gran varietà di alimenti: nello specifico si intendeva il lardo fritto, buttato in padella insieme ai fagioli, che rappresentava la dieta proposta quasi quotidianamente ai mandriani.
Un “Chuck line rider” era un cowboy non assunto in nessun ranch che però si spostava da un possedimento ad un altro portando notizie oppure offrendo i propri servigi a giornata, in modo da sbarcare il lunario e garantirsi almeno un pasto al giorno.
Se prima abbiamo menzionato i cavalli Bronco, adesso accenniamo anche ai cosiddetti “Cimarron”: un termine messicano riguardante gli stalloni dall’indole indomita che cercavano in ogni modo di evadere, magari cercando di rompere le pastoie o scappare dai recinti. Questa definizione venne in seguito anche applicata alle persone che preferivano stare per conto proprio senza socializzare con gli altri “civilizzati” uomini bianchi.
Ulteriore formula gergale che leggiamo tra le pagine di Tex ma che corrisponde al reale modo di parlare dell’epoca è “avere freddo ai piedi”. Un “cold footed man” (un uomo dai piedi freddi) era uno che non dimostrava un temperamento particolarmente coraggioso e sprezzante del pericolo quindi in tal guisa si additavano i codardi.
Un altro “complimento” era “coffee boiler” per indicare un perdigiorno, qualcuno che non si dava da fare ma che stava per l’appunto a “guardare il caffè che bolliva”
Dare una strigliata o una pettinata a qualche farabutto per i “Texiani” significa beccarsi una scarica di botte ma “to comb one’s hair” (“pettinare i capelli a qualcuno”) voleva dire colpire alla testa qualcuno con il calcio della pistola.
Per non sfiancare il vostro cavallo ogni tanto sarebbe stato meglio concedergli un po’ di riposo magari anche smontando: raffreddare la sella (“to cool the saddle”) era proprio il modo con cui si designava questo gesto.
Come possiamo notare la maggior parte dei termini gergali provenivano dalla realtà quotidiana della vita nel ranch. Ne è un lampante esempio “corral dust”. Letteralmente significa “polvere del corral”, la staccionata che costituiva il recinto dove venivano rinchiusi i cavalli, ma in questa accezione sta a significare bugia o frottola. Era proprio lungo la palizzata del corral che nelle pause dal lavoro i cowboys si scambiavano aneddoti o raccontavano episodi e spesso li ingigantivano per strappare una risata esagerando e condendoli con delle spacconate.
Certo, non si aveva tutto questo tempo libero per sghignazzare con gli amici e non sempre le cose andavano lisce, anzi quasi mai.
Se un incidente accadeva perchè provocato da un errore umano, il meno che vi potesse capitare era quello di venire apostrofati dal datore di lavoro. Vi andava ancora bene se vi chiamava banalmente “crock head” cioè “testa di coccio” perché gli insulti che potevano uscire dalla bocca di un rude uomo del West avrebbero fatto rabbrividire perfino un Eschimese.
Avrebbe sempre potuto mettere mano al suo “cannon”, il suo cannone e sparacchiare qualche colpo tra i vostri piedi per farvi ballare un po’ ed essere sicuro che non si sarebbe più ripetuta una svista da parte vostra. Non c’era da scherzare troppo durante le pesantissime ore di lavoro e non per niente i capi mandria venivano chiamati “caporal”, oltre che “boss”.
Avreste potuto consolarvi con un sorso di quello buono ma che fosse buono per davvero.
Il whisky veniva anche chiamato “coffin varnish” e cioè “vernice per bare” (coffin è infatti la parola inglese che significa “bara”), nome che è tutto un programma.
Quando gli animali erano riuniti, non si era scatenato nessuno stampede, vale a dire la forsennata corsa all’impazzata, improvvisa ed incontrollata di solito dovuta ad un grosso spavento, che rischiava di disperdere la mandria, e non si erano persi troppi capi durante le impervie piste o “trails”, il capo dei cowboys poteva ben affermare soddisfatto che si era riusciti a “mettere il cane al coperto” (“cover the dog”) cioè a raggruppare le bestie in un unico punto.
Gli stessi mandriani si davano etichette auto-ironiche: “cow poke” (letteralmente “spingi-mucca”) era stato coniato per i cowboys costretti a restare in fondo alla mandria ed aventi il compito di incitare le vacche, magari pungolandole per non farle restare indietro.
“Cow town” era invece il termine con cui venivano chiamate le destinazioni di questi trasferimenti: dove il bestiame sarebbe stato venduto o fatto salire sui carri appositi dei treni per essere spedito nelle grandi città.
Ed anche noi, per adesso, siamo arrivati a destinazione.
C’è ancora molto da dire e molto da imparare, prima di poterci considerare dei cowboys onorari o ancora di più se aspiriamo ad essere dei Rangers onorari.
Ho pensato che come iniziale contatto tra il West fatto di carta ed inchiostro con quello vero, polveroso, sporco ma affascinante le basi della comunicazione di quei tempi fossero tra le prime nozioni da conoscere. Non mi sono limitato solamente ad un mero elenco dei modi di dire trovati tra le tavole di Tex, oppure a quelli che erano stati inseriti negli albi menzionati all’inizio della nostra chiacchierata ma, come è mia abitudine, ho incrociato più fonti, alcune contattate personalmente.
Ed ovviamente non ho toccato ogni singola espressione ma mi sono soffermato su quelle che mi hanno maggiormente colpito e che potevano rappresentare una sorta di ponte tra il Fumetto e la Storia.
Avremo modo di continuare su questa falsa riga se e quando vorrete nuovamente passare da queste parti ad abbeverare il vostro ronzino ed a zavorrarvi lo stomaco con qualcosa di caldo prima di rimettervi in marcia.
Se vi andrà di seguire questa pista non troverete mai un discorso da noiosa maestrina ma ci saranno sempre riferimenti storici e rimandi a volumi ed avventure di Aquila della Notte ed i suoi Pards mantenendo un taglio più reale del reale nel reale, per così dire.
Stare in sella tutto il giorno ad ingoiare polvere non era un compito di tutto riposo come non aveva nulla di romantico scambiare argomenti calibro 45, letali e roventi, con criminali o desperados dal cuore più nero della più buia delle notti senza luna.
Cammineremo sempre sul sentiero che parte dalla Leggenda e che conduce alla Storia, alla verità ed alla concretezza, con un occhio al terreno per non perdere le tracce di chi o cosa, nel caso si tratti solo di selvaggina, stiamo inseguendo e non dimenticandoci di dare ogni tanto un’occhiata in giro per evitare brutte sorprese.
Stare all’erta e non abbassare mai la guardia è, allora come ora, un ottimo modo per aumentare le possibilità di riportare a casa la pelle.

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