Gli indios della Patagonia e la conquista del deserto

A cura di Renato Genovese. Immagini a cura di Renato Ruggeri

“Restauratore delle Leggi e Istituzioni della Provincia di Buenos Aires” e successivamente “Tiranno Unto dal Signore per la Salvezza della Patria” sono attributi che la dicono lunga sulla considerazione che aveva di sé Juan Manuel José Domingo Ortiz de Rosas y Lopez de Osornio, grande proprietario terriero (“estanciero”), generale e politico dalla mano pesante, nell’Argentina della metà dell’Ottocento. Il Paese era pervenuto all’indipendenza dalla Spagna soltanto tredici anni prima della sua nomina a Governatore della Provincia di Buenos Aires (avvenuta nel 1829) e viveva un’acerba stagione di eccitante fermento, su cui soffiavano fortissimi i venti nazionalisti ed espansionistici.
La zona civilizzata si concentrava in particolare sulla costa bagnata dall’Oceano Atlantico, nel quale sfociava il Rio de la Plata.
Ma a Sud-Ovest di quella striscia tutto sommato ancora abbastanza esigua, si apriva una regione a dir poco favolosa, una distesa di oltre settecentocinquantamila chilometri quadrati di pianure fertili che sembravano pronte per essere trasformate in un immenso campo coltivato a grano e in un altrettanto immenso pascolo per ovini e bovini, disseminato qua e là di “estancias”, “haciendas”, “granjas” e “pueblos”, cioè di vaste tenute, fattorie di varie dimensioni e operose cittadine.


La famosa linea di difesa eretta dai soldati

Era la Pampa sconfinata, era il Desierto, un territorio estremo che, grazie alla sua estensione, presentava (e presenta tuttora) un singolare crogiuolo di condizioni climatiche, specialmente nella parte occidentale, dove cadono le più forti grandinate del mondo e dove l’assenza di rilievi favorisce le catastrofiche inondazioni dei pochi corsi d’acqua che lo attraversano. Quella terra, che sembrava confinare soltanto con l’azzurro sfrontato del cielo sudamericano e con le creste innevate della lontana e maestosa Cordigliera delle Ande, non era, però, una Terra di Nessuno, perché apparteneva da tempo immemorabile alle tribù araucane insediate a Ovest (verso le Ande) e a Sud (verso la Patagonia) della capitale Buenos Aires. Ben presto, l’Unto dal Signore per la Salvezza della Patria, diventato Presidente, dopo una serie ininterrotta di batoste ricevute nelle guerre contro il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay (in difesa del quale combattè anche Giuseppe Garibaldi alla testa di una legione italiana), decise che era meglio lasciar stare quei pericolosi Stati confinanti, anch’essi freschi di libertà e pronti a mostrare i muscoli. La sua attenzione si spostò, dunque, sugli indios della Pampa e della Patagonia, contro i quali un’azione di conquista territoriale avrebbe avuto costi contenuti, rispetto agli incalcolabili ricavi che ne potevano derivare. Ai primi del Cinquecento, la colonizzazione spagnola si era sviluppata inizialmente da Occidente verso Oriente, e le carovane di smistamento dei metalli preziosi provenienti dalle Ande peruviane avevano attraversato la Pampa dai monti fino all’Oceano Atlantico dove, nel 1536, avevano fondato il piccolo insediamento che sarebbe diventato la città di Buenos Aires.


Gli indios dopo una terribile razzia

Adesso, circa trecento anni dopo, gli eredi di quei Conquistadores avrebbero percorso a ritroso lo stesso itinerario, dal mare alle Ande, ma con intenzioni ben più radicali, pronti a spazzar via chiunque si fosse messo sul loro cammino: una laboriosa opera di sterminio tramandata tra i colonizzatori di padre in figlio, e perpetuata, con religiosa devozione, da una generazione all’altra.
Nel corso dei secoli, i diversi gruppi indigeni che abitavano la Pampa si erano riuniti sotto la guida di “caciques” (capi), nel tentativo di resistere all’offensiva dei bianchi, mettendo da parte le tradizionali rivalità esistenti anche fra i nuclei più piccoli di quelle popolazioni. Da allora, la guerra (o guerriglia, se vogliamo) era diventata endemica. Ai colpi di mano degli indios armati di lance contro gli “hacienderos” e contro il loro bestiame seguivano le rappresaglie dell’esercito regolare, che approfittava dell’occasione per rosicchiare altri tratti di ottimo terreno da dare in pasto alle bocche fameliche dei coloni e degli allevatori.
La resistenza era, di volta in volta, affidata a caciques valorosi: Reuque Cura e Feliciano Purràn, con le tribù stanziate tra il Rio Diamante, il Limay e il Salado; Llanquetruz, Painé e Mariano Rosas e le loro genti, che vivevano nella regione del Monte; i guerrieri “salineros” del territorio delle Salinas Grandes, e quelli che conducevano le razzie più micidiali, capitanati da ossi duri come il capo Calfucurà e suo figlio Namuncurà, il cui nome da solo bastava a incutere nei nemici un sacro terrore. La voglia di chiudere definitivamente i conti con i nativi era diffusa in tutti gli strati della popolazione argentina, e non riguardava soltanto i proprietari terrieri, che non vedevano l’ora di allargare ancor di più le loro già smisurate estancias.


