I primi contatti degli europei con i Tlingit

A cura di Gianni Albertoli

Esistono delle possibilità che prima dell’arrivo degli europei, sulle coste nord-occidentali dell’America settentrionale, i Tlingit abbiano avuto contatti con marinai Cinesi o Giapponesi. Sembra che, verso la fine del XVIII secolo, una giunca giapponese sia stata spinta dalle correnti fino alle Aleutian Islands.
Nel 1815, il brigantino americano “Forester” raggiunse le coste della California rimorchiando una giunca giapponese che aveva perso il suo albero maestro a causa di un nubifragio, la giunca era stata recuperata proprio sulle coste dell’Alaska, era andata alla deriva nell’oceano per ben 17 mesi, e del suo equipaggio, composto da 35 uomini, ne erano sopravvissuti soltanto tre. Le navi spagnole che visitarono le coste dell’Alaska, nel XVI secolo, erano dei galeoni costruiti a Manila, che dalle Filippine erano diretti nel porto messicano di Acapulco.
Il capitano spagnolo Francisco Gali, nel 1584, si sarebbe avvicinato all’Alaska, ma non avrebbe avuto alcun contatto diretto con le popolazioni native; un altro capitano spagnolo, Pedro de Unamuno, nel 1587, avrebbe navigato anche esso lungo le coste dell’America settentrionale.
E’ probabile che gli spagnoli furono i primi europei ad avere contatti diretti con i Tlingit; in ogni caso, l’Archimandrite Anatolii avrebbe riferito di leggende Tlingit riguardanti i loro antichi contatti con gli spagnoli. I Tlingit chiamavano i bianchi “gus’k’ikwáan” o “dleit káa”, termini genericamente significanti “Uomini Bianchi”. Il De Laguna diceva che una leggenda dei Tlingit, del gruppo Yakutat, riferiva che i primi europei con cui entrarono in contatto erano i russi e, più precisamente, una donna, l’unica sopravvissuta di un equipaggio la cui imbarcazione era andata alla deriva. In seguito questa donna avrebbe sposato un indiano della zona.


