Truppe italiane nella Guerra Civile Americana

A cura di Pietro Costantini

L’origine della presenza di numerosi soldati del disciolto Esercito delle Due Sicilie nelle file confederate è riconducibile alla relazione tra Chatham Roberdeau Wheat e Giuseppe Garibaldi.
Il primo, un ex-capitano dello US Army e avventuriero, originario della Virginia, aveva conosciuto Garibaldi a New York nel 1850. Dieci anni dopo aveva partecipato alla campagna per l’unificazione italiana, con azioni militari come le battaglie del Volturno e del Garigliano, e l’assedio di Capua, col grado di generale conferitogli da Garibaldi; qui era stato raggiunto dalle notizie riguardanti l’imminente conflitto civile nella madrepatria. Il reclutamento iniziò con l’arrivo a Napoli di Roberdeau Wheat il 14 ottobre 1860 a bordo della nave “Emperor”, assieme ai 650 uomini della legione britannica.
Nell’esercito confederato.
Il Gen. Wheat aveva come aiutante il Capitano Bradford Smith Hoskiss, veterano dell’esercito britannico. Alla notizia dell’elezione di Lincoln a presidente negli Stati Uniti, Wheat, come sostenitore dell’altro candidato Breckinridge, era cosciente che se fosse avvenuta la secessione degli Stati del Sud, come preannunziata, la guerra civile sarebbe divenuta una concreta possibilità.
Doveva dunque far qualcosa per aiutare la Virginia. Pertanto fece richiesta a Garibaldi di poter reclutare prigionieri e sbandati dell’Esercito Borbonico da inviare in Luisiana. Garibaldi, alle prese con l’enorme problema rappresentato dal crescente numero di prigionieri proveniente dai campi di battaglia, ed evidentemente felice di togliere forze nemiche dal campo, acconsentì. Davanti all’alternativa di essere internati nelle carceri del nord (in particolare nel forte di Fenestrelle), molti soldati accettarono. Venne incaricato Liborio Romano (ex ministro degli Interni del regno delle Due Sicilie, che era rimasto in sella anche con il cambio di regime, avendo tradito il suo ex sovrano Francesco II) di assistere il Cap. Hoskiss nel reclutamento. In quel momento i prigionieri borbonici erano in gran numero, ed era stata perfino avanzata l’ipotesi di deportarli in Australia. Anche gli sbandati costituivano un problema, pertanto la soluzione di sbarazzarsene era vista di buon occhio.
In realtà, si trattava di 189 veterani, soldati borbonici che avevano capitolato nella fortezza di Capua dopo la sfortunata battaglia del Volturno. Certo, costoro – come del resto tutta la gente dell’ex Regno delle Due Sicilie – erano legatissimi alla loro terra d’origine, al punto da temere più la lontananza da casa che il plotone d’esecuzione (come dovrà ammettere lo stesso Visconti Venosta). Tuttavia, a determinarne la scelta non fu soltanto la volontà di sottrarsi alle durissime carceri dell’epoca, situate in buona parte in Piemonte e quindi lontano da casa. Su di loro agì essenzialmente il rifiuto di arruolarsi nell’esercito piemontese subentrato a quello garibaldino: un giuramento di fedeltà a Vittorio Emanuele II avrebbe comportato l’insopportabile abiura di quello prestato in precedenza al re napoletano.
A partire dal dicembre del 1860, e per alcuni mesi del 1861, circa 1800 ex soldati borbonici furono trasportati a New Orleans con le navi Elisabetta, Olyphant, Utile, Charles & Jane, Washington e Franklin. La navi giunsero a New Orleans da gennaio a maggio 1861, prima che il blocco navale del Nord riducesse considerevolmente il traffico di bastimenti ai porti del Sud. Le partenze furono poi sospese a seguito della protesta al governo di Cavour del console statunitense a Napoli, Joseph Chandler.
Una volta sul posto, questi soldati furono inizialmente inquadrati a caso nei reparti della Louisiana. Successivamente, tuttavia, nell’ambito della riorganizzazione delle truppe confederate, furono raggruppati in un’unità di effettivi quasi tutti italiani. Essendoci tra i volontari anche molti oriundi Francesi ed Inglesi, su pressione dei rispettivi Consoli, conte Valjean e George Coppel, il governatore della Luisiana Thomas Moore dovette raggiungere un accordo con le rappresentanze consolari. Pertanto dal luglio 1861, gli stranieri residenti a New Orleans furono organizzati in battaglioni e reggimenti con riferimenti al paese di origine dei soldati, al comando del Generale belga Paul Juge. L’unità italiana fu inizialmente denominata Garibaldi Guards – Italian battalion Louisiana Militia.


