La storia dei Potawatomi

A cura di Davide Zaccaria


I Potawatomi erano una tribù potente e vivevano nel Michigan sud-occidentale. In genere il nome con cui si definivano è “Bodewadmi”, ossia “custodi del fuoco”. I Potawatomi parlavano una lingua algonchina, molto simile alla lingua parlata dai Chippewa che erano tradizionalmente loro alleati.
I potawatomi, prima che arrivassero i colonizzatori bianchi, erano circa 10.000, ma per via delle malattie dai nuovi arrivati il loro numero calò drasticamente. Leggi il resto

Gli indiani Pueblo

Pueblo – clicca per INGRANDIRE
Con il termine Pueblo non si indicano propriamente gli indiani ma i villaggi in cui vivevano alcune tribù del New Mexico e Arizona. Questi pueblo vennero costruiti da un popolo chiamato Anasazi: erano vere e proprie città che però furono abbandonate prima della venuta dell’uomo bianco, probabilmente a causa delle siccità e dei continui attacchi da parte degli Atabaschi, gli antenati degli Apache e dei Navajo.
Dalle loro abitazioni presero il nome di “Pueblo” anche gli indiani che le abitavano. I villaggi erano costituiti da case costruite con fango soprattutto attorno a grandi muraglie di roccia; si componevano di varie stanze, tutte collegate fra loro, e potevano raggiungere anche i cinque o sei piani. Ogni villaggio era fortificato da parapetti di difesa e raggiungibile solo per mezzo di scale che in caso di pericolo venivano ritirate. Leggi il resto

Nueva Vizcaya

A cura di Gianni Albertoli

Secondo l’Orozco y Berra e il Bancroft, il “Regno della Nueva Vizcaya”, nel XVII secolo, era la terra di alcuni gruppi indigeni ben definiti linguisticamente, tra i quali i principali erano i Tepehuanes, gli Acaxees, i Xiximes, i Tarahumaras, i Conchos e i Tobosos. Il Chihuahua sarebbe diventato il nucleo centrale del regno. I primi esploratori spagnoli lo raggiunsero verso la metà del XVI secolo, e il Chihuahua divenne importante dopo la scoperta delle miniere di Santa Barbara (1567). Leggi il resto

I Broncos, Apache indomiti

A cura di Josephine Basile


Il 4 settembre del 1886 la banda Chiricahua di Geronimo e Naiche si arrese al generale Nelson Miles nel Canyon dello Scheletro (Arizona) e gli Statunitensi considerano terminate le guerre Apache.
Sul finire del XIX secolo, mentre i Chiricahuas iniziavano una tappa di più di un quarto di secolo come prigionieri di guerra (in Florida, Alabama e Oklahoma) il resto delle tribù Apache si trovava nelle riserve di San Carlos, Fort Apache, Mescalero e Jicarilla. Ma, senza dubbio, non tutti gli Apache si trovavano in questi luoghi, giacchè ne restavano altri nel nord del Messico. Leggi il resto

Gli Shawnee


Le origini preistoriche degli Shawnee sono incerte. Come altre tribù che utilizzavano il linguaggio Algonquian, possono aver avuto origine nell’area intorno al lago Winnipeg (nella provincia di Manitoba in Canada). Ad un certo punto devono essere emigrati nei territori dell’Ohio, nell’area attualmente compresa tra l’ovest della Virginia, il sud dell’Ohio e il nord del Kentucky.
Alcuni studi hanno tentato di dimostrare che gli Shawnee discendevano dalle popolazioni preistoriche di cultura Fort Ancient (una cultura che fiorì tra il 1000 e il 1500 nella popolazione che, in gran parte, popolava le terre lungo il fiume Ohio); altri studi hanno confutato questa teoria. Leggi il resto

“Mi son fatto fare dei mocassini.” Guerra ed etica del guerriero tra i Crow

A cura di Anna Maria Paoluzzi

Bell Rock
Come per tutte le tribù delle pianure, la guerra era un banco di prova fondamentale per l’uomo Crow: lo status sociale di ogni singolo individuo, per quanto grande fosse il valore attribuito ad altre qualità (generosità, abilità oratoria, poteri sciamanici), dipendeva dal suo valore in guerra. Il coraggio in battaglia era infatti ciò che assicurava il benessere materiale, visto che oggetti e merce di valore, come cavalli, coperte e armi, provenivano dal bottino che si riusciva a razziare durante le spedizioni di guerra. Anche la religione era strettamente legata alla guerra: l’antica Danza del Sole Crow, che era essenzialmente una preghiera di vendetta, aveva perciò forti connessioni con i successi e gli insuccessi militari. Leggi il resto

