Il Little Big Horn di William Slaper, soldato di Custer

143° anniversario della battaglia di Little Big Horn (25-06-1876/25-06-2019)
A cura di Gualtiero Fabbri


William Slaper
Tutti quelli che hanno scritto sul Little Big Horn, non possono aver tralasciato gli unici documenti certi al riguardo, cioè le testimonianze di chi era presente. Questi, comunque, non sono mai documenti da prendere di peso e accettare così come sono; sono stati redatti da persone che hanno avuto una visione parziale dei fatti.
Certi racconti, molti dei quali rilasciati a distanza di parecchi anni, hanno risentito dell’accumulo di particolari che in origine erano solo dei “sentito dire” e sono diventati parti “vere” nella storia, magari senza alcuna malizia da parte del loro autore, ma solo perchè così è la natura umana; altre testimonianze magari sono state falsate per manie di protagonismo o, peggio, per interesse, altri avranno inventato versioni o scoperte sensazionali solo per avere un qualche tornaconto.
La storia della grande battaglia raccontata dal soldato William Slaper ci pare molto sincera, almeno lo sembra nelle intenzioni dell’autore che non si atteggia ad eroe e non si auto-incensa.
Slaper era praticamente una recluta inesperta e a digiuno di guerre di qualsiasi tipo; ha descritto quello che ha visto, cioé poco per raccontare la battaglia, molto dal punto di vista umano e degli usi e costumi dell’epoca. Ogni tanto trae qualche conclusione molto personale e noi l’abbiamo lasciata cosi com’è, cercando anche di aderire alle sue parole quanto più possibile. Ad esempio, i neri li chiama “negri”, e i nativi li chiama “indiani”… e per l’epoca era giusto così.


Due copertine del famoso giornale

Dichiarazione pubblicata la prima volta su. “Hunter Trader Trapper Magazine” nel 1924.

Sono nato il 23 novembre 1855 a Cincinnati, in Ohio, e sono sempre vissuto in questa città, dove sono stato impiegato in diversi lavori.
All’inizio di settembre del 1875 mi sono trovato senza lavoro e un giorno camminando per strada, mentre stavo pensando quale attività provare questa volta, mi è capitato davanti agli occhi il cartello “Cercasi uomini” posto davanti alla stazione di reclutamento dell’Esercito degli Stati Uniti. Lo avevo visto innumerevoli volte, ma fino a quella mattina non aveva mai attratto la mia attenzione.
Mi sono fermato a leggerlo e poco dopo mi sono trovato a salire in quell’ufficio, con nel cuore la nascosta speranza che la mia domanda venisse respinta. Ho parlato con l’ufficiale di reclutamento a cui ho esposto la mia richiesta e dopo un mucchio di domande da parte sua sono stato sottoposto ad un esame fisico; l’esame è stato molto rigido, dato che su dieci candidati che eravamo quella mattina siamo stati accettati solo in due. Ho poi giurato di servire lo “Zio Sam” per 13 dollari mensili, pochi, ma sempre presenti ”pronta cassa” tutti i mesi, o quasi, poiché questa parte del contratto spesse volte è stata disattesa.
A quel tempo un giovane con addosso la divisa Americana non era molto ben visto, era considerato suppergiù come un fannullone troppo pigro per lavorare ed io, nella mia città, dove conoscevo tanta gente, mi vergognavo a farmi vedere in giro in uniforme.
Naturalmente avevo una fidanzata, e pur rimanendo sempre in caserma tentavo di andarla a trovare passando per vicoli e stradine secondarie poco frequentate, ma una volta, poco prima della mia partenza, sono stato visto da alcuni conoscenti che subito hanno avvisato del fatto mio fratello maggiore.


Cavalleggeri del 7° (re-enactors)

Il mattino dopo mio fratello è venuto all’ufficio reclutamento per – come disse – “farmi uscire dall’esercito”. Fortunatamente sono riuscito a portarlo nel mio alloggiamento e parlargli prima che portasse a termine il suo proposito. Siccome ero minorenne, rischiavo una condanna a due anni di reclusione per false dichiarazioni! Alla fine l’ho convinto a lasciarmi proseguire nell’intento con l’unica imposizione di tornare a casa per salutare mia madre che ora sapeva del mio reclutamento. Mia madre aveva paura della guerra. In quella Civile erano morti mio padre, suo fratello, i cognati e un cugino, tutti nel primo anno di guerra ed ora era convinta che sarei morto anch’io. Ma io dopo cinque anni di servizio sono tornato, giusto alcuni mesi prima della sua morte.
Dopo qualche giorno siamo partiti – una ventina di reclute – e destinati a Jefferson Barracks, a St. Louis. Qui siamo rimasti sei settimane per l’addestramento, incentrato più che altro sul cavallo, come accudire lui e le stalle, e le varie tecniche di monta regolamentari dell’esercito. Ci comandava un sergente burbero e irascibile di nome “Bully” Welch, un personaggio che tutti noi cavalleggeri dell’epoca ricordiamo molto bene.
Poi è venuto il momento delle destinazioni e molti di noi sono stati assegnati al 5° Cavalleria, altri, fra cui io, sono stati assegnati al 7° Cavalleggeri. Eravamo al comando del Sottotenente James “Jack” Sturgiss, appena uscito da West Point, figlio del Generale Sam Sturgiss, a quel tempo comandante a Jefferson Barracks. Il Generale era stato anche comandante del 7° Cavalleria.
Allineati per le istruzioni del viaggio il Generale ci ha detto: “Mando mio figlio con voi, prendetevene cura”, e noi abbiamo promesso di farlo volentieri.
Il Generale Sam Sturgis
Povero Jack, è stato ucciso con il comando “Custer” al Little Big Horn. Quando abbiamo seppellito i morti, il suo corpo non è stato mai trovato, o riconosciuto.
Sia il Tenente che io eravamo destinati alla compagnia M e siamo partiti in buone condizioni di marcia, con destinazione Fort Abraham Lincoln, vicino a Bismarck, nel Dakota, lungo il fiume Missouri, dove c’era il Quartier Generale del 7° Cavalleggeri.
Racconto un piccolo incidente che ci ha rallegrato il viaggio.
In una sosta nei pressi di Fargo, in Dakota, dove ci siamo fermati un paio d’ore per mangiare qualcosa, un Sergente irlandese, vecchio veterano addetto a uno dei carri addetti al trasporto della truppa, ha istruito alcune reclute perche andassero in un saloon non lontano dalla stazione e lì acquistassero del whisky a credito, dando in pegno le loro borracce e le pistole. Appena fatto questo, il Sergente ha radunato un plotone di reclute armate e recatosi al saloon minacciando denunce e condanne ha confiscato il materiale dell’esercito e altro whisky. Inutile dire che quella notte in viaggio verso Bismarck c’era un vagone di gente molto allegra!
A Bismarck fummo poi traghettati sul fiume Missouri a Fort Lincoln.
Qui c’erano di stanza sei compagnie del 7°. Io, come ho già detto, ero stato assegnato alla compagnia M che era appena rientrata da una ricognizione. Qualche giorno dopo siamo partiti per Fort Rice, dove abbiamo passato l’inverno in tranquillità, a parte il freddo che spessi lì raggiunge i 40° sotto lo zero!
Ricordo che tra gli altri compiti ci hanno fatto tagliare blocchi di ghiaccio con cui abbiamo riempito una grande cella frigorifera, ma del suo fresco ne ha goduto in seguito la fanteria inviata a guardia del forte, mentre a noi è toccata l’esplorazione sotto il sole, il caldo e con a disposizione l’acqua alcalina delle pianure polverose.
In primavera ci è stato ordinato di tornare a Fort Lincoln e di prepararci per una spedizione contro Toro Seduto e i suoi indiani ostili che avevano lasciato la riserva in gran numero e stavano compiendo ogni genere di scorrerie.
Molte bande abbandonavano le loro riserve con le famiglie e un gran numero di ponies e si cominciava a parlare di un grosso “rendez-vous” indiano da tenersi lungo il fiume Little Big Horn nel territorio del Montana, in un luogo ancora da definire.


