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Le grandi pianure

A cura di Pietro Costantini

Tutti i miti delle società indiane delle Grandi Pianure facevano riferimento all’accettazione della natura e ai metodi per affrontare le diverse condizioni ambientali, accennando frequentemente alla transitorietà della vita nelle Pianure e sottolineavano il fatto che il popolo aveva sempre effettuato spostamenti: le variazioni stagionali e le migrazioni della selvaggina imponevano flessibilità e mobilità essenziali alla sopravvivenza. Vi era sempre la necessità pressante di spostarsi verso zone in cui vi fosse disponibilità di selvaggina. Spesso il malato o l’anziano, riconoscendo che i propri familiari si sarebbero esposti al pericolo se avessero indugiato per aver cura di lui, pregava i parenti di partire.

Il nomadismo

Ecco un esempio reale di queste invocazioni: “Sono vecchio, e troppo debole per mettermi in marcia. Figli miei, la nostra nazione è povera, ed è necessario che voi tutti ve ne andiate verso la terra che vi può fornire carne/La mia vista è offuscata e la forza è svanita; i miei giorni sono contati e sono di peso ai miei figli/Non posso partire e desidererei morire”. Non appena i parenti fossero partiti, il vento avrebbe portato loro le deboli note di un canto di morte. Un canto denso di commozione ma ricco di orgoglio, che ripercorreva le realizzazioni della vita e si faceva preparazione per il lungo, ultimo viaggio: anche con la morte c’era movimento.

La sicurezza economica di questi popoli nomadi era fondata sul principio dell’immediato adattamento alle circostanze che mutavano. Essere disposti a trasferire la propria abitazione presupponeva l’accettazione del carattere transitorio della fonte principale di sostentamento. Tuttavia badavano bene a pianificare i loro trasferimenti in base al ciclo naturale. Al momento del raccolto facevano in modo di trovarsi vicino alle bacche di rosacee che maturavano, o nei boschetti di sambuco quando se ne spillava la linfa primaverile. Avevano dei luoghi preferiti per accamparsi. Essi compresero l’ordine esistente nella natura delle cose e lo applicarono alla routine quotidiana, perché, sebbene accettassero i cambiamenti, desideravano la sicurezza.
Per il resto, la scelta del luogo in cui porre l’accampamento dipendeva quasi esclusivamente dalla prossimità di mandrie apprezzabili di bisonti. Il villaggio poteva restare fisso per parecchie settimane, e anche per un paio di mesi, se le scorte di carne erano abbondanti e i depositi segreti colmi, ma la permanenza non era importante in sé stessa. Al contrario, la ricchezza economica dipendeva proprio dalla temporaneità della residenza, e la quel fine si indirizzò la cultura delle Pianure. E infatti questi Nativi non possedevano niente che non potesse essere trasportato da una persona, da un cane o da un cavallo. Il cibo e il vestiario che non potevano trasportare in sacche di morbido cuoio o in parfleche di cuoio grezzo decorati, venivano trasportati in fagotti.


Parfleche per contenere il pemmican (carne di bisonte essiccata)

Circa la preparazione e la conservazione della carne, ecco come si comportavano i Sioux (e il sistema può valere per tutte le tribù delle Pianure):
…la carne veniva tagliata con cura in strisce sottili, lunghe quanto un braccio e larghe circa tre mani. Poi veniva messa al sole, appesa ad un essiccatoio, costituito da un lungo ramo, sostenuto da due robusti pali a forcella. Al sole ci volevano circa tre giorni per essiccarla; se pioveva, al chiuso ci voleva più tempo.
…Quando la carne era secca e dura, era tempo di tagliarla in “papapuze” (carne essiccata e conservata). Il “papapuze” veniva piegato a misura di parfleche, e così compresso veniva conservato nel tepee. Dei pezzi venivano tagliati e cucinati al bisogno: il “papapuze” poteva essere arrostito sulla brace, oppure fette di “papapuze” potevano essere lessate in otri ricavati dallo stomaco del bisonte, riempiti d’acqua che veniva scaldata con pietre roventi.
…Il “papapuze” arrostito era l’ingrediente base per fare il “wakpapi” o” pemmican” Dopo che la carne era stata cotta nella brace, vi veniva spruzzata sopra dell’acqua. Quindi, con un pestello di granito, il “papapuze” veniva ridotto in polvere dentro un recipiente di cuoio grezzo, dove veniva mischiato a pezzetti di grasso per essere più gustoso. Col “pemmican” si facevano dei pasticcini che potevano essere consumati subito o dopo averli fatti asciugare, ben conservati, soprattutto nel periodo del gelo. Il “pemmican” veniva generalmente mischiato a ciliegie o uva secche, schiacciate insieme a nocciuoli e semi. Anche tutto questo poteva essere conservato, o in forma di pasticcini in una sacca ricavata dallo stomaco di un animale, o congelati durante l’inverno. Il più appetitoso era considerato il “pemmican” di carne di bisonte.
Prima del contatto con i bianchi, gli Indiani delle Pianure non possedevano vasellame; cuocevano il cibo mettendo pietre roventi dentro una vescica di bisonte piena d’acqua, sospesa a quattro pali. L’acqua era conservata in una sacca di pelle appesa ad un palo robusto. Per macinare frutta e vegetali secchi, granaglie e carne, le donne usavano un piccolo pestello di quarzite e un mortaio di granito, oppure una mazza con l’estremità di pietra. Il cibo di conserva poteva rimanere per mesi nei nascondigli segreti; in caso di bisogno, i proprietari sarebbero tornati a prenderlo.
L’organizzazione dello spostamento della tribù era simile in tutte le Pianure; ecco cosa scrive Royal B. Hassrick circa i Sioux:
“Il trasferimento del villaggio era un’impresa che comportava il coordinamento di tutto il gruppo. I Naca, cioè le autorità civili della tribù, decidevano dove e quando andare. I Wakincuza, “Quelli che Decidono”, dopo aver scelto fra le varie società guerriere quella che doveva fungere da polizia (Akicita), guidavano ufficialmente la carovana. Su istruzione dei Wakincuza, il banditore faceva l’annuncio in tutto il villaggio. Le famiglie cominciavano a smontare le tende e a caricare le loro cose sui travois e sui cavalli. Un intero villaggio riusciva a mettersi in moto nel giro di un quarto d’ora. L’ordine di marcia non era casuale: ogni famiglia aveva una posizione più o meno permanente, di modo che, nel cominciare il trasferimento, quelle le cui tende si trovavano più vicine alla direzione di marcia, partivano per prime. La formazione di marcia era determinata con altrettanta precisione. Tre o quattro esploratori si disponevano a ventaglio sui fianchi, molto avanzati rispetto alla colonna. Direttamente in testa al grosso c’erano i Wakincuza, che trasportavano ufficialmente il fuoco. Ai lati e dietro c’erano i membri dell’associazione che fungeva da polizia, il cui compito era di tenere la gente al suo posto. A nessuno era consentito di superare i Wakincuza, di deviare per andare a caccia, o di attardarsi. Chi disobbediva, la pagava cara. Chi abbandonava deliberatamente la linea di marcia veniva percosso, ed era inoltre possibile che il suo tipi venisse distrutto insieme ai suoi averi dagli Akicita. La retroguardia veniva protetta anch’essa da scout.


“In marcia” – dipinto di J. Carson

Durante il giorno le soste si facevano a discrezione dei capi. Nonostante il gran numero di cavalli a disposizione, molta gente andava a piedi; si perdeva poi tempo per risistemare i bagagli, riposare e mangiare. In un giorno di marcia si percorrevano in media fino a 25 miglia; ma intere bande che per una ragione o per l’altra avessero fretta, potevano percorrere anche più di 50 miglia al giorno.
A scegliere il luogo in cui accamparsi erano i Wakincuza. Quando si trovava un luogo adatto, i leader fumavano formalmente la pipa e annunciavano la loro decisione per mezzo del banditore. La gente cominciava allora a rizzare il campo; le donne collocavano i tipi con l’apertura rivolta a oriente nell’ordine in cui le famiglie avevano marciato. L’accampamento veniva posto in luoghi dove ci fossero acqua potabile, legna abbondante, erba e foraggio per i cavalli, protezione dal vento e sicurezza dai nemici.”

Una volta l’anno, in estate, le tribù delle Pianure si accampavano su terreni elevati e pianeggianti, sistemando i tipi in un grande cerchio che aveva l’entrata ad est, e là celebravano la Danza del Sole. Ad eccezione di questo caso, normalmente la disposizione delle tende era casuale, dipendendo dalla parentela, dalla posizione nell’accampamento precedente e dalla configurazione del terreno. I familiari tendevano a vivere vicini fra di loro, e in genere una coppia di sposini piazzava il proprio tipi in vicinanza di quello dei genitori di uno dei due. Quando si ergeva una nuova tenda, i proprietari erano liberi di sistemarla dove volevano. Gli alberi e la conformazione del terreno, mentre rendevano impossibile formare un cerchio campale vero e proprio, non compromettevano la facilità e l’ordine con cui il villaggio si trasferiva.

Il cane

Fino a che il cavallo non diffuse nelle pianure, la mobilità di questi gruppi dipendeva molto dal cane, l’unico animale domestico degli Indiani. Fu con il solo ausilio del cane che avvenne il popolamento delle Pianure nel secolo XVII da parte di Cheyenne, Arapaho, Sioux, Crow e Piedi Neri.
Per il trasporto si utilizzava il travois, una struttura in legno a forma di A, che veniva legata ad una rozza sella posta sul dorso del cane e trascinata alle sue spalle. Con questo sistema, un cane poteva trasportare fino a ventotto chili. L’importanza del ruolo svolto dai cani negli spostamenti conferiva a questi animali un particolare significato. Da loro dipendeva la possibilità per il gruppo di trasportare i propri beni. Erano normalmente di proprietà delle donne ed apprezzati per mole e robustezza. Durante la stagione delle bacche, veniva impiegato per trasportare a casa il raccolto.
Anche l’uomo era orgoglioso dei suoi cani, a cui attribuiva nomi che riflettevano azioni coraggiose, come “Tolse-il-suo-scudo”. I guerrieri Crow e Cree se ne servivano per trasportare grossi involucri di mocassini di ricambio quando era previsto un viaggio piuttosto lungo; oppure i cani venivano impiegati per la caccia, come presso i Pedi Neri, che li addestravano ad aizzarsi contro l’orso e a stanare o far alzare in volo i piccoli animali del sottobosco. La mitologia tratta frequentemente il tema dello stretto rapporto tra uomo e cane. In una narrazione il cane segue il popolo, che proviene da un mondo sotterraneo, e sacrifica sé stesso in modo che la malattia possa essere allontanata. Riferendosi al suo spirito dice: “Rimarrò sempre con il popolo. Sarò il guardiano dei suoi beni”.
L’atteggiamento verso il cane è ben riassunto nelle sacre pipe dei Crow, le quali avevano sempre un’unica piuma d’aquila, che rappresentava la coda del cane, “perché il cane è il protettore e l’amico di ogni persona al mondo”. In rituali che implicavano la consumazione di carne di cane, esso assumeva una funzione sacra, particolarmente presso Sioux e Arapaho.

La carne di cane poteva anche divenire espressione di rispetto verso ospiti di riguardo appartenenti ad altre tribù, ai quali l’Indiano offriva solo il meglio, oppure a visitatori di rispetto bianchi, come attestato dall’esperienza personale del pittore ed etnografo G. Catlin. Per l’occasione veniva scelto il cane preferito e più fedele, e quando esso veniva servito si teneva un’orazione per lodarne la fedeltà, il coraggio e i servigi.
Di norma i cani di taglia piccola, almeno presso i Sioux, venivano allevati solo per mangiarli. Comunque, quand’erano cuccioli venivano vezzeggiati, nutriti ed anche allattati – se la madre moriva – con succo di carne messo dentro un’improvvisata pelle di daino a forma di bottiglia, che fungeva da biberon. I cuccioli venivano tolti alla madre e svezzati ad un mese o due. A quest’età le donne, dice Piccolo Giorno, donna Sioux, “mettevano loro due dita nelle fauci e gliele allargavano”, e li nutrivano con brodo. Sempre Piccolo Giorno dice: “dentro il tepee avevamo un canile. Somigliava un po’ ad una tenda sudatoria, ma aveva un diametro di circa tre piedi. Era ricoperto a sua volta da zolle; l’entrata era costituita da un passaggio coperto con pali e quindi con zolle. Dentro vi era un tappeto d’erba. Questo canile lo fece mia madre, ma quasi tutte le famiglie ne avevano uno del genere.
Mia madre lo costruì per una cagna con cinque cuccioli. Non era un cane da travois, ma ordinario, i cui cuccioli mangiammo quando ebbero circa tre mesi. Questa era la principale ragione per cui tenevamo quel tipo di cane”.
I cani servivano anche per la guardia: i cani da travois dormivano dentro il tipi, vicino all’ingresso, ed erano addestrati ad abbaiare ad ogni rumore sospetto.


Famiglia Piedi Neri con cani

Il cavallo

Sebbene l’importanza del cane non sia mai venuta meno, la sua funzione come animale da soma si fece meno essenziale allorquando il cavallo, dalle antiche vie commerciali aperte dalle colonie spagnole insediate nel Sud Ovest nel corso del XVII secolo, raggiunse le pianure: l’impatto fu enorme. Questo animale poteva svolgere il lavoro di un cane, ma in modo assai più efficace. La sua taglie e la sua forza gli permettevano di trainare travois più grandi e trasportare some più gravose, quantità maggiori di carne, la quale poteva essere essiccata e portata agli accampamenti invernali nelle vallate lungo i fiumi. Ciò ridusse il rischio della penuria di cibo dovuta a scarsità di bisonti. E come se non bastasse, questa magnifica bestia poteva portare un cavaliere, rendendo quindi un uomo più veloce di quanto la mente umana avesse immaginato. Era talmente importante che i Sioux lo chiamarono “cane sacro”.
Una delle conseguenze più importanti dell’arrivo del cavallo nelle Pianure fu di natura economica. I cacciatori di bisonti a cavallo erano in grado di spingersi più lontano, e più velocemente, dei loro predecessori e inoltre, grazie all’estrema mobilità e alla maggior consistenza numerica, potevano affrontare branchi molto più numerosi. In definitiva, potevano avere rifornimenti abbondanti.
Tutto ciò creò problemi d’ordine culturale e portò a inevitabili modifiche nell’assetto sociale. Il cavallo costituiva ben più che un semplice vantaggio: esso possedeva gli attributi del potere soprannaturale, analogo alla “Medicina” .Pertanto. possedere un cavallo dava realmente agli uomini gli stessi vantaggi di una personale Medicina, sia a caccia che in guerra.


Cronologia della diffusione del cavallo nelle Pianure

Il cavallo, infatti, era comunque un bene tangibile, la cui accumulazione andava contro l’ideale forzato della cooperazione, mentre accumulare beni immateriale, cioè potere, era requisito per il positivo adempimento del proprio ruolo. Questo sistema richiedeva delle modifiche per poter accettare il cavallo. I Sioux risolsero parzialmente questo problema stabilendo che lo status di un uomo non era determinato dal numero di cavalli che possedeva, ma dal numero di cavalli che era in grado di dare in cambio di beni di necessità o servizi o prestigio. Tuttavia, l’importanza ed il valore del possesso non erano messi in discussione, né lo potevano essere. Il numero sempre crescente dei cavalli a disposizione ed i riflessi sempre più profondi che il cavallo determinò sull’economia, crearono un surplus ed una slancio per i quali il sistema esistente non era preparato. Tepee grandi, numero di mogli o vestiti elaborati potevano essere indici di ricchezza, ma il mezzo diretto o indiretto di ottenerli restava il cavallo.
Inizialmente i cavalli potevano essere ottenuti tramite scambi commerciali. Mercanti Kiowa e Comanche versi il 1680 in Kansas cavalcavano pony dipinti e gli Shoshone del Wyoming, che ebbero i primi cavalli solo verso il 1690, all’inizio del XVIII avevano già iniziato a rifornire i Piedi Neri. Sebbene il commercio presumibilmente potesse soddisfare la domanda, all’interno della comunità i cavalli divennero oggetto di conquista. I giovani guerrieri integrarono i cavalli del gruppo di appartenenza con quelli depredati a comunità rivali, e l’abilità nel fare incursioni divenne ben presto un mezzo accettato per ottenere riconoscimento sociale.


“Con due pony” – dipinto di Howard Terpning

Per la maggior parte delle popolazioni il cavallo eliminò le restrizioni imposte precedentemente dal cane: rese la vita più facile, più comoda e più sicura, ma soprattutto permise all’indiano di godere di un’indipendenza e di una libertà di movimento molto simili a quelle che egli notava nell’ambiente intorno a lui. Si sentiva finalmente posto in una relazione più paritaria con le forze naturali. La rapidità con la quale i nomadi si trasformarono in abili cavalieri può essere spiegata con l’affinità e la profonda conoscenza che l’indiano delle Pianure aveva degli animali e del loro comportamento: egli considerava ogni animale come un essere vivente degno del massimo rispetto e non soffriva di alcun senso di malintesa superiorità. A causa di questo atteggiamento, la cultura legata al cavallo fiorì nelle Pianure, e quando George Catlin fu ospite dei Comanche affermò: “Senza alcuna esitazione, sono pronto a sostenere che i Comanche sono i più straordinari cavalieri che io abbia mai visto durante i miei viaggi, e dubito molto che altri popoli possano superarli.” Egli ha lasciato questa vivida descrizione di uno dei loro guerrieri mentre compiva un’impresa che richiedeva particolare abilità e poteva parimenti essere effettuata da tutti gli altri Comanche:
“…è in grado di lasciar scivolare il proprio corpo lungo i fianchi del cavallo, efficacemente protetto dalle armi del nemico mentre giace in posizione orizzontale dietro il dorso del cavallo, con il tallone sospeso alla sua groppa.; è quindi in grado di cavalcarlo di nuovo o in caso di necessità di cambiar lato. In questa stupenda posizione rimaneva appeso mentre il cavallo correva al massimo delle sue possibilità, portando con sé arco, scudo, e anche la lancia…alzando e scagliando frecce al di sopra del dorso del cavallo, o al di sotto del suo collo con altrettanta facilità e successo..”
Ciò poteva essere realizzato tramite una piccola cavezza, fatta generalmente con capelli, intrecciata alla criniera del pony e annodata sotto il suo collo, alla quale il guerriero si reggeva con tutto il suo peso. Comunque queste dimostrazioni servivano ai Comanche più per ostentare la loro abilità che per aver successo nelle imprese belliche.


Tecnica di guerra Comanche – dipinto di G. Catlin

I vantaggi derivanti dal possesso di cavalli, uniti alla lunga vita dell’animale, lo rendevano un eccellente mezzo di scambio. Gli Indiani valutavano tutti i beni ed i servizi importanti in relazione al cavallo. Il prezzo di una moglie, di uno scudo, della foratura delle orecchie dei figli o di un copricapo da guerra, era di solito un cavallo. Pertanto, più numerosi erano i cavalli, più agevole era il sentiero che portava alla tranquillità economica e alla posizione sociale più elevata.
Uno degli effetti del cambiamento portato dal cavallo fu un incremento dell’individualismo. La ricchezza personale poteva essere – e lo veniva di fatto – distribuita, e la forte richiesta di cavalli intensificò il valore della proprietà. La capacità di donare più degli altri era il segno evidente della superiorità di un individuo o di una famiglia. Non solo chi possedeva molti cavalli poteva esibire la prova tangibile per affermare la sua superiorità sui meno abbienti, ma inoltre l’agiatezza e il lusso consentiti dal cavallo erano una ricompensa in sé stessi.
Non era facile acquisire una grande mandria di cavalli, né erano praticate forme di allevamento efficaci. Il metodo principale di acquisizione di cavalli era di catturare cavalli selvaggi o di rubarli alle altri tribù, ma razziarli era molto più facile che catturare gli animali allo stato brado. Si stima che il numero dei cavalli selvaggi fosse già esiguo all’inizio del XIX secolo, e la cattura anche di un solo capo richiedeva molta abilità e una considerevole fortuna. Rubandone, c’era la possibilità di assicurarsene un buon numero in una sola volta. Così facendo c’era anche una certa sicurezza di prenderne qualcuno già domato, nonché la certezza di ricavare vantaggio economico e prestigio sociale da una spedizione fortunata. Il prestigio sociale poteva già per sé stesso essere un motivo valido per andare a razziare cavalli, in quanto prendere un cavallo in tal modo significava “contare un colpo”, cioè guadagnare onore militare. L’accumulo di tali colpi costituiva la chiave del successo sociale e politico.