Le 500 Nazioni: il nord-ovest

Nonostante la ristrettezza della zona abitabile (limitata ad Est delle montagne) la costa nordoccidentale del Pacifico ha fornito un ambiente ideale per gli abitanti indigeni, grazie ai fiumi Colombia e Fraser eccezionalmente ricchi di salmone.
Questo habitat particolarmente ricco, insieme al contributo di quello collinare, consentì l’incremento della popolazione che dette vita ad una cultura molto elaborata, organizzata in grandi case di legno e caratterizzata da ricche cerimonie e da un raffinato artigianato in legno. I villaggi solitamente erano composti da cento o più abitanti imparentati fra loro secondo una modalità gerarchica: i vari membri venivano ordinati in base al grado di parentela col capo. Solo i prigionieri di guerra e gli schiavi erano esclusi da questa classificazione.
Di fondamentale importanza era considerata la ricchezza individuale o di gruppo, che veniva ridistribuita durante il potlatch, una cerimonia nella quale il capo e il suo gruppo regalavano i loro beni. Leggi il resto

Guerra e sangue nella valle del Susquehanna

A cura di Armando Morganti

La tribù Susquehannock fu indiscutibilmente una popolazione guerriera, che giunse a dar filo da torcere ai potenti Irochesi fino alla sua scomparsa storica, anche se questi indiani hanno lasciato tracce nella tribù Mingo dell’Ohio. I Susquehannock erano stanziati sui relativi rami dell’omonimo fiume Susquehanna, dall’estremità settentrionale della Chesapeake Bay, nel Maryland, fino alla Pennsylvania meridionale, con bande anche nella parte settentrionale della Virginia. Linguisticamente appartenevano al ceppo Irochese e parlavano un dialetto simile a quello degli Huron dei Grandi Laghi. Molto incerta è la valutazione numerica sulla loro popolazione originaria, poiché raramente i primi europei hanno visitato i loro insediamenti.
Comunque, intorno all’inizio del XVII secolo, i Susquehannock erano valutati in una cifra variabile fra i 5 e i 7 mila individui, divisi in 5 gruppi tribali, ma entro l’inizio del XIX secolo erano ormai ridotti a sole 300 anime. Leggi il resto

Big Bend 1673-1674

A cura di Gianni Albertoli

Nell’aprile 1673, don Marcos, un leader Jumanos, comparve davanti al generale Echeberz y Subiça a Saltillo, il capo richiedeva alle autorità il permesso di stabilirsi in un pueblo. Don Marcos era accompagnato da suo fratello don Lacaro Agustin, e da un altro capo anche esso noto come don Marcos, e appartenente alla tribù Babane. Il generale spagnolo avrebbe richiesto l’aiuto di padre Juan Larios, ben noto conoscitore della lingua nativa Nahuatl; l’Echeberz y Subiça avrebbe poi invitato il capo Jumanos a portare la sua gente a discutere con le autorità. Il don Marcos dichiarava che vi erano tre gruppi al suo seguito e tutti volevano insediarsi in un pueblo, oltre ai suoi, vi erano i Babane e i Bobole, questi ultimi con i loro alleati e stanziati nella “Provincia del Coahuila e nella valle del bufalo”. Il generale dovette organizzare una riunione per valutare la fondatezza delle richieste, soprattutto le autorità militari ed ecclesiastiche si sarebbero dichiarate entusiaste della proposta. Leggi il resto

I Seminole

I Seminole di Osceola vivevano nelle paludi della Florida. Alligatori, serpenti, mosquitos, malattie, caldo infernale e umidità; e il bello è che i Seminole mica erano nati lì: c’erano arrivati, come derivazione della tribù Creek, dalla Georgia e dall’Alabama.
In poco tempo, in ogni caso, divennero padroni incontrastati della zona.
A farne le spese, nel corso di tre guerre durate in tutto dodici anni, furono i soldati bianchi che morivano senza vedere quasi mai chi li ammazzava; i generali che si susseguirono nel vano tentativo di mettere in catene i Seminole e infine i contribuenti americani, cui solo la seconda guerra Seminole costò la bellezza di 30 milioni di dollari.
Osceola era figlio di un’indiana Creek e di un mezzosangue, di un mercante scozzese o di uno schiavo negro fuggitivo. Poi c’e il pittore George Catlin, che lo ritrasse durante la prigionia e disse invece che «nell’aspetto e nella mentalità è certamente un indiano purosangue».
Ai Seminole, in ogni caso, non è che la purezza della razza importasse molto; già loro stessi un po’ “bastardi”, finirono per accogliere parecchi schiavi di colore che si batterono poi, vista la quantità di mulatti che c’era, al fianco dei guerrieri e pure a quello delle donne. Leggi il resto

Pagina successiva »