Zuavo del Battaglione Italiano della Louisiana
Quest’ultima denominazione, comprendente il nome “Garibaldi”, può apparire alquanto strana per un raggruppamento in cui figuravano ex borbonici. Ma va detto che, prima della Secessione, persino molti mazziniani (oltre allo stesso Mazzini) simpatizzavano per gli Stati americani del Sud. Solo successivamente anch’essi si schierarono per il Nord, sotto l’ondata emotiva della propaganda abolizionista. Comunque, stando ad una lettera del 16 aprile 1862, indirizzata dal maggiore Gaudenti Marzoni al generale Lovell, la sigla “Garibaldi Legion” figurò fino a tredici giorni prima del suo scioglimento. A seguito delle proteste di numerosi militari, ex-soldati dell’Esercito delle Due Sicilie, essa fu tuttavia rinominata nel 1862 come Sixth Regiment European Brigade, con circa 350 effettivi del Sesto Reggimento ed il Reggimento Cacciatori di Spagna (Cazadores espanoles) di cui faceva parte il Btg Dragoni di Borbone (Bourbon Dragoons), con circa 300 effettivi. Comunque, ad onta del suo cognome, va detto che addirittura ci fu un Garibaldi (Gian Battista), il quale militò per tutta la guerra coi Confederati nella compagnia C del 27° reggimento della Virginia. Egli, che era nativo della Liguria, non si pentì mai della scelta di campo e volle essere seppellito molti decenni dopo accanto all’amato generale Robert Lee. Il noto rifiuto del Nizzardo ad essere impelagato nella guerra americana impedì ai due di trovarsi uno dinanzi all’altro. Inizialmente, gli Italiani furono utilizzati soltanto in attività di polizia locale. In tale veste, ebbero modo di distinguersi, in particolare, tra il 25 e il 30 aprile 1862, allorché New Orleans fu abbandonata dalle truppe sudiste.
La dolorosa ritirata era stata imposta dall’incalzare del “macellaio” Benjamin Franklin Butler, un tempo simpatizzante sudista, che comandava una colonna nemica. Nella circostanza, i nostri compatrioti seppero mantenere l’ordine in una città, piombata in preda al terrore dell’imminente occupazione ed esposta alle violenze degli immancabili sciacalli.


Zuavi e Cacciatori di Louisiana
Nel maggio del 1862, tuttavia, le Brigate straniere vennero sciolte, anche se si erano comportate bene. Il fatto però che tra i nordisti esistesse un reggimento, composto in parte da esuli mazziniani e denominato “39 New York Volunteers”, spinse poi molti ex soldati borbonici a chiedere alla spicciolata l’arruolamento in varie unità sudiste combattenti. Essi ebbero così modo di distinguersi in battaglia. Il primo a battersi fu il Decimo Reggimento Fanteria Louisiana, chiamato anche la “legione straniera di Lee”, organizzato a Camp Moore in Luisiana dal colonello Mandeville De Marigny. Esso includeva stranieri di 22 nazionalità diverse, con due compagnie di cittadini della Louisiana, cinque di Irlandesi, una di Francesi e Tedeschi, una di Ispanici, e infine una, la compagnia I, a maggioranza italiana. Infatti conteneva “almeno 25 uomini provenienti dall’Italia”, mentre altri erano sparsi nelle altre compagnie. Questa compagnia, nello schieramento confederato, dopo la resa del reggimento italiano della European Brigade della milizia di New Orleans, rimaneva l’unità con la maggior percentuale di Italiani.
Il 10th Regiment, Louisiana Infantry si guadagnò fama di unità particolarmente valorosa. Questo reggimento fu immediatamente inviato in Virginia al fronte, ed ebbe un ruolo primario nella vittoria confederata di Manassas del 1862 (seconda battaglia di Bull Run), ove i Nordisti furono messi in rotta. Lì, rimasti a corto di pallottole, gli ex borbonici si ricordarono forse della battaglia di Calatafimi, dove s’erano trovati in analoga situazione di difficoltà, e lanciarono sassi contro il nemico. L’episodio è uno tra i più famosi di tutta la guerra civile americana, ritratto poi da parecchi pittori. I soldati della Brigata della Louisiana del generale William E. Starke (che comprendeva anche il 10th Louisiana) facevano parte del Corpo di Jackson e tenevano un tratto di una ferrovia incompiuta presso Manassas (Agosto 1862). Resistettero all’ultimo attacco dei nordisti valorosamente, finché vennero rinforzati dai virginiani della brigata di Field. In realtà quella linea non fu mai in serio pericolo, ma l’episodio fece così scalpore che divenne uno dei più ricordati ed acclamati.
Quindi, aggregato al mitico generale Thomas Jonathan Jackson, detto Stonewall (“Muro di pietra”), il 10° Louisiana partecipò a tutta una serie di scontri vittoriosi. Ottenne l’onore delle armi dal generale Grant, insieme con il resto della gloriosa Armata della Virginia di Lee. Il 10° reggimento fanteria della Louisiana aveva un totale di 976 effettivi nel 1861. Nelle varie battaglie uscì però sempre più falcidiato nei ranghi, tanto che, al momento della resa del Generale Lee ad Appomatox, il 10 aprile 1865, restavano in piedi solo 18 sopravvissuti, fra cui Salvatore Ferri, nativo di Licata, già del 2 reggimento di linea del regio esercito Borbonico, unico sopravvissuto della compagnia I.
Purtroppo, le drammatiche vicende finali della guerra americana portarono alla distruzione (spesso voluta dalle stesse autorità al momento della capitolazione) dei ruolini militari. Ciò ci impedisce di conoscere ancor oggi il numero esatto e molti dei nominativi di questi soldati italiani in terra straniera.