“Vanishing pony tracks” – dipinto di Howard Terpning

Il metodo per domare i cavalli era sbrigativo, crudele ed efficace. Due o tre uomini stringevano un cappio intorno al collo dell’animale, costringendolo ad abbassarsi. Un altro gli si sedeva sulla testa. Quando si era certi che non potesse scappare, l’uomo che gli sedeva sulla testa si toglieva, badando ad evitarne i calci. Il cavallo cercava di tirarsi su immediatamente, e gli uomini, tenendo salda la fune, si disponevano a resistere ai suoi strattoni. Poi lo tiravano a poco a poco verso il cerchio campale dove, girandogli la fune parecchie volte intorno alle zampe e strattonandolo poi improvvisamente, lo facevano stramazzare. Velocemente, uno degli uomini gli saltava addosso, mentre gli altri gli legavano le zampe anteriori fra loro e poi le collegavano con la zampa posteriore sinistra. Quando gli si consentiva di alzarsi nuovamente, la pastoia lo faceva cadere in continuazione. La prova durava finché il cavallo non era esausto. Quando infine il cavallo era così stremato che giaceva per terra, troppo indebolito per reagire, gli uomini gli davano delle pacche leggere, specialmente suo collo, sulle orecchie e sulla groppa. Dopo di ciò, gli mettevano una coperta sul dorso, ed il cavallo, tentando di liberarsene, scalciava e saltava ma, essendo impastoiato, cadeva in continuazione ad ogni tentativo. Quando non aveva più forza per scrollarsi di dosso la coperta, un uomo gli si avvicinava e gli saliva in groppa con delicatezza. Quindi il cavaliere gli metteva con garbo un osso alla bocca. Quando era palese che il cavallo si era abituato al cavaliere ed al morso, gli altri cominciavano a dargli delle pacche e ad accarezzarlo per addolcirlo. Poi, con cautela, slegavano le pastoie ed il cavallo trotterellava con il suo cavaliere. Ci voleva un giorno intero per domare un cavallo, qualche volta due. Ma in ogni caso questo metodo, adottato specialmente dai Sioux, fu abbastanza efficace da assicurare loro cavalli ottimamente addestrati, velocissimi ed resistentissimi.


Sioux: a1 –a2 – a3: briglie; b: cavezza per l’addestramento

L’animale che riusciva a superare tutti gli altri nella corsa era un tesoro inestimabile. Aveva un valore così elevato che il proprietario se lo guardava a vista, legandolo perfino all’ingresso del tepee. I guerrieri prendevano nota dei cavalli più pregiati, e organizzavano anche delle spedizioni per catturarne qualcuno particolarmente rinomato. Ai cavalli da corsa si dedicavano cure e trattamento speciali; venivano usati solo quando ce n‘era effettivo bisogno: un guerriero cavalcava il suo cavallo da sella sul sentiero di guerra, ma poi passava al cavallo da corsa quando cominciava l’attacco. I Sioux aspergevano quotidianamente i cavalli da corsa con acqua fredda, credendo che ciò accrescesse la loro vitalità.
In un certo senso il cavallo era divenuto un’appendice dell’uomo: l’Indiano era perfettamente conscio del rapporto che si creava tra sé stesso e l’animale. Grande attrazione costituiva la bellezza dei cavalli selvaggi, che in gran quantità erravano nell’intera zona delle Pianure, ma che per lo più erano concentrati nelle Pianure meridionali, in territorio Comanche, dove le condizioni ambientali erano praticamente identiche agli originari territori andalusi. Sebbene questi pony fossero di piccole dimensioni, erano incredibilmente resistenti. La loro nervosa vitalità creava movimento perfino quando stavano tranquillamente pascolando, e il temperamento di un libero stallone, pieno di impetuosità e di controllata energia, si sposava perfettamente al carattere indiano.

La parata

Le cosiddette “parate di guerra” esprimevano compiutamente la combinazione dei due spiriti così orgogliosi e indipendenti: quello dell’Indiano e quello del cavallo. Si trattava di esibizioni a cavallo con sfoggio di costumi, che abitualmente avevano luogo durante i grandi raduni, ed avevano anche lo scopo di impressionare ospiti importanti appartenenti ad altre tribù. Erano dimostrazioni di identità tribale e conferme della vittoria nella lotta per la sopravvivenza: volevano destare meraviglia e non potevano mancare tale obiettivo. Con formazioni perfette, a lunghe file o a grandi cerchi concentrici, la parata era una turbinosa ruota di colori e di movimenti che offriva fugaci apparizioni di copricapi di piume d’aquila dalla punta nera, scudi meravigliosamente dipinti e lance ornate di piume, pony dipinti con linee a zig-zag, simbolo dei fulmini, e punti bianchi, simboli della grandine, a testimonianza del loro potere di cavalcare incolumi; inoltre frange di ermellino o ciocche di capelli ornavano le cuciture dei gambali e delle camicie di pelle di daino ricamate con aculei di porcospino.
Il tutto scorreva in un’abbacinante e vertiginosa esibizione di uomini, pony e colori che incuteva ammirazione e rispetto negli ospiti ai quali veniva presentata. La complessità della parata era straordinaria e, sebbene ognuno recassi gli emblemi della propria esperienza spirituale, l’organizzazione dimostrava che ciascuno dipendeva dall’altro per sostegno reciproco. Alcuni uomini ponevano intere pelli di puma sul dorso dei loro cavalli e indossavano mantelli di pelle di lupo che indicavano il loro valore come guide per spedizioni di guerra e di caccia, dal momento che l’astuzia e la tenacia del lupo venivano trasmesse indossando la sua pelle. Altri dovevano la loro potenza al bisonte, e portavano copricapi di corna di bisonte incise e levigate; oppure la ricevevano dal falco, e usavano le sue piume per simboleggiare questo passaggio di potenza. Le piume delle ali e della coda dell’aquila sacra erano simbolo di eccezionale prestigio di guerra, “perché l’aquila è il più importante degli uccelli. E’ il più potente, può volare più in alto, eppure può vedere tutto quanto accade sulla terra”.


Gambali da parata, con frange di crine e capelli provenienti da scalpi – tribù Crow

La brezza muoveva i copricapi di piume d’aquila dalle nere estremità. Questi erano costruiti in modo che i loro aggraziati ondeggiamenti nel vento rispecchiassero il profondo, lento e poderoso battito d’ali di un’aquila in volo. I copricapi di guerra erano impregnati di forza spirituale e, quali evidenti emblemi di leader e di uomini di prestigio, si distinguevano dalla singola piuma o dalle poche piume con cui la maggior parte degli individui mostrava il proprio status. Una sola piuma maestosamente penzolante dalle briglie di un pony era espressione di equilibrio, non meno vigorosa delle più appariscenti esibizioni. Anche quando l’insieme degli uomini si muoveva in cerchio e quindi si fermava, il movimento continuava per l’azione del vento che sfiorava le piume, e faceva ondeggiare gli ornamenti delle camicie di guerra, della lance e degli scudi. I fremiti vivaci dei pony accrescevano il movimento, facendo tintinnare i sonagli di sperone di cervo delle briglie, arruffando le criniere e facendo oscillare le piume d’aquila o di falco poste nelle code a trecce.
La parata, quindi, era una conferma di vita che, oltre a suscitare una forte impressione, conciliava le forze dell’uomo con quelle della natura e simboleggiava apertamente il moto che animava ogni angolo dell’ambiente: e in questo movimento della natura l’uomo, grazie all’introduzione del cavallo, poteva inserirsi completamente.
I nuovi oggetti importati fra dall’industria manifatturiera europea, punteruoli di ferro e metallo, perle e tessuti, semplificarono molti compiti (per esempio, era molto più facile tagliare spesse pelli di bisonte e applicare ornamenti di aculei di porcospino con coltelli di metalli e punteruoli che con utensili di osso), e arricchirono a tal punto la cultura dell’indiano che la trasformazione da comunità pedestri e poco attrezzate a vivide ed esuberanti culture di cavalieri fu così profonda che Catlin descrive le tribù del Missouri settentrionale come “indubbiamente le più belle, meglio attrezzate e meglio adornate di chiunque altro nel continente…niente al mondo, di questo genere, può forse essere più bello ed aggraziato delle loro danze e parate…al primo posto forse vi sono i Crow e i Piedi Neri; e nessuno sarebbe in grado di apprezzare la ricchezza e l’eleganza (e perfino il buon gusto) dei loro abbigliamenti, se non vedendoli sul loro territorio”.


Copricapo di guerra con piume di coda d’aquila appartenuto al capo Vitello Giallo (Arapaho)

I capelli

In particolare i Crow conquistarono una grande reputazione di sicurezza e fiducia in sé stessi. Sebbene fossero una piccola tribù, si gloriavano apertamente della loro audacia, e ciò si rifletteva nell’abitudine di lasciar crescere i capelli in modo straordinario. Ci fu un guerriero, di nome Colui-che-salta-alto, con i capelli tanto lunghi che, liberati dal laccio che li raccoglieva quando lui saliva a cavallo, toccavano il terreno! I capelli erano portati sciolti solo in occasione di parate e cerimonie, e per mantenerli in ordine vi si applicavano dei puntini di pece. Altre volte venivano raccolti e annodati con strisce di pelliccia o tessuto. Le donne Crow, Mandan, Piedi Neri ed altre tribù delle pianure portavano i capelli più corti, con una scriminatura centrale dipinta di rosso, come si usava anche presso le donne delle praterie (per esempio le Osage). Sia uomini che donne adornavano i loro capelli con grasso di orso per conferire ad essi la lucentezza dell’ebano, “simile all’ala del corvo”, e quindi li profumavano con erbe dolci. L’insolita attenzione riservata dagli uomini alla lunghezza dei loro capelli era in realtà un aspetto di un costume consueto per manifestare orgoglio e vanità. I Crow tagliavano corti i capelli sulla fronte e li spazzolavano all’indietro creando un effetto così caratteristico, che nelle pittografie dei Sioux appariva come il segno distintivo dei loro guerrieri. Alcuni uomini Arapaho portavano i capelli diritti sulla fronte, li tagliavano a zig zag sulle tempie, e li raccoglievano dietro la testa in una grossa treccia. Con l’arrivo dei bianchi e dei loro ornamenti in metallo, nelle Pianure si diffuse l’uso di portare nei capelli delle placche in alpacca. A volte, alle forme tradizionali di ornamento per capelli, costituite da aculei di porcospino e piume, si includevano piccoli oggetti in metallo.


Acconciatura Sioux, con aggiunta di uno specchietto – 1890

Anche gli uomini Mandan portavano capelli molto lunghi, divisi in grosse ciocche e abbondantemente cosparsi di colla e terra rossa, in modo da restare fissati molto a lungo. Nei lamenti funebri, le donne delle Pianure dovevano di norma tagliarsi i capelli; il lutto aveva termine quando essi erano completamente ricresciuti. In tali circostanze, gli uomini sacrificavano solamente una ciocca o due, tanto per far capire agli amici il loro dolore, senza danneggiare il loro più caro ornamento ed esibendo comunque rispetto e venerazione per il morto.
Diverse tribù, come Pawnee, Osage e Kansa, avevano l’usanza di rasarsi il cranio e di ornarlo con pelli di daino. I capelli venivano tagliati il più possibile radenti al cranio, tranne per un ciuffo della larghezza di una mano chiusa sulla sommità del capo, dove venivano lasciati crescere fino a circa cinque centimetri di lunghezza. Al centro veniva legata una cresta fatta con i peli della coda di un daino o di un cavallo, tinti di rosso, spesso sormontata da penne d’aquila. Al centro del ciuffo veniva lasciato crescere un ciuffo più ristretto, che non era mai tagliato, ma che si lasciava crescere il più possibile, per essere intrecciato e poi fatto passare attraverso un osso cavo. La treccia era chiamata “ricciolo dello scalpo” e veniva scrupolosamente tenuta nel modo descritto, per essere offerta al nemico quale trofeo, ovviamente a patto che se la sapesse conquistare. Tagliarsi il ciuffo sarebbe stata considerata codardia: non lasciare al nemico nulla da afferrare, nel caso si fosse caduti nelle sue mani durante il combattimento, sarebbe andato a danno della reputazione del guerriero.
Fra le tribù che si rasavano la testa in questo modo, la cresta era sempre color rosso sangue, e la parte superiore del cranio, e di solito anche di buona parte del viso, era di un vermiglione acceso. Dopo il Contatto questi popoli si tagliavano i capelli con piccole forbici ottenute dai commercianti di pellicce. Prima usavano i coltelli, e prima ancora bruciavano i capelli con pietre arroventate, con una procedura lenta e dolorosa.


Guerriero Kansa – dipinto di G. Catlin

L’abbigliamento

Sebbene lo splendido abbigliamento di solito in uso fra i Crow facesse sì che i cacciatori francesi li definissero “uomini di bell’aspetto”, non vi sono dubbi che, dal punto di vista estetico, le usanze più notevoli appartengano ai Piedi Neri. Essi frequentemente usavano l’ermellino laddove le altre tribù impiegavano piume o ciocche di pelo: le pellicce bianche spiccavano con effetto superbo sulle più scure pelli di cervo. Una tonalità ancora più profonda era data dalle strisce orizzontali marrone o nere con le quali essi a volte dipingevano camicie e gambali: la tradizione dice che questo era un diritto conferito dal Sole all’eroe culturale Viso Sfregiato come ricompensa per aver salvato la vita a Stella del Mattino, e trasmesso poi da Viso Sfregiato ai guerrieri Piedi Neri. Le linee dipinte, intersecate da frecce e pipe, erano testimonianza di imprese di guerra, mentre le impronte di zoccoli disposte verso il centro rappresentavano i cavalli catturati durante le incursioni. Una camicia così veniva indossata solo da guerrieri eccezionali.


Camicia da guerriero – Piedi Neri – circa 1820

Per uso quotidiano si indossavano vestiti dello stesso stile e taglio della camicia illustrata sopra, ma senza una tale profusione decorativa. Durante il periodo estivo per gli uomini erano sufficienti perizoma e mocassini, mentre nella stagione fredda essi indossavano una pelle di daino, tagliata in modo da conservare la forma originale delle pelli e ornata di file di aculei di porcospino lungo le cuciture esterne delle maniche; alti gambali di pelle, sempre con aculei lungo le cuciture, giungevano dalle caviglie ai fianchi per essere legati alla cintura; completava l’abbigliamento un mantello di pelle di bisonte.
Le donne portavano vesti di pelle di cervo o camoscio che coprivano le ginocchia ed erano sorrette da bretelle; avevano maniche staccabili che potevano essere aggiunte d’inverno, legandole dietro al collo con lacci di pelle. Anch’esse portavano mocassini e gambali, sebbene questi fossero più bassi di quelli portati dagli uomini e raggiungessero solo il ginocchio, e naturalmente si avvolgevano in mantelli di pelle di bisonte o in coperte per ripararsi dal freddo vento della prateria. Nelle occasioni formali le donne gareggiavano in eleganza. I vestiti erano abbelliti con file di denti di alce o ricami fatti con aculei, ed in tempi più recenti con conchiglie di dentalio e perline. Alla vita portavano cinture di cuoio con disegni geometrici. Anche gambali e mocassini erano adornati con aculei colorati o con perline. La moda cambiava lentamente, ma le donne più puntigliose erano orgogliose del loro guardaroba personale, quando era originale.
Qui sotto è illustrato un abito da donna dei Sioux, affascinante nella sua semplicità. Risale al 1830 circa, e lo stile è identico a quelli degli abiti dei Cree entrati in possesso di Lewis e Clark nel 1804. La parte superiore a mantellina, alla quale era cucita la gonna, veniva fissata alla spalla destra con una striscia di cuoio; sulla spalla sinistra vi era un cinturino di cuoio. Gli aculei e i e i nastri rossi, unitamente alla frangia della gonna e al bordo della mantellina decorato con perline, indicano la preferenza degli Indiani delle Pianure per le decorazioni orizzontali piuttosto che verticali.

La decorazione con aculei era quella che richiedeva maggior talento fra tutte le arti femminili. Diversamente dalla concia, per cui ci voleva molta forza, la decorazione con aculei richiedeva delicata destrezza. Tra i Sioux le donne dividevano gli aculei in quattro misure e li conservavano in borse fatte con vesciche di animali secondo il colore e la misura. Facendo bollire radici o bacche, ottenevano tinte di vari colori. Venivano adoperate almeno nove tecniche di decorazioni con aculei, tutte diverse tra loro: avevano tutte nomi particolari, e molte erano riservate ad usi specifici. Così, la decorazione della frangia di cuoio grezzo di un porta pipa comportava una tecnica ad inviluppo; l’abbellimento di un cannello da pipa, la tecnica ad intreccio. Le donne decoravano casacche e gambali maschili con bande di aculei applicate a lunghe strisce di cuoio che si potevano staccare. Adornavano le impugnature dei bastoni da guerra; decoravano le morbide sacche di cuoio con file di aculei rossi. Probabilmente l’arte più significativa, a parte la decorazione dei portabebé, era la decorazione dei mantelli. Il mantello era una dei capi di vestiario più essenziali e quindi più decorato. Il più pregiato era quello fatto con la pelle di una giovenca di bisonte di due anni, in quanto la misura e la consistenza erano le più adatte per farne un indumento. Per usarli in inverno si lasciava il vello, ma per i capi estivi a questi mantelli si levavano tutti i peli, raschiandoli per bene in maniera che fossero più sottili e quindi più leggeri. I mantelli eleganti, da indossare in occasioni speciali, erano decorati con disegni geometrici colorati o ricamati con aculei di istrice. Diversamente dai Sioux, gli Cheyenne usavano anche pellicole di cereali tinte per ottenere fini decorazioni.


Sacchetto da pipa decorato con aculei – Sioux

Certi disegni a colori erano riservati alle donne. Il più popolare era il bisonte, ma si portava anche un disegno consistente di due “E” contrapposte. Erano rari i mantelli con dipinti uomini e cavalli che compivano grandi imprese. I mantelli decorati con aculei, disposti molto comunemente in una serie di strisce rosse orizzontali, erano indossati soprattutto dalle donne e dai bambini. I mantelli venivano indossati in vari modi; la moda, comunque, prescriveva che la testa del bisonte fosse portata a sinistra. Spesso i giovani portavano il mantello sulla testa, mentre gli anziani ne mettevano un lembo sotto il braccio destro, e lo tenevano con la mano sinistra, di modo che il braccio destro restasse libero. Le donne portavano il mantello sulle spalle, sebbene anch’esse a volte si coprissero la testa.
In certi casi i disegni decorativi del mantello indicavano lo status di chi lo indossava. Il disegno caratterizzava il sesso e, in una certa misura, l’età, ed evidentemente anche se chi lo portava era coniugato o meno. Tutti gli indumenti avevano, insomma, oltre alla funzione decorativa e protettiva, quella di differenziare una specie di persona dall’altra. Alcuni disegni e figure geometriche per decorare il vestiario “appartenevano” a certe famiglie, e venivano tramandati di madre in figlia; alcuni si credeva fossero stati ricevuti in sogno. Di norma i disegni non implicavano per forza un significato simbolico, perché erano usati solo per il loro valore decorativo. Alcuni, tuttavia, erano simbolici, perché indicavano un episodio di vita; per sempio, orme di zoccoli colorate nei gambali degli uomini rappresentavano il numero ed il colore dei cavalli catturati. Fra i Sioux coloro che avevano sognato la Donna Doppia e gli heyoka avevano spesso le rondini nel loro vestiario.
L’abito sotto riprodotto, in pelle di bisonte ed appartenente ai Gros Ventre (circa 1830), ha un simbolismo profondo e astratto. Visto con il capo verso sinistra, così come appariva quando era indossato, l’abito presenta sessantotto strisce orizzontali e sei verticali di aculei di porcospino tinti, ad intervalli regolari e intersecati da ciuffi di lana rossa. Nella decorazione c’è il riferimento al periodo della fecondità nella vita di una donna.