Una vista di Fort Lincoln in pieno inverno

Alcuni mesi prima il capitano Tom Custer, fratello del Generale, era stato inviato all’Agenzia di Standing Rock, sul fiume Missouri, a circa 40 miglia al di sotto di Forte Rice. Il motivo della missione era di arrestare un indiano di nome Rain-In-The-Face, ricercato per l’omicidio del dott. Honzinger, veterinario dell’esercito e un tale Ballaran, un vivandiere dell’esercito. Dopo varie peripezie, Custer, con l’aiuto di Charley Reynolds, capo degli scout del Gen. Custer, era riuscito a catturare l’indiano e trasportarlo a Fort Lincoln dove lo rinchiuse in una cella. Una notte alcuni indiani riuscirono ad evadere e tra questi lo stesso Rain-In-The-Face che si unì subito dopo agli ostili.
Il giorno 17 maggio 1876, il mio reggimento lasciò Fort Abraham Lincoln. Il Gen. Alfred H. Terry era il comandante dell’intera spedizione, ma il Settimo Cavalleggeri era sotto il comando immediato del generale Custer. Si diceva che fosse il reggimento meglio attrezzato in quanto a cavalli, uomini e corredi, che lo Zio Sam avesse mai avuto.
Custer era noto per essere molto abile nell’ottenere il meglio in fatto di cavalli e uomini e per assicurare tutte le comodità possibili alla truppa. Ma c’era ben poco in termini di comfort in quel momento nelle instabili pianure del nord-ovest…
Al momento ero solo un ragazzo con poca esperienza e non davo importanza al susseguirsi degli eventi, ad esempio non tenevo un diario, cosa che molti anziani facevano, così oggi, di quel giorno lontano non sono in grado di fornire prontamente date, nomi di luoghi e di accampamenti come invece vorrei. Ero solo un “shavetail” (nel gergo militare è il soldato pivellino, ndr) senza alcuna esperienza reale in termini militari e tantomeno in combattimenti indiani, ma lo sarei diventato per forza in capo a poche settimane.


Il 7° Cavalleria in una missione nella regione delle Black Hills

Il primo giorno di marcia è stato molto lungo e non privo di emozioni; i cavalli erano molto indisciplinati e difficili da gestire dopo il lungo riposo invernale, anche se erano stati ben nutriti ed erano pronti a scattare.
Quella notte, poi, c’è stato un incendio nella prateria e abbiamo passato la notte lavorando duramente perché non toccasse il campo, ma i danni ci sono sono stati ugualmente, sia pure minimi.
Il resto del viaggio è filato liscio fino al primo giugno, quando siamo arrivati alle Bad Lands del Little Missouri. Lì ci siamo accampati come al solito e al mattino ci siamo trovati sotto la neve, con un forte disagio per uomini e cavalli, ma ne siamo usciti senza danni.
Non ricordo nulla di particolare fino all’arrivo sul fiume Powder. Aggregate alla spedizione c’erano quattro compagnie del 2° Cavalleria, un reparto di artiglieria e uno di fanteria; i carri con i nostri effetti sono stati rimandati indietro insieme a tutte le nostre sciabole. Anche la banda del reggimento è stata rimandata indietro! Noi abbiamo caricato le scorte di cibo e munizioni sui muli, mentre nel campo giravano molte voci, le più disparate, ma non si sapeva nulla di veramente preciso su quanto stava per accadere.
Il 22 Giugno abbiamo lasciato il Powder River. Il Generale Custer ha rifiutato l‘offerta di Terry di tenere con se anche le quattro compagnie del 2° Cavalleria, così come ha rifiutato le quattro mitragliatrici Gatling che riteneva un peso. In questa circostanza Custer ha fatto notare come il suo reggimento da solo fosse in grado di conquistare qualsiasi villaggio indiano delle pianure! Quel giorno la marcia è stata breve, probabilmente 12-15 miglia.
Il giorno dopo abbiamo percorso circa trenta miglia e il giorno successivo altre trenta, ma all’una di notte siamo stati svegliati all’improvviso e rimessi in marcia.