Il popolo Tlingit sulle canoe

Resta comunque possibile che tutti questi antichi contatti non abbiano avuto alcuna influenza sul destino della nazione Tlingit, soltanto la spedizione Bering-Chirikov (1741) avrebbe avuto un effetto duraturo su di loro. La “Second Kamchatka Expedition”, quella del Bering-Chirikov, sarebbe stata la logica conclusione di quella grandiosa campagna per “meet the sun” (“andare incontro al sole”), campagna avviata da un certo Ermak.
Quest’ultimo era un avventuriero russo che aveva aperto la strada verso la Siberia orientale. Gli avventurieri russi, venivano chiamati “promyshlenniki”, ovvero “cacciatori”, i quali avevano raggiunto la Siberia per dedicarsi alla caccia degli animali da pelliccia (“miagkaia rukhliad”, “roba morbida”, come erano chiamate le pellicce). Questi portavano la “calda mano del sovrano”, imponendo alle tribù locali la riscossione di tributi. All’inizio del XVIII secolo il Governo zarista diede il via ad alcune spedizioni sull’altra sponda dell’Oceano Pacifico, l’attività dei “promyshlenniki” e dei commercianti doveva continuare incessantemente. I primi esploratori facevano parte delle spedizioni di M.S. Gvozdev e I. Fedorov (1732), e di V.I. Bering e A.I. Chirikov (1728 e 1741-42). Fu con questa spedizione che il Bering e il Chirikov scoprirono le coste sud-orientali dell’Alaska (giungo 1741), indiscutibilmente l’anno che dette il via alla storia russa nelle Americhe. Nello stesso periodo sarebbe anche avvenuto il primo incontro tra i russi e gli indiani Tlingit, due imbarcazioni Tlingit avrebbero avvicinato un piccolo battello russo, il “San Pavel” del comandante Chirikov, ma il contatto fu puramente visivo, gli indiani non si avvicinarono, a gesti e a voce invitarono i russi a seguirli a terra.
Un guaritore durante una cerimonia
Era sicuramente un invito pericoloso, infatti alcuni giorni prima un altro battello, e una lancia, con 15 marinai, erano scomparsi in questa zona senza aver lasciato alcuna traccia, e il loro destino è ancor oggi sconosciuto. Il Dauenhauers suggeriva che i Tlingit gridavano “Agai! Agai!”, ma è probabile che gridassero “Ai kaa! Ai kaa!”, un termine significante probabilmente “remare”. Alcuni studiosi avrebbero suggerito che i 15 uomini di Chirikov sbarcati sulle coste erano caduti in un’imboscata dei Tlingit. Anche se questa ipotesi potrebbe essere veritiera, dobbiamo porci qualche dubbio in quanto i russi erano molto ben armati e non avevano soltanto sciabole, fucili e pistole, ma anche un cannone di rame e due razzi segnalatori. I Tlingit raccontano una più convincente versione sul destino degli uomini di Chirikov. Secondo loro i marinai russi sbarcarono sulle rive della Kruzof Island alla ricerca di acqua dolce, ma non avrebbero mai più fatto ritorno sulla loro imbarcazione, “la crudeltà e l’oppressione prevalsero a bordo”. I fuggiaschi furono amichevolmente accolti dai Tlingit locali, e successivamente sposarono donne della tribù; tuttavia, temendo che prima o poi un’altra nave russa avrebbe potuto arrivare sulle coste per “impiccarli e giustiziarli come disertori”, i marinai caricarono alcune imbarcazioni e seguirono la costa verso sud con le loro famiglie. I loro discendenti divennero una delle più prestigiose famiglie del villaggio di “Henya kwáan”, posto sulla Prince of Wales Island. Infatti, quando alcuni spagnoli visitarono il villaggio vi trovarono un frammento di baionetta russa fra gli indiani. Agli inizi del XX secolo, l’insegnante O.M. Salisbury dichiarava che il capo del villaggio di Klawock era un certo Robert Peratovich, un indiano Tlingit il cui nome indicava indiscutibilmente le sue origini russe. Poco tempo dopo, la “San Petr”, guidata dal Bering, giunse sulle coste della Kayak Island. I marinai che sbarcarono trovarono una capanna nativa contenente alcuni oggetti tipici dei Tlingit, ma anche questa volta i russi non sarebbero entrati in contatto con gli indigeni.
Abiti tradizionali
Gli indiani della Kayak Island potevano però anche essere Chugach, Eschimesi oppure Eyak. Al termine della spedizione, i russi avevano visitato la regione della Kodiak Island e le Aleutian Islands; i marinai portarono grandi quantità di pellicce di lontre di mare, facilmente commerciabili in Cina. Le preziose pellicce, e le storie dei marinai sulle misteriose terre dell’est, iniziarono ad interessare i marinai della Kamchatka e i “promyshlenniki”. L’Alaska, come diceva l’eminente studioso russo V.N. Berkh, “eccitava gli intraprendenti mercanti della Siberia, e le storie dei compagni di Bering e Chirikov infiammavano ancora di più il loro desiderio di diventare ricchi con le pelli delle lontre marine”. Agli inizi del 1743 un’altra nave russa iniziava la propria attività di caccia alla lontra sulla Bering Island; altre ne avrebbero seguito la rotta spostandosi sempre più a est lungo la catena delle Aleutian. I russi avrebbero impiegato circa 40 anni per colonizzare queste isole, dove i locali Aleut furono prima soggiogati e poi sottoposti al pagamento di tributi. Qualsiasi resistenza venne soppressa nel sangue, molto spesso con crudeltà estrema; gli Aleut, un popolo libero, fiero e guerriero, si trasformarono in un popolo sottomesso e senza alcun diritto. Il P.N. Golovin scriveva che, “Gli Aleuti sono oggi un popolo mansueto e distrutto nello spirito”, infatti, nonostante continuassero a denunciare le oppressioni dei “promyshlenniki”, il Governo zarista non fece mai nulla per migliorare la loro situazione. Il destino degli Aleut fu quello di praticare i lavori più difficoltosi e pericolosi nella caccia alle lontre marine, erano schiavi dell’autorità coloniale russa e sotto la nuova influenza, la loro cultura tradizionale sarebbe scomparsa nell’arco di qualche decennio. Nello stesso tempo, i russi utilizzarono volentieri alcuni elementi della cultura tradizionale Aleut, in particolare l’uso delle “baidarka”, le tipiche imbarcazioni di pelle che potevano contenere tre persone e che venivano usate dai nativi per cacciare i mammiferi marini. Gli Aleut, sotto l’egida russa, avrebbero organizzato numerose flottiglie di “baidarka” sotto la guida dei “promishlenniki” russi. Nel 1784, il mercante Grigorii I.
La mappa dell’area dei Tlingit
Shelikov avrebbe stabilito una nuova colonia sulla Kodiak Island, questa sarebbe servita per ulteriori spedizioni e, soprattutto, per aprire la strada verso il sud-est dell’Alaska. Dalla colonia i russi avrebbero organizzato parecchie spedizioni di caccia e, prima o poi, avrebbero incontrato i bellicosi Tlingit. I successi russi nella parte settentrionale dell’Oceano Pacifico avrebbero allarmato il Governo spagnolo, il quale rivendicava il possesso dell’intera costa occidentale del continente. Nel 1774, il viceré della Nuova Spagna, il Marquis A.M. Bucareli, equipaggiò una spedizione navale per esplorare la costa nord-occidentale dell’America settentrionale. Tuttavia, le navi di questa spedizione non avrebbero mai raggiunto le coste dell’Alaska sud-orientale, e ciò non avvenne fin quando, l’anno successivo, un equipaggio della goletta “Sonora” poté sbarcare sulle coste dell’Arcipelago Alexander, dove ebbe il primo contatto con gli indiani Tlingit. In primo luogo, una goletta, comandata da un tenente reale della Flotta Militare, Juan Francisco de la Bodega y Quadra, esplorava la Bucareli Bay, sulla sponda occidentale della Prince of Wales Island, dove gli spagnoli incontrarono gli indiani Kaigani e, molto probabilmente, anche i Tlingit della “Henya kwáan”. Qualche tempo dopo la “Sonora” iniziò a spingersi a nord, fino a raggiungere la Baranof Island. Il diarista della spedizione, F.A. Maurelle, avrebbe annotato alcune zone geografiche, le San Jacinto Mountain (Edgecumbe), il Cabo de Engaño (Cape Edgecumbe) e la Ensenada de Justo (Sitka Bay). Quando gli spagnoli sbarcarono sulle coste notarono alcuni guerrieri Tlingit che si nascondevano non lontano da una abitazione fortificata con una palizzata. Gli spagnoli, imperturbabili, costruirono una croce di legno e la piazzarono su un dirupo, era un simbolo della loro dominazione; gli indiani, dal canto loro, non capirono il significato del gesto e quando i bianchi salparono verso l’alto mare, portarono la croce nel loro villaggio. Gli spagnoli non prestarono grande interesse per i nativi, non erano abituati a commerciare con gli indiani ma, soprattutto, a garantire i diritti della Corona sulle nuove terre. Il Maurelle annotava che nei pochi incontri con i Tlingit, i marinai offrirono loro delle perline e delle stoffe di fabbricazione spagnola.