Tutti facevano sfoggio di numerosi ornamenti personali ottenuti da una grande varietà di materiali: ossi, conchiglie, pelo, piume e così via, e merci portate dai mercanti. Le perline introdotte dai mercanti europei, resero più veloce la decorazione di mantelline, mocassini o bisacce, ed anche l’antica lavorazione degli aculei, che richiedeva la cucitura di ogni singolo pezzo, cominciò a declinare. La decorazione con perline produceva un’ondulazione caratteristica, effetto di una tecnica conosciuta come “punto pigro”: le perline venivano infilate su strisce di tendini e cucite a intervalli regolari. Anche le tinture a base di anilina produssero dei mutamenti, in quanto vividi colori artificiali andavano sostituendo le più tenui tonalità naturali ottenute con pigmenti di piante e argille.
Piedi Neri, Crow e Cree, i cui territori conoscevano inverni molto rigidi, integravano il loro consueto vestiario con mocassini e guanti muniti di strisce di pelliccia e con berretti, pure di pelliccia, dotati di copri orecchie; inoltre si spargevano sul corpo grasso di orso come ulteriore espediente per isolarsi dal freddo.
La ricca decorazione dei costumi da guerra e da parata, con dipinti, perline, aculei, frange, denti di alce, piume, pellicce e pelo – a volte alcune tribù mettevano perline persino sulle suole dei loro mocassini affinché potessero essere riconosciute anche stando a cavallo – si riteneva apportatrice di forza spirituale, e di solito non appariva durante le azioni di guerra, in cui invece venivano portati dei simboli. Quando non erano usate, le decorazioni venivano conservate in particolari contenitori dipinti che avevano valore simbolico e rilevanza cerimoniale. Cilindriche scatole protettive di pelle grezza contenevano i bellissimi copricapi di piume d’aquila, e gli scudi erano cavi in modo tale che le piume pencolanti potessero essere riposte nella superficie concava quando venivano messi nelle apposite custodie.


Mocassini decorati con aculei con raffigurazioni di teste di bisonte e artigli d’orso – Sioux 1895

Molti altri contenitori di pelle grezza, dalle lunghe strisce frangiate, erano impiegati per oggetti di qualche importanza. Durante gli spostamenti essi venivano orgogliosamente portati dai guerrieri. Le lunghe frange, le rifiniture delle martingale e gli aculei di porcospino dipinti contrastavano con i colori dei pony, gli abiti di pelle lievemente scuri delle donne e la ricca trama dei mantelli di pelle di bisonte che ricoprivano le selle.
Attraverso simboli palesi, lo status e le conquiste individuali o familiari erano immediatamente riconoscibili. Alcuni dettagli nell’abbigliamento, come il modo di portare una piuma o il tipo di decorazione applicata ad una camicia di guerra, si riferivano a particolari azioni compiute da un individuo; altri particolari, ad esempio piume d’aquila pencolanti poste sui copricapi di guerra, potevano far riferimento ad imprese compiute da un gruppo familiare. Il diritto ad usare un simbolo doveva essere formalmente concesso dalla comunità. La documentazione personale era sottoposta ad un pubblico e minuzioso esame delle proclamazioni di determinate imprese, e in base ad esse l’individuo veniva giudicato. L’onore guadagnato attraverso il riconoscimento delle qualità infondeva l’orgoglio – inteso come giusto rispetto verso sé stessi – e il senso di dignità che permeavano le relazioni sociali delle culture delle Pianure.
Anche tra le donne alcuni ornamenti venivano portati in un certo modo per indicare il proprio status. Le giovani Sioux che non avevano ancora raggiunto la maturità facevano pendere le trecce sul dorso, legandole con dei pendenti, mentre quelle che avevano raggiunto la pubertà le portavano sull’omero. Invece i giovani celibi portavano legata alla loro capigliatura una banda di aculei, sormontata da due penne da cui pendeva una ciocca di criniera di cavallo che arrivava fino alle scapole.


Bisaccia da sella Sioux, fatta di perline. Notare la decorazione “a doppia E”

Gli onori

Essere accettati sulla base del merito personale era importante per ogni singolo membro indipendentemente dallo status, e il rispetto di sé evitava all’Indiano di compiere qualcosa di disonorevole. L’onestà era posta sullo stesso piano del coraggio e dell’altruismo, e le investiture sociali ed onorifiche non erano di tipo autoritario. In effetti, anche il titolo di capo era più onorifico che legato ad un’effettiva autorità, e generalmente ve ne erano parecchi in ogni comunità.
Il ruolo di capo era complesso: presso tutte le tribù delle Pianure i suoi poteri erano consultivi, ed egli poteva mantenere la sua posizione d’influenza solo attraverso il generale riconoscimento della sua dedizione alla comunità. La dichiarazione degli Arapaho che “gli uomini più coraggiosi e più nobili d’animo divenivano capi per processo naturale…se un capo era insoddisfacente, non era rispettato ed obbedito, e così gradualmente perdeva la propria posizione” può essere generalmente applicata a tutta l’area delle Pianure. La loro responsabilità veniva chiaramente definita ai successori dai capi Cheyenne che si ritiravano e fungevano da consiglieri: “Vi abbiamo consigliato e abbiamo posto ogni uomo, donna e bambino Cheyenne nelle vostre mani. Se necessario sarete d’aiuto non solo alla vostra tribù, ma a tutti gli altri Indiani. In futuro non causerete e non aiuterete a causare alcun disordine tra il vostro popolo”.
Comprovata abilità di leader era il prerequisito per ottenere il titolo di capo, e di solito poteva essere dimostrata assumendo la responsabilità della sicurezza di piccoli gruppi di cacciatori o guerrieri. Presso gli Shoshoni Settentrionali si otteneva l’onorificenza di “piccoli” capi con il compimento di azioni bellicose; i Crow ritenevano che il prestigio dipendesse principalmente da onori marziali; i Piedi Neri ritenevano che “le imprese sul sentiero di guerra erano necessarie per diventare leader, perché era in esse che si dimostrava la capacità di comando”.


Capo Blackfoot – dipinto di G. Catlin

Nondimeno, un leader di rilievo raramente era un guerriero effettivo. Come guardiano e difensore dell’ordine sociale in senso lato, la sua vita era dedicata al mantenimento della pace e dell’armonia all’interno comunità, dove la sua presenza era ritenuta essenziale. Non poteva privarsi delle responsabilità o delegarle; doveva rimanere fermamente ancorato a ciò che aveva sostenuto; doveva coerentemente mantenere ogni promessa; e doveva agire dopo aver sentito il parere degli altri leader del gruppo. Se i guerrieri erano di un’età compresa fra i venti e i trentacinque anni, un capo era invece molto più frequentemente un anziano di cinquant’anni o più, e quindi con considerevole esperienza nell’affrontare le situazioni difficili.
Pur non avendo alcuna investitura formale, allorquando sorgevano disaccordi all’interno del gruppo, il capo era chiamato a svolgere la funzione di arbitro. Ponendo in risalto agli uni il pericolo che il dissenso creava, cercava di costringere gli altri a pronunciare un solenne giuramento che le parti si impegnavano a non infrangere, fumando comunitariamente la pipa e dichiarando quindi la disputa chiusa per sempre. Procedeva sempre con tatto e persuasione. La sua autorità risiedeva unicamente nell’influenza personale; ma quale membro del consiglio (l’insieme dei capi e degli uomini di prestigio che discuteva le questioni di interesse comunitario) rivestiva un ruolo decisionale e poteva aspirare alla posizione di capo preminente. Costui si assumeva ulteriori responsabilità indicendo le riunioni del consiglio, presiedendolo, e divenendo in effetti il portavoce della comunità. Sebbene vi fossero distinzioni di rango non esisteva ereditarietà (per quanto i figli di uomini di prestigio, chiamati Minipoka o “figli eccezionali” dai Piedi Neri, godessero di alcuni privilegi) e sebbene il possesso di cavalli ed altri beni rendesse più facile l’accesso alla posizione di capo, la loro mancanza non precludeva la possibilità di aspirare alla guida della comunità.


Capo Hector – Assiniboine – foto di E. Curtis

Le qualità per emergere

Sebbene un valente guerriero fosse orgoglioso dei vari onori di guerra ricevuti, l’importanza del suo status era correlata ai benefici che la sua presenza procurava agli altri: era un simbolo di forza sociale. Del pari, la donna anziana che era apprezzata quale abile cucitrice nell’erigere i tepee esibiva le giovani che aveva aiutato nello stesso modo in cui un guerriero elencava le proprie imprese, ed essenzialmente per le medesime ragioni. Quindi lo sforzo personale attraverso il quale l’individuo otteneva riconoscimento era legato alla sollecitudine verso il gruppo, e chiunque non si sforzasse in questa direzione veniva trattato con indifferenza. Poteva venire trattato con disprezzo, essere soggetto ad ammonimenti dei familiari o addirittura del capo, o subire sanzioni, ma raramente veniva escluso: la comunità si assumeva responsabilità morale verso i propri membri.
Presso le tribù delle Pianure la via del successo personale seguiva la falsariga di quanto avveniva per i Sioux, per i quali prestigio e rinomanza, leadership e rispetto venivano accordati che praticavano il principio dell’auto sacrificio. Si direbbe che il concetto del potere acquisito tramite l’auto sacrificio, operante nella ricerca della visione e nella Danza del Sole, la donazione totale e le cerimonie continue, abbia prodotto un effetto positivo determinante sull’adattamento del sistema sociale. L’esemplificazione dell’auto sacrificio è magistralmente esemplificata nel modello della guerra. I guerrieri non aspiravano al suicidio, ma rischiavano la vita volontariamente e di buon grado semplicemente per il prestigio che il rischio comportava.


La Danza del Sole dei Mandan – dipinto di G. Catlin

L’idea che l’uomo potesse ottenere potere attraverso l’auto sacrificio, può essere stata un meccanismo per prevenire l’aggressività dell’individuo, ma anche un mezzo per sancire che era l’individuo, e non il gruppo, il responsabile vero del benessere della tribù. Da una parte la società incoraggiava e onorava l’iniziativa individuale, ma dall’altra penalizzava l’egocentrismo per mezzo dell’ostracismo, quando la stessa non si conformava al codice della generosità e dell’altruismo. Comunque l’auto sacrificio, seppur spinto al massimo grado, nonostante possa far pensare ad una forma di masochismo, non danneggiava né l’individuo né la società stessa, anzi li rafforzava, in quanto l’aggressività estremamente virile dei popoli delle Pianure era costantemente rivolta contro i nemici, piuttosto che contro sé stessi.
L’esibizionismo così marcato in guerra, e la donazione totale, appaiono come reazioni naturali tese a bilanciare il modello drammatico dell’auto sacrificio: vantarsi delle proprie imprese guerresche e sessuali e della propria abilità artigiana, consentiva un’auto affermazione necessaria e permetteva di contrapporre questa componente della personalità all’auto annullamento provato. E’ altresì vero che l’atto in sé stesso del vantarsi, il superficiale auto acclamarsi per le proprie imprese e la proprie realizzazioni, erano in effetti un’ammissione del senso individuale di privazione, inadeguatezza e auto sacrificio. Pur istituzionalizzato quanto si voglia, il conflitto fra egoismo e altruismo rimase sempre profondo, e il tentativo di risolverlo impegnò sempre le risorse razionali ed emotive dei popoli delle Pianure.


Preparazione per la Danza del Sole – dipinto di H. Terpning

L’ideale della negazione dell’ego si applicava anche alla proprietà privata. Di norma la proprietà privata era una realtà, garantita da diritti ben definiti, che non furono mai messi in discussione o abrogati. Ma l’accumulo di ricchezza in quantità maggiore del necessario era scoraggiato. Per contro, l’ideale della generosità e l’approvazione per coloro che letteralmente si spogliavano dei loro averi, rendevano il donare un imperativo categorico. Colui che possedeva molti cavalli e li teneva per sé sfidava le convenzioni, era ritenuto un egoista. Se non aveva altre virtù che lo riscattassero, il suo prestigio era inferiore a quello di un uomo che regalava cavalli in continuazione. La proprietà serviva per l’uso, e non per l’accumulo, ed il suo uso principale era di dispensarla al prossimo.
La ricchezza veniva concepita quindi come capacità di accumulare per poter distribuire. Questo principio funzionava praticamente in quanto ricevere un dono implicava la necessità di ricambiarlo. Non era del tutto necessario che un dono fosse ricambiato entro un periodo di tempo specificato o fosse dello stesso tipo; ma ci si attendeva, tuttavia, che almeno si ricambiasse a livello simbolico, eccetto forse che dai vecchi e dai bisognosi. La ricchezza, pertanto, era un mezzo e non un fine. La società metteva sotto controllo la naturale disposizione ad acquisire da parte della persona, in modo che gli individui meno capaci nel procurarsi l’indispensabile non soffrissero indebite privazioni. I generosi venivano acclamati pubblicamente, gli avari disprezzati. Esistevano anche determinati e ben precisi cerimoniali per le donazioni generalizzate. Presso i Sioux, se qualcuno intendeva diventare un membro permanente del suo gruppo, prima doveva organizzare per sua figlia la cerimonia del Canto per le Prime Mestruazioni, oppure del Canto del Bisonte, e così via, con altre cerimonie per i figli maschi. Se non aveva figli, l’uomo poteva adottarne uno a tale scopo. L’interrelazione di questa serie di cerimonie e il modello della donazione generalizzata imponevano ai leader la pratica della beneficenza, favorita dagli ideali della società, e per converso proteggevano i membri della società stessa dallo sfruttamento da parte dei leader.
Le virtù femminili venivano solennizzate e pubblicizzate con cerimonie religiose e riunioni e feste di donne; l’acquisizione di prestigio da parte di una donna dipendeva dalle sue realizzazioni artigianali e dall’appoggio che riceveva dalla propria famiglia. Un uomo agiato onorava i primi segni di femminilità della figlia, oltre che celebrando uno dei vari Canti, preparava accuratamente la cerimonia di donazione, e ricorreva ai servizi di un Sognatore di Bisonte, perché il Bisonte era il protettore delle adolescenti, patrono di virtù quali l’industriosità, la fecondità, la generosità. Era il Bisonte la deità delle cerimonie, ed era quindi giusto che officiasse un Sognatore che aveva avuto dal Bisonte il suo potere.


Donne – dipinto di Alfredo Rodriguez

Nella cerimonia del Canto del Bisonte, che avveniva sempre alla presenza dei genitori in un tepee cerimoniale addobbato per la circostanza, il Sognatore danzava imitando le movenze del bisonte maschio, poi dipingeva di rosso la scriminatura dei capelli della ragazza, le appendeva una penna d’aquila e le spiegava i suoi doveri. Poi annunciava a tutti che ormai lei era una Donna del Bisonte, e quindi venivano distribuiti i doni agli intervenuti e ai poveri.
Il Canto del Lancio della Palla aveva uno svolgimento analogo, solo che in questo caso, oltre al resto, per quattro giorni si insegnava alla ragazza, all’interno di un piccolo wigwam, a decorare con aculei e a fare mocassini. Il rito si concludeva poi con un’elargizione, nel corso della quale il Sognatore o la ragazza buttavano una palla rossa in mezzo agli intervenuti. Colui che l’aveva afferrata riceveva ogni volta un dono. Esauriti i doni, cominciava il banchetto.
Al padre che poteva permettersi una di queste dispendiose cerimonie, venivano pubbliche lodi, perché la sua generosità si fissava nella mente della gente. Queste manifestazioni accrescevano il suo prestigio personale: per un uomo era importante dare almeno una di queste feste, se voleva diventare una figura pubblica così importante da aspirare alla leadership. Così facendo, saliva un gradino nella scala sociale, e sua figlia diventava una delle elette.
Come membro di una élite, alla donna conveniva coltivare bene le virtù, in modo da essere rinomata sia per la sua generosità e sincerità, che per la fecondità e per la forza d’animo. Le opportunità di dimostrare la sua industriosità le venivano date nelle gare di ricamo con aculei e di concia delle pelli, i cui risultati venivano registrati con incisioni sugli arnesi per conciare e con disegni nel rivestimento interno del tepee. Le prove di sincerità davano parimenti alla donna la possibilità di rendere pubblica la sua virtù. Sull’alto status della donna, infatti, riposava buona parte della reputazione della famiglia.


Ragazza delle Pianure con vestito di pelle di daino impreziosito da perline

La famiglia e il matrimonio

Fra le tribù delle Pianure il nucleo più antico della società era il “gruppo” (i Sioux lo chiamavano tiyospe) che costituiva una banda sotto la guida di un leader comune a cui gli individui erano spesso legati da parentela. Attraverso l’abile guida di un anziano esperto e fidato, piccoli gruppi di persone cooperavano nella caccia e nella guerra, nel sostenere il lavoro quotidiano, nell’allevare i bambini e nel celebrare le varie cerimonie; nell’aver cura degli anziani e nel seppellire i morti. Per poter portare a termine con successo tutte queste incombenze, il gruppo aveva necessità di un’organizzazione intensamente coesiva. In genere esso era costituito dai membri di una o più famiglie, e poiché le interrelazioni dei membri di una famiglia erano soggette ad un sistema conforme ad un modello ben preciso, il gruppo per sé stesso era caratterizzato da un profondo senso dell’ordine.
Nelle Pianure la famiglia era una entità sempre viva ma sempre mutevole. Farne parte era una questione di consanguineità, per cui ogni persona riconosceva di appartenervi per il fatto di discendere da determinati nonni e genitori, e in relazione agli altri parenti: zii e zie, fratelli, sorelle e cugini. Un individuo poteva letteralmente scegliere di appartenere alla famiglia del padre o della madre, rimanendo in ogni caso membro di entrambe le famiglie. I figli maschi generalmente si legavano alla famiglia del padre, le figlie femmine a quella della madre; questi fattori per lo più erano influenzati dall’effettiva residenza. In pratica non v’erano regole rigide circa l’appartenenza alla famiglia, mentre ve ne erano di ben precise per l’affiliazione, di modo che nessun bambino rimanesse in condizioni di incertezza circa la famiglia di appartenenza.