Il Generale Custer con la divisa indossata al Little Big Horn

Il perché di questo è sempre rimasto un enigma per me, anche perché non conoscevamo gli ordini dati da Terry a Custer; ora sono noti e alla portata di tutti, ma allora tra noi soldati era convinzione generale che le forze dei due dovessero incontrarsi da qualche parte nella valle del Little Big Horn il 27 giugno. Questa marcia forzata notturna avrebbe avuto molto peso nella condizione dei cavalli utilizzati nella successiva battaglia; il pascolo era stato povero per diversi giorni, sempre in marcia e senza i carri vettovaglia ai cavalli era toccato solo un poco di pascolo nelle fermate.
Ci siamo fermati quando già faceva giorno per preparare un caffè; io non l’ho preso e ricordo distintamente che crollai addormentato dalla stanchezza sotto un albero, tenendo in mano le briglie del cavallo. In quella sosta non fu permesso di togliere le selle. Ricordo che mi sono svegliato quando ci hanno chiamati per l’allineamento.
Quella era la mattina fatidica del 25 giugno e tutti sapevamo di essere su una “pista calda” di indiani e che potevamo entrare in contatto con loro in ogni momento, per cui l’eccitazione è cominciata a crescere e ogni mossa è stata guardata con intensa curiosità e con desiderio di azione.
La marcia è continuata con rapidità per tutta la mattina e solo verso mezzogiorno è stato dato l’alt, quando il Generale ha chiamato a raccolta gli ufficiali e ha dato loro le nuove istruzioni.
Il Capitano Thomas French
E’ avvenuto così che la mia compagnia, la M, sotto il comando del Capitano Thomas French, la A comandata dal Capitano Moylan, e la G del capitano Wallace sono state scelte per andare sotto il comando del Maggiore Reno.
Naturalmente non sapevo in quel momento quali erano le intenzioni di Custer, né quanti uomini avesse preso con sé e solo in seguito ho saputo che si era tenuto, sotto il suo comando, le compagnie C, E, I, F, L, mentre a Benteen furono date le compagnie H, K, e D; la compagnia B, al comando del capitano McDougall, era addetta alla custodia del treno di muli con le scorte.
Per come lo ricordo io, il primo a partire, sulla sinistra, fu Benteen coi suoi; Custer è andato dritto verso il fiume Little Big Horn, tenendosi sulla destra di un piccolo affluente, mentre noi al comando di Reno abbiamo lo proseguito parallelamente a Custer, ma sulla riva sinistra. Poco dopo è arrivato l’Aiutante Cooke recando delle istruzioni del Generale Custer per il Maggiore Reno. Da quel momento in avanti le cose hanno cominciato a vivacizzarsi… Abbiamo piegato bruscamente a sinistra, siamo scesi al trotto lungo un pendio verso il Little Big Horn e lo abbiamo attraversato. Mi sembra che siamo stati i primi ad attraversare, poi è stato il turno della compagnia A e per ultima la G.
Sono subito cominciati gli scoppi delle fucilate e le pallottole hanno cominciato a fischiare sopra di noi; mi ricordo che ho abbassato la testa e ho cercato di scansare quelle che sentivo fischiare nell’aria, era il mio primo scontro e ho avuto paura… e ne ho avuta ancora di più dopo che ho visto gli indiani arrivare a cavallo da tutte le parti; sparavano contro di noi gridando e urlando come diavoli incarnati, sembravano tutti nudi e dipinti da capo a piedi nel modo più orribile che si possa immaginare.
Eravamo arrivati appena oltre il fiume, allo scoperto, con alle spalle una striscia di bosco e qui il capitano ha dato l’ordine di smontare e prepararsi al combattimento a piedi; al quarto uomo sono stati dati i cavalli e gli altri tre sono avanzati sulla linea di tiro. Alcuni dei cavalli all’inizio degli spari, fiutato il pericolo, sono diventati ingestibili e qualcuno ha portato il proprio cavaliere addosso agli indiani. Questa cosa ho visto che è capitata al giovane Smith di Boston… Non l’abbiamo più visto, né vivo né morto.
Abbiamo formato la linea di tiro verso sinistra, ma gli indiani arrivavano sempre più vicini e sempre più numerosi e girando alzavano una polvere talmente fitta che molti di loro avrebbero potuto aggirarci alle spalle senza che ce ne accorgessimo, cosa che in effetti è avvenuta al nostro ritiro!


L’attacco degli uomini di Reno

Su questa linea ho visto per la prima volta un soldato morire. E’ stato il Sergente O’Hara, ma poi ne ho visto un altro e un altro ancora… Strano a dirsi, non ero più spaventato come prima, anche se ero consapevole di essere in grave pericolo con altissime possibilità di non uscirne vivo. Ormai gli indiani erano diventati veramente moltissimi e il loro fuoco rendeva la nostra posizione decisamente insalubre. Fu dato l’ordine di ritirarci verso il bosco alle nostre spalle, dove erano ricoverati i cavalli, ma in quella eccitazione alcuni addetti ai cavalli liberarono gli animali che avevano in consegna prima dell’arrivo dei loro padroni, lasciandoli così a piedi e in condizione molto critica. Mi è stato detto che prima della ritirata Reno si è avvicinato al Capitano French e gli ha gridato: “Beh, Tom, cosa ne pensate di questo?” e French avrebbe risposto: “Penso che faremmo meglio ad uscire di qui!” Quindi Reno ha dato l’ordine di ritirarsi, ma io non l’ho sentito, e nemmeno le chiamate o la tromba, o altri ordini o comandi di qualsiasi tipo… sentivo solo il rombo continuo delle fucilate indiane e il forte “Bang! Bang!” delle carabine di cavalleria mescolate alle urla e alle grida di indiani e compagni. Dopo che ho recuperato il cavallo non c’era più molta gente alla sinistra del bosco, almeno per quello che potevo vedere… Poi ho visto il soldato Henry Koltzbucher, “striker” del Capitano French, colpito allo stomaco proprio mentre stava montando a cavallo, cadere a terra e il soldato Francis Neely scendere dal suo per aiutarlo; allora sono sceso anch’io e ho aiutato Neely a trasportarlo in un folto macchione dove pensavamo di non essere visti dagli indiani e lì è arrivato anche il soldato W. E. Morris che ci ha aiutato ad accudire il ferito, ma abbiamo visto subito che la ferita era probabilmente mortale, quindi gli abbiamo lasciato una borraccia e siamo galoppati via verso il fiume sulla scia dei nostri compagni in fuga.