I Confederati lanciano sassi nella Seconda Battaglia di Bull Run (Manassas)
Ex soldati borbonici e fuggiaschi dalle Due Sicilie erano comunque un po’ in tutte le formazioni militari della Louisiana, come è evidenziato dalle liste, ed anche in formazioni militari di altri stati del Sud, reclutati in 3 brigate di Milizia di Stato (Guardia Nazionale) con oltre 8000 effettivi. L’unità, che aveva il motto Vincere o morire, si trovava a New Orleans il 1 maggio 1862, quando la città fu catturata dalle truppe dell’Unione. La milizia della European Brigade non fu coinvolta in combattimenti, ma si occupò di mantenere l’ordine pubblico. Distrutte le armi e i rifornimenti, le unità della milizia furono disciolte il 2 maggio. Partecipò alla campagna della Shenandoah Valley con il generale Early e ad Appomattox. Perse il 27% degli effettivi ingaggiati (318 uomini) alla battaglia di Malvern Hill e subì serie perdite anche a Sharpsburg, Chancellorsville e Gettysburg, dove tornò a perdere più del 25% dei propri effettivi (226 uomini).
Una menzione ulteriore meritano pure i volontari ex borbonici, che furono inquadrati nella compagnia H del 22° reggimento della Louisiana. L’unità venne assegnata alla brigata Thomas della divisione Mouton-Polignac. L’8 aprile 1864, essa partecipò al vittorioso scontro di Mansfield vicino Sabine Crossroad. In quella circostanza, il generale Richard Taylor, che la guidava alla testa di circa 9.000 uomini, giunse a disattendere le disposizioni del comando. Poiché le sorti del conflitto erano ormai compromesse, gli ordini imponevano ormai di tenersi inevitabilmente sulla difensiva a causa della disparità di forze col nemico. In quel frangente le colonne del generale nordista Nathaniel P. Banks erano forti di 25.000 soldati ottimamente armati e stavano seminando indisturbate il terrore nel cuore della Louisiana. Gli Unionisti erano sicuri di non avere ostacoli, sicché l’attacco di sorpresa, portato da Taylor attraverso la fitta foresta di pini che copriva la zona, inferse loro un’inattesa e dura lezione. Purtroppo, l’effetto della vittoria fu vanificato dai contrasti con il generale Kirby Smith, il quale arrivò a negare a Taylor un distaccamento di rinforzi del Texas, con cui avrebbe potuto riconquistare New Orleans.