Famiglia Blackfoot-Blood

Comunemente il dovere più imperativo era verso i parenti, e i legami familiari tendevano ad accentuare l’integrazione della vita sociale. Una famiglia affiatata risiedeva sempre unita nel medesimo accampamento, suddiviso in vari tepee, e poteva includere nonni e bisnonni, fratelli e sorelle non sposati, genitori e figli, fino a raggiungere il numero di trenta o più individui, ognuno dei quali svolgeva un ruolo di mutuo sostegno.
I membri anziani raccoglievano l’attenzione e la cura di tutti, e la loro conoscenza ed esperienza li rendevano inestimabili consiglieri dei più giovani. Un ragazzo aveva la sua prima esperienza di caccia con piccola selvaggina presso l’accampamento e sotto la tutela del nonno, il quale gli preparava anche il primo arco e le prime frecce e gli faceva conoscere la mitologia e i cerimoniali, mentre le nonne trascorrevano molto tempo con le ragazze, decorando di perline bambole di pelle di daino, erigendo tepee per gioco ed aiutando la madre ad istruire la figlia nell’arte della preparazione e conciatura delle pelli. Come tutti i nonni, essi “viziavano” i nipoti, creando un legame di affetto particolarmente stretto fra le generazioni.
Il compito dell’uomo era quello di fornire cibo e protezione, mentre le donne erano responsabili della famiglia e degli spostamenti. In effetti, l’uomo aveva poca voce in capitolo nelle questioni riguardanti la casa: la donna possedeva il tepee e l’attrezzatura relativa, come i mantelli di bisonte dei letti, le culle ricavate da legno di salice inciso, ed anche la pentola e il treppiede usati per cucinare; i contenitori di pelle grezza per la carne essiccata appartenevano a lei, così come tutta la selvaggina che il marito era in grado di procurare. A dispetto del ruolo subordinato delle donne che appariva all’esterno – in pubblico, le donne camminavano alcuni passi dietro agli uomini, i quali indossavano i costumi più elaborati, prendevano posto in consiglio, diventavano capi, e si vantavano delle loro conquiste sessuali – esse governavano il tepee ed esercitavano un considerevole potere sotterraneo in tutte le principali decisioni tribali. A volte, quando la residenza era dei famigliari della moglie, era responsabilità diretta dell’uomo provvedere ai parenti della moglie piuttosto che ai suoi.


Tepee-giocattolo, in pelle di daino e decorato con perline e pendagli conici di stagno – Sioux

In società patrilocali, il matrimonio estendeva doveri ad altre famiglie con le quali vi era un rapporto di interdipendenza. Ciò ebbe inizio quando i matrimoni vennero ratificati con scambi di beni, che potevano continuare per diverse generazioni, dato che il matrimonio era spesso considerato un’unione tra famiglie più che tra individui. Molti matrimoni, comunque, erano di natura romantica e il folclore è ricco di riferimenti a ragazze che segretamente confezionavano mocassini per i giovani da loro prescelti, a uomini Arapaho che si avvolgevano in mantelli o coperte presi a prestito onde nascondere la propria identità durante il corteggiamento, temendo che i genitori potessero respingere le loro profferte, a visite di giovani guerrieri ai tepee di ragazze quando le famiglie dormivano, a melodie d’amore suonate al flauto, ad incantesimi, a fughe per amore, a coppie di Piedi Neri che vanno insieme a “raccogliere bacche”.
A parte gli incontri “clandestini” che, nonostante lo stretto controllo cui le ragazze erano sottoposte, potevano sempre verificarsi, esistevano i corteggiamenti ufficiali. Presso i Sioux, un giovane che desiderasse incontrarsi e parlare con una ragazza, poteva farlo seguendo una procedura prescritta: davanti al tepee di lei, avvoltala nel suo mantello, sotto cui entrambi tenevano la testa, potevano conversare privatamente pur trovandosi in pubblico. Questo corteggiamento formale aveva luogo generalmente di sera, tuttavia l’incontro davanti al tepee, coi familiari che andavano e venivano, i bambini curiosi che facevano chiasso tutt’attorno, e con una “dama di compagnia” sempre in guardia, non poteva ovviamente favorire la spontaneità e l’intimità.
Dipinto di Alfredo Rodriguez
Se vi erano diversi pretendenti, questa usanza di corteggiamento non solo dava alla ragazza un certo controllo della situazione, ma la proteggeva assai bene. Comunque un giovane lungimirante di solito faceva di tutto per dare cavalli e doni alla famiglia della ragazza per poter essere considerato rispettabile.
I matrimoni di solito erano combinati, se non dalla coppia, dai familiari. In ogni caso non potevano essere affrettati, ma preparati meticolosamente. I giovani, anche se perdutamente innamorati, dovevano necessariamente fare i conti con una realtà consistente in rigorosi fattori sociali ed economici, perché non c’era possibilità di isolamento sociale o indipendenza economica nelle quali un amore non approvato potesse sopravvivere. I matrimoni per contratto, cioè quelli combinati dai genitori, costituivano la forma normalmente prevista. Certamente rappresentano il tipo di matrimonio primitivo, e probabilmente cominciarono a cedere il passo a quelli voluti dai futuri coniugi quando l’introduzione del cavallo introdusse una più grande mobilità.
I fidanzati che intendevano sposarsi annunciavano la loro intenzione ai parenti stretti. Nella fortunata ipotesi che le famiglie fossero pienamente d’accordo, venivano messe in moto tutte le pratiche relative. La formale richiesta veniva presentata da un amico intimo o da un fratello del fidanzato al fratello della ragazza o a qualche altro parente di sesso maschile parimenti stretto. Fra questi giovani veniva determinato il prezzo della sposa ed era ai parenti maschi della stessa che veniva pagato. Va da sé che, più elevato era il grado sociale della sposa, più alto era il prezzo, che poteva andare da uno a molti cavalli.
Il nuovo tepee veniva rizzato vicino all’abitazione dei genitori del marito, perché, di norma, la sposina diventava un membro di quella famiglia, al cui benessere aveva l’obbligo di contribuire, come nuovo ed importante elemento per la comune prosperità. Avrebbe appreso a lavorare a stretto contatto con le sorelle e le altre parenti del marito, e a scherzare col cognato. I rapporti con la suocera sarebbero stati affettuosi ma riservati, mentre con il suocero, data la differenza sia di generazione che di sesso, il rispetto avrebbe assunto la forma della completa e assoluta incomunicabilità. Nel giro di una sola notte si tentava così di trasformare la sposa da permanente incantevole Donna del Bisonte a matrona responsabile, matura e piena di dignità.
Per le spose che vivevano nel villaggio dei propri genitori, il problema dell’adattamento alla vita coniugale era più semplice; i parenti acquisiti non costituivano un problema. Per la sposa le difficoltà da affrontare erano cucinare, tenere il fuoco acceso, preparare i letti, tener pulita la tenda, intrattenere gli ospiti e soddisfare i capricci del marito. La favorevole disposizione della donna a fare il proprio dovere contribuiva in maniera rilevante alla riuscita del matrimonio, e a un buon matrimonio veniva attribuito molto onore. Se veniva realizzato, i coniugi godevano non solo dei vantaggi intimi di un’unione solida, ma anche dell’approvazione incondizionata del prossimo.
Il divorzio era estremamente facile. Tutto ciò che un uomo doveva fare era di “battere il tamburo” pubblicamente, e annunciare che aveva scacciato la sua donna. Non era il venir meno a una promessa, il matrimonio non era un sacramento, ma piuttosto un accordo temporaneo, un contratto in base al quale le due parti pagavano un prezzo per una comodità in quanto tale. Se il matrimonio andava bene, ciò avveniva perché soddisfaceva i coniugi e le rispettive famiglie; se falliva, era affare dei coniugi, e le famiglie dovevano accettare la loro soluzione. Ognuno dei due coniugi ritornava alla rispettiva famiglia, mentre in genere i figli, se avevano raggiunto l’età di cinque-sei anni, erano liberi di scegliere con chi andare a vivere. L’elemento che sosteneva la società era la famiglia in sé stessa, non il rapporto coniugale tra marito e moglie. Presso alcune tribù, come i Sioux, per neutralizzare il potenziale disgregativo del fondamentale sistema familiare, era ammessa la poligamia. Si trattava di un adattamento che riduceva una delle cause iniziali del divorzio, in quanto “l’altra donna” veniva posta nel ruolo positivo di “altra moglie”. L’uomo poteva prendere quante mogli voleva, ma certo occorreva comprarle e mantenerle, anche in due o più tepee differenti. Questo dispendio economico scoraggiava i più. Gli uomini che volevano essere poligami, si accontentavano generalmente di due mogli e, spesso, sposavano la sorella minore della prima moglie.


Souwangesheick e le sue mogli – Cree

Le coppie di sposini potevano vivere per un breve periodo con i genitori di uno dei due, ma la cosa era problematica, a causa del tabù che vietava ai suoceri e generi di parlarsi. Una moglie non poteva né guardare il suocero né rivolgergli la parola, e similmente al marito era vietato familiarizzare con la suocera. Conseguenza di ciò era che ad una giovane coppia veniva consentito di rizzare la tenda di fronte a quella dei suoceri dell’uno o dell’altra, dove potevano godere della prossimità delle rispettive famiglie, senza gli inconvenienti di determinati tabù. Talvolta nel villaggio c’erano parecchi tepee di giovani coppie, che erano posti di fronte alle tende dei genitori, per cui sembrava che il cerchio campale fosse a doppia fila.
Mentre la famiglia formata da moglie e marito poteva sciogliersi per divorzio o morte, la famiglia costituita dai parenti diretti collaterali era permanente. Il grande rispetto che fratelli e sorelle si portavano restava vivo per tutta la vita, anzi era costantemente rafforzato da atti di generosità e dimostrazioni di affetto. Era per il fratello, e non per il marito, che la donna faceva i mocassini, ed era per i figli del fratello o della sorella, che la donna costruiva portabebé. E, parimenti, un uomo portava scalpi per onorare la sorella o la madre, non la moglie.
Se un bambino restava orfano, i nonni o i fratelli o le sorelle dei genitori erano disposti al allevarli, visto il pronunciato carattere di clan della famiglia diretta. Si potevano acquisire altri parenti stretti attraverso una grande varietà di tecniche d’adozione. A volte, per colmare il vuoto lasciato da un figlio morto, si ricorreva all’adozione formale: se una persona trovava un bambino, o anche un adulto, che in qualche modo le ricordasse il figlio perduto, chiedeva il diritto di adottarlo assumendosi nei suoi confronti i doveri e le responsabilità di genitore. I prigionieri, specie quando erano bambini, venivano comunemente adottati dalla famiglia di colui che li aveva catturati, e venivano sottoposti ad una adozione cerimoniale analoga a quella con cui si rimpiazzava un figlio defunto. Le donne prese prigioniere potevano essere adottate attraverso il matrimonio con chi le aveva catturate, sebbene spesso fosse loro concesso di esprimere la loro disposizione in merito.


Dipinto di Alfredo Rodriguez

Il bambino

La credenza generale che fosse “buona cosa acquisire ulteriori parenti” sanciva la famiglia estesa. Questo tipo di organizzazione era essenziale nelle Pianure, dove le risorse erano abbondanti in estate e in autunno, ma scarse d’inverno: era imperativo che esistesse un nutrito gruppo di persone con responsabilità definite, che mettesse la propria abilità al servizio della comunità. Inoltre si poteva adeguatamente provvedere anche ai bambini, nel caso che succedesse qualcosa ai loro genitori; e capitava molto raramente che qualcuno, a causa di età, malattie o disgrazie, si trovasse privo di rapporti di parentela e non potesse quindi ricevere assistenza.
I doveri familiari e parentali erano chiaramente definiti e costantemente ricordati, spesso con riferimento alle potenze spirituali che guidavano le azioni degli esseri umani. I tabù osservati dalle donne durante la gravidanza – come astenersi da certi cibi “nocivi” e non sedersi con la schiena rivolta al sole, il Donatore di Vita – proteggevano il bambino non ancora nato e ricercavano assistenza spirituale non solo per un’esistenza prospera, ma anche condotta in accordo alla “giusta via”, cioè in armonia con l’ambiente, le Sacre Potenze e i propri simili.
La nascita, sebbene fosse un evento importante, era seguita da uno scarso cerimoniale. La donna, assistita da levatrici che potevano somministrare erbe medicinali onde facilitare il parto, si ritirava in un tepee isolato al quale gli uomini, compreso il marito, non potevano accedere, presumibilmente perché le loro attività di cacciatori e guerrieri erano antitetiche al fenomeno della nascita: la loro presenza era considerata dannosa sia alla madre che al piccolo. La donna si rivolgeva alle Sacre Potenze a nome del neonato, e riponeva un pezzetto del cordone ombelicale in una piccola borsa ricoperta di perline, che il bambino conservava per tutta la vita; quella dei maschi aveva la forma di un serpente stilizzato, quella delle femmine di una tartaruga o di una lucertola: esse favorivano salute e prosperità, attraverso il rapporto con i poteri di questi animali.


Borse (maschile e femminile) per cordone ombelicale

Mentre le borse amuleto erano fabbricate dalla mamma o dalla nonna, la culla era di responsabilità di una delle sorelle del padre. Per questa preparazione erano necessarie una cura amorevole e una grande abilità manuale, perché la culla rappresentava il segno tangibile del rispetto di una sorella. Al momento della nascita, colei che l’aveva preparata la regalava alla famiglia del neonato. Nel caso della presenza di più sorelle del padre, venivano fatte molte culle. Il dono della culla attestava la solidarietà della famiglia e la capacità di affrontare una situazione che esigeva ostentazione. Maggiore il numero della culle, maggiore il rispetto, e quindi anche il prestigio. In più la culla era dimostrazione pubblica delle capacità manuali della donna, in quanto le culle erano considerate “colpi” importanti nella gara del ricamo con aculei.
L’indice piuttosto elevato di mortalità infantile faceva sì che la maggior parte delle tribù delle Pianure chiedesse particolare aiuto alle Sacre Potenze, affinché proteggessero i bambini nei primi anni di vita. Per tradizione i Pawnee tagliavano un asse per culla dal centro di un albero, preservando così il “cuore della vita”, e lo usavano poi come supporto per un porta-bambini di pelle, garantendo l’incolumità dell’infante (vedi illustrazione qui sotto). Simbolo di ulteriore protezione è il disegno scolpito sulla parte superiore dell’asse che, oltre ad essere un esempio molto bello e raro di scultura in rilievo degli Indiani delle Pianure, rappresenta anche la Stella del Mattino, dalla quale i Pawnee ricevettero l’ispirazione per il disegno e il cui potere soprannaturale aveva cura del bambino.
L’aumentata mobilità indusse poi molte tribù ad abbandonare il pesante asse per culla a favore di un porta-bambini più leggero in pelle grezza, normalmente decorato con aculei e perline. In effetti il bambino veniva posto in un involucro di pelli morbide e saldamente assicurato con quattro lacci. Onde procurare il massimo conforto veniva anche avvolto in muschio secco o cotone che assorbivano l’umidità.


Asse per culla – Pawnee

Il bambino faceva quindi il suo ingresso nel mondo sotto la guida e la protezione delle Sacre Potenze; ma solo quando si officiava la cerimonia del nome, solitamente alcuni giorni dopo la nascita, accompagnata dalla perforazione dell’orecchio, il piccolo ne riceveva una “identità umana”: i nati morti o coloro che morivano prima di tale cerimonia non ricevevano nome e la comunità non rispettava il lutto. Come “bambini-spirito” ritornavano nell’altro mondo, dal quale sarebbero rinati. Anche dare un nome comportava doveri. Era un onore ricevere tale incarico e generalmente i bambini lo ricevevano da valenti guerrieri o da uomini che riteneva avessero poteri soprannaturali, mentre le bambine da una donna anziana di irreprensibile moralità e che aveva un ruolo attivo nelle cerimonie tribali; il piccolo aveva la responsabilità di condurre l’esistenza secondo le attese di questi influenti membri della comunità. Alcuni ricevevano il potere di conferire un nome durante un sogno (il mezzo attraverso il quale le Sacre Potenze esprimevano i loro voleri): ricevere il nome in questo modo era considerata cosa particolarmente favorevole.
Benché i bambini fossero molto indipendenti e creassero tutta una gamma di giocattoli improvvisati, le nonne spesso donavano ai nipoti un gran numero di bambole, che venivano conservate fino alla maturità. I giocattoli venivano confezionati con cura minuziosa e attenzione ai dettagli, evidenti segni di grande affetto nutrito verso i bambini, com’è palese nella bambola Sioux a forma di cavallo in pelle di daino, con disegni geometrici di perline e coperta da sella, raffigurata qui sotto.

La caccia

Abilità, perizia e diligenza non erano ritenute qualità in sé stesse sufficienti per aver successo nella caccia; bisognava anche saper comprendere gli animali e riconoscerne le qualità spirituali. La nazione degli animali, permettendo che i suoi membri venissero catturati dagli Indiani, esigeva in cambio rispetto e specifici riti propiziatori. Di solito le richieste degli animali venivano comunicate alla tribù attraverso visioni. Tutti gli animali erano, in un certo grado sacri, e per questo i riti religiosi erano il preludio alla caccia. La filosofia degli Indiani delle Pianure, che considerava l’uomo come parte integrante della natura, e tuttavia dipendente dagli animali riguardo al potere, data la loro derivazione soprannaturale, considerava la propiziazione molto importante. Perciò non c’era gioia nell’uccidere gli animali, ma piuttosto un senso di gravità. La caccia era un’attività seria e mistica: combinazione di abilità, organizzazione, e di potere ricevuto dalle forze soprannaturali.
Il rispetto degli animali implicava che in segno di supplica si dovesse fumare la pipa prima di iniziare una battuta. Il rito propiziatorio prescriveva il ringraziamento alla preda e l’offerta di pezzettini di carne durante il pasto. Quelli che non avevano successo nella caccia, di solito ascrivevano la sfortuna a qualche errore o omissione nell’adempimento di questi obblighi. Oltre ai riti prescritti dagli animali e accettati da tutti, per assicurarsi successo poteva essere adottata anche una certa iniziativa individuale. Il cacciatore poteva ottenere consigli e potere dalle forze soprannaturali cercando una visione, oppure poteva cercarli indirettamente per mezzo di uno sciamano. Nella caccia non si tralasciava nessun espediente conosciuto, secolare o religioso che fosse.
Per quanto il daino fosse ricercato per la pelle particolarmente pregiata per confezionare abiti o mocassini, era oggetto di patetiche invocazioni, prima di essere colpito. In proposito, uno scrittore vissuto a lungo nel sud ovest, riporta testualmente:
“Sappiamo che la tua vita è preziosa quanto la nostra; siamo consapevoli di essere entrambi figli degli stessi Grandi Principi di verità. Sappiamo di formare su questa comune Madre Terra e sotto la stessa volta del cielo, un’unica indivisibile entità. Ma sappiamo altresì che in certi momenti un’esistenza deve cedere all’altra affinché il grande fuoco della vita possa continuare ad ardere. Perciò ti chiediamo il permesso di ucciderti e di averne il consenso.” L’uccisione di un animale era dunque un atto consensuale tra il cacciatore e la vittima, al cospetto e col beneplacito del Grande Spirito. Per gli Indiani uomo, piante, animali, manifestazioni della natura, la sacralità di foreste e praterie erano entità indivisibili, compartecipi del principio creatore.


“In cerca della visione” – dipinto di Dario Modena

La maggior parte dei “gruppi” (o bande) aveva una considerevole stabilità. Dato che i vincoli familiari più stabili si trovavano usualmente all’interno di un gruppo, e gli accampamenti erano localizzati in zone definite: un gruppo che era sotto la guida di un dato capo occupava determinate zone, e gli altri sapevano sempre dove trovarlo. Il grippo provvedeva in molti modi alla sopravvivenza della famiglia estesa fornendo protezione e stabilità, mentre la famiglia aderiva al gruppo per volontaria decisione, sottoponendosi alla sua organizzazione e leadership. La sicurezza offerta dal gruppo aveva una funzione economica essenziale quando i rigori dell’inverno potevano rendere impossibile la caccia e gli spostamenti. Per questo i gruppi si portavano ai loro accampamenti invernali prima che il cattivo tempo arrivasse definitivamente e quando cibo e legna erano ancora facilmente disponibili: l’osservazione delle tracce lasciate dagli animali poteva indicare la precocità dell’inverno, e quindi potevano essere predisposti i piani per fronteggiare l’evenienza.
Molti accampamenti invernali erano vicini a un piskun, o salto del bisonte – un improvviso dirupo verso il quale poteva essere condotto un piccolo branco di bisonti per farvelo precipitare -, assicurando così il rifornimento di carni e pelli, e riducendo al minimo il problema del trasporto delle provviste.
Il ricavato di questa forma di caccia veniva distribuito equamente; il grasso e la carne essiccata, accompagnati da frutta secca, radici, bacche e qualunque tipo di carne fresca si potesse reperire costituivano la dieta invernale. Non poter trovare i bisonti prima che si disperdessero nel tardo autunno significava esaurimento delle scorte di carne essiccata e, se ciò coincideva con un protratto periodo di cattivo tempo, l’intera comunità poteva effettivamente trovarsi ad affrontare la minaccia dell’inedia.