La ritirata precipitosa dei soldati guidati da Reno

Dopo la battaglia abbiamo trovato il cadavere di Koltzbucher intatto dove lo avevamo lasciato, segno che non era stato trovato dagli indiani o dalle loro squaw nel loro diabolico lavoro di uccidere e mutilare i nostri compagni feriti e impotenti vicino al fiume.
Non posso dire se la ritirata dal fiume abbia avuto un aspetto militare o meno, non ho visto nulla di disordinato, ma i più al mio arrivo erano già passati quindi non so nulla sul loro comportamento e poi sono arrivato al fiume non sul guado regolare usato all’andata, ma in un altro punto e il mio cavallo è dovuto saltare da un banco di circa sei-otto piedi di altezza e dopo aver toccato l’acqua ha quasi perso l’equilibrio. Quando mi sono guardato attorno ho visto il trombettiere della compagnia M, Fisher, che stava attraversando il fiume con il Tenente Benjamin “Ben” Hodgson attaccato ad una staffa; il Tenente era stato ferito al fiume e Fisher era tornato indietro allungandogli una staffa per trascinarlo dall’altra parte sotto il fuoco degli indiani. Purtroppo il Tenente è stato colpito di nuovo quando ormai era sulla riva opposta, è caduto e non si è più mosso, suppongo sia morto proprio lì.
Il Tenente Benjamin “Ben” Hodgson
Ero in una posizione estremamente precaria, ho spinto il cavallo lungo il fiume, con gruppi di indiani sulla riva che frustavano i cavalli per raggiungere in fretta il guado… c’erano comunque già indiani anche sull’altra riva e ingaggiavano sporadici corpo a corpo coi soldati, ma nessuno faceva caso a me, forse perché ero solo e loro cercavano prede più consistenti. I proiettili mi fischiavano attorno e la morte sembrava mietere il suo raccolto in ogni parte, ma una sorta di provvidenza deve aver vegliato su di me, perché ho attraversato il torrente illeso.
Durante la ritirata in quel punto sono morti 29 uomini. Credo che molti si siano salvati grazie alla polvere sollevata dai cavalli dei combattenti… era talmente densa che non si poteva vedere a più di cinquanta piedi in ogni direzione, con duemilacinquecento o tremila indiani al galoppo su quella pianura polverosa si può immaginare la situazione.
Dopo aver attraversato il fiume ho dovuto risalire la ripida costa, così ripida che molti cavalli, esausti, non hanno potuto portare su i loro cavalieri, che, smontati, hanno dovuto trascinare le bestie sfinite, il tutto sotto il fuoco degli indiani nascosti nella boscaglia. Nella risalita ho superato il corpo del Dottor De Wolf, uno dei nostri chirurghi, ucciso mentre tentava di guadagnare la salvezza.
Sono arrivato in cima illeso e lì ho trovato il Capitano French con una ventina di uomini e mi sono unito a loro. French era fresco come se non fosse stato in battaglia e il suo volto era rilassato e non faceva trasparire nervosismo o paura, aveva un perfetto autocontrollo ed ero felice di essere sotto la sua guida. Eravamo però veramente preoccupati per il resto del comando. Dove era Custer? E perché non ci aveva sostenuto nell’attacco come aveva promesso? Avevo il timore che saremmo stati spazzati via prima che qualsiasi aiuto fosse potuto arrivare.
Ormai gli indiani brulicavano sulle cime delle alture cercando di circondarci. Non molto tempo dopo è arrivato Benteen con le sue tre compagnie; non so dove fosse stato o quello che aveva fatto, ma i suoi non mostravano segni di aver combattuto.
Noi che eravamo con Reno ci siamo cavati dalla trappola del fiume appena in tempo, avremmo potuto fare la stessa fine di Custer e nessuno è venuto ad aiutarci, anche adesso non capisco perché Benteen non fosse a portata di mano per assistere Reno nella ritirata. Naturalmente aveva i suoi ordini e io non li conosco, ma arrivò in cima alla collina appena dopo di noi.


I guerrieri attaccano i soldati guidati da Custer

Dopo siamo montati tutti e ci siamo diretti verso dove avrebbe dovuto essere Custer, ma non siamo andati molto lontano, i Sioux erano diventati innumerevoli e hanno accolto i primi di noi con una scarica di fucileria impressionante; così siamo stati costretti a tornare sui nostri passi sulla prima posizione. Anche qui, però, non eravamo protetti, c’erano creste più alte della nostra, ora occupate da cecchini indiani che ci bersagliavano con pesanti raffiche. Tuttavia ci siamo sistemati nel modo migliore possibile, abbiamo preparato un ospedale nel posto più protetto e abbiamo sistemato i cavalli appena fuori, picchettati. Abbiamo poi formato una linea di battaglia aldilà dei cavalli e la battaglia è ripresa con vigore, ma ogni nostra mossa dava il via a intense raffiche di fucilate e i feriti aumentavano; a questo punto ci è stato ordinato di stare dietro ai massi e non farci vedere dagli indiani.
Sulle colline più alte c’erano molti pellerossa, ma le nostre carabine a canna corta non potevano raggiungerli… Alla fine è arrivato il nostro Sergente con un’arma di sua proprietà, un fucile molto particolare, e con quello si è messo a sparare proiettili tra gli indiani e ha messo a tacere il loro fuoco.
Per tutto il tempo il Capitano French stava in piedi in mezzo alla nostra linea e dava ordini tranquillamente, come se fosse ad un pic-nic scolastico, poi si sedeva a gambe accavallate mentre le pallottole gli fischiavano attorno da tutti i lati, tranquillamente ricaricava un’arma passandola poi ai soldati e ne prendeva una seconda per fare lo stesso, continuando a guardare in ogni direzione.
Non eravamo molto ben riparati, così col mio coltello ho scavato della terra e l’ho accumulata di fronte a me per poggiarci il fucile. A un certo momento un proiettile ha colpito la terra gettandomene un po’ negli occhi e sono rimasto cieco per più di un’ora.
Quel pomeriggio ero ancora steso a faccia in giù quando un tacco del mio stivale sinistro è stato segato via da un proiettile e questo è stato il massimo che gli indiani mi hanno fatto, ma a molti miei compagni è andata assai peggio.
Con tutti quegli avvenimenti tristi di quel giorno mi ricordo però anche la piacevole risata del nostro commilitone conosciuto come “Happy Jack” per il suo carattere gioioso; sotto tutto quel piombo che veniva giù sentivo la sua risata allegra, non so cosa avesse da ridere, ma mi rallegrava e mi faceva sentire un poco più coraggioso.
In un’altra circostanza io e un compagno abbiamo trascinato un ferito all’ospedaletto da campo. Lo trascinavamo per non esporci, ma quando ci siamo alzati per andare verso i cavalli, un colpo ha centrato il mio compagno ad un orecchio, ferendolo in maniera non grave. Tornato alla mia posizione, ho visto che il soldato vicino a me è stato colpito ad una spalla.