Fante italiano del 39° New York Volunteer Infantry Regiment
A questo punto qualcuno si starà chiedendo se le operazioni belliche abbiano mai costretto gli Italiani dei due schieramenti a battersi tra di loro. Va detto al riguardo che la guerra di secessione portò fortunatamente solo una volta gli Italiani incrociare le armi. Lo scontro avvenne nella battaglia di Harpers Ferry del 15 settembre 1862. In quell’occasione fu fatta prigioniera un’intera guarnigione nordista di ben 12.000 uomini. Tra di loro vi era il 39° reggimento New York. Era conosciuto anch’esso come “Garibaldi Guards”, ma non va confuso con quello sudista di cui s’è detto. Sull’altro lato della barricata, si trovò l’accennato Decimo reggimento sudista, che inquadrava – come s’è detto – molti borbonici in giacca grigia.
Quando venne concordato a fine battaglia uno scambio di prigionieri, quelli italiani del 39° reggimento New York furono scortati da quelli del Decimo Reggimento che li avevano catturati. Il generale “Stonewall”, vedendoli sfilare, chiese allora al capitano Antonio Santini chi fossero quegli italiani che indossavano la divisa blu dei nordisti. “Sono solo degli yankees cresciuti in casa nostra”, fu l’ironica risposta.


Documentazione raccolta presso il Museo di Civitella del Tronto (TE)
Vi è testimonianza, da parte di loro diretti discendenti, della partecipazione di due liguri nelle file dell’Armata Confederata.
Il primo è Giovanni Battista Vaccaro (cognome probabilmente trascritto male da Vaccarro o Baccaro), che assunse, negli Stati Uniti, il nome di Abraham Baptista Vaccaro. Era nato vicino a Genova e giunse nel Tennessee nel 1851, prendendo residenza a Memphis. Allo scoppio della guerra, si arruolò nel 3° Reggimento Cavalleria del Tennessee, sotto il comando del Colonnello Nathan B. Forrest. Prese parte, tra le altre, anche alla battaglia di Shiloh.
Giovanni Battista Vaccaro
Nel luglio 1862 il suo ruolo come soldato di prima linea ebbe termine, in quanto venne trasferito al Dipartimento del Quartier Generale, dove rimase fino alla fine della guerra. Si arrese quale componente dell’Esercito del Tennessee, e venne rimesso in libertà il 26 aprile 1865. Morì a Memphis nel 1919.
Il secondo nominativo di ascendenza ligure è quello di Anatole Placide Avegno. Avegno è una località dell’entroterra di Recco e da lì partì Giuseppe Avegno alla volta di New Orleans. Ebbe 10 figli e morì tre giorni prima dell’inizio della guerra Civile. Uno dei suoi figli, il ventiseienne Anatole Placide Avegno, formò un battaglione di fanteria composto di sei compagnie (che, assieme ad altre quattro compagnie, diventeranno il 13° Reggimento Fanteria Louisiana). Non si sa il perché, ma forse fu perché egli non aveva sufficiente esperienza militare, il comando del battaglione venne assegnato al francese Gerard Aristide. Ad Anatole venne conferito il grado di Maggiore, quale comandante in seconda, ma il battaglione sarebbe rimasto noto per sempre come gli “Avegno’s Zouaves”. Tra i militari presenti nelle sei compagnie originarie erano parecchi figli di Italiani, che a quell’epoca erano definiti con il termine spregiativo di “Dagoes”, parola coniata inizialmente in spregio agli individui di lingua spagnola. Il 6 e 7 aprile 1862 gli Zuavi parteciparono alla battaglia di Shiloh, combattendo strenuamente e subendo parecchie perdite. Il Maggiore Avegno fu colpito ad una gamba il secondo giorno di battaglia; subì l’amputazione dell’arto ma morì due o tre giorni più tardi.