Il piskun di Ulm, il cui uso è documentato da reperti risalenti all’anno 600

La caccia invernale era potenzialmente molto pericolosa, perché un giorno sereno e limpido poteva mutare in modo drammatico se il vento di tramontana portava una tempesta dalle montagne alle pianure. A causa dei venti gelidi la temperatura scendeva di trenta o quaranta gradi; le nebbie formavano dei vortici bianchi e la neve trasportata dal vento alterava l’aspetto della terra, i suoni si attutivano e si perdeva ogni senso della direzione. Quando l’Incaricato delle Tempeste (per i Piedi Neri era Ma-kai-peye) si infuriava, perfino i cani, impiegati per la ricerca di selvaggina e capaci di affrontare quasi ogni avversità, rimanevano attorno ai fuochi o si rannicchiavano ben bene ai lati del tepee non esposti al vento.
L’inverno era quindi il periodo dell’anno in cui il nomadismo era meno praticato. Per circa cinque mesi, da novembre a marzo, le comunità rimanevano pressoché immobili. Non veniva mai intrapreso un viaggio che non potesse essere completato entro lo stesso giorno e l’accampamento veniva abbandonato solo nel caso che le risorse si fossero fatte così scarse da mettere in forse la sopravvivenza.
L’unico periodo in cui i gruppi si riunivano in tribù era l’estate, quando l’insieme dei tepee di molte centinaia di famiglie ricopriva un’area di parecchi chilometri, visibile da distanze notevoli negli aperti e pianeggianti pascoli. Sotto l’autorità di un leader tribale si riuniva un grande consiglio dei capi. Era d’estate che si dispiegava l’intera attività sociale delle tribù e l’organizzazione per comunità cedeva temporaneamente il posto ad un’autorità molto centralizzata. A tal fine, era fondamentale il controllo esercitato dalle società dei guerrieri, nelle quali l’ingresso era concesso in base all’età, all’affiliazione parentale e alle imprese compiute; occasionalmente tale controllo era affidato a clan e persone che venivano nominate dal leader tribale o dal consiglio per servire la comunità.

Caccia invernale degli Assiniboine – dipinto di G. Catlin

I guerrieri avevano il potere di riportare l’ordine e di punire ogni trasgressione sociale. La severità della pena dipendeva da quanto seriamente l’atto del trasgressore avesse influito sul benessere del gruppo; se la via della convinzione non bastava si passava alla frusta o alla distruzione dei beni del colpevole. Lo scopo dei provvedimenti era però quello di riabilitare, e non di punire: se non si ripetevano trasgressioni e ulteriori disordini, il colpevole veniva reintegrato e riceveva doni come ammenda per le frustate, e nuovi beni in sostituzione di quelli perduti. Le società guerriere assumevano il controllo anche delle caccie estive, agendo con l’autorità ricevuta dal consiglio e con la guida di uno sciamano: nessuno cacciava senza la loro specifica approvazione, dato che una mossa prematura poteva spaventare e quindi allontanare i branchi di bisonti. Allorquando le “milizie” giungevano con la notizia che i branchi erano nei dintorni, la calma veniva mantenuta in tutto l’accampamento; ai cani veniva messa la museruola e i genitori avevano la responsabilità di non far gridare i bambini.
La concreta organizzazione della caccia era nelle mani dello sciamano, che ritualmente entrava in contatto con i bisonti. I suoi poteri, provenienti dal regno animale, si riteneva fossero in grado di influenzare i venti che portavano i branchi. Con la sua conoscenza, il suo potere e la forza dei suoi aiutanti spirituali, lo sciamano si rendeva responsabile della sicurezza dei cacciatori. Attraverso i suoi preparativi egli aveva il diretto controllo della più grande caccia dell’anno, che comportava l’impiego di uomini provenienti da molteplici comunità: la caccia al bisonte era pericolosa e il pericolo era proporzionale alle dimensioni del branco.


Lo sciamano invoca l’arrivo del bisonte

Prima dell’arrivo del cavallo i cacciatori eseguivano una manovra di accerchiamento, per mezzo della quale gli animali venivano circondati e, non trovando via d’uscita, si muovevano disordinatamente, assiepandosi mentre lance e frecce venivano scagliate contro di loro, oppure venivano spinti verso un piskun per farveli precipitare. In seguito, con il veloce e stabile pony da caccia, il cacciatore si portava a fianco del bisonte irritato, rimanendo ad una distanza sufficiente per scoccare la freccia, e quindi voltare bruscamente e porsi in salvo. Sporgendosi in avanti, concentrato sulla preda, il cacciatore affidava il successo e la propria sicurezza all’abilità e alla sagacia del cavallo. I cavalli erano addestrati fin dalla più tenera età e selezionati in base al loro coraggio e alla loro affidabilità. Con l’allenamento continuo essi giungevano a reagire istintivamente ad ogni situazione. I meriti dei successi di caccia erano attribuiti all’abilità nell’addestramento del pony, e ciò riflette la quasi totale dipendenza del cacciatore dal suo cavallo.
Durante la caccia veniva richiesto anche aiuto spirituale. Diverse piume, o incisioni e segni dipinti sulle frecce come insegne dei cacciatori e dei costruttori di dardi si riteneva assicurassero esattezza nella direzione e potere di scoccare perfettamente. A caccia conclusa, i cacciatori erano in grado di individuare le loro vittime esaminando i segni sulle frecce, simboli dei loro particolari poteri.

Quando una caccia era terminata e anche le operazioni di macellazione erano ultimate, i travois venivano caricati di carne e pelli. Le donne guidavano i cavalli di ritorno all’accampamento, ove regnava molta agitazione. I tagli migliori di carne venivano offerti a membri privilegiati della tribù, in riconoscimento del sostegno e dell’assistenza che avevano offerto alla comunità: lo sciamano, i cui poteri avevano favorito il successo, riceveva le migliori costole di bisonte, così come avveniva per i capi che avrebbero condiviso la loro parte con importanti ospiti; i doni venivano inviati a coloro che avevano messo a disposizione i loro pony, e i rapporti sociali con membri di altre comunità venivano rafforzati e rinnovati attraverso inviti a feste.
Sebbene una grande quantità del bisonte venisse consumata immediatamente o donata, un grosso ammontare, tagliato a strisce sottili e teso su rastrelliere, veniva essiccato al sole e immagazzinato per essere consumato successivamente: altra carne veniva cucinata e mescolata a grasso, e a volte a bacche per ottenere il pemmican che si manteneva per parecchi mesi; e molte lingue di bisonte, fino a cinquecento e più, venivano messe da parte per cerimonie e feste che si tenevano alla fine dell’estate.
Per la cattura del bisonte, oltre la grande caccia tribale estiva, vi era anche la caccia “familiare”, cioè condotta da gruppi familiari o da bande, generalmente in autunno. In questo caso non vi era il controllo delle società di polizia, ma ogni unità agiva a suo piacimento finché poi, all’inizio dell’inverno, si riuniva al grosso della tribù in luogo convenuto.
Il bisonte era la figura centrale della vita nella prateria. Riforniva cibo, vestiario e riparo, ed inoltre con i suoi tendini si ottenevano corde per l’arco; il suo pelo veniva intrecciato per ricavarne funi. Con le ossa e gli zoccoli si ottenevano martelli, attrezzi per lavorare la carne, per avere frecce diritte, dadi e bastoncini per il gioco d’azzardo; le corna venivano bollite e polverizzate in secchi e ciotole, o usate come contenitori per la polvere da sparo.; i teschi avevano una funzione cerimoniale. Dalla bile si otteneva una pittura gialla, che per poter essere usata veniva mescolata con grasso di bisonte; le code servivano per da ornamento per i tepee, il rumine come secchio per l’acqua, e le costole venivano assicurate con corde e divenivano travois di ripiego che i ragazzi usavano d’inverno sui fiumi ghiacciati.
Dato che provvedeva a quasi tutte le necessità delle comunità che vivevano nelle Pianure, il bisonte era considerato sacro: era attraverso il Sacro Bisonte che il popolo era in grado di sopravvivere.

La carne del daino era considerata un cibo più buono di quella del bisonte, e la pelle più adatta per farne vestiario. Quando i cacciatori trovavano dei daini che pascolavano sull’orlo di un dirupo, potevano accerchiare e uccidere l’intero gregge. Per i Sioux questo era possibile soprattutto nelle bad lands, regioni caratterizzate da una intensa erosione che ha provocato la formazione di colline ripide e di forma irregolare. Talvolta i cacciatori, quando erano in molti, spingevano antilopi e daini nei punti in cui la neve era più alta, possibilmente accerchiandoli dove era profonda e soffice. Quando cacciavano nella neve, gli uomini calzavano dei mocassini alti fin sopra le caviglie. Alcuni usavano racchette da neve in legno. Altri si legavano ai piedi fogli di cuoio grezzo che erano stati in precedenza bagnati e congelati in posizione.
L’avvicinarsi controvento, l’attacco di sorpresa seguito da una rapida successione di colpi, il travestirsi con pelli di lupo o di daino, gli agguati lungo le piste degli animali: tutto faceva parte della tecnica venatoria.
Eccetto quella al bisonte, la caccia veniva praticata a piedi; il cavallo, infatti, veniva impastoiato a distanza per essere usato per il trasporto della preda. Avvicinarsi furtivamente alla preda era essenziale, perché il successo dipendeva dalla furtività come dalla precisione della mira. Si ricorreva anche a staccionate issate attorno ad un terreno di pascolo della selvaggina, a trappole nascoste nelle piste seguite dai daini, a lame celate nei pezzi di carne usati come esche.
Volpi e altri animali piccoli, come procioni e tassi, venivano presi con gabbie strette. Su due pali a forcella posti all’interno della gabbia, veniva tesa una robusta fune di cuoio grezzo; ad essa veniva sospeso, tramite un nodo scorsoio, un pesante ceppo di legno, al quale veniva legato un pezzo di grasso. Quando la volpe entrava nella gabbia e saltava per addentare l’esca, la stringa che tratteneva il ceppo si scioglieva ed esso, cadendo sull’animale, lo colpiva a morte.


Jacques Le Moyne – indiani in caccia mimetizzati con pelli di daino

La caccia ai conigli veniva lasciata ai ragazzi, che li circondavano e li uccidevano scagliando degli appositi “bastoni da coniglio”, oppure con mazze corte e pesanti. Gli scoiattoli venivano uccisi con arco e frecce, perché abitavano sugli alberi. Questa preda era di norma destinata alle donne molto anziane, perché poteva, cuocendo, diventare molto morbida ed essere masticata meglio. Con la sua pelle si facevano delle coperte su cui sedere e fumare la pipa. I castori venivano stanati con il fumo e quindi uccisi a colpi di mazza. Le donne che trovavano una tana d’istrice, si mettevano a scavare e quindi cercavano di trascinare fuori la preda con dei bastoni nei quali l’animale si impigliava: quindi lo uccidevano con le mazze. Prede importanti erano i lupi, i coyote, le puzzole e i topi muschiati.
Cacciare con la “freccia da frusta” (la wismahi yeyapi dei Sioux) era vantaggiosissimo per uccidere anatre ed oche che si trovavano al centro di un lago, perché le frecce da fionda andavano più lontano delle normali frecce scagliate con l’arco. Si usavano frecce più lunghe di quelle normali, con una tacca a metà dello stelo, nella quale si inseriva una corda a sua volta legata ad una frusta fatta da un bastoncino elastico di frassino. Dando un veloce colpo di frusta in avanti, quando era alta nell’aria la freccia si sganciava. C’erano cacciatori abilissimi in questa pratica. Si cacciavano anche le gallinelle della prateria, le anatre, le gru, le allodole della prateria, perfino le gazze e i gufi. Quando si trovava un nido, lo si portava a casa compreso di uova, perché sia uova che carne erano una ghiottoneria.


Armi da caccia: a) cappio; b)bastone per conigli; c) “freccia da frusta”; d) equipaggiamento da pesca

La caccia all’aquila era un’impresa particolarmente sacra e virile per eccellenza. Arnold Cartuccia – di – Ferro, un vecchio capo Lakota, intervistato negli anni ’60 del ‘900 sull’argomento, ha un ricordo personale: “…alla fine dell’anno, degli uomini andavano nelle montagne a caccia di aquile. Avvenne così che Colpito – in – Faccia ed i suoi amici si accamparono fuori mano, in una zona boscosa, a distanza di sicurezza da un brullo promontorio dove sarebbero state piazzate le trappole. Gli uomini del campo rizzarono i tepee e una tenda per la purificazione.
Nel luogo prescelto sul crinale tracciarono un rettangolo lungo circa sei piedi e largo due, con l’asse nord-sud, e quindi, segnando dei settori, cominciarono a scavare coi coltelli e con cura misero le zolle da parte. Quindi cominciarono a fare la buca, caricando la terra su una coperta con cucchiaioni di corno di capra montana che avevano portato con sé. Il terriccio scavato venne portato via e ammucchiato qua e là per simulare i monticelli dei roditori. Quando la buca fu scavata per una profondità di tre piedi, Colpito – in – Faccia vi fece un giaciglio di salvia all’estremità sud. Quindi furono messi orizzontalmente dei pali a mò di travi, lasciando comunque a nord uno spazio aperto, largo abbastanza da consentire poi a Colpito – in – Faccia di calarvisi. Sulle travi venne stesa una coperta, camuffata con terriccio e mazzi d’erba. Quando tutto fu completato, Colpito – in – Faccia si preparò nel suo teppe un altare, mise davanti alla buca un bastone per le offerte e dieci piccole offerte di tabacco, ognina appesa a un bastoncino. Queste cose non dovevano essere spostate, né mentre lui era a caccia dell’aquila, qualcuno poteva toccarle o fare rumore.
Molto prima dell’alba del giorno seguente, Colpito – in – Faccia si recò nella tenda purificatrice e fece un bagno di sudore. Quindi, assieme ad un amico si diresse alla trappola, portando con sé la carcassa smembrata di un coniglio. Dopo che Colpito – in – Faccia si fu calato nella buca, il suo aiutante mise bene a posto il camuffamento, sistemò per bene l’esca, e se ne andò. Adesso Colpito – in – Faccia, sdraiato supino nella buca, aspettava le Aquile. A mattino inoltrato apparve la prima, volteggiando alta sul crinale. Poi, quasi con circospezione cominciò ad abbassarsi, sempre volteggiando, verso il cacciatore nascosto. Poi, d’improvviso e con determinazione, l’aquila si posò sulla trappola e cominciò a lacerare l’esca col becco. Di scatto Colpito – in – Faccia mise fuori le mani e, afferrata l’aquila per le zampe, la tirò dentro la buca nonostante i suoi reiterati tentativi di fuga. Quindi, torcendole il collo con destrezza, la mise nel giaciglio di salvia sul fondo della buca.
Quel giorno erano state in volo molte aquile. Colpito – in – Faccia Lasciò quindi la trappola, e se ne tornò con la preda nella tenda purificatrice. Mettendo l’ aquila sulla sinistra della buca per il fuoco, fece un bagno propiziatorio, perché questa era l’usanza quando si uccidevano le aquile.”


“The Eagle Medicine Man” tribù Crow – foto di E. Curtis

Trappole simili a quelle per le aquile si facevano per catturare corvi e gazze; gli uomini si nascondevano in mezzo ai pini nani e si coprivano con rami cui era appeso un pezzo di carne. Quando gli uccelli si posavano, i cacciatori li prendevano per le zampe e tiravano loro il collo. Venivano addestrati aquilotti e falchi, ma non per la falconeria, bensì per prenderne le penne quando diventavano adulti.
Si pescava con un amo di osso legato ad un lungo nervo che pendeva da un ramo di salice. L’esca di solito era una cavalletta. Mettendosi in mezzo alla corrente in prossimità di una cascatella, due persone con un grande pezzo di cuoio, nel quale erano stati praticati tanti piccoli buchi, potevano prendere molti pesci. I pesci venivano cotti in una piccola buca rivestita di foglie. Sulle foglie si metteva il pesce ripulito, che veniva ricoperto da una fila di bastoncini, su cui si mettevano altre foglie. Infine veniva cosparso un sottile strato di terriccio, in modo da portare la buca allo stesso livello del terreno circostante. Quindi sulla buca si accendeva un grande fuoco. Quando il fuoco si esauriva, venivano rimossi terriccio, foglie e bastoncini, ed il pesce risultava cotto nel suo forno di foglie. Il pesce portato a casa di preferenza veniva bollito.
Le tartarughe venivano prese a mano libera, quando di mattina presto uscivano per bere la rugiada. Venivano cucinate in brodo, e la loro carne era considerata una prelibatezza.


Dipinto di autore moderno

L’arco da caccia era oggetto di particolare attenzione. Spesso era lungo meno di un metro in tutto, ed era studiato in modo di ottenere la forza massima nella più corta estensione possibile, rendendolo quindi poco ingombrante in groppa al cavallo; ma nelle mani dell’Indiano era in grado di trafiggere un bisonte. La sua efficienza è comprovata dal fatto che molti cacciatori continuarono ad usarlo anche molto tempo dopo l’arrivo del fucile.
Molti archi avevano anche un notevole aspetto estetico: potevano essere avvolti in pelle grezza decorata con aculei di porcospino dipinti o perline. Strisce di tendini potevano essere incollate sul retro per aumentare l’elasticità, e il tutto veniva perfettamente lucidato. Molto apprezzati erano gli archi bianchi di corno usati da Crow e Piedi Neri, ottenuti commerciando con tribù stanziate al di là delle Montagne Rocciose. A volte agli archi si aggiungeva un valore simbolico, ricoprendoli con pelle di serpente: era una “medicina” che conferiva il potere di scoccare le frecce velocemente e silenziosamente; queste armi erano spesso usate in contesti cerimoniali. Archi costruiti con rami appartenenti a determinati alberi, venivano piegati a doppia curva, il che, oltre ad aggiungere impeto alla freccia, li rendeva straordinariamente eleganti.
Normalmente il guerriero possedeva due archi: uno era meramente funzionale, preparato velocemente e poco decorato, e quindi facilmente sostituibile; ma parecchie settimane potevano essere spese per perfezionare l’altro, impiegato solo nella caccia al bisonte o in particolari occasioni, come durante le parate, quando esso veniva portato come segno di orgoglio, successo, onore e bellezza.


Arco Crow a doppia curvatura – 1850 circa

Le pelli

La previsione dei bisogni futuri era un aspetto importante delle attività estive dell’accampamento, e gran parte del lavoro consisteva nel conciare pelli che sarebbero state pronte verso la fine dell’anno. Tutta la preparazione veniva effettuata dalle donne, costantemente impegnate nel compito difficile e laborioso di raschiare le pelli e togliere il pelo con corna di alce o attrezzi d’osso. I trattamenti delle pelli variavano dalla semplice pulitura alle elaborate procedure di affumicamento e conciatura, che producevano tonalità varianti tra il grigio chiaro e un grigio molto scuro. Alcune pelli non conciate erano flessibili, leggere, impermeabili e praticamente indistruttibili, e potevano essere usate per tutto ciò che richiedesse una robustezza semi rigida: custodie di pelle grezza o parfleches, impiegate per immagazzinare oggetti, scudi, sonagli, tamburi, lacci e cinghie. Si traeva vantaggio anche dal restringimento tipico della pelle grezza per legare pietre alle mazze di guerra, e per fare selle dalla struttura di legno: la pelle bagnata veniva cucita sul posto, ricoprendo completamente la struttura, e quando si essiccava si stringeva attorno ai punti di congiuntura, evitando che si allentassero per l’uso.