La postazione difesa dai soldati di Reno e Benteen

Il fuoco è stato pesante per tutto il pomeriggio ed è continuato fino al tramonto, che in quella regione e in quel periodo dell’anno avviene circa alle ore 21. Solo allora abbiamo avuto un po’ di respiro durante il quale abbiamo rinforzato le difese e migliorato i parapetti. La notte siamo stati tenuti svegli da Reno e dagli ufficiali che hanno girato intorno a noi per tenerci all’erta; è stato duro dopo una giornata come quella trascorsa, ma abbiamo avuto poche possibilità di rilassarci.
All’alba del 26 la battaglia è ricominciata con vigore, era quasi giorno quando un mulo vagante con ancora il suo carico si è avvicinato al nostro campo, in tre abbiamo cominciato a toglierli il carico di biscotti quando gli indiani hanno cominciato a spararci e un proiettile ha colpito un pacco; allora siamo rientrati di corsa ai nostri posti. Quelli sono stati i primi colpi del 26 giugno.
Quel mattino il Dottor Porter, l’unico medico superstite dell’intero comando, è venuto da noi dicendo che i feriti si lamentavano per la mancanza d’acqua e si doveva fare qualcosa. Perciò sono stati chiamati dei volontari ai quali affidare il compito di avventurarsi al fiume. Era estremamente pericoloso perché gli indiani stavano nascosti nella boscaglia lungo la sponda opposta del fiume e impedivano ogni approccio all’acqua. Io non sono sceso col primo gruppo inviato a questo scopo, ma con il secondo. Abbiamo dovuto strisciare cautamente giù per la collina, lungo un fosso fino in fondo per arrivare al fiume, ma il fosso finiva a una trentina di piedi dall’acqua e da quel punto eravamo completamente esposti al tiro degli indiani che sparavano da breve distanza. Avremmo dovuto correre al fiume, riempire i contenitori e tornare sotto il fuoco del nemico…
Quando è scesa la prima squadra nessuno ha pensato di inviare dei buoni tiratori in un punto da cui potessero sparare raffiche di colpi nella boscaglia della riva opposta per proteggere i compagni dal fuoco degli indiani, ma quando siamo scesi noi molti tiratori scelti si sono appostati e hanno aperto il fuoco contro le zone presidiate dagli indiani, così abbiamo potuto raggiungere il fiume, riempire i contenitori e tornare al riparo del crepaccio. Nonostante questo, un proiettile ha forato il bollitore da campo che avevo portato e così ho perso gran parte dell’acqua; tuttavia dopo diversi tentativi siamo riusciti a riempire tutti i contenitori e tornare all’ospedale, dove l’acqua è stata accolta come un dono di Dio.
Ho letto nel racconto del Capitano Godfrey che tutti i volontari che andarono a prendere l’acqua hanno ricevuto la Medaglia d’Onore del Congresso… Io non ho ricevuto nessuna medaglia, né credo che l’abbia ricevuta qualcun altro e se mi sbaglio io non ne ho mai sentito parlare.


La difesa allestita dai soldati su Reno Hill

Quando siamo scesi al torrente lungo il crepaccio abbiamo trovato il soldato Mike Madden, ferito ad una caviglia. Mike era un robusto cavalleggero che era sceso col primo gruppo; a causa della ferita gli venne amputata la gamba nell’ospedale che avevamo allestito e in questa occasione è avvenuto un episodio divertente. Prima dell’amputazione il chirurgo ha dato a Mike una buona dose di Brandy per stordirlo e lui ha sopportato l’amputazione senza un lamento; alla fine gli è stato dato un altro bicchiere di liquore e Mike, schioccando le labbra in segno di apprezzamento, ha sussurrato al medico: “Dottore mi tagli anche l’altra gamba!” In seguito Mike è stato impiegato nel deposito della cavalleria del Dipartimento di St. Paul.
Al fiume con me c’era anche un soldato di nome Jim Weeks. Quando siamo tornati Jim è stato fermato dal Capitano Moylan che gli ha chiesto un poco d’acqua, sono stato sorpreso quando Jim gli ha gridato: “Quest’acqua è per i feriti, tu va all’inferno a prendere la tua!”
Non è stato detto altro, ma per il capitano deve essere stata un’umiliazione difficile da ingoiare.
Dopo essere tornato dall’acqua ho ripreso il mio posto nella barricata e il soldato al mio fianco è stato colpito alle spalle. Il resto della giornata è passato con il solito Capitano French che gironzolava o se ne stava seduto imperterrito sotto le pallottole indiane senza batter ciglio. Non ero più spaventato anche se non sembrava esserci alcuna possibilità di uscirne vivi, eravamo sempre circondati da migliaia di indiani meglio armati di noi e più numerosi di cento a uno.
Devo dire che ho avuto modo di ammirare il maggiore Reno durante gli scontri sulla collina e l’ho visto due volte in fondo al fiume, e non mi è sembrato che fosse sconvolto. Deve essere stato un momento difficile per lui… decidere cosa fare appena iniziato l’attacco, senza il supporto promesso da Custer, con la nostra posizione così critica e le munizioni che stavano finendo rapidamente… se non ci fossimo ritirati saremmo stati spazzati via in pochissimi minuti!
Ho osservato parecchie volte Reno durante il combattimento sulla collina, ricordo il suo andirivieni di tutta la prima notte ad incoraggiare gli uomini e non farli dormire, e anche durante il giorno andava su e giù ad incoraggiare soldati e ufficiali… non so come non sia mai stato colpito, in quanto nessuno di noi poteva fare una mossa senza attirare il fuoco degli indiani. Ho letto degli articoli sulla battaglia del Little Big Horn in cui si affermava che Reno era ubriaco. Io dico che questa è una bugia e che in nessun momento ho visto in lui qualche segno di ebbrezza, né l’ho visto bere alcun tipo di alcolico.