Le capanne in riva al mare

La “Sonora” continuò a navigare verso nord fin quando raggiunse il 58° di latitudine nord, poi volse la prua per tornare indietro, soprattutto perché buona parte dell’equipaggio si era ammalato. E’ molto probabile che la goletta abbia portato il vaiolo nel territorio, provocando una devastante epidemia fra le tribù. Il navigatore inglese N. Portlock, dopo aver esplorato la sponda orientale della Chichagof Island (“Hoonah kwáan”), nell’agosto 1787, riportava che la popolazione del territorio era piuttosto scarsa e che, probabilmente, era stata colpita da una epidemia di vaiolo, le cui tracce erano ben visibili sui loro volti. Poiché non vi erano facce “butterate” sui volti dei bambini sotto i 12 anni, il Portlock dedusse che il vaiolo era stato portato dagli spagnoli nel 1775. Uno dei più anziani capi dei “Sitka kwáan”, Saiginak, disse al Khlebnikov che il vaiolo si era diffuso tra la sua gente dopo il 1770 e, inoltre, ricordava che sopravvissero non più di una o due persone per famiglia. Non possiamo però escludere che l’epidemia fosse stata portata sulla costa da un’altra spedizione spagnola, datata 1779, come supposto dallo storico americano W.L. Cooks.
Due fregate reali – “la Princessa” e “la Favorita”, al comando del tenente Ignacio Arteaga e Bodega y Quadra, avrebbero visitato ancora la Bucareli Bay dove gli spagnoli commerciarono con gli Henya Tlingit. Il diarista della spedizione segnalava che il comandante comprò tre ragazzi e due ragazze, evidentemente schiavi appartenenti ad altre tribù nemiche. Le navi proseguirono poi la rotta verso nord, costeggiando il Prince William Sound, e piegare a sud verso la California. Dopo queste due spedizioni, nel 1791, i Tlingit avrebbero incontrato altre due corvette, la “Descubierta” e la “Atrevida” che, guidate da Alessandro Malaspina, stavano facendo il giro del mondo.


A pesca sulle canoe

Gli spagnoli entrarono in contatto con gli Yakutat Tlingit, da cui ricevettero pesce fresco, pellicce e manufatti in cambio di ninnoli, oggetti metallici e abbigliamenti vari. Secondo il Malaspina, gli indiani erano già abituati ad incontrare uomini bianchi, soprattutto i commercianti inglesi; non solo avevano pentole e vestiti di fabbricazione europea, ma anche tre libri e un cucchiaio di argento, inoltre, i giovani conoscevano parecchie parole inglesi. I rapporti con gli Yakutat furono, in un primo momento, amichevoli, ma quando un indiano rubò una giacca da marinaio si giunse quasi allo scontro e le relazioni si fecero tese. Gli spagnoli si spinsero poi verso nord ed infine ridiscesero a sud fino alle terre dei Nootka. Con questa spedizione si sarebbero conclusi i contatti fra gli spagnoli e i Tlingit. Nel frattempo, la pressione diplomatica-militare britannica, il largo uso di abili mercanti e la decadenza dell’Impero spagnolo (intorno al 1795), avrebbero portato la Spagna a ritirarsi quasi completamente dalla lotta sulla costa nord-occidentale. Nel maggio 1789 un grave incidente si verificò nelle terre dei Nootka, quando gli equipaggi della corvetta “la Princessa” catturarono tre brigantini (“Argonaut”, “Princess Royal” e “Northwest America”), che poi vennero inviati a San Blas, la base navale sulle coste occidentali del Messico. Questo incidente fu alla base di una acuta crisi anglo-spagnola che avrebbe potuto portare ad una nuova guerra fra le due nazioni. L’Inghilterra cominciò ad armare le sue flotte, mentre un inviato spagnolo riceveva un ultimatum dalla Corona inglese. La Spagna dovette riconoscere l’errore e fu costretta ad evacuare la sua postazione sul Nootka Sound, ormai soltanto le postazioni e le missioni dell’alta California restavano alla Corona spagnola. Per quanto riguarda i contatti dei Tlingit con gli europei, l’Averkieva scriveva erroneamente che i capitani spagnoli Gabrillo (1542), L.F. de Maldonado (1588), Juan de Fuca (1592) e il De Fonte (1640) avevano visitato le terre occupate dai Tlingit.


