Indeh

A cura di Gian Mario Mollar

Una storia delle guerre apache a fumetti, scritta da un famoso attore hollywoodiano e illustrata magistralmente. Questa, in estrema sintesi, la descrizione di Indeh, graphic novel edita da Mondadori lo scorso novembre.
Che Ethan Hawke sia un bravo attore non è certo una novità: con la regia di Richard Linklater, ci ha regalato interpretazioni indimenticabili e anche insolite, basti pensare alla trilogia di Prima dell’alba, o a Boyhood, un film sperimentale con una raffigurazione impressionante del trascorrere del tempo e del significato della vita umana. Nel corso della sua carriera ha esplorato molti generi: dalla fantascienza, con Predestination e Waking Life, al thriller, con il sottovalutato Regression, senza trascurare il genere western, con il remake de I magnifici Sette, ma, soprattutto, con l’interessantissimo Nella valle della violenza.
Quel che si sa di meno è che Ethan Hawke è anche uno sceneggiatore e uno scrittore di romanzi (Amore giovane e Mercoledì delle Ceneri, editi in Italia rispettivamente da Minimum Fax e da Beat), e ciò mitiga in parte la sorpresa di vederlo esordire nel mondo delle graphic novels.
Indeh nasce come sceneggiatura per un film ed è il risultato di anni di studi da parte dell’autore, che, come spiega nella post-fazione, si è interessato ai nativi in generale e agli Apache in particolare sin da ragazzo, quando si trovò ad attraversare una riserva indiana in compagnia del padre.
Non essendo riuscito a trovare una produzione per il film, Hawke ha deciso di trasformarlo in un fumetto, avvalendosi delle efficaci chine di Greg Ruth. Il risultato finale, tuttavia, ha implicato un radicale ripensamento dell’opera: Indeh non è semplicemente una story-board, l’adattamento a fumetti di un film abortito, ma qualcosa di molto più innovativo.
Hawke e Ruth, infatti, sono riusciti a distillare in immagini quasi quarant’anni di guerra tra gli Apache e i Messicani, prima, e gli Americani, poi, utilizzando come spunto narrativo la vita del condottiero Gohyakla, che passerà alla storia con il nome di Geronimo.
Le immagini che compongono il fumetto vanno oltre le inquadrature cinematografiche per diventare dei veri e propri simboli, densi di rimandi e significati. Le scene sono scelte accuratamente e la loro ricchezza semantica è così efficace da permettere quasi di rinunciare alle parole: i dialoghi sono quasi sempre scarni e mancano del tutto cartigli e didascalie esplicative. Il processo di sintesi non deve essere stato semplice, ma ha generato un libro di storia preciso e accurato con poche parole, che preferisce alludere ed evocare piuttosto che descrivere in modo discorsivo.
Va da sé che Indeh non è una lettura immediata, perché presuppone una notevole conoscenza di base dell’argomento o, quantomeno, la volontà di approfondire al di fuori del testo, consultando Wikipedia o qualche altro libro di storia nel corso della lettura. La stessa struttura grafica, molto lontana dalla “gabbia” bonelliana alla quale siamo assuefatti noi lettori italiani, non è così immediata. Le vignette di Ruth spesso occupano l’intera pagina, e addirittura la sfondano, per dare respiro alla narrazione.
Se si è disposti a questo piccolo sforzo, però, la fatica sarà pienamente ricompensata.
Le pennellata fluida e acquerellata di Greg Ruth è poetica e fotografica allo stesso tempo, capace di catturare con la stessa naturalezza tanto le espressioni dei personaggi quanto i momenti dinamici e concitati, senza dimenticare i paesaggi, veri e propri affreschi di una terra spietata e sognante.
La storia inizia con lo sterminio della famiglia di Geronimo, in sequenze strazianti che giustappongono un passato felice a un presente desolante, e continua con la guerra ai Messicani. Seguiranno gli scontri con l’esercito degli Stati Uniti, sintetizzati in tre figure: dapprima il colonnello Bascom, cui segue il generale Crook, soppiantato poi dal Generale Oliver Howard, l’uomo che firmerà un trattato con Geronimo e ne negozierà la resa.