Il punto di osservazione chiamato Weir Point

Alla sera del 26 gli indiani si erano ritirati abbastanza da permetterci di portare le nostre povere cavalcature a bere. Io non sono riuscito a trovare il mio, così ne ho portato un altro, un bel cavallo nero, che ho saputo poi che apparteneva al Capitano Weir.
Poi non abbiamo più sentito spari ma siamo stati all’erta e in linea tutta la notte.
Il mattino dopo abbiamo potuto fare un appello delle compagnie, contando i presenti e i dispersi. Ho una copia di tale appello datami gentilmente da John Ryan, Sergente della mia compagnia. Sul foglio i morti e i dispersi sono contrassegnati con il termine “off”.
Più tardi abbiamo visto un grande polverone venire verso di noi su per la valle, alcuni hanno pensato fossero tornati gli indiani, ma siamo ben presto venuti a sapere che era la truppa del Generale Terry.
Deve essere stato uno shock terribile per lui, che quel giorno… il 27 giugno avrebbe dovuto incontrarsi con Custer per attaccare il villaggio assieme a lui.
Quando è arrivato da noi ci ha detto con le lacrime agli occhi quello che aveva visto della truppa di Custer; non mi sembrava possibile… E’ stato un colpo terribile per noi, tutti avevamo amici nelle compagnie al comando di Custer, nessuno si era nemmeno sognato che potesse aver subito una sconfitta così schiacciante come ci veniva descritta.
Il Generale Terry
Poi è cominciata la preparazione per lo spostamento dei feriti. Abbiamo dovuto abbattere i cavalli feriti e incapaci di muoversi, poi siamo stati comandati di recarci sul luogo dove era caduto Custer con i suoi uomini. Lì, aiutandoci con alcune vanghe e con i pochi attrezzi di vario tipo che avevamo a disposizione abbiamo iniziato le sepolture. Tutto quello che facevamo era rimuovere un po’ di terra nei punti bassi, rotolarci un corpo e ricoprire con la terra.
Alcuni, posso ricordare bene che non erano nemmeno coperti del tutto, ma la puzza di questi corpi sfigurati e in decomposizione, che erano stati esposti al sole e al caldo per due giorni, era talmente forte che era impossibile fare un lavoro dignitoso e seppellirli come si sarebbe dovuto fare. Oltre ai morti c’era anche un gran numero di cavalli che giacevano tutto attorno aggiungendo altro orrore alla situazione.
Sul campo non ho potuto prendere appunti, ma da quello che ho visto, ho capito che questi uomini sono stati sorpresi e uccisi in uno spazio di tempo molto breve; mi ha colpito il fatto che molti di loro hanno ucciso i loro cavalli usandoli come scudo fino a che sono stati uccisi e in un caso abbiamo trovato due uomini che giacevano tra le gambe dei cavalli. Da quello che ho visto mi è sembrato che ci sia stato pochissimo tempo per Custer e i suoi uomini per tentare di organizzare un qualsiasi tipo di difesa.
Tutti i caduti sembravano nudi, il che indicherebbe che non appena i guerrieri hanno finito il loro sanguinoso lavoro, le squaw hanno avuto tutto il tempo di spogliare i morti degli abiti e degli oggetti di valore, così come hanno tolto selle e finimenti ai cavalli per poi portare via tutto indisturbate; senza dubbio in questo momento si è verificata anche la mutilazione dei corpi e alcuni erano talmente sfigurati che è orribile parlarne… Dopo essere stati scotennati, i teschi sono stati schiacciati con martelli di pietra e i corpi tagliati in molte parti.
Senza dubbio molti di loro erano solo feriti quando gli è stato fatto questo, alcuni corpi erano pieni di frecce, negli occhi, nel collo, nello stomaco e altri posti.
In particolare ho osservato il corpo del capitano Tom Custer, che era il mutilato in condizioni peggiori, il suo corpo era crivellato di frecce.


I poveri resti di cavalli e uomini e le sepolture provvisorie

Si dice sia stato ucciso da Rain-in-the-Face vendicatosi di quando fu da lui arrestato l’anno prima a Standing Rock. Il corpo di Tom Custer giaceva a una ventina di piedi da quello del Generale suo fratello e vicina a quella dell’aiutante Cooke; una parte del volto era stata scotennata, con l’asportazione dei baffi e delle splendide basette, il corpo era anche gravemente mutilato.
Il corpo del generale Custer non era stato toccato dagli indiani ed era evidente che era stato ferito due volte. Alcuni dicono che gli indiani non mutilarono il corpo di Custer per rispetto al suo coraggio. Altri dicevano che era perché gli indiani volevano che i bianchi sapessero che era stato sicuramente ucciso.
Boston Custer è stato trovato vicino ai corpi dei due fratelli; era lì vicino anche quello di Mark Kellog, giornalista del Bismarck Tribune e del New York Erald, che aveva accompagnato la spedizione, e tutti questi corpi erano sulla linea più vicina al fiume e davano l’impressione di essere stati bloccati da una forza travolgente che si è abbattuta su di loro così rapidamente e in superiorità numerica da togliere loro ogni possibile tentativo di allestire combattimento difensivo.
Stavo lavorando con una vanga a seppellire questi morti alla fine della linea e sono sicuro che abbiamo usato molta terra per coprire il corpo di Custer e abbiamo innalzato sopra di lui un tumulo più grande di tutti gli altri.
Ho sentito che quando l’anno dopo una spedizione è andata a recuperare il corpo di Custer e gli altri ufficiali non hanno potuto verificare con certezza la sua identità.
Non credo che questo sia possibile, il suo corpo non era mutilato e il grande tumulo sopra la tomba avrebbero dovuto essere motivi sufficienti per la sua identificazione.
Deve essere stata una grande soddisfazione per gli indiani sapere chi avevano ucciso; avevano avuto paura di lui e lo conoscevano come il capo che combatteva più duramente contro di loro, un soldato impavido e coraggioso, e molti saranno d’accordo con me, era anche un capo difficile da seguire.