Atamano cosacco

Corrette sono invece le sue affermazioni sul capitano spagnolo Juan Perez (1774) e sul capitano inglese James Cook (1778), i quali entrarono in contatto con i Tlingit. L’espansione inglese verso la costa nord-occidentale ebbe inizio proprio con James Cook, il quale, nel 1778, dalla Vancouver Island si spinse a nord fino alla Kenai Bay (Cook Inlet). Sulla via del ritorno, i compagni del celebre capitano vendettero in Cina le preziose pelli di lontra marina acquistate dagli indiani Nootka dell’isola di Vancouver. Impressionati dagli enormi profitti, i commercianti inglesi vennero attratti dalla costa nord-occidentale a partire dal 1785. Le spedizioni dei capitani Hanna, Meares, Dixon e Portlock avrebbero raggiunto l’Alaska varie volte. Tuttavia, dopo gli spagnoli, i primi europei ad entrare in contatto con i Tlingit furono i francesi. Nel luglio 1786, due fregate, guidate dal celebre navigatore La Pérouse, sbarcavano nella Lituya Bay. Secondo una leggenda dei Tlingit, quando i nativi videro le imponenti navi, le scambiarono per enormi uccelli neri con le ali bianche come la neve, così era tornato Yel e gli indiani, avendo grande paura, preferirono fuggire nei boschi dell’interno. Soltanto l’intervento di un vecchio indiano ridiede coraggio ai bellicosi e superstiziosi Tlingit, i quali iniziarono a barattare merci. Come scrisse lo stesso navigatore, i francesi rimasero sorpresi dell’esperienza commerciale degli indiani, “non erano inferiori agli europei”; inoltre, i francesi notarono soprammobili di ottone e collane di perline di probabile origine russa. Il La Pérouse ricordava che i Tlingit non erano soltanto degli abilissimi commercianti, ma anche dei “ladri eccellenti”, sarebbero giunti a rubare dei vestiti posti sotto un cuscino in una tenda di ufficiali, la quale era sorvegliata da ben 12 sentinelle armate con ottimi moschetti aventi rifiniture argentate.


Una bellissima fotografia di un Tlingit

Il La Pérouse si disse convinto di aver scoperto la baia e di assicurarla alla Corona francese, così gli diede il nome di “Port des Francais”, al quale ben presto vi aggiunse una piccola isola posta nelle vicinanze della bocca della baia, in cambio il capitano avrebbe offerto panni rossi, asce, chiodi e spranghe di ferro. Il 13 luglio 1786 però, “negli infidi gorghi della baia”, affondarono due lance che portarono alla morte 6 ufficiali e 15 marinai. La pericolosità della baia era ben nota anche agli stessi indiani, qualche tempo prima, diverse canoe dei Tlingit, appartenenti al clan “L’uknax.adi”, che dal villaggio “Kaknau” stavano andando a Yakutat con un carico di pellicce, affondarono anche esse nel mezzo della baia. Un vecchio indiano avrebbe poi riferito che le grandi balle di pellicce sarebbero poi state trasportate dalle correnti marine fino alle coste della Kamchatka per essere recuperate dai russi. Da allora anche i russi decisero di entrare seriamente in Alaska, ma la Lituya Bay la raggiunsero soltanto nel 1788, due anni dopo i francesi. I Tlingit moderni dicono ancor oggi che il capo che commerciò con i primi bianchi sarebbe diventato molto ricco, avendo ottenuto armi e strumenti di ferro, un metallo molto ambito dagli indiani. Alcuni anni dopo, un altro capitano francese, l’Etienne Marchand, al comando della “La Solide”, avrebbe commerciato con i Tlingit; nell’anno 1791 i francesi entravano nella Sitka Bay, dove numerose pellicce furono barattate con gli indiani “Tlingit kwáan”.


Donne al lavoro

Comunque, prima della fine del XVIII secolo, non più di quattro navi francesi avrebbero visitato la costa nord-occidentale. Così i francesi non poterono mai rappresentare dei seri concorrenti dei commercianti inglesi. La Rivoluzione Francese (1789-94) avrebbe fatto il resto, il blocco navale operato dagli inglesi sulle coste francesi e, successivamente, la serie di guerre napoleoniche, avrebbero reso impossibile la navigazione francese nelle acque settentrionali del Pacifico. Pertanto, l’influenza francese sui Tlingit fu insignificante. Gli inglesi sarebbero entrati in contatto con questi indiani alcuni anni più tardi. Nella primavera del 1787, il capitano John Meares, che dalla Chugach Bay stava andando a Nootka, fece scalo a Cape Edgecumbe per commerciare con i Tlingit “Sitka Kwáan”. Nel maggio e nel giugno dello stesso anno, un altro capitano inglese, George Dixon, avrebbe avuto contatti commerciali con i Tlingit di Yakutat e Sitka. Negli anni successivi altri tre capitani avrebbero raggiunto le terre dei Tlingit, erano il James Colnett, il Nathaniel Portlock e il William Douglas; in cambio di prodotti di metallo, tessuti, abbigliamenti e suppellettili vari, gli inglesi avrebbero ottenuto migliaia di pellicce di lontre marine, ma anche pellicce di animali vari dell’interno del continente. Dopo queste spedizioni, gli inglesi intensificarono i contatti, l’Alaska sud-orientale, tra il 1785 e il 1794, venne visitata da ben 35 navi britanniche. Fino alla metà del decennio 1790-1800, gli inglesi furono i principali partner commerciali dei Tlingit, surclassando così sia gli americani che gli altri europei. Il Governo britannico, per ribadire la sua leadership, avrebbe finanziato il giro del mondo di George Vancouver (1791); e fra il 1793 e il 1794, il capitano avrebbe visitato più volte l’Alaska sud-orientale.