Ferro appuntito con manico di corno, per la perforazione di pelli conciate

Una chiara distinzione veniva operata tra le pelli usate d’estate per i tepee, quelle che dovevano essere relativamente belle ma continuamente esposte all’uso, ed invece le pellicce invernali, più consistenti e pesanti, che si ponevano sui letti e dalle quali si ricavavano i mantelli. La raffinatezza e la delicatezza dei mantelli di bisonte, finemente lavorati, dimostravano l’abilità trasmessa di generazione in generazione. I mantelli migliori, che avevano motivi ben equilibrati ottenuti con file parallele di aculei di porcospino, erano lavorati da “gilde”, poiché il lavoro con aculei di porcospino necessitava di autorizzazione rituale e diritto specifico. Le gilde erano una parte importante della struttura sociale; le giovani donne facevano una lunga pratica e studiavano le difficoltà di quest’arte: gli aculei dovevano essere tinti con succhi di bacche e piante, e spesso bolliti con stoffe che cedevano il colore, quindi ammorbiditi, appiattiti e cuciti individualmente; esse raggiungevano così, per gradi, posizioni sociali di prestigio. Anche quando, con le merci facilmente disponibili attraverso il commercio dei costumi, agli aculei vennero sostituite le perline, dato che esse ricoprivano più velocemente spazi più vasti nelle elaborate decorazioni dei costumi, le vecchie gilde continuarono a rimanere attive, e la pratica non venne meno, ma fu trasferita alle gilde delle Lavoratrici di Perline dei Cheyenne Meridionali, le quali si specializzarono in lavori di perline per uso cerimoniale.
Sebbene vi fossero uomini e donne la cui superiore abilità era ricercata anche da estranei al loro gruppo familiare, la maggior parte delle decorazioni dei popoli delle Pianure era ad un livello profondamente personale e il “significato” di un particolare motivo era noto solo a colui che lo aveva creato. Utilizzando tutte le risorse naturali fornite dall’ambiente – colori, pietre, canne, erbe, terre e argille, piume, pelli, pelo ed ossi di uccelli, animali e rettili – l’Indiano delle Pianure creò una forma d’arte che si adattava al nomadismo e correlava la sua individualità al moto che vedeva espresso nel mondo esterno.


Abito femminile in pelle di bisonte (andava indossato orizzontalmente, come riprodotto in figura) – Hidatsa 1850 circa

Il tepee

Le pelli morbide avevano un impiego importante, in quanto servivano a ricoprire i tepee, e dovevano essere sostituite ogni due o tre anni, compito cui si faceva fronte d’estate, quando vi era abbondante disponibilità di pelli. Le donne si riunivano in gruppi di “api cucitrici” sotto la supervisione di un’anziana molto esperta che insegnava il taglio e la cucitura delle pelli. Per un tepee medio venivano impiegate circa quattordici pelli, e quando queste erano state accuratamente tagliate e cucite con filo di téndine, potevano essere tese su un palo per ricavarne un alloggio che poteva comodamente accogliere una famiglia di otto persone.; tepee più grandi venivano preparati per famiglie eminenti che frequentemente avevano ospiti o per le riunioni cerimoniali delle società dei guerrieri.
Il tepee si adattava perfettamente all’ambiente della prateria e alla vita nomade: era caldo d’inverno ma fresco d’estate, poteva essere disfatto o eretto in poco tempo, pesava poco ed era facile da trasportarsi e da costruirsi, eppure procurava protezione quasi assoluta contro gli elementi naturali. Era poco più che un cono inclinato – l’inclinazione era così pronunciata nei tepee dei Crow che il retro era quasi perpendicolare – con una cucitura frontale per lasciar spazio ad un buco per l’uscita del fumo prima dell’incrocio dei pali; la sua forma favoriva correnti di convezione che potevano essere controllate sistemando opportunamente gli sbocchi per il fumo: estensioni della copertura ad entrambi i lati del buco per il fumo che potevano essere spostati per mezzo di lunghi pali assicurati alle estremità. Questo sistema manteneva l’ambiente libero da fumo e corrente, mentre la forma conica faceva sì che l’acqua di improvvisi acquazzoni scivolasse via e inoltre non concedeva alcuna presa ai forti venti che erano una costante minaccia nella prateria. Appesantito con tronchi o pietre per evitare che i pioli si allentassero, un tepee poteva resistere ai soffi impetuosi che sradicavano alberi.


Tepee dipinti dei Piegan – foto di E. Curtis

Il tepee era anche una inequivocabile presenza, sia per la sua forma che per le sue decorazioni. I rivestimenti interni erano abbelliti con disegni geometrici dipinti e con aculei di porcospino, o con rappresentazioni pittografiche dei successi di guerra degli occupanti o della famiglia stessa. I Sioux dipingevano tali pittografie sui rivestimenti esterni, mentre gli spigoli portanti dei tepee degli Arapaho avevano regolarmente cerchi di aculei di porcospino od ornamenti di perline e pelo di coda di cavallo assicurati al centro. Dipinti di esperienze visionarie, essendo simboli di poteri spirituali, potevano comparire solo su tende di persone che ne avevano diritto specifico; ma anche il tepee privo di decorazioni aveva un qualche significato spirituale e simboleggiava il modo in cui l’indiano interpretava il mondo.. La base rappresentava la terra, le pareti il cielo e i pali il cammino dalla terra al Mondo dello Spirito. La base circolare era per l’Indiano la forma perfetta e molte tribù, tra il posto d’onore sul retro e il fuoco centrale, lasciavano uno spazio che era sacro alla Madre Terra, ove veniva bruciato incenso – erbe aromatiche, cedro o salvia – così che il suo fumo fragrante convogliasse le preghiere del popolo agli spiriti che si trovavano nei mondi superni.
Il tepee di solito veniva innalzato con la parte posteriore diretta verso i venti occidentali prevalenti, con l’ampia base ed i lati inclinati in grado di fornire una grande stabilità contro i venti forti ed improvvisi che si formavano a volte nella vastissima prateria. La base circolare variava in funzione della quantità dei pali usati e della distanza fra gli stessi. Si partiva da un diametro di circa quattro metri e si poteva arrivare anche a venti e più. Di solito non avevano una grande altezza. Si pensi che per legare i pali in cima la donna restava in piedi sulla groppa di un alto cavallo. La struttura era poi ricoperta dalle pelli di bisonte opportunamente tagliate e cucite .Con il posizionamento dell’ultimo palo si sollevava anche la copertura di pelli i cui due lembi laterali erano chiusi, a cerniera ed in verticale, tramite asole praticate sui bordi rinforzati.
Anche il numero delle pelli usate variava, come per i pali, in relazione alla grandezza della tenda. Per un tepee piccolo, composto di 16 pali ed avente un diametro di circa 4 metri per due di altezza bastavano otto pelli. Per una tenda grande ne occorrevano molte di più, fino a venti ed oltre.

Esaminando i particolari della copertura, si nota che i margini inferiori erano appoggiati al suolo e fissati con paletti di legno infissi nel terreno. In estate questi margini venivano sollevati ed arrotolati permettendo la circolazione dell’aria per raffreddare la tenda esposta al sole. Un’apertura, di forma circolare ed a circa mezzo metro dal terreno, costituiva l’ingresso e permetteva il passaggio di una sola persona per volta. Era sempre orientata ad est e la porta dell’uscio era costituita da un altro pezzo di pelle più grande e rimovibile che copriva interamente l’apertura. All’interno del tepee il posto d’onore era situato ad ovest di fronte alla porta. Al centro della tenda, proprio sotto l’aperura centrale, si trovava il focolare. All’interno del tepee il posto d’onore era situato ad ovest di fronte alla porta. Al centro della tenda, proprio sotto l’aperura centrale, si trovava il focolare. Nel tepee vivevano tutti i membri della stessa famiglia. I giacigli erano divisi tra loro da tramezzi che servivano anche come poggiaschiena. I posti per dormire erano così distribuiti: figli maschi da un lato, padre e madre in mezzo, figlie femmine dall’altro, donne anziane vicino all’ingresso ed altri occupanti dove c’era posto. I posti erano assegnati permanentemente e non si potevano cambiare. Negli spazi liberi erano ammucchiati oggetti e riserve alimentari. La carne secca e la frutta essiccata erano conservate dentro borse di pelle grezza dipinta, le parfleche. C’erano poi le Possible Bags, grosse borse di pelle dentro cui era possibile ficcare di tutto. Erano di forma rettangolare e ricamate con aculei di porcospino e di perline di vetro. Il fardello di medicina, che il proprietario poteva avere o no, in genere pendeva alla parte ovest della tenda. Ai pali interni della tenda erano attaccate le armi e le suppellettili di uso comune e giornaliero. Lo spazio davanti alla tenda doveva essere lasciato sempre libero. Ai lati dell’ingresso si trovava ,da un lato, il treppiede per lo scudo e dall’altro uno posto attrezzato per la cottura dei cibi.


Interno di tepee Sioux

Anche se la donna ne è proprietaria i dipinti che adornano la copertura esterna della tenda si riferiscono all’inquilino maschio ed il ruolo che l’uomo riveste in seno alla tribù. Sulla tenda di un guerriero sono rappresentate le sue gesta eroiche mentre su quelle dei capi o degli sciamani le loro visioni o i sogni avuti in virtù dei loro poteri di comando o divinatori.
Il tepee non era solo un riparo fisico ma aveva anche un valore come protezione spirituale. Per questo sul vertice dei pali si applicavano banderuole di stoffa colorata che dovevano impedire l’ingresso degli spiriti avversi e presenti nel villaggio. Inoltre la personalizzazione dei dipinti sui tepee faceva in modo che nessuna tenda fosse uguale ad un’altra agevolandone l’individuazione.
I tepee delle Pianure avevano un sistema abbastanza complesso di realizzazione. La parte bassa della tenda era, ad esempio, foderata con altre pelli legate ad un laccio che correva lungo i pali di sostegno. Tale laccio, ed il secondo rivestimento, erano poi distanziati dalla copertura principale grazie a dei bastoni realizzati con una forma apposita. Questa seconda copertura serviva a riparare maggiormente dagli spifferi d’aria, dall’acqua e dalla luce la parte vicina a terra del tepee, la parte in pratica dove si mangiava e dormiva. Queste fodere erano spesso decorate con pittogrammi, come la nostra carta da parati, in fondo.
Nella foto a seguire ecco come si presentava un tepee durante la stagione calda. Era in pratica possibile sollevarne una parte, per avere un maggior ricircolo d’aria. E’ possibile anche vedere qual’ è (e qual’ era) l’effetto della luce che passa attraverso le pelli di bisonte della copertura principale.


Tepee con apertura estiva

La guerra

Prima che la richiesta di indumenti e pelli, legata al commercio delle Pellicce, provocasse la decimazione di bisonti e castori, la causa principale di disputa nelle Grandi Pianure era determinata dall’accesso a legna e acqua, in alcune regioni estremamente scarse ed entrambe essenziali alla sopravvivenza delle comunità nomadi. Le valli riparate, che fornivano tali ricchezze, abbondavano anche di selvaggina, sia pure migratoria, e quindi i conflitti si originavano da contese in merito all’accesso ai territori di caccia e al mantenimento dei diritti relativi. Senza dubbio questi fattori contribuivano ad incrementare i conflitti, ma da soli non spiegano tuttavia le ragioni per comprendere la diffusione di una “filosofia della guerra” presso i popoli delle Pianure. Nella tribù, ognuno era guerriero, anche se non in carica effettiva. Il successo in guerra determinava il ruolo dell’uomo entro la società e alla narrazione di azioni di guerra veniva riservata un’importanza notevole entro il contesto cerimoniale. L’uomo a cui potevano essere accreditate le imprese più coraggiose veniva venerato e rispettato dovunque. Ciò suggerisce come le cause della guerra fossero complesse e profondamente radicate, e non attribuibili completamente a motivazioni di ordine materiale. Basta porre attenzione alle caratteristiche del modo di guerreggiare: le tribù raramente combattevano vere e proprie grandi battaglie, la maggior parte dei conflitti era limitata ad azioni di drappelli di guerrieri organizzati individualmente; inoltre i nemici tradizionali erano costituiti da quelle tribù che che si riteneva fossero più o meno a pari livello di forza. Per esempio gli Arapaho rivendicano di aver soprattutto combattuto gli Ute perché erano i più coraggiosi, dopo loro stessi, e quindi i Pawnee perché erano i più feroci. L’atteggiamento degli Arapaho può essere considerato abbastanza indicativo: per un drappello di guerrieri non era inusuale percorrere distanze considerevoli – a volte cinque o seicento chilometri – per sferrare un attacco provocatorio in territorio nemico. I vantaggi, in termini di cavalli catturati e beni sottratti, erano trascurabili se comparati allo sforzo richiesto e al pericolo che doveva essere affrontato. Allo stesso modo tutte le azioni temerarie e rischiose, come uccidere un nemico nel suo accampamento, non erano solo attacchi sconvolgenti per l’avversario, ma dovevano fornire prove convincenti della superiore abilità dell’antagonista.

Nel contesto dell’habitat delle Pianure, la concezione del superamento di un pericolo eccessivo, sia da parte dello sfidante che dello sfidato, si può sostenere derivi dalla natura dell’ambiente, ove la sopravvivenza era minacciata da forze naturali potenzialmente pericolose e certamente molto potenti, e dove la forza tribale doveva essere continuamente messa alla prova contro nemici altrettanto potenti. Questi erano i nemici tradizionali, e il successo poneva un individuo, un gruppo o una tribù in una migliore posizione psicologica per affrontare la sfida dell’ambiente: se un singolo o, per estensione, una tribù, si sentiva debole, soccombeva facilmente a tutte le forze reputate più forti, fossero di natura umana, ambientale o metafisica. Il vigore del singolo o della tribù poteva invece offrire resistenza a pressioni oltre un limite che noi considereremmo intollerabile.
Sempre alla ricerca di conferme, il guerriero combatteva aspramente, senza concedere né richiedere la grazia della vita; per molti era preferibile morire in modo coraggioso piuttosto che ritornare dalla battaglia e ammettere una sconfitta compromettente. L’atteggiamento collettivo non differiva da quello individuale. Il tenace rifiuto di ammettere la sconfitta comportava che gli accampamenti, sebbene temporanei, dovessero essere difesi fino all’ultimo uomo. Questa decisa e continua determinazione alla vittoria caratterizza il guerreggiare nelle Pianure ed è rilevabile in tutte le sfere della vita degli Indiani d’America. Si deve quindi ritenere che la guerra avesse cause sia di ordine materiale che immateriale: da un lato la protezione delle risorse, e dall’altro la costituzione di un’identità personale e tribale.

I piccoli drappelli di guerrieri, molto più adatti a muoversi negli spazi piani e aperti delle praterie, dove gruppi numerosi potevano invece essere facilmente individuati, combattevano i nemici mossi più dalla necessità di comprovare la loro abilità nel sopravvivere come gruppo tribale definito, che non dal desiderio di decimarli ed ottenere vantaggi materiali. Gli indiani Crow, la cui posizione geografica era invidiabile, perché dava loro il controllo dei più ricchi territori di caccia del Missouri superiore, ma li situava fra le potenti confederazioni dei Piedi Neri e dei Sioux, possono servire da esempio per chiarire questa concezione generale.
Gli atteggiamenti dei Crow erano a volte arroganti e sopraffattori: essi parlavano con disprezzo sia dei Piedi Neri che dei sioux, considerato nemici, e si gloriavano impudentemente delle vittorie riportate su di loro. Il carattere vigoroso compensava in parte il fatte di essere il gruppo meno consistente, e di contare un numero di guerrieri inferiore alla metà di ogni altra confederazione; nonostante ciò scendevano incessantemente in guerra contro i loro vicini, come anche contro gli Cheyenne Settentrionali. Addirittura i primi etnografi erano dubbiosi che potessero subire tante perdite e nel contempo mantenere un’identità tribale in grado di proteggere le loro rivendicazioni territoriali. Per i Crow questo tipo di sfida, di fatto, era l’unico mezzo di cui potessero disporre per conservare la propria identità, dato che dimostrava la loro capacità di reazione, e ciò a sua volta comprovava il valore della tribù. Allo stesso tempo agiva da deterrente per prevenire la conquista dei loro territori da parte delle altre tribù.
Ovviamente esisteva un limite al di là del quale la tribù non era in grado di resistere alla pressioni esterne. I Gros Ventre, per esempio, rinunciarono a tutte le loro rivendicazioni territoriali e si posero sotto la protezione della confederazione dei Piedi Neri dopo aver perso circa il 75% della propria popolazione a causa di un’epidemia di vaiolo nel 1800. Similmente i Kiowa-Apache, che alcuni secoli prima erano migrati nelle pianure con gruppi di Apache, ed avevano ereditato la medesima fiera indipendenza di tutte le tribù settentrionali di lingua Athapasca, furono costretti ad allearsi ai Kiowa, con i quali non erano imparentati, allorquando i gruppi di Apache si sparsero raggiungendo le pianure meridionali. La loro alleanza garantiva completa libertà di caccia ed accampamento entro i limiti territoriali del gruppo più forte: pur cacciando liberamente nell’area dominata dai Kiowa e partecipando alle loro cerimonie, essi mantennero lo status di nazione indipendente e non furono mai soggetti alla giurisdizione del consiglio tribale dei Kiowa.


Insegne di società guerriera Crow

Le alleanza tra le grandi tribù erano di natura estremamente diversa e solitamente instabili e di breve durata: a periodi di stretta amicizia ne seguivano altri di aperta ostilità; a volte erano coinvolti tutti i membri delle tribù, ma spesso solo fazioni all’interno dei gruppi. Ciò era dovuto alla loro autonomia, ed era molto comune che un gruppo si considerasse in guerra con un altro di tribù diversa, e allo stesso tempo altri gruppi della stessa tribù mantenessero rapporti di amicizia. Dato che ogni tribù si spostava seguendo le proprie inclinazioni, le rivendicazioni territoriali si ampliavano e si contraevano, e l’equilibrio di potere oscillava continuamente. Così mentre gruppi più forti si assicuravano confini che racchiudevano più vaste aree, quelli più deboli erano costretti a cambiare territorio, creando pressioni in altre direzioni. Di conseguenza l’energia della tribù si consumava simultaneamente su diversi fronti, a volte per lunghi periodi e con il coinvolgimento dell’intera comunità, altre volte con brevi esplosioni inframmezzate da alleanza che spesso impegnavano solo una parte della popolazione tribale. Questo avveniva su tutta l’area delle Grandi Pianure.
Sfortunatamente le narrazioni indiane relative alle guerre precedentemente all’arrivo del cavallo e del fucile sono atipiche e non convincenti. Un anziano leader del Piegan (della confederazione Piedi Neri), chiamato Sukamappee (il Ragazzo) descrive una scontro fra due forze equivalenti, avvenuto quando egli troppo giovane per combattere. Un gruppo di centinaio di Piedi Neri si scontrò con un analogo gruppo di Shoshone ed entrambi, fronteggiandosi, formarono linee parallele, tutti nascosti dietro i loro grossi scudi. Sebbene la battaglia fosse durata un giorno intero, con pioggia di frecce lanciate da ambo le parti, nessuno venne ucciso e, quando si fece scuro, entrambi i gruppi si ritirarono, senza che nessuno potesse dichiararsi vincitore. Comunque all’epoca i Piedi Neri si stavano spostando verso i territori di caccia controllati dagli Shoshone, costringendo questi ultimi ad abbandonarli: è difficile che ciò sarebbe potuto accadere attraverso scontri poco risolutivi come quello descritto.