Il punto in cui venne trovato il corpo del Generale Custer

Aveva sempre con sé diversi buoni cavalli e se necessario poteva cambiare cavalcatura anche ogni tre ore e questi non portavano altro che la sella e il cavaliere, mentre i nostri oltre all’uomo e la sella portavano anche coperte, carabina, revolver, tascapane, borraccia, razioni di avena per dieci giorni, e 150 colpi di cartucce cal. 45 che da sole pesavano dieci libbre e non avevamo cavalli di ricambio. Dopo la marcia forzata notturna che avevamo fatto, non è un segreto che arrivati al Big Horn i nostri cavalli erano già fiaccati ancor prima di entrare in azione e molti furono riportati alla retroguardia.
Un amico mio, di una delle compagnie di Custer, è stato fortunato, il suo cavallo era sfinito ed è dovuto tornare con la retroguardia invece di entrare in azione.
Con la sua marcia forzata, abbiamo generalmente inteso che Custer abbia disobbedito agli ordini del Generale Terry, che pensavamo fossero quelli che le due colonne si dovessero incontrare il giorno 27 per l’attacco.
Ho davanti a me una copia delle istruzioni scritte da Terry a Custer. Queste dicono che Custer doveva conformarsi agli ordini a meno che non avesse sul campo ragioni sufficienti per discostarsene e si legge anche: “Ma si spera anche che gli indiani, i quali al momento dovrebbero essere sul Little Big Horn, non riusciranno a sfuggire all’attacco delle due colonne, di Terry e di Custer.”
In questo ordine non viene menzionato il giorno 27, ma si indica chiaramente che le intenzioni di Terry erano quelle di partecipare all’attacco anche con la sua colonna.
Si è capito che Custer era stato messo a margine nell’esercito su ordine del Presidente Grant e che il suo progetto era di riportare una vittoria personale da non condividere con altri… Con la vittoria anche le accuse contro di lui sarebbero state respinte.
Questo può averlo spinto a prendere una decisione disperata e compiere l’errore fatale. Quando ha visto il campo indiano dal crinale col suo immenso numero di tepee, come ha potuto non pensare che la sua forza era assolutamente inadeguata per fronteggiare migliaia di guerrieri, nella valle sottostante oltretutto molto meglio armati dei suoi uomini?
Io, come molti altri credo sia stato un errore dividere la colonna e se l’avesse tenuta unita e attaccato il villaggio da una parte soltanto avrebbe potuto vincere o almeno metterli in fuga.


L’ultima difesa di Custer e dei suoi

Circa un anno dopo la battaglia, mentre stavo cucinando per il Capitano French, abbiamo parlato in confidenza della battaglia del Little Big Horn e gli ho chiesto cosa avrebbe fatto se fosse stato lui al posto di Custer. La sua risposta fu: “Non ci sarebbe stata nessuna battaglia”. Gli ufficiali, di regola, sono restii a dire qualcosa contro un altro ufficiale, indipendentemente dal loro intimo pensiero, così in tutte le dichiarazioni rilasciate dagli ufficiali presenti al Little Big Horn, nessuno ha espresso pareri negativi sulla tattica di Custer, se abbia fatto bene o male a dividere gli uomini o non aspettare Terry per l’attacco.
Dopo aver seppellito i morti sul campo di battaglia di Custer siamo andati a seppellire i morti di Reno della battaglia sul fiume e lo abbiamo fatto sul posto dove erano caduti. Anche loro erano stati orribilmente massacrati… Isaiah Dorman, lo scout negro e interprete, è stato trovato con il corpo e la testa trafitti da innumerevoli frecce ed era stato orrendamente mutilato. Al caporale Henry Scollen della mia compagnia era stata staccata la gamba destra; Jim Turley è stato trovato con il suo coltello infilato del tutto in un occhio; anche i corpi di altri tre della mia compagnia, Gordon, Myers, e Summers erano stati mutilati e non abbiamo trovato il corpo del capo scout Charley Reynolds, la guida preferita di Custer, che era sicuramente stato colpito al fiume… ma non ho visto tutti i corpi che erano sparsi per tutto il bosco.
La ritirata ordinata da Reno, con le centinaia di indiani che crescevano continuamente di numero e ci erano addosso, ci ha consentito di sottrarci alla morte appena in tempo e considero una fortuna che Reno abbia avuto il buon senso e la lungimiranza di agire come ha fatto, dandoci così una possibilità per sopravvivere. Mi ricordo che quando sono saltato nel fiume avevo un indiano a cavallo talmente vicino che avrei potuto colpirlo con la sciabola, se solo ne avessi avuta una.
Il mio compagno Smith, di cui ho già parlato, quello che il suo cavallo trascinò al galoppo tra gli indiani, potrebbe essere stato catturato vivo. Dalla nostra posizione, la notte del 25, abbiamo potuto vedere molti falò accesi nel campo indiano con gli indiani che danzavano attorno al fuoco, e mi venne in mente che potessero torturare e bruciare dei prigionieri.
Finita la sepoltura dei morti, il passo successivo è stato quello di trasportare i feriti dal campo di Reno fino al piroscafo degli approvvigionamenti “Far West” che si trovava alla foce del Little Big Horn in attesa di ordini. Non è stato un compito facile, ma abbiamo fatto il possibile per renderlo confortevole e molti sono stati trasportati con “travois” fatti con pali prelevati dai tepee del villaggio abbandonato e in posti così accidentati pur non essendo il mezzo migliore di trasporto, purtroppo era l’unico possibile.