Il rapimento di una donna bianca

Secondo una stima dell’epoca, tra il 1820 e il 1870, gli indios avevano razziato undici milioni di capi di bestiame, due milioni di cavalli e due milioni di pecore, assassinato o catturato cinquantamila persone, rubato beni per un valore di venti milioni di pesos. Cifre senz’altro esagerate, che però bastarono a offrire agli argentini l’occasione per applicare alla lettera la Legge delle Tre D: “Desplumar, Despojar y Despoblar” (spennare, derubare e spopolare).
A partire dall’insediamento del presidente Domingo Faustino Sarmiento, avvenuto nel 1868, l’esercito argentino si era impegnato in una sostanziale operazione di modernizzazione dell’equipaggiamento militare, adottando il revolver e il micidiale fucile a retrocarica Remington, in sostituzione dei moschetti e delle carabine ad avancarica e a pietra focaia sin’allora usati. Ciò nonostante, il 1° gennaio 1876, quando diedero il via alla prima delle pesanti offensive che si sarebbero ripetute, pur con diverse strategie e modalità, nel corso dei successivi otto anni, i soldati del tenente colonnello Leopolodo Nelson non rinunciarono a indossare anacronistiche corazze di ferro, efficaci contro le lance degli indios, ma troppo pesanti per non rallentare la mobilità delle truppe. La molla che aveva spinto il Ministro della Guerra, Adolfo Alsina, a pianificare “la Conquista del Desierto” – come venne epicamente chiamata – erano stati i sanguinosi attacchi sferrati, nel 1872 e nel 1876, dal cacique Calfucurà contro le città di General Alvear, Veinticinco de Mayo e Nueve de Julio e dal cacique Namuncurà contro quelle di Tres Arroyos, Tandil e Azul.
Un soldato argentino
Centinaia di morti e di prigionieri e decine di migliaia di capi di bestiame razziati chiedevano vendetta. Il risultato dell’offensiva fu positivo: i soldati penetrarono in profondità nel territorio degli indios, proteggendo la
nuova linea di confine con un gran numero di fortificazioni, collegate tra loro mediante il telegrafo. I fortini nati per ordine di Adolfo Alsina non erano che oasi artificiali nel deserto, isole sperdute nel nulla, circondate dal vasto mare d’erba della Pampa, insediamenti tanto piccolo da diventare un a Iettante ncbamo per i nativi in rivolta. Sia che fossero costituiti da uno steccato circolare di poche decine di metri di diametro, con solo un paio di capanne dal tetto di paglia al centro, sia che fossero eretti in muratura con un piccolo bastione realizzato con il terreno di scavo di un fossato e una torre d’avvistamento in legno, essi rappresentavano, comunque, i capisaldi d’una Frontiera mobile” che, come quella del Wild West nord-americano, si spostava sempre più a Sud-Ovest. Poiché l’esiguità delle guarnigioni (circa dieci uomini al comando di un ufficiale) non consentiva vere e proprie azioni militari
nell’entroterra, la catena dei fortini rappresentava più che altro un simbolo e un monito per le tribù indigene, un punto di arrivo e di non ritorno per la Civiltà nella sua espansione: tutto il territorio alle spalle dei fortini era ormai tabù per le popolazioni autoctone, una terra proibita dove non sarebbero mai più tornate. Il progetto di Adolfo Alsina era di proporzioni faraoniche: puntava a trasformare la linea virtuale della Frontiera in uno sbarramento contro le incursioni degli indios.
Cacicco araucano con moglie
Lungo il confine delle zone conquistate sarebbe stata costruita una trincea, difesa da un fosso largo tre metri e profondo due, e da un muro eretto con il terreno di riporto. Una specie di Grande Muraglia in miniatura, senza pretese, che pero si dimostrò un ostacolo efficace per tenere a bada le tribù di Namuncurá, di Catriel e di Pincén, e per impedire il transito del bestiame rubato. I lavori – messi in atto da trecento “peones” coadiuvati da due reggimenti di guardie nazionali, sotto la direzione dell’ingegnere Alfredo Ebelot – cominciarono nel 1877 e procedettero spediti, perché, in quella piatta distesa non c’erano alberi da abbattere o formazioni rocciose da far saltare con la dinamite. Quando poi, nel 1878, la linea dei fortini fu costituita da ben centonove avamposti distanti una lega l’uno dall’altro (cinque chilometri, secondo l’unità di lunghezza allora in vigore in Argentina) e anch’essi collegati fra loro grazie al completamento della linea telegrafica, il tracciato della Frontiera si stabilizzò tra Carhué, Trenque Lauquen, Puàn, Guamini e Italo. Alle spalle della lunga fortificazione, detta la “Zanja de Alsina” (la Trincea di Alsina), si stendevano oltre diecimila chilometri di regioni conquistate al pascolo e alla coltivazione, offerte a prezzi irrisori alla massa dei coloni locali o provenienti dal Vecchio Continente: italiani, tedeschi, francesi (specialmente nella provincia di Buenos Aires), britannici (ancor oggi esiste un forte insediamento gallese in Patagonia), scandinavi, polacchi, russi, armeni e, ovviamente, spagnoli, primi fra tutti galiziani e baschi. Gli indigeni cercarono di passare alla controffensiva disperdendo o catturando il bestiame nelle province appena fondate, ma non tardarono ad accorgersi che il ritorno nelle loro terre oltre la trincea era reso quasi impossibile dalla presenza di un muro e di un fosso pressoché invalicabili. Furono la fame e le malattie, più che le armi e le rappresaglie, a piegare molti dei capi ribelli. Intere tribù si presentarono alle fattorie per lavorare in cambio di cibo e riparo, e soltanto i gruppi dei più agguerriti continuarono la resistenza e la lotta. Ma al peggio non c’è mai fine, e l’orizzonte per gli indios era destinato a farsi sempre più cupo. Il successore di Alsina, infatti, non era un cuore tenero e non aveva in mente soltanto il popolamento del Desierto dietro la “Zanja de Alsina” scavata nella Pampa.