Hawke insegue la verità storica senza cadere in facili stereotipi, rifugge il luogo comune dell’apache “assetato di sangue” senza cascare in quello, opposto ma ugualmente fuorviante, del “buon selvaggio”. “Nessun peccato. Né lacrime di gioia o di rimorso. Nessuna pietà. Nessun cuore che sanguina per ciò che deve essere fatto.” Geronimo uccide, scalpa e stermina senza battere ciglio, ma non per questo è “cattivo”. Le sue azioni, inserite nel contesto storico, risultano essere la diretta conseguenza di quelle dei bianchi.
La valenza simbolica dei disegni, di cui si parlava prima, è particolarmente evidente in vignette come quella in cui è raffigurato Geronimo intento a strappare lo scalpo di un messicano. In primo piano, però, compare un cartello con i prezzi pagati dal Governo Messicano per gli scalpi dei nativi, uomini, donne o bambini, a significare che le atrocità non venivano praticate unilateralmente dagli Apache.
Stessa cosa in un’altra sequenza: gli Apache appiccano il fuoco a una chiesa in cui si sono rifugiati i sopravvissuti allo scontro. Un gesto terribile, non c’è dubbio, ma le vignette sono commentate da una citazione testuale, una lettera del Governatore del New Mexico, che, con una freddezza e un distacco se possibile ancor più disturbanti, incita al massacro sistematico degli Indiani.
È inevitabile che le pagine di questo fumetto siano pervase di violenza: una cronaca di guerra senza sangue sarebbe inverosimile e anche disonesta. La rappresentazione di questi momenti, però, non ha nulla di compiaciuto, niente di “tarantiniano”, perché i due autori hanno preferito una ricostruzione storica a un facile appagamento estetico a tinte “pulp”.
Pur essendo un testo che parla del passato, Indeh non è soltanto un esercizio di stile. Scrive Hawke: “Le guerre apache sono una parte vitale della storia americana e meritano un approccio onesto, che includa, integrandole, le vicende dei nativi americani. Una storia che deve essere raccontata, e poi raccontata ancora, finché i nomi di Geronimo e Cochise non diventino, alle orecchie dei giovani americani, familiari come quelli di Washington e Lincoln. Sapevo che non era la mia storia, ma il mio cuore si sentiva costretto a raccontarla.”
L’intento divulgativo, soprattutto in una realtà come quella americana attuale, non è per niente scontato. Troppo spesso, infatti, i nativi sono ancora vittime di discriminazioni razziali e il mito dell’“indiano cattivo” è tutto fuorché un ricordo: non è un caso che, ad oggi, nessun Presidente degli Stati Uniti abbia chiesto ufficialmente scusa per il genocidio perpetrato ai danni delle popolazioni autoctone.
A testimonianza dell’impegno sociale dei suoi autori, il testo è stato presentato per la prima volta a Standing Rock, South Dakota, nel 2015, in occasione della protesta contro il “serpente nero”, un oleodotto che comporterebbe seri danni per l’ambiente e le acque.
Durante un powwow, tra la musica, i colori e le danze, ho incontrato un ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Indian Wars never ended”. Purtroppo, è proprio così: le guerre indiane non sono ancora finite. La cosa buona è che oggi ci sono anche degli “occhi bianchi” pronti a combatterle al loro fianco, anche solo cercando di raccontare con passione e onestà una storia che, di fatto, non è la loro.
Questo è il senso della graphic novel, riassunto benissimo nella citazione di Kent Nerburn, che chiude la riflessione di Hawke: “In ultima analisi, noi tutti, indiani e non indiani, abbiamo bisogno di unirci. Questo mondo è la nostra madre, questa terra il nostro patrimonio comune. Le nostre storie, i nostri destini sono intrecciati, e non importa dove siano nati i nostri antenati o come abbiano interagito tra loro”.
Buona lettura!

Titolo: Indeh
Autore: Ethan Hawke,
Pagine: 233
Editore: Mondadori
Collana: Oscar Ink
Anno: 2017
Prezzo: 17 €

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