Avegno Zouaves alla Battaglia di Perryville – 1862 – dipinto di ZvonimirGrbasic
Qualche Italiano era arruolato anche nella Marina Confederata. Si sa per certo che ve ne fu uno imbarcato sul famoso vascello a elica C.S.S. Alabama del Capitano Raphael Semmes. Faticose ricerche hanno permesso di appurare che il suo nome, riportato nei ruolini dell’imbarcazione confederata, era A. G. Bartelli, ma altre ricerche hanno condotto a un Giovan Battista Bartelli. Come accadeva spesso, appena arrivati negli Stati Uniti i nomi venivano storpiati o modificati intenzionalmente. La sua carriera era cominciata come assistente nella marina mercantile. Nel 1863, a Città del Capo incontrò Raphael Semmes, che gli propose l’arruolamento nella marina militare confederata. Bartelli accettò e si imbarcò sulla C.S.S. Alabama, dove divenne assistente del Capitano. Questa è una descrizione del suo assistente fatta da Semmes: «E’ un uomo pallido, piuttosto delicato e di modi gentili; obbediente, rispettoso ed attento, ma parecchio dipendente dall’abuso del vino». Una delle condizioni del suo arruolamento fu di non assumere alcol mentre era a bordo. Il 19 giugno 1864 Bartelli fu uno dei marinai che annegarono a Cherbourg, in Francia, quando il famoso vascello incontrò il suo destino nella famosa battaglia contro l’unionista Kearsarge. Quanto a quest’ultima nave, essa venne varata nel 1861 e, appena pronta, fu mandata in acque europee per localizzare e distruggere le navi confederate che disturbavano i traffici dell’Unione con l’Europa, specialmente la nave corsara CSS Sumter, che aveva già affondato un gran numero di mercantili dell’Unione. Nel giugno del 1864 si imbatté nella nave corsara CSS Alabama, che era in attesa di riparazioni nel porto francese di Cherbourg. La Kearsarge cannoneggiò in distanza l’Alabama e fuggì rapidamente in acque internazionali. In poco meno di un’ora l’Alabama, che aveva affondato 65 mercantili unionisti, venne completamente distrutta. Nel 1894 la Kearsarge si arenò in Nicaragua e non poté più essere recuperata, in quanto venne saccheggiata dalla popolazione locale.


Un dipinto raffigurante la C.S.S. Alabama

La U.S.S. Kearsarge
Un italiano, non militare, lavorò come addetto al Dipartimento della Marina, nell’ufficio del Segretario Mallory. Per tutta la durata della guerra, un manipolo di impiegati continuò a lavorare in quell’ufficio; tra essi, un certo C.E.L. Stuart, che nel registro della Marina risulta nato in Italia. Nonostante le ricerche, non si è riusciti a ricostruire la storia di quest’uomo. Probabilmente il suo vero nome è nascosto nelle iniziali C.E.L.

Nell’esercito unionista.
Stando ad un documento del Ministero dell’interno del Regno d’Italia del 23 giugno 1863, per la nostra penisola partivano in incognito schiere di emissari nordisti. Essi avevano il compito di “adescare” i giovani con false promesse e di “portarli a New York, dove sarebbero stati costretti a prendere le armi”. Come si vede, era un tipo di arruolamento forzato e fondato sull’inganno. Ai primi del 1863 venne individuata sul suolo italiano una delegazione di emissari del Governo degli Stati Uniti con l’incarico di arruolare giovani per l’esercito nordista che si scontrava con le truppe della Confederazione degli Stati d’America.
Interessanti i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Caserta Pref. Gab. B. 248 F. 2517, riportati da Angelo D’Ambra nel libro “Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro”:
Ministero dell’Interno del Regno d’Italia – Torino addì 23 Giugno 1863
Si è sparsa voce che emissari americani percorrano l’Italia in cerca di reclute per l’esercito federale del Nord e adoperino inganni per adescare la gioventù e portarli a Nuova York dove poi sarebbero costretti a prendere le armi, magnificando l’esuberanza del lavoro in quelle regioni, facendo promesse di lussuosi impieghi e somministrando i mezzi necessari per il viaggio.
Importa questo Ministero di conoscere al più presto cosa vi abbia di vero in simili voci, e che nel casi si avessero a verificare arruolamenti nel modo surriferito, siano prontamente repressi a senso dell’art. 177 del Codice penale e a senso delle altre disposizioni del Codice penale medesimo se si tratta di reato di frode. La S.V. vorrà pertanto essere cortese di fare sollecite indagini in proposito e posticiparne il risultato a questo Ministero, non omettendo ove occorra di provvedere in conformità delle precisate disposizioni penali e mettere in avvertenza gli inesperti, quando si presentano per domandare il passaporto, o in qualunque altro modo crederà migliore, inoltro le indicazioni di chi sarebbero vittime.
L’unica risposta conservata in Archivio è quella proveniente dal distretto di Nola, il più piccolo di Terra di Lavoro, risposta che forse tranquillizzò il Ministro:
Sottoprefettura del circondario di Nola – 1 Luglio del 1863
Nessun emissario dell’esercito federale del nord è penetrato in questo Circondario di mio carico, né corre alcuna voce di reclutazione sotto qualsiasi forma o pretesto, né si è rilasciato alcun passaporto per Nuova York. Ho disposto intanto la debita vigilanza nel caso che si dovessero avverare simili tentativi e non mancherò impedirli ne modi legali e con le debite insinuazioni per disingannare i delusi. Riscontro con la riverita nota al margine.
Il sottoprefetto Pino