Blackfoot – dipinto di Howard Terpning

Poiché le informazioni del periodo precedente all’introduzione del cavallo sono scarne, è necessario ricercare altrove esempi di come si manifestasse la risoluta indole del guerriero delle Pianure. Indicativa al riguardo è la concezione indiana del gioco d’azzardo. Tale termine veniva impiegato per definire qualunque azione o impresa che comportasse competizione e rischio di perdita di ogni bene materiale o perfino prestigio o status. Gli Indiani delle Pianure unificavano le due concezioni – guerra e gioco d’azzardo – presupponendo che la superiorità dovesse essere stabilita aa riprova del valore di un singolo attraverso un certo antagonismo comportante sempre una potenzialità di rischio. Essi ritenevano che il fattore di rischio raggiungesse l’apice quando l’equilibrio tra forze opposte veniva turbato, e sia in guerra sia nel gioco d’azzardo era loro cura dimostrare che i propri mezzi corrispondevano a quelli degli oppositori, poiché solo rispettando tale regola poteva essere evitato l’”insuccesso”. La confitta in un’azione di guerra poteva avere conseguenze fatali, e analogamente era disastroso perdere ad un gioco d’azzardo nel quale la “posta”, sebbene rappresentata anche da beni materiali, era l’abilità che il guerriero cercava di far riconoscere al di là di ogni dubbio. Come in guerra cercava i nemici più forti, così giocava d’azzardo con chi considerava suo pari. Ogni genere di gioco metteva in evidenza l’autorità e l’abilità dell’individuo: infatti, sebbene potessero essere presenti sia la comunità sia un gruppo di amici, la vera contesa avveniva tra due persone – lo sfidante e il suo avversario – e anche in guerra la situazione si ripeteva in modo analogo, perché il conflitto poteva coinvolgere molti uomini, ma la battaglia assumeva l’aspetto di una serie di scontri individuali. Uno dei giochi più noti era quello dei “bastoncini”. I guerrieri erano divisi in due squadre; i membri di una squadra dovevano nascondere, con abilità e destrezza, dei bastoncini oppure dei piccoli ossi, muovendo le mani con grande velocità. Quelli dell’altra squadra dovevano indovinare in quale mano erano nascosti, anche cercando di confondere l’avversario con racconti di guerra, afferrandogli i capelli o saltandogli sulle spalle. Le origini di questo gioco risalgono ad una narrazione mitologica in cui le creature del giorno si battono con quelle della notte. Sebbene i bastoncini rimangano per lunghi periodi in possesso ora dell’una ora dell’altra squadra, l’esito non è risolutivo, e giorno e notte continuano ad alternarsi. Analogo è il rapporto tra i nemici tradizionali: l’equilibrio delle forze oscilla di continuo, i singoli possono eccellere, ma la fondamentale uguaglianza delle forze in campo, idealmente, ristabilirà sempre l’equilibrio.


Nativi (Paiute) impegnati nel “Gioco dei Quattro Bastoncini”

Guerra e gioco d’azzardo sono legati anche alle tradizioni di caccia (intesa come sfida e intimamente legata alla sopravvivenza) che richiedono l’invocazione di poteri spirituali affinché arrechino successo. In un racconto di caccia, il capo di tutti i bisonti sfida un uomo ad una corsa in cui, se vincerà, potrà, potrà riconquistare la propria moglie, Donna Bisonte, ma, in caso di sconfitta, perderà la vita. Sebbene il capo dei bisonti abbia l’aiuto degli animali più veloci della terra e della maggior parte degli uccelli e delle altre creature, l’uomo vince grazie all’intervento della gazza, dell’aquila e del falco: tutti animali carnivori associati alla guerra. Presso quasi tutte le tribù delle Pianure, antiche tradizioni associano un rituale di caccia per il richiamo del bisonte con il gioco del cerchio: una sfida tra due guerrieri di rilievo, sostenuti dai canti dei loro compagni di squadra. Un piccolo cerchio, inizialmente costituito da una struttura di legno flessibile (come il salice), con una pelle di bisonte tesa in mezzo, veniva fatto rotolare lungo una pista segnata da entrambi i lati da un tronco, e i giocatori cercavano di trapassarlo con paletti simili a frecce. Quando una squadra otteneva un punto, intonava i “canti della Danza del Cane Pazzo”, canti di coraggio e dedizione al sentiero di guerra. Dato che a tali canti potevano far ricorso solo valorosi e provati guerrieri nel culmine della battaglia, essi indicano il fervore del gioco e sottolineano la sua importanza, paragonabile ad un atto di guerra. Questa associazione fra gioco e guerra era rilevabile in molte competizioni. L’avversario era concepito come nemico e il gioco come guerra; una squadra si impegnava, come poteva fare un drappello di guerrieri, per ottenere la vittoria, ma il “combattimento” avveniva essenzialmente tra due individui; venivano invocate le potenze spirituali, spesso le medesime che estendevano la loro influenza sulla guerra e sulla caccia. Gli aspetti materiali di questo genere di sfide (un uomo poteva anche giocarsi tutto e rimanere senza risorse) costituivano solo una piccola parte della posta in gioco: in realtà i contendenti mettevano pubblicamente in palio il proprio orgoglio e la propria abilità. Per ottenere buoni risultati in guerra e a caccia era possibile rivolgersi alle forze metafisiche che influenzavano il successo nel gioco d’azzardo. In ognuna di queste attività il successo era essenzialmente legato al principale obiettivo del guerriero: la garanzia di sopravvivenza per mezzo del dominio delle forze a lui opposte.


Amuleto di “Medicina del Cavallo” Assiniboine – 1860 circa

La guerra era quindi parte di un sistema più vasto: era lotta per preservare l’esistenza di un individuo, di una famiglia, di una comunità o tribù, e veniva espressa in termini di superamento di una sfida. Questa filosofia regolava il rapporto tra gli uomini e l’ambiente e permeava l’intero tessuto sociale. I guerrieri più valorosi divenivano uomini di prestigio, ma anche altre azioni disinteressate ottenevano riconoscimento e onore. Il coraggio veniva esaltato nei racconti, o rivelato in particolari simbolici di abiti, emblemi, pitture del viso e del corpo, e in canti e danze. Tutto ciò contribuiva a creare i segni distintivi delle società dei guerrieri. Sebbene le società, come corpi collettivi, avessero un impegno limitato nei combattimenti, era essenzialmente entro il loro contesto che la reputazione di guerriero poteva ricevere riconoscimento, mentre l’appartenenza e il rango determinavano sempre particolari modelli di comportamento individuale durante periodi di conflitti. Tutte le società avevano solitamente un numero indefinito di membri, e un numero ristretto di “ufficiali” che dirigevano e facevano fronte agli impegni; essi venivano eletti grazie a un coraggio e a un’audacia eccezionali. L’affiliazione aveva luogo sia in base all’età sia per iniziazione. Un esempio del primo caso, noto come “divisione per età”, è riscontrabile tra i Piegan della confederazione dei Piedi Neri. I Piccioni erano la società che annoverava i più giovani, ragazzi che non avevano ancora aderito ad organizzazioni di guerrieri: erano “uomini senza potere”, solitamente di età attorno ai quattordici anni. Era all’interno di tale società che essi si preparavano alla maturità e ai doveri del guerriero, che si conformavano alle regole e alle sanzioni che governavano l’appartenenza alla stessa e la condotta in guerra. Con l’acquisizione del potere, che di solito si otteneva per mezzo di visioni, essi divenivano “uomini che vanno alla guerra”, membri delle Zanzare. Se comprovavano la loro abilità durante un conflitto, ottenevano il diritto a far parte dei Valorosi, o “guerrieri sottoposti a tutte le prove”. Questa società era molto potente, formata da guerrieri affermati, attivi e ricchi d’esperienza, e costituiva la principale forza della tribù.


Membri della Società dei Cani-Valorosi Blackfoot

I membri dei Valorosi, o Cani-valorosi, imitavano le abitudini dei cani: abbandonavano l’accampamento quando tutti se n’erano andati, come si suppone faccia questo animale, e viaggiavano lentamente così da arrivare per ultimi. Spiegazione mitica, in realtà, di una funzione pratica svolta durante gli spostamenti: rimanendo dietro al corpo principale del gruppo o della tribù, essi si esponevano ad un maggior pericolo, e ottemperavano al dovere di difendere le retrovie. Durante gli spostamenti le comunità erano molto vulnerabili e quindi ogni membro prometteva di comportarsi coraggiosamente: “un Cane-Valoroso deve sempre affrontare il nemico, non importa quanto sia temibile…non può indietreggiare, a meno che uno dei suoi parenti non lo spinga indietro come un cane”.
I Valorosi erano superati dai Cani-Pazzi, guerrieri di tale rilievo che spesso sono noti come “capi”, ma ancora più potenti erano le Volpi-Cucciole. Durante le parate pubbliche marciavano come un gruppo di guerrieri, ma nelle loro danza saltavano da un lato all’altro, perché “la volpe non va mai diritto. Pare guidata dalla coda”. Presentato come caratteristica delle volpi, in effetti tale movimento veniva tipicamente impiegato durante l’attacco diretto al nemico perché rendeva meno precisa la sua mira e quindi, mostrandolo pubblicamente, i guerrieri comprovavano di aver compiuto in guerra questa azione pericolosa.
Uomini più anziani facevano parte dei Tori, il più alto rango dal quale si sostiene fossero provenuti tutti i copricapi di guerra, mentre le donne potevano appartenere alla Matoki, o Società del Bisonte. Mentre le danze e le cerimonie dei maschi ponevano l’accento sulla guerra, quelle della Matoki erano rappresentazioni di battute al bisonte e la loro danza avveniva entro una recinzione alla base di un piskun.


Copricapo “di rango” di Società Guerriera Blackfoot

I Crow e gli Cheyenne avevano società guerriere per molti aspetti simili a quelle dei Piedi Neri, ma in genere l’appartenenza non dipendeva dall’età. Tutte le società potevano considerarsi alla pari, e quindi tra esse si sviluppava una rivalità maggiore rispetto a quella possibile in un sistema dipendente dall’età, con i suoi gradi gerarchici e la sostituzione degli aderenti. L’umiliazione, in guerra, agiva come elemento di coesione entro la tribù e la società. Veniva inferta a colui che aveva compiuto azioni codarde e ciò spronava i guerrieri ad essere più audaci sia per il riconoscimento individuale, sia perché le loro imprese influivano anche sulla posizione degli altri membri. Vi era competizione fra le varie società, e il pericolo della derisione in caso di inadempimento dei compiti stimolava tutti a combattere più duramente contro un nemico comune. Tale minaccia era molto concreta, e sia le testimonianze storiche sia le tradizioni orali sostengono che piccoli gruppi, strutturati come società, quando i loro membri non mostravano il coraggio che ci si attendeva, erano a volte costretti a sciogliersi a causa dell’umiliazione subita.
Altri gruppi molto potenti si estinguevano probabilmente perché i loro membri erano troppo intrepidi. Fra i Cani-Pazzi dei Piedi Neri vigeva una massima: “Non è cosa buona divenire anziani: è meglio morire giovani, combattendo coraggiosamente in battaglia”; e i più intrepidi di tutti i guerrieri Cheyenne furono i Soldati-Cane. Se si tiene conto che le loro imprese si informavano a questo spirito, non deve sorprendere che probabilmente alcune società scomparissero perché tutti i loro aderenti venivano uccisi.
Per molti versi, la temerarietà era l’ideale del guerriero, perché la maggior parte delle società includeva membri dai quali “ci si attendeva che morissero in difesa della tribù”, anche se costoro rappresentavano l’eccezione ed erano più idealizzati che emulati dalla maggioranza dei guerrieri.


Cheyenne Dog Soldier – dipinto di Ed Holmes

Alcuni guerrieri, dediti al sacrificio della vita in combattimento a causa di una perdita personale inconsolabile, si separavano dal resto della comunità, parlando e agendo “al contrario”: dicevano e facevano, cioè, l’opposto delle loro intenzioni. Il loro comportamento contrario faceva di loro forse i più audaci guerrieri delle Pianure poiché, anziché ritirarsi quando la sconfitta pareva inevitabile, essi combattevano ancora più disperatamente. I Guerrieri-Inversi, degli Cheyenne, ricevevano il sacro dovere di parlare e agire in tal modo in quanto divenivano Hohnuhk’e o Contrari, solo quando il Tuono, sotto le sembianze dell’Uccello del Tuono, appariva in sogno o in visione. Essi erano costantemente pronti a combattere, ma se il successo sembrava sicuro stavano solo a guardare; comunque, se i guerrieri venivano sconfitti, era loro dovere assalire il nemico e combattere fino alla morte o alla distruzione degli avversari. Si sosteneva che il loro contatto più diretto con le Sacre Potenze desse ai Contrari una purezza di pensiero e di azione solitamente negata agli altri uomini.
Un guerriero aveva indubbiamente un grandissimo incentivo a compiere imprese intrepide, in parte per il riconoscimento all’interno della società e in parte per l’orgoglio tribale; in effetti la reputazione della tribù come forza effettiva in grado di difendere i propri accampamenti e i territori di caccia si fondava sulle azioni individuali. Se al prestigio legato agli onori di guerra e alla necessità di dimostrare la forza tribale, garante della sopravvivenza, si somma il temperamento vivace dell’Indiano delle Pianure, nessuna meraviglia che gruppi di guerrieri fossero regolarmente alla ricerca di accampamenti nemici. La azioni di guerra non erano sempre e comunque vittoriose. Spesso si ritornava senza aver trovato l’accampamento nemico, o ci si ritirava perché gli avversari erano troppo forti per poter essere attaccati senza correre rischi, o perché la presenza del gruppo di guerrieri era stata prematuramente intercettata. Quando uno dei membri del gruppo rimaneva ucciso, la missione poteva essere abbandonata indipendentemente dalle cause della morte. Lo stesso poteva accadere per riportare un compagno ferito, anche senza aver ottenuto riconoscimenti di guerra.


Cheyenne – dipinto di Frank McCarthy

Quando scoppiava un conflitto, esso era regolato da un elaborato codice di condotta, riconosciuto e rispettato da tutti i guerrieri e che accordava il successo personale in base al numero di “colpi” che potevano essere calcolati. Il “colpo” era la struttura portante di un sistema formale di onori di guerra progressivi che riflettevano il grado di audacia superato da un singolo; essi però non erano necessariamente relativi ad azioni di palese aggressione. Tra i Piedi Neri “giungere a cavallo, strappare il fucile dalle mani del nemico e fuggire senza ferimenti da ambo le parti è il massimo che si possa fare”, e i Crow riconoscevano che prendere uno scalpo non era impresa che meritasse particolare attenzione, perché esso poteva provenire dalla testa di un nemico morto e quindi ottenuto senza pericolo fisico. Il colpo propriamente detto era solo una delle imprese di tale gerarchia. Consisteva nell’azione pericolosa di toccare un avversario con la mano o con un oggetto tenuto nella mano, come ad esempio una speciale lancia rigata nota come “bastone da colpi”. Eseguito deliberatamente alla presenza di testimoni, il “colpo” era un onore di tale importanza che i guerrieri spesso cercavano di poter rivendicare colpi prima di impegnarsi nell’uccisione, nel ferimento o nel disarmo del loro antagonista. Probabilmente questa tradizione era in uso ancor prima dell’avvento del cavallo, in forma limitata e in connessione con i trofei di guerra. L’arrivo del cavallo può aver reso il “colpo” ancora più importante: un guerriero a cavallo che irrompe tra le forze nemiche solo per “toccare” un avversario può risultare incredibile alla luce della concezione europea della guerra; ma per un Indiano era impresa di coraggio spettacolare, di audacia, dimostrazione di una superiorità che non andava a colpire la vita dell’antagonista, ma la sua fiducia e il suo stato d’animo. La possibilità di contare una serie di colpi su un singolo nemico o di ottenere prestigio catturando il suo scudo, il cavallo, l’arma o l’emblema che simboleggiava aiuto spirituale, o di salvare un compagno caduto – tutte azioni che ricevevano i massimi onori di guerra – significava che, sebbene si combattesse a livello individuale, ognuno era pienamente consapevole di quanto avveniva altrove sul campo di battaglia. Ciò dava un centro al combattimento, e permetteva ai guerrieri di soccorrersi a vicenda; succedeva anche che vi fossero uomini che, dopo aver combattuto e ucciso un nemico, perdevano il diritto a rivendicare onori perché un compagno aveva formalmente toccato un nemico e contato i colpi proprio di fronte a loro.


Bastone da “colpi” appartenuto al capo Standing Alone (tribù Piedi Neri)

Presso i Sioux il sistema dei “colpi” assunse caratteristiche complesse. Fu sviluppata una graduatoria di punteggi, secondo la quale il primo uomo a toccare il nemico era premiato col primo colpo, o “colpo diretto”, ed il diritto a portare una penna d’aquila reale diritta sulla nuca. A chi toccava per secondo lo stesso nemico veniva concesso di portare una penna d’aquila inclinata a sinistra. Il terzo acquisiva il diritto di portare una penna d’aquila orizzontalmente, mentre il quarto e ultimo poteva portare una penna di poiana appesa verticalmente. Le ultime tre penne erano note come “penne del colpo”. Venivano riconosciuti come colpi il toccare un uomo, una donna o un bambino. Il diritto del colpo veniva riconosciuto a chi toccava il nemico, non a chi lo uccideva, a meno che non succedesse in un corpo a corpo. Per contare il colpo si poteva usare la mano, la lancia, l’arco o certi oggetti caratteristici della propria associazione guerriera, come le raganelle o le fruste. Per tutti i colpi bisognava avere dei testimoni e più tardi giurare. Disgrazia e disonore colpivano colui su cui avesse contato un colpo il nemico.
Venivano riconosciuti come colpi anche altre gesta audaci e bellicose. Uccidere un avversario in un combattimento corpo a corpo consentiva al vincitore di dipingere una mano rossa sul suo vestito o sul suo cavallo. Salvare un compagno in battaglia dava all’uomo il diritto di dipingere una croce sul suo costume, e se il salvatore portava al sicuro sul suo cavallo l’amico in pericolo, poteva portare una croce doppia. Si potevano indicare il colpi disegnando delle strisce verticali sui gambali; le strisce rosse indicavano che colui che le portava era stato ferito. Penne da colpo dipinte di rosso indicavano anch’esse delle ferite; le penne con tacche stavano a significare che era stato ferito il cavallo. Con colpi venivano premiati gli scout che avessero avvistato dei nemici: il simbolo di questa azione era una penna nera spaccata al centro ma con la punta intatta.


