Un cuore Apache

A cura di Josephine Basile

Partendo da Ciudad Anáhuac (Nuevo Leon) e dirigendosi verso sud-est, dopo circa 70 chilometri si giunge in un vecchio e sperduto villaggio fantasma, situato nel municipio di Guerrero (Taumalipas) e conosciuto come San Rafael de las Tortillas.
Las Tortillas dorme sotto il sole cocente da secoli, cullato tra mesquitales e terre incolte di bassi cespugli. Per le strade rovinate del piccolo pueblo si respira ancora il soprassalto e la paura dei suoi antichi abitanti, quando questa zona fu passaggio di banditi, apaches e comanches, che colpirono gli antichi Neoleonenses e Tamaulipecos di queste terre fino a Zuazua, Santo Domingo e Santa Catarina. Le case sono di adobe e pietra, e le loro grosse pareti hanno porte e finestre di grezzo mesquite; sono vere fortezze, con tanto di feritoie nei quattro punti cardinali, che ci fanno rivivere la difesa di ogni casa, quando il bandito, il guerrigliero e l’indio barbaro attaccavano il villaggio.
Gli anziani riesaminano i loro ricordi e raccontano le storie che, come una preziosa eredità, gli lasciarono i loro vecchi; tra queste trame si distingue la leggenda di quel barbaro bianco, che tra i due mondi che gli si offrirono ascoltò i dettami del suo cuore apache.


La mappa in cui si vede San Rafael de las Tortillas

Si dice che era la prima metà del secolo XIX e, in quel tempo, gli abitanti di San Rafael de las Tortillas dovevano portare il loro grano fino ai mulini di Nava (Coahuila), per farlo diventare farina.


San Rafael de las Tortillas

Il viaggio durava 4 settimane e si dormiva accampati sotto le stelle, cibandosi di selvaggina o di “pinole de frijol”, al quale si aggiungeva solo dell’acqua per mangiarlo, quando non vi era altro. Ma la parte più dura dell’avventura non erano le strade sotto il sole cocente, ma la presenza dei guerrieri Indios, che in gruppi o tribù intere si spostavano da un lato all’altro di quelle colline.


Gli Apache preparano un’imboscata

Si racconta che una volta uscì da Las Tortillas una carovana di carri, per trasportare i portatori di grano a Nava. Viaggiavano armati e disposti ad affrontare i pericoli: fiere, banditi, indios, chiunque si trovassero di fronte. Passò un mese e il ritorno di quella carovana non si vide. Le famiglie di Las Tortillas si preoccupavano pensando a che cosa fosse successo ai pellegrini, pregando per un loro felice ritorno; ma col passar dei giorni si spense la fiamma della speranza. Allora, venti uomini a cavallo e ben armati, uscirono ad esplorare le strade verso Nava; a 5 giorni di viaggio trovarono i carri distrutti, vuoti, e i corpi di uomini e donne – già divorati dalle fiere – uccisi a colpi di frecce e lance. Gli Apaches, un’altra volta!
Quegli uomini effettuarono un riconoscimento e contarono i corpi, accorgendosi che tra i tanti morti ne mancava uno: era un bimbo di 5 anni, che si diede perduto per sempre.


La partenza di una carovana

Un coro di pianti si ascoltò per le strade di Las Tortillas e nei ranchos vicini, come una lugubre canzone di dolore e morte. In breve tempo, la rassegnazione: la vita doveva proseguire, giacché questo era il quotidiano vivere di quel tempo. Gli anni passarono e molte altre vicissitudini seguirono, nel costante scontro con i guerrieri Indios, che stagionalmente assalivano la zona per tutte le vecchie strade, da Sabinas a Villaldama e da Las Tortillas a Lampazos.
Ma, una volta, una pattuglia militare affrontò un gruppo apache, che si dovette infine arrendere di fronte alla superiorità numerica e d’armamento. Tra questi Apaches, ve ne era uno con la pelle bianca abbronzata dal sole, gli occhi dipinti e una folta barba nera. Sebbene parlasse la loro lingua e vestisse come loro, in realtà quel guerriero non era un Indio.


“In realtà quel guerriero non era un indio!”

I soldati non fecero prigionieri e uccisero gli apaches, uno per uno; ma l’Indio barbuto lo lasciarono in vita, legato saldamente a un albero vicino all’accampamento. Era inutile cercare di parlargli. Gridava nel suo dialetto e cercava di colpire a calci chiunque si avvicinasse; fino a che, per sete e fame, dovette accettare quanto gli elargiva il nemico. Venne trattato con curiosità e pazienza e lo mantennero legato fino a che, poco a poco, gli si fece recuperare il ricordo di una lingua dimenticata. Lo portarono legato a San Rafael de las Tortillas, e qui rimase prigioniero, fino a che ricordò pienamente lo spagnolo; gli fecero anche comprendere che non era un Indio, ma bensì un uomo bianco, e che se aveva condotto una vita diversa, fu perchè 20 anni prima lo avevano rapito assassinando i suoi genitori.
Poco a poco, si spense il suo essere selvaggio, e così, infine, lo liberarono per reinserirlo nella comunità. Inizialmente non si riuscì a trovare alcun parente, fino a che una famiglia – che si diceva fossero suoi cugini – gli diede riparo e sostentamento, accogliendolo nella loro casa. Il barbaro bianco era ritornato all’ovile dei civilizzati.
Un lungo anno trascorse, durante il quale quell’uomo apprendeva con interesse il lavoro di routine degli agricoltori e pastori; ma sempre, ad ogni tramonto, rimaneva con lo sguardo fisso all’orizzonte, sentendo forse la mancanza della vita indiana, o forse, sognando gli occhi neri di qualcuna, che lasciò piangendo in lontananza. Si appassionò alla caccia al cinghiale e al cervo, e molte sere usciva a cavalcare per perdersi nella notte, per poi ritornare con il sole della mattina e con un animale di traverso sulle gambe. Gli si diceva che non era necessario perdersi così tanto lontano… ma lui assicurava che gli piaceva cavalcare distante, per cacciare con la luna e dormire con il frinire dei grilli. Si rispettò questo suo costume.


Un messicano a cavallo

Fino a che, una mattina, non ritornò più. I parenti e i vicini lo cercarono seguendo il suo percorso, fino a vedere che le tracce del suo cavallo si univano con quelle di un altro: qui, da un lato, vi erano soltanto i suoi pantaloni, il suo poncho e il suo sombrero. Così, scoprirono la verità di quei lunghi viaggi. Il barbaro bianco si era integrato vivendo tra i suoi eguali cristiani; ma giammai poté strappare dal suo essere la nostalgia, per quella vita a cavallo ai 4 venti. Forse aveva un amore che lo aspettava, o forse, fu che non poté uccidere nel suo petto quel lungamente coltivato… Cuore Apache.

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Commenti

2 Risposte a “Un cuore Apache”

  1. mahto cihc, il 21 luglio 2011 20:20

    Non so dove scriverlo per cui lo farò un po’ in giro: vorrei sapere più notizie su Na-de-ga-ah un Apache fuorilegge la fotografia del quale ho trovato sul libro di Haley “Gli Apache” edito dalla Mursia. Sembra che avesse una vista eccezionale e che a ucciderlo fu la sua stessa gente.
    Se qualcuno ne sa qualcosa o potesse dirmi le fonti su cui trovare qualcosa mi farebbe un piacere.

  2. Sergio Mura, il 21 luglio 2011 23:21

    Il posto migliore per porre domande e ricevere le migliori risposte è ancora il nostro forum: http://www.farwest.it/new

    Ti aspettiamo!
    Sergio

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