La Garibaldi Guard sfila davanti al Presidente Lincoln
La maggior parte degli italiani che combatterono sul fronte unionista furono reclutati nell’area di New York. Degno di nota tra essi è il generale Luigi Palma di Cesnola, il quale rimase ferito, ricevette la Medaglia d’Onore e più tardi fu il primo direttore del Metropolitan Museum of Art di New York.
Tra i generali unionisti vi fu anche il siciliano Enrico Fardella che, dopo aver combattuto a capo di una brigata dell’Esercito meridionale a fianco di Garibaldi, si trasferì in America e organizzò un corpo di fanteria di volontari. Il Reggimento Fardella, con 1040 volontari, combatté nell’Armata del Potomac. Nel 1864 creò un nuovo reggimento di fanteria, l’85° Volontari di New York. Sconfitto e reso prigioniero nella battaglia di Plymouth, fu rinchiuso nella prigione di Andersonville, per poi tornare libero il 3 agosto in seguito a uno scambio di prigionieri. Nella primavera del 1865 venne promosso generale da Abramo Lincoln. Il 28 maggio 1861 si formò un’unità di volontari italiani, la “Garibaldi Guard 39th New York Infantry Regiment”, che usava la bandiera italiana usata nel 1848 da Garibaldi in Lombardia e nel 1849 a Roma.
Il 39° “Garibaldi Guard,” reclutato nella città di New York, era composto di tre compagnie ungheresi, tre tedesche, una svizzera, una italiana, una francese, una spagnola e una portoghese; molti questi arruolati avevano già prestato servizio attivo. I soldati del reggimento indossavano come parte dell’uniforme, il cappello dei Bersaglieri e alcuni fucilieri erano uomini di colore, appena liberati dalla schiavitù.


Italiani del 39° Reggimento Fanteria “Garibaldi Guard”
Le Garibaldi Guard del 39th Infantry Regiment rimasero in servizio dal 28 maggio 1861 al 1 luglio 1865. Il reggimento fu arruolato il 27 maggio 1861 a New York sotto il comando del colonello Frederick George D’Utassy. Entrò in servizio a Washington, D. C. il 6 giugno 1861.
Il reggimento lasciò New York il 28 maggio 1861, il 1 giugno arrivò a Washington, D. C. e il 13 luglio 1861, fu aggregato alla “1st Brigade, 5th Division, Army of Northeastern Virginia”. Iniziò a combattere il 21 luglio, nella prima battaglia di Bull Run.
Durante il servizio, il reggimento subì le seguenti perdite umane:

  • Morti in azione: 5 ufficiali, 62 soldati;
  • Morti da ferite ricevute in azione: 3 ufficiali, 49 soldati;
  • Morti di malattia e altre cause: 1 ufficiale, 158 soldati;
  • Fatti prigionieri: 762 (530 solo ad Harpers Ferry)

In totale, 9 ufficiali, 269 soldati, 278 aggregati (dei quali 1 ufficiale e 99 soldati morirono nella mani del nemico).


Attacco della Garibaldi Guard sul ramo destro del Potomac

Nel settembre 1861, gli Unionisti furono nuovamente attaccati dalle truppe di Jackson, ora circa 26.000 uomini, e, circondati ad Harper’s Ferry, si arresero, distruggendo le proprie armi.
Buona parte del 39th New York Volunteer Infantry Regiment fu fatto prigioniero in quella circostanza, insieme a quasi tutta la guarnigione unionista di 12.000 uomini e inviato in campo di prigionia. Ottennero la libertà tre mesi dopo, grazie a uno scambio di prigionieri. Dopo il rilascio, il 39th New York Volunteer Infantry Regiment venne costituito in brigata con altri reggimenti di New York, il 111th, il 125th e il 126th, che si erano tutti arresi ed erano stati fatti prigionieri ad Harper’s Ferry. L’intera brigata ricevette quindi il soprannome di “Vigliacchi di Harpers Ferry”. Il 39th New York Volunteer Infantry Regiment prestò successivamente servizio con onore in numerose battaglie, comprese Gettysburg e Wilderness, subendo perdite.

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