Alcuni Tlingit avevano chiare origini russe

Il Vancouver poté osservare gli indiani dell’Arcipelago Alexander, erano ben riforniti di “fucili, carabine e pistole” e “erano ottimi conoscitori delle merci europee”; il capitano avrebbe commerciato con i Tlingit, anche se non rientrava nei piani della spedizione. Comunque, i rapporti tra i Tlingit e gli inglesi variavano da tribù a tribù, molto cordiali erano i rapporti con gli “Stikine kwáan”, ma non con i “Chilkat kwáan”, i quali avrebbero anche cercato di assalire alcune lance inglesi che stavano scendendo a terra. Il Vancouver avrebbe notato il bellicoso carattere di questi indiani, annotando nei suoi diari che, “… dopo aver ottenuto armi da fuoco dai commercianti europei, questi indiani sono diventati più pericolosi”, inoltre, l’inglese era convinto che i disonesti metodi di negoziazione europea stavano forse alla base dell’animosità degli indiani. Le armi da fuoco fornite ai Tlingit non furono portate solo dagli inglesi, ma anche dai cosiddetti “Boston Men”, che apparvero sulle coste nord-occidentali nel tardo decennio 1780-90. Prima del 1795 soltanto 15 navi americane avevano visitato la regione; alcune navi avrebbero navigato al largo dell’Alaska sud-orientale, ma i loro pochi contatti con i nativi si sarebbero riflessi comunque sulle leggende indiane. Come già accennato in precedenza, il primo contatto russo con i Tlingit si ebbe con la “Second Kamchatka Expedition” (1741), il quale è registrato nel diario di bordo delle navi del Chirikov. Il successivo contatto si ebbe nel 1783, ed è registrato nel diario di bordo del navigatore Potap K. Zaikov, il quale avrebbe svernato nella Chugach Bay (Prince William Sound).
Il ritratto di uno Chugach
Gli indiani Chugach che visitarono le navi della spedizione riferivano che i “Koloshi” vivevano a sud-est della loro baia; è probabile che questa informazione riguardasse gli Yakutat, il gruppo più settentrionale delle “kwáan” dei Tlingit. I russi di Shelikhov, che si stabilirono sulla Kodiak Island nel 1784, sarebbero entrati in contatto con i Kodiak per sottometterli ai loro voleri, avrebbero poi cercato di indagare per aprirsi una nuova via verso la terraferma. Nel 1786 i russi avevano già stabilito stazioni commerciali fortificate sulla Kenai Peninsula e stavano esplorando il continente. Nel 1788, per ordine del Governatore Generale di Irkutsk, Ivi Yakobi, i russi sostennero tutti gli sforzi dello Shelikhov per aprirgli la strada al continente americano. La galeotta “Tri Sviatitelia”, sotto il comando di Dmitrii I. Bocharov e Gerasim G. Izmailov, avrebbe ispezionato le coste nord-occidentali partendo dalla Kodiak Island; la spedizione avrebbe visitato le baie di Yakutat e Lituya, sulle cui rive vi erano parecchi villaggi dei Tlingit. Il commercio sarebbe iniziato immediatamente grazie agli ottimi rapporti intrattenuti dai marinai con gli indiani; i russi avrebbero ottenuto soltanto una varietà di pellicce, ma anche due giovani schiavi maschi, uno catturato sulle Kodiak Island e l’altro probabilmente un giovane della tribù Tsimshian. I capi dei Tlingit visitarono la nave ed ottennero strisce di rame per fare proiettili; al capo principale di Yakutat, il “toion” (un termine siberiano significante “capo”), chiamato “Ilkak”, venne anche regalato il ritratto di un giovane di nome Pavel, forse il figlio di un capitano della nave. Il De Laguna suggeriva che Ilkak (o Yelkok) non era il leader degli “Yakutat Kwáan”, ma un capo di rango elevato dei “Chilkat Gaanaxteidi”, il quale stava probabilmente commerciando nelle terre degli Yakutat.
Infatti, uno dei personaggi più importanti dei “Chilkat Gaanaxteide” era Yéilkok (o Yéilgok), il nome di un potente capo della “Whale House” (“la Casa della Balena”), sita nell’insediamento dei Chilkat. La spedizione Bocharov-Izmailov, del 1788, ha grande importanza soprattutto per le future esplorazioni russe dell’Alaska. Le coste nord-occidentali, che dal Prince William Sound alla Lituya Bay sarebbero state esplorate a fondo dai russi, infatti, una documentazione scritta parlava di un diretto contatto con i Tlingit. I membri della spedizione del Comandante Generale Yacobi, così come quelli del Shelikhov, avrebbero pensato di soggiogare la tribù per renderla soggetta all’Impero zarista, infatti, molti stemmi russi sarebbero stati dati alle varie tribù. Era una sorta di sottomissione volontaria che mai venne accettata dagli indiani. Sottomissione ritenuta da loro incomprensibile, ma che in realtà significava “schiavitù” e rinuncia volontaria della libertà di un popolo. Inoltre, bisogna ricordare che alcuni concetti europei, come “impero” o “Governo autocratico”, erano inconcepibili per gli indiani; questi ultimi non capivano simili concetti e, oltretutto, potevano essere il frutto di traduzioni errate, visto che il russo veniva tradotto nel dialetto eschimese dei Koniag, e poi nel Tlingit. Possiamo soltanto supporre che gli strati di rame, offerti agli indiani dai russi, potessero significare per i nativi un clan totemico dei russi, oppure dei preziosi ornamenti fatti con un raro metallo; inoltre, il ritratto del Pavel offerto ai Tlingit, poteva rappresentare un dio dei nuovi arrivati. Quattro anni dopo, però, i Tlingit si resero conto che quello che avevano pensato era completamente errato.
Ritratto di donna Aleut
Dopo la spedizione Bocharov-Izamilov (1788) si ebbe infatti la rottura nelle relazioni russo-Tlingit, durante la quale i russi preferirono spostarsi nelle più tranquille terre della Kenai Bay e dalla Chugach Bay. Nel 1792, l’intraprendente direttore della società “Shelikhov-Golikov”, Baranov, fece esplorare la Chugach Bay, gli abitanti della zona fuggirono e il Baranov poté entrarvi con circa 300 indiani Kodiak a bordo di numerose “baidarkas”, con 17 “promyshlenniki” russi e con la galeotta “San Simeone” guidata da Izmailov. Il 20 giugno il Baranov e i suoi si accampavano sulla Nuchek Island (Hinchinbrook) ma, durante la notte, il campo russo venne assalito dai Tlingit. Erroneamente, il P.A. Tikhmenev e il A. Krause, indicavano che l’attacco avvenne nel 1793, ma i due studiosi furono probabilmente ingannati dalla datazione della lettera, 24 luglio 1793, che descrive questo evento. Comunque, nella stessa lettera, il Baranov sottolineava che l’attacco al suo accampamento era avvenuto durante l’estate dell’anno precedente, quindi nel 1792. La battaglia si sarebbe protratta per parecchie ore e il Baranov ne avrebbe descritto l’inizio dello scontro. < >. Il Baranov sfuggì alla morte miracolosamente nei primi momenti della battaglia, soltanto la sua corazza di acciaio, che portava sempre sotto il suo abbigliamento, lo avrebbe salvato dalla morte; gli indiani temevano moltissimo il cannone girevole di artiglieria leggera che stava nelle vicinanze della tenda del comandante.