Indios argentini

Il disegno politico e militare di Mio Argentino Roca, appena nominato nuovo Ministro della Guerra, prevedeva unicamente tre opzioni: sottomettere con la forza gli indigeni una volta per tutte; deportarli dai territori ancora nelle loro mani; semplicemente estinguerli. Questa “soluzione finale” del problema, avallata dal Presidente Nicolas Avellaneda, coincideva più o meno con quella messa in atto dagli oltranzisti del NordAmerica nei confronti degli indiani delle Pianure (la battaglia del Little Big Horn fu combattuta nel 1876), ma era di segno contrario, per esempio, rispetto a quella messa in atto, nel 1873, dal Primo Ministro della Confederazione canadese, John A. Macdonald, nelle terre del Grande Nord dominate dagli Inglesi. Mentre a Sud si bruciava e massacrava, Macdonald decise di istituire un reparto di polizia a cavallo, la North-West Mounted Police, per sventare una possibile guerra indiana: a dare fuoco alle polveri era stato il massacro di Cypress Hill, perpetrato nella provincia dell’Alberta ai danni degli indiani Assiniboines da parte di un gruppo di cacciatori di lupi e bisonti acquartierati dentro Fort Whoop-Up, a Nord del confine tra Canada e Stati Uniti. Il risultato fu che i trecentodiciotto uomini del reparto (chiamati familiarmente Giubbe Rosse) riuscirono a creare un efficace sistema di controllo del territorio, ricorrendo anch’essi a una rete di piccoli forti, che però erano Posti di Polizia in grado di garantire un’equa amministrazione della giustizia. I seimila uomini, distribuiti in cinque colonne, che Roca impegnò in Argentina nella sua campagna militare del 1878 con l’obiettivo di “ripulire” i territori che si estendevano tra “Zanja de Alsina” e il lontano Rio Negro, si comportarono, invece, ben diversamente, applicando alla lettera – e non necessariamente nello stesso ordine di precedenza – le tre opzioni del loro cinico Ministro della Guerra.


I Tehuelches erano abilissimi boleadores

D’altro canto, la marcia a Sud-Ovest era stimolata anche da motivi di strategia politica ed economica, in quanto la rivalità territoriale con il Cile, situato al di là della Cordigliera, si stava focalizzando verso quell’area a forma di imbuto che geograficamente si restringeva sempre di più verso i limiti inospitali della Terra del Fuoco; inoltre, una stima dell’epoca rilevava che gli indigeni vendevano ai cileni oltre quarantamila capi di bestiame rubato all’anno. Insomma, nella concezione del giovane Stato argentino, le tribù locali – e in particolare le araucane – costituivano una barriera contro la civilizzazione e contro l’uso delle nuove terre, e compromettevano la possibilità di negoziare da una posizione di forza con i vicini cileni, anch’essi fortemente interessati alla Patagonia e a uno sbocco sull’Oceano Atlantico. Senza contare la necessità di destinare al più presto quelle zone all’allevamento di ovini, vista la crescente domanda di lana da parte del sempre più florido e potente Impero Britannico.


Un indio con l’arco

L’avanzata delle truppe – contraddistinta da massacri, incendi di villaggi, rese incondizionate e migrazioni degli indios sempre più a Sud, verso i territori inospitali della Patagonia – ebbe l’effetto di un rullo compressore, e le sue tappe furono scandite dai nomi dei fiumi attraversati via via dai soldati: il Rio Salado prima, poi il Rio Caleufu, quindi il Rio Colorado e infine la meta, il Rio Negro e il Neuquén, i due corsi d’acqua che segnavano il confine naturale della terra compresa tra le Ande e l’Oceano Atlantico. L’ultima battaglia vittoriosa per gli uomini del colonnello