Il piroscafo “Far West” su cui vennero caricati i feriti

Dopo che i feriti sono partiti per Bismarck in un viaggio di 1.000 miglia, il resto del 7° reggimento si è unito alle forze di Crook e ora tutte le forze erano in grado di sconfiggere qualsiasi gruppo di selvaggi che avessero incontrato, ma non ne trovarono nessuno.
Per motivi che non conosco, il capo scout Buffalo Bill Cody non rimase con noi molto a lungo; se ne andò, si dice, per un malinteso o una discussione con Crook. Questo si sentiva dire, ma senza essere confermato.
Dopo il Little Big Horn ho incontrato molti impostori che raccontavano le loro “esperienze” su quel campo fatale, ma che non c’erano stati affatto. Ho letto, oserei dire, un centinaio di testimonianze sulla morte degli “ultimi sopravvissuti della colonna di Custer” e tutte queste storie sono assolutamente false, in quanto non vi furono sopravissuti, tutti gli uomini furono uccisi. Uno degli scout Crow di Custer, Curley, che si è posto a lungo come l’unico che sia riuscito a scampare, non credo abbia mai lottato con Custer, ma al massimo è stato coinvolto nelle scaramucce prima dell’attacco, fino a quando non ha avuto l’occasione di allontanarsi inosservato.
Ho letto poi la storia di Peter Thompson, della sua partecipazione all’attacco di Custer e come ha vissuto la battaglia dall’inizio, e alla fine sotto il comando di Reno, dirò dove molte sue affermazioni differiscono dalle mie. Per cominciare afferma che il suo cavallo si era “sfiancato” e lui lentamente si è messo a seguire la truppa che lo aveva preceduto, ma in questo caso sarebbe stato raggiunto dalla retroguardia e integrato in essa, come è successo a tutti gli altri che si sono trovati nella sua condizione, e a quel punto non gli sarebbe stato permesso di andare in giro, come asserisce, per conto suo. Se non è stato raggiunto dalla retroguardia significa che ha lasciato il sentiero, ma perché avrebbe dovuto? Sul sentiero poteva sentirsi sicuro, aveva truppe davanti e altre che sopraggiungevano… Può essere andato a nascondersi per la paura!
Peter Thompson in un raro ritratto
Poi dice di aver incontrato Jim Watson e assieme avrebbero proseguito con un cavallo sfinito, combattendo alla spicciolata contro alcuni indiani e tutto questo per ore.
Dice che ha scritto questa storia – originariamente pubblicato nel “Belle Fourche Bee” perché la leggessero i suoi figli e non per la pubblicazione. Penso abbia saputo della morte di Jim Watson o non l’avrebbe ancora tirata fuori. Watson era un mio intimo amico e compagno nel servizio militare per tutti i cinque anni, a partire da Cincinnati dove ci siamo arruolati nello stesso momento, siamo stati sei settimane assieme a St. Louis, notte e giorno in continuazione.
Lui è stato assegnato alla compagnia C, io alla M, quindi ci siamo separati, di stanza in Forti differenti, ci siamo riuniti per la campagna, dove ci vedevamo tutti i giorni.
Al Little Big Horn era nella colonna Custer, ma il suo cavallo ha ceduto ed è rimasto indietro, è stato ripreso dalla retroguardia.
Ero con Reno e dopo la battaglia al fiume e dopo esserci sistemati sulla collina con Benteen e le sue forze, è arrivata la retroguardia e con loro ho ritrovato Watson che mi ha raccontato del cedimento del suo cavallo, dell’abbandono della Compagnia e del rientro con la retroguardia; non mi ha detto nulla su una fuga assieme a Thompson, sono sicuro che mi avrebbe raccontato una storia del genere, siamo stati molto assieme da quel momento sino al congedo, siamo partiti assieme per Chicago, poi lui e andato a casa a Gran Rapids nel Michigan e io sono tornato a Cincinnati, in Ohio. Ricordo che Watson era gravemente ammalato d’asma e non pensavo sarebbe vissuto a lungo; gli ho dato il mio indirizzo e gli ho chiesto di scrivermi, ma non l’ha mai fatto.
Forse ho conosciuto Thompson mentre eravamo in servizio, ma ora non lo ricordo, la storia che ha raccontato,cioè il girovagare da un posto all’altro dopo che è ritornato con il gruppo di Reno, non mi convince, non sarebbe stato mai autorizzato a girare, come dice lui… avevamo appena il permesso di alzare la testa da terra per non attirare il fuoco degli indiani appostati sui crinali al di sopra di noi. Dice di essere andato al fiume a prendere l’acqua quattro volte, e questo dopo essere stato colpito ad un braccio, ma questo era un compito per un uomo con due buone braccia, io lo so perché ho provato, sono disposto a credere che abbia fatto un viaggio per prendere l’acqua, non di più, e ritengo che facendolo abbia compiuto un atto di coraggio.
William Slaper ormai anziano
Quando dice di aver visto il gruppo di Custer va oltre al credibile, e quello che ha detto contro il Maggiore Reno sono semplici bugie, era risentito con Reno che riteneva la causa della morte di tutti gli uomini della sua compagnia che erano con Custer.
Il signor Thompson ha una buona reputazione nella sua città, dove è ritenuto un buon cittadino, e se volesse sedersi e scrivere un racconto dei fatti, ma solo delle sue esperienze dirette nella vicenda Custer, sarebbe veramente interessante.
Ma la sua storia, così com’è, finche ci saranno in giro dei “vecchi ragazzi” del 7° Cavalleria che possono contestarla, non potrà mai passare!
In conclusione vorrei precisare che quello che ho scritto di questa battaglia è quello che ho visto o, meglio, ho descritto le cose come si presentavano alla mia vista.
Altre storie possono essere diverse poiché ogni altro uomo, dal suo punto di vista, ha potuto vedere molte cose – e sapere cosa è successo a lui – che altri non hanno visto.
Questa storia può andare sotto gli occhi dei vecchi compagni che erano con me quei giorni, è scritta in modo veritiero e nessuno può contestare le mie affermazioni.
Nessuno può scrivere una storia sulla vicenda (come molti hanno già fatto) senza tenere conto di tutte le testimonianze, anche le più controverse tra loro.

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