Tipica “baidarka” degli Aleut

I Kodiak, che ben conoscevano i Tlingit, rendendosi conto che le loro lance e frecce erano impotenti di fronte alle corazze dei nemici, in preda al panico si dettero alla fuga; alcuni guerrieri riuscirono a raggiungere le “baidarkas” per spingersi in mare aperto, altri si precipitarono verso la galeotta, mentre il grosso si disperse nel disordine attorno al campo, impedendo ai russi di far fuoco contro i nemici. La battaglia sarebbe continuata fino alle prime ore dell’alba. I Tlingit attaccarono più volte fin quando desistettero all’arrivo dell’Izmailov con i suoi uomini; gli indiani scomparvero in mare a bordo delle loro imbarcazioni che, stando al Baranov, erano sei canoe piuttosto grandi. Nello scontro i russi perdettero due uomini e nove indiani Kodiak ma, il Khlebnikov, parlava di 12 Kodiak con 15 russi feriti; sembra inoltre che i russi abbiano tenuto come ostaggi quattro indiani Chugach. Dopo la ritirata degli assalitori, attorno al campo di battaglia furono trovati i corpi di 12 guerrieri Tlingit, alcuni feriti vennero poi catturati e dopo essere stati interrogati, avrebbero riferito che erano Yakutat, affiancati dai loro alleati Eyak, le loro intenzioni erano quelle di vendicarsi dell’attacco che avevano subito l’anno precedente da parte dei Chugach. Stando ai russi, gli assalitori volevano catturare parecchi bianchi per poi venderli come schiavi, oppure tenerli come ostaggi, ma non sappiamo se una simile notizia sia veritiera. I feriti avrebbero anche dichiarato che erano in attesa dell’arrivo di altre dieci imbarcazioni cariche di guerrieri, intenzionati poi a razziare le terre dei Kenai. Dopo il violento scontro, il Baranov fu costretto a lasciare velocemente il campo e ad adottare serie misure precauzionali in caso di un nuovo attacco; il primo scontro con i Tlingit aveva insegnato ai russi che avevano di fronte un avversario molto pericoloso.


Un ritratto di Vitus Bering

Gli indiani, nell’arco di diverse ore, avevano resistito non soltanto al fuoco delle pistole e dei fucili, ma anche a quello dei piccoli cannoni; inoltre, avevano attaccato in file molto ordinate e chiaramente sotto il comando di un abilissimo capo di guerra. Le loro armature protettive si rivelarono molto efficaci e in grado di resistere al fuoco dei russi. Alla battaglia sembra abbiano partecipato non meno di 150 guerrieri Yakutat ed Eyak, visto che le sei imbarcazioni potevano contenere circa 25 uomini ciascuna; il problema fu forse rappresentato dalla completa inaffidabilità dei Kodiak che, al primo urto, fuggirono vergognosamente, eppure il loro numero era probabilmente più del doppio di quello degli assalitori. Nessuna leggenda rimase comunque nelle menti dei Tlingit moderni su questa epica battaglia, e nessuna indicazione precisa ci viene dall’opera del De Laguna. E’ probabile che questo scontro abbia, alla fine, impedito l’avanzata dei Tlingit nella Chugach Bay, bloccando quindi le loro mire espansionistiche. Questa battaglia avrebbe comunque posto anche un freno alle mire russe di poter controllare l’intera costa nord-occidentale. Già nel 1793 i russi avevano organizzato una grande spedizione, composta da circa 180 “baidarkas”, guidata da E. Purtov, e proveniente dalla Chugach Bay; pur raggiungendo la Yakutat Bay, i russi non seppero stabilire alcun contatto significativo con i Tlingit, la causa era principalmente dovuta alla reciproca diffidenza e al sospetto di nuovi scontri. La maggior parte degli studiosi, sia passati che presenti, non avrebbero fatto alcuna menzione di questa spedizione; le descrizioni delle battute di caccia russe, nella Yakutat Bay, sarebbero diventate note a partire dall’anno successivo. Nel 1794, un folto gruppo di oltre 500 “baidarkas” furono impegnati a cacciare nella Kodiak Island, al loro fianco vi erano circa un migliaio di Kodiak, Chugach e altri nativi dell’Alaska (probabilmente Aleut), la nuova spedizione era guidata dal Purtov e dal D. Kulikalov.