Capo Oglala Sioux Orso Toro con penne da “colpi”- dipinto di A. J. Miller

E’ certo che presso i Sioux venivano concessi dei colpi per il furto di cavalli. La spinta a razziare cavalli era quindi doppia, perché il razziatore non solo arricchiva le sue gesta guerriere, ma acquisiva anche maggior ricchezza materiale. In questo caso la ricerca dell’audacia non era fine a sé stessa, in quanto l’audacia era anche un mezzo. Gli zoccoli di cavallo dipinti su una penna da colpi o sui gambali o su uno dei propri cavalli, indicavano il numero dei cavalli razziati; ogni zoccolo era dipinto col colere del cavallo rubato. Un uomo dimostrava la sua abilità e ricchezza portando un lazo e un paio di mocassini in miniatura appesi alla cintura, per indicare che aveva catturato almeno dieci cavalli; portava solo il lazo quando i cavalli presi erano meno di dieci.
I simboli dei colpi variavano fra le varie divisioni dei Sioux, e capitava quindi che qualcuno avesse dei segni distintivi personalizzati. Per esempio, Aquila-alta-Spennacchiata portava un piccolo coltello di legno dipinto di rosso, legato all’estremità di un bastone da passeggio. A questo coltello era appesa una ciocca di crine di cavallo ad indicare i Pawnee che aveva ucciso.
L’incentivo agli onori militari in sé – cioè il credito accordato all’audacia – suggerisce che queste imprese possano essere state istituzionalizzate in realtà come meccanismo per evitare che qualcuno si tirasse indietro in situazioni di estremo pericolo. Tutti questi elementi: l’enfatizzazione del valore e della forza d’animo; l’emulazione; il credito accordato in maggior misura al toccare piuttosto che all’uccidere; la reputazione conquistata da coloro che, nelle battaglie, arrivavano al punto di fissarsi a terra con un paletto (e che tuttavia avevano ampie garanzie di salvezza grazie all’alto onore accordato a chi li salvava), tutti segni del rapporto del guerriero con l’esibizionismo e l’importanza della guerra, dimostrano che molti di questi popoli divennero letteralmente vittime di un modello culturale che era andato ben al di là della resistenza naturale. E’ verosimile che essi abbiano esaltato l’audacia e si siano presi gioco del pericolo per nasconderne la naturale, umana, paura innata.


“Colori di guerra” – dipinto di Don Oelze

In molti racconti di guerra i comportamenti, le imprese e le convinzioni peculiari del guerriero delle Pianure ricevevano omaggio continuo. Venivano narrati alla presenza dei bambini, e le giovani generazioni venivano incoraggiate a emulare le imprese degli “eroi”, poiché più questi obiettivi venivano tenacemente perseguiti a livello individuale, e più grande si faceva la reputazione tribale, la quale agiva da forza deterrente verso l’esterno e accresceva la capacità di garantire la sicurezza di tutti.
Un’impresa di guerra veniva in genere intrapresa dal leader, che solitamente aveva motivazioni personali e cercava di raccogliere il maggior consenso possibile tra i guerrieri della tribù; per spedizioni che, invece coinvolgevano un gran numero di persone, egli poteva essere eletto dal consiglio di guerra. Dato che il numero dei sostenitori dipendeva quasi interamente dalla reputazione e dalla popolarità individuali, l’entità dei gruppi di guerrieri variava quasi indefinitamente. Ovviamente la coesione era totale nel caso di una mobilitazione generale: la guerra nazionale, di conquista o difensiva, coinvolgeva tutti indistintamente gli uomini della tribù. Ad esempio questo avvenne per i Sioux quando, verso il 1775, scacciarono i Kiowa dalla loro roccaforte delle Black Hills, paradiso di caccia che ritenevano degno di conquista, tanto che da allora lo chiamarono affettuosamente “riserva di carne”. Oppure quando, nell’estate 1873, si lanciarono con determinazione contro i Pawnee che erano venuti a cacciare nel loro dominio sulle rive del fiume Platte: restarono uccisi circa duecento nemici fra uomini, donne e bambini.


“Hoka Hey!” – dipinto di Frank McCarthy

Per adempiere alla propria funzione, il leader richiedeva approvazione spirituale, conseguita con la ricerca e l’ottenimento di una visione che garantiva la sicurezza degli uomini di cui si era assunto la responsabilità, e di cui sarebbe stato chiamato a rispondere. Poiché la guerra era sempre concepita come opposizione di forze, sia naturali che sovrannaturali, il leader non poteva sperare di condurre i propri uomini al successo senza avere l’assistenza spirituale, una forza più potente dei singoli guerrieri.
Il sentiero di guerra era concepito come la Sacra Strada Rossa, e chiunque volesse intraprenderla doveva prima abbandonare formalmente la bianca Strada della Pace, che non ammetteva violenza. Lasciando il loro villaggio, i guerrieri erigevano quindi un nuovo accampamento, a volte costituito da un solo tepee simbolico, che segnava la loro separazione dalla comunità. Tale accampamento fungeva da luogo di raduno per i partecipanti alla guerra, ed era qui che venivano intonati i primi canti del lupo e rispettati i tabù che regolavano i rapporti tra i vari membri e salvaguardavano il loro legame con le Sacre Potenze. I tabù prevenivano discordie e dispute fra i guerrieri e fungevano da genti pacificatori per qualunque dissenso potesse sorgere sul sentiero di guerra, avvertito come potenzialmente pericoloso e causa di animosità. Si pensava che se non si rispettasse qualcuno dei tabù, il successo venisse compromesso. Essi inoltre sottolineavano la sacralità dell’obiettivo del sentiero di guerra e rimanevano validi fino a quando quest’ultimo non veniva abbandonato e i partecipanti ritornavano al villaggio riprendendo il sentiero della pace.
Un secondo campo cerimoniale, eretto quando entravano in territorio nemico, era una richiesta di guida spirituale, necessaria per il raggiungimento dell’obiettivo; e un terzo, che simbolicamente era un’ulteriore richiesta di aiuto nel momento del maggior pericolo, veniva eretto immediatamente prima dell’attacco. Ed era qui che i guerrieri si rivolgevano alle Potenze apparse loro nelle visioni, affinché accordassero la protezione promessa, e applicavano la pittura di guerra che era considerata dono personale delle Sacre Potenze. Prima dell’attacco, normalmente il leader si allontanava dagli altri guerrieri per entrare in rapporto con le Sacre Potenze onde riceverne consiglio. Per fare ciò fumava la pipa, un oggetto sacro, decorato per l’occasione (ad esempio con disegni di zoccoli se la missione era di razziare cavalli).


Pipa sacra di un leader Crow

L’oggetto più sacro e di maggior valore per un guerriero era lo scudo. Esso era costruito con la resistente pelle del collo del bisonte maschio: contratta mediante calore fino a diventare estremamente solida, la pelle poteva fermare una freccia o una lancia, nonché, se adoperata con abilità, deviare le pallottole di un fucile ad avancarica. Con l’avvento dei più potenti fucili a retrocarica, l’importanza dello scudo come arma di difesa diminuì, e prevalse invece la sua funzione di protezione spirituale, mediante immagini dipinte, frutto di visioni. Un tabù imponeva che lo scudo non toccasse mai terra. Su di esso veniva riportato il disegno dello “spirito dello scudo”, che conferiva il potere soprannaturale della visione avuta. Una ulteriore protezione fornivano sia le penne sacre che spesso venivano appese ai bordi dello scudo, sia artigli e denti di grossi animali, sia i totem rappresentati da piccoli animali apparsi nella visione, come ad esempio il falco: essi venivano opportunamente scuoiati e trattati in modo da ottenere una specie di imbalsamatura, e poi attaccati allo scudo stesso.
In molti scudi delle Pianure è raffigurato l’orso, di cui pochi animali potevano eguagliare la forza e la ferocia. Chi riceveva una visione di orso si riteneva potesse trovare una forza analoga nella battaglia. Nello scudo Crow riprodotto qui sotto, sulla sinistra sono disegnati anche dei “girini”, che rappresentano le pallottole contro cui lo spirito deve fornire protezione.

L’attacco poteva consistere in un’attesa ai limiti dell’accampamento per cogliere ogni occasione possibile o in incursioni che sfociavano in battaglie vere e proprie; non vi sono testimonianze di gruppi di guerrieri che, sferrato un attacco e indipendentemente dagli esiti, procedessero ulteriormente alla ricerca di un secondo accampamento. Secondo la logica indiana era il conflitto a essere decisivo: il successo stabiliva la supremazia e non vi era nulla da guadagnare estendendo le ostilità; la sconfitta, invece, e perfino la perdita di un solo uomo, frantumavano l’ordine rituale del sentiero di guerra – che raggiungeva il proprio apice nella vittoria – e richiedevano un successivo ritorno alle operazioni di guerra.
Il ritualismo richiesto si differenziava in accordo alla diversa entità dei gruppi di guerrieri: più la tribù era coinvolta nella sua interezza, più complesso si faceva il cerimoniale. Le incursioni per ottenere scalpi e quelle per catturare cavalli erano tenute distinte. Il fatto che venissero uccisi degli uomini in un’incursione per catturare cavalli o che questi ultimi venissero presi in un’incursione alla ricerca di scalpi era secondario rispetto agli obiettivi.
Le incursioni per gli scalpi avvenivano irregolarmente, anche a intervalli di anni, dato che solitamente coincidevano con la morte di un parente prossimo, non necessariamente in seguito ad un atto di ostilità, e avevano lo scopo di alleviare la sofferenza e di concludere un periodo di lutto. Il leader e molti membri del drappello di guerrieri erano spesso persone in lutto. Anche se a volte erano mossi da spirito di vendetta, è improbabile che questa fosse la ragione principale, perché spedizioni punitive che si protraevano per lunghi periodi erano del tutto sconosciute. In effetti, con la sola eccezione di Sioux e di Cree, lo scalpo (segno di un’uccisione) veniva dopo altre forme di onori di guerra. Un guerriero dei Piedi Neri, per esempio, narrando le proprie imprese di guerra menzionava i colpi, i pony e i fucili che era riuscito ad ottenere e raramente faceva cenno agli scalpi; il loro numero solitamente non attestava prodezza.


Coltello da scalpo dei Piedi Neri, con manico in mandibola d’orso e custodia in piume d’uccello tinte; dalla frangia in pelle pendono coni metallici

E’ necessario osservare più da vicino il significato dello scalpo per comprendere la ragione delle incursioni ad esso relative. Lo scalpo, come tutti sanno, è una piccola porzione di cuoio capelluto asportato dal cranio. Nel suo centro i guerrieri intrecciavano una piccola ciocca di capelli (la ciocca dello scalpo) e poi lo appendevano con perline, piume e simboli spirituali in segno di sfida al nemico: esso stava a significare l’identità o l’anima di una persona, rappresentava la sua parte immateriale o metafisica. Testimoniava quindi più una morte spirituale che fisica e, sebbene l’acquisizione di questo trofeo – ottenuto facendo scorrere la punta di un coltello affilato attorno ad una porzione di capelli e strappando tanto violentemente da asportare il cuoio capelluto – fosse estremamente dolorosa per la vittima, non era assolutamente letale. Coloro cui era stato asportato lo scalpo da vivi erano però molto temuti e considerati “morti viventi”. Gli atteggiamenti variavano, ma accadeva raramente che potessero essere reintegrati nella società, dato che era stata loro tolta l’identità di esseri umani.
L’anima catturata poteva essere portata al villaggio nemico, sotto le sembianze di scalpo, dove nel “mondo degli spiriti” diveniva sottomessa ai trapassati del proprio gruppo. In effetti si trattava di una sostituzione spirituale: una “morte” era sostituita da un’altra, o da diverse se lo status del trapassato lo giustificava, e la sofferenza era lenita da quella del nemico. Posti sulle tombe di coloro che erano morti di recente o dati alle vedove private dei loro affetti, simbolicamente gli scalpi concludevano un periodo di cordoglio, e in seguito potevano essere messi da parte o utilizzati per scopi secondari, come incantesimi di guerra, in quanto conferivano potere sulle anime dei nemici. Molti venivano tesi su cerchi di legno, con delicate rifiniture di perline o aculei di porcospino e fissati a conici pendenti di rame e ad artigli di animali da preda.


Scalpo, probabilmente di bambino, in cerchio in legno e decorazione di perline ad indicare la Stella del Mattino

Guerra e cordoglio erano indubbiamente connessi: sopraffatti dal dolore, coloro che erano stati privati dei loro affetti potevano ferirsi con coltelli di silice, tagliarsi i capelli, indossare vecchi abiti e solitamente trascurare qualunque cosa: il cibo, il proprio aspetto, la sicurezza, e lasciavano che il sangue delle ferite si rapprendesse sulla pelle. Ad alcuni si doveva impedire fisicamente di suicidarsi o di commettere omicidio: era in questa situazione che spesso un uomo giurava vendetta e organizzava un gruppo di guerrieri. Eppure, considerando gli eccessi che il dolore poteva generare e la concezione del servizio svolto dalle anime catturate nei confronti dei trapassati, vi era stranamente poco interesse per ciò che accadeva all’anima dopo la morte. Sebbene vi fosse una credenza generale in una qualche forma di aldilà, la condizione dei trapassati non era oggetto di interesse, e anche quando ciò avveniva, si supponeva che essi conducessero un’esistenza simile a quella dei vivi. Comunque si potevano tenere elaborate cerimonie per affrettare il distacco delle anime di guerrieri e leaders di rilievo. Ecco un brano di Catlin che riporta la cerimonia di sepoltura di un importante capo Omaha, Uccello Nero, che aveva richiesto di essere sepolto sul dorso del suo cavallo da guerra favorito:
«Possedeva molti cavalli, e tra di essi un nobile destriero bianco che venne condotto sulla cima di una rigogliosa collina; con grande pompa cerimoniale, alla presenza dell’intera comunità, egli venne posto a cavalcioni sul dorso del cavallo, con in mano l’arco e lo scudo e la faretra in spalla, con la pipa e il Fardello della Medicina, con una scorta di carne essiccata, e con la tabacchiera rifornita per il viaggio verso “i meravigliosi territori di caccia degli spiriti dei padri”, con pietrina e acciarino per accendere la pipa lungo il tragitto. Gli scalpi che aveva tolto alle teste dei nemici non potevano essere trofei per nessun altro e vennero legati alle briglie del cavallo…e sul capo ondeggiò il suo meraviglioso copricapo di guerra di piume d’aquila. In tale stato, e dopo che gli ultimi onori funebri gli vennero tributati dagli uomini di medicina, tutti i guerrieri del suo gruppo si dipinsero di rosso vermiglio il palmo e le dita della mano destra che impressero poi perfettamente sui fianchi bianco latte del fedele cavallo».
La preoccupazione del gruppo era rivolta a un sicuro viaggio spirituale, e non a una possibile vita futura. L’interesse degli Indiani delle Pianure era per i vivi: anche lo scalpo era più una conferma di vita che di morte, almeno dal punto di vista di chi se ne impossessava.


“Preparazione della cerimonia” – dipinto di Alfredo Rodriguez

Le incursioni per ottenere cavalli avevano un significato diverso ed erano soggette a un controllo cerimoniale meno rigido rispetto a quelle degli scalpi. In parte perché coinvolgevano un numero inferiore di guerrieri, i quali cercavano di entrare negli accampamenti nemici per poi abbandonarli, non visti, ma in parte anche perché avevano meno rilevanza spirituale. La motivazione economica di tali incursioni era rilevante per i giovani guerrieri desiderosi di salire di rango nella struttura sociale – e tale impulso faceva sì che in effetti fossero loro i più attivi partecipanti alle razzie; ma è anche vero che vi prendevano parte molti uomini che già possedevano pony il numero tale da soddisfare più che adeguatamente le loro esigenze. Le sole motivazioni economiche non potrebbero nemmeno giustificare la frequenza con la quale tali incursioni avvenivano. Un resoconto del XIX secolo sostiene che «tranne che nei periodi peggiori della brutta stagione, i guerrieri dei Piedi Neri erano costantemente alla ricerca di accampamenti nemici, ai quali catturare cavalli». Può trattarsi di un’esagerazione, ma è comunque certo che le incursioni per catturare cavalli, a differenza di quelle per ottenere scalpi, avvenivano regolarmente. Per gli Indiani non si trattava di semplice acquisizione. Il termine usato è “prendere”, e “prendere un cavallo” sostenevano fosse cosa diversa dal rubarlo. Prendere cavalli, nella loro concezione, era in certa misura un altro modo per avere la meglio sui nemici e dimostrare la propria abilità nell’accettare una sfida. Anche l’onore vi svolgeva un ruolo importante. Di notte i cavalli impiegati per la caccia al bisonte e i pony usati in guerra venivano legati dal proprietario all’esterno del proprio tepee, per proteggerli da possibili assalti; quindi entrare in un accampamento altrui e razziare uno o più di questi pony era impresa di guerra altamente riconosciuta, posta allo stesso piano di un “colpo”.


Medicina del Cavallo della tribù Blood (Confederazione Piedi Neri)

Farsi prendere il cavallo preferito e ben addestrato, praticamente dalla soglia di casa, era un grave affronto al prestigio del guerriero; inoltre senza di esso erano seriamente compromesse le sue possibilità di cacciare e combattere: era improbabile che riuscisse a procacciarsi un altro pony con le stesse eccezionali qualità, sarebbe stato costretto ad affidarsi al prestito e quindi a ricoprire una posizione inferiore.
Catturando un tale animale, il guerriero si era procurato molto più di un cavallo comune, poiché le comprovate capacità e l’intenso addestramento di un cavallo adibito alla caccia al bisonte rendevano il suo valore pari a quello di una dozzina di altri pony che facilmente potevano essere allontanati dagli ampi e incustoditi pascoli vicini agli accampamenti. Infatti la maggior parte dei cavalli presi durante le incursioni venivano allontanati dai pascoli da guerrieri inesperti – un piccolo drappello di guerrieri poteva procurarsene anche un centinaio -, mentre solo gli uomini più stimati entravano nell’accampamento. L’importanza di tali imprese veniva esaltata in narrazioni che, per la maggior parte, erano realistici resoconti di atti eroici e fughe avventurose. Henry e Thompson, che alla fine del XVIII secolo udirono alcune di tali narrazioni, scrissero che «essi (i Piegan) si dilettavano molto a narrare le loro avventure di guerra, e i dettagli dei combattimenti sono così vividi che pare stiano avvenendo di nuovo». Le narrazioni, sempre recitate al presente, spesso tendevano a esagerare le imprese di guerra fortunate. Pur essendo avvenimenti vecchi di generazioni, e sebbene il narratore non avesse alcun coinvolgimento nel conflitto, egli si riferiva ad esso come a un fatto avvenuto da poco.

Esistono racconti di brutalità quasi incredibili tra gli Indiani delle Pianure, quali mutilazioni e pratiche orribili sui cadaveri dei nemici uccisi. Questi fatti si accentuarono quando le tribù subirono l’invasione degli Europei, i quali portarono malattie fino ad allora sconosciute, in particolare vaiolo e morbillo, che sterminarono intere comunità di Nativi. Ciò infranse il loro equilibrio e frantumò il rapporto naturale che esse avevano con l’ambiente. Quando poi con l’avanzamento della frontiera furono spinte ad ovest, reagirono e colpirono con un’aggressività e un odio estranei alla loro cultura. L’ondata di aggressività non era diretta solo contro l’intrusione dei Bianchi, ma inquinò anche i rapporti intertribali, semplicemente perché l’Indiano stava opponendo una resistenza disperata a una situazione che non aveva scelto e che non era in grado di controllare. La sua azione era tanto più veemente in quanto egli veniva confinato entro aree sempre più ristrette. Il che ebbe appunto come conseguenza brutalità e imbarbarimento. Eppure, sebbene la guerra apparisse ora come qualcosa di estraneo concettualmente agli altri aspetti della vita, gli Indiani riuscirono in qualche modo a mantenere la propria credenza nella sacralità della guerra, associata, sia pure con difficoltà, alla convinzione di armonia, equilibrio e intrinseca benevolenza del mondo naturale.
La guerra, in precedenza, s’integrava completamente con l’etica culturale: la sua organizzazione cerimoniale, il “colpo” e gli onori di guerra, il ruolo delle società dei guerrieri e dei singoli, la loro condotta e atteggiamento, le decorazioni e le insegne, i simboli di protettori soprannaturali, e la connessione con caccia e gioco d’azzardo, tutto quanto aveva come scopo l’accettazione della sfida nella lotta per la sopravvivenza. Quando la minaccia di estinzione si abbatté drasticamente e violentemente sulle Pianure, non può sorprendere che l’energia fosse incondizionatamente indirizzata verso atti di guerra che intendevano accogliere quella sfida e vincerla.

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