Un indiano Nootka

Giunti nella Yakutat Bay, dove la caccia alle lontre marine poteva dare grandi risultati, i russi dovettero aprire negoziati con i Tlingit “Yakutat kwáan” e “Akoi kwáan”. Stando ad un ufficiale, proveniente da Vancouver, il quale assistette ai negoziati, il capo del “popolo Yakutat” avrebbe usato tutta la sua grande eloquenza per definire i confini delle loro terre, ma avrebbe anche accusato i russi di massacrare le lontre della baia senza alcun ritegno. I russi avrebbero riposto accusando gli Yakutat del vergognoso attacco dell’anno 1792, poi richiesero la consegna dei quattro prigionieri Chugach catturati. Gli Yakutat non ebbero alcun problema nel dichiarare che gli assalitori erano proprio loro ma, riguardo ai quattro prigionieri, riferirono che erano stati venduti come schiavi “al di là della baia dei Chilkat” – evidentemente agli Auk o “Kootznahoo kwáan” -, dove avrebbero perso la vita. Anche se i negoziati si conclusero con assicurazioni di amicizia, pochi giorni dopo i rapporti divennero tesi, gli indiani erano furiosi per i continui massacri di lontre e per la presenza dei Chugach, loro vecchi nemici. Inoltre, erano irritati per il fatto che i russi non avevano alcuna intenzione di aprire commerci con la tribù, ma è notorio che i russi avevano grandi carenze di merci europee. Quando gli Yakutat catturarono alcuni cacciatori Kodiak, il Purtov dovette intervenire, catturando tre imbarcazioni della tribù per poi chiedere la restituzione degli ostaggi. Dopo lunghe trattative, mediate dai capi degli “Akoi kwáan”, gli Yakutat rilasciarono alcuni Kodiak ed ottennero in cambio la restituzione dei prigionieri in mano ai russi. Il 3 luglio la spedizione lasciava la Yakutat Bay per ritornare nella Kodiak Island, con loro vi erano “15 amanat” – gli “amanat” erano gli ostaggi consegnati per garantire la pace – appartenenti agli Yakutat, agli Eyak e agli Akoi.


James Cook

E’ probabile che questi indiani siano poi stati battezzati sulla Kodiak Island e, quindi, furono i primi Tlingit ad accettare l’ortodossia russa. Quattro Kodiak sarebbero rimasti con gli Yakutat per tutto l’inverno, erano anche essi degli ostaggi. La spedizione del Purtov avrebbe rappresentato il prologo alla fondazione di colonie russe nelle terre dei Tlingit. L’avanzata russa nell’Alaska sud-orientale venne comunque determinata da tre circostanze importanti: fattori politici, sterminio di mammiferi marini e grande concorrenza fra le varie imprese commerciali. La spedizione del Purtov sarebbe inoltre coincisa con quella proveniente da Vancouver. Nel 1794 sarebbe terminato il periodo del primo contatto degli europei con gli indiani Tlingit; nei precedenti 19 anni, gli indiani avevano incontrato spagnoli, francesi, inglesi, russi e americani, e da allora i nativi furono sempre più coinvolti nel commercio, il quale collegava la costa nord-occidentale con il mercato mondiale. La lotta politica tra le potenze europee avrebbe anche avuto un forte impatto sui Tlingit. L’isolamento della Francia rivoluzionaria e l’estromissione della Spagna dalla costa nord-occidentale, verso la metà del decennio 1790-1800, avrebbe lasciato grandi spazi espansionistici alla Russia, all’Inghilterra e agli Stati Uniti d’America; questi si sarebbero fronteggiati per dominare il territorio. Dopo la spedizione del 1794, il Shelikhov ordinò al Baranov di dar vita ad un insediamento permanente; secondo i piani russi, esso doveva diventare la capitale dei possedimenti zaristi in America; 30 famiglie di coloni siberiani avrebbero dovuto insediarsi nel territorio per svilupparvi l’agricoltura. Nella primavera del 1795 il Baranov inviava un gruppo di cacciatori a Yakutat, erano guidati dal Purtov e dal Kondakov, affiancati da una nave, dovevano stabilire una colonia.


Lo sbarco di George Vancouver

Gli Yakutat li accolsero con ostilità, ed allora i nuovi venuti preferirono ritirarsi velocemente, spingendosi a sud lungo la costa, mentre la nave faceva ritorno a Kodiak. Secondo le informazioni del Dmitrii Tarkhanov, l’ostilità mostrata dai Tlingit era causata dall’uso dei territori di caccia degli indiani da parte dei “partovshchik” (il termine indicava i cacciatori di lontre di mare, ma generalmente era applicato ai membri nativi che affiancavano i russi). Nell’agosto 1795 giunse nella Yakutat Bay la nave “Ol’ga”, anche essa trovò l’ostilità dei Tlingit, ed “audacemente”, stando al Chlebnikov, il Baranov decise di dimostrare la potenza russa con la “precisione delle pistole e dei cannoni russi”, dopo di che, stando al Baranov, gli indiani “cominciarono a vivere in pace con i russi”.
Comunque, nella Yakutat Bay il Baranov sarebbe riuscito a parlamentare con il capo principale, riuscendo a comprare parecchie pellicce di lontra dagli indiani. Dopo aver liberato gli ostaggi, catturati dal Purtov a Yakutat (1794), il Baranov chiese al capo suo figlio, o almeno suo nipote, da tenere come ostaggio, in cambio i russi lasciavano come ostaggi nove russi e tre Kodiak, sotto la guida di un Caporale del “Corpo delle Miniere”, Dmitrii Tarkhanov, e una interprete di etnia Aleut. La spedizione si sarebbe poi mossa verso sud attraversando gli stretti dell’Arcipelago Alexander. I russi visitarono, nel periodo agosto-ottobre, il Cross Sound, il Lynn Canal e la Sitka Island, dove poterono incontrare i leader delle tribù costiere della nazione Tlingit. Il Chlebnikov, evidentemente in possesso di vari documenti del Baranov a noi sconosciuti, poteva ricordare che, “Questo popolo, potente, audace e popoloso, ha una forte inclinazione al baratto e al commercio; sono laboriosi e diligenti e hanno grande intelligenza nell’adottare mentalità europee.


Danzatori ad un Potlatch

Questo popolo si è adattato molto bene all’uso delle armi da fuoco”. Comunque, anche questa volta la spedizione non poté sentirsi al sicuro da attacchi. Alcuni “guerrieri ostili” avrebbero cercato di attirare l’equipaggio di una piccola lancia in una imboscata. Nell’Arcipelago Alexander il Baranov eresse alcune croci di legno per indicare che queste terre appartenevano alla Russia. Avvicinandosi l’inverno, la spedizione decise di accamparsi sulla Sitka Island, ma violente tempeste impedirono alle imbarcazioni di avvicinarsi alle coste, così, in ottobre, la spedizione ritornò a Kodiak con grande difficoltà. Mentre il Baranov si trovava nell’Arcipelago Alexander, una nave russa, il “Delfin”, stava facendo vela sotto la guida di E. Yakov verso lo stesso Arcipelago. Nella primavera del 1796, una spedizione di caccia, composta da 450 “baidarkas”, venne inviata nella Yakutat Bay dalla Lituya Bay; stranamente non vi fu alcun problema con gli Yakutat, i russi chiesero agli indiani il permesso di poter cacciare indisturbati e poi di poter spingersi a sud. Tuttavia, le varie spedizioni di caccia di quell’anno avrebbero comunque trovato l’opposizione di qualche gruppo indigeno dei Tlingit, durante il viaggio di ritorno di una spedizione, i Tlingit avrebbero catturato due indiani Kodiak. Verso la fine di luglio (1796), la “Ol’ga” portava nuovamente il Baranov nella Yakutat Bay, proprio quando arrivarono i coloni sulla “Tri Ierarkha” guidata dal “prikazchik” (il “prikazchik” era una sorta di amministratore dell’impresa) I.G. Polomoshnyi.


I Tlingit all’attacco

I russi lasciarono i coloni a svernare nella Yakutat Bay sotto il comando del Tarkhanov, ma passarono un inverno di stenti per la mancanza di approvvigionamenti e vestiario. Nel frattempo, il Baranov e i suoi uomini passarono circa due mesi per costruire una fortezza nella Yakutat Bay, una postazione fondata nel 1796 e chiamata “Yakutatskaia” o semplicemente “Yakutat”, mentre l’insediamento coloniale venne chiamato “Slavorossiia” (“Novorossiik”). Gli studiosi americani del XIX secolo, il Dall e il Baker, annotavano che la fortezza consisteva in sette strutture circondate da una palizzata, con cinque strutture poste fuori dalla palizzata, dove vi era l’insediamento. Questa divenne la prima colonia europea nelle terre dei Tlingit. Gli indiani avrebbero poi deciso di stabilire buoni rapporti con i nuovi venuti, evidentemente avevano timore dei bianchi ben armati che arrivavano in gran numero. Accompagnato dai suoi parenti, il capo “toion” degli Yakutat, si presentò al Baranov in pompa magna; il capo era evidentemente il leader dei “Kuashkkwáan”, il più potente “kwáan” della Yakutat Bay. A giudicare dai documenti dell’epoca era chiamato “Katkeek” o “Katkeik”, e venne ricordato dal Baranov come “il vecchio” o “il toion”. I primi contatti dei Tlingit con i bianchi terminava in questo periodo, la successiva storia avrebbe rappresentato un altro capitolo interessante.

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Commenti

Una risposta a “I primi contatti degli europei con i Tlingit”

  1. I primi contatti degli europei con i Tlingit : www.farwest.it : Made in India, il 20 giugno 2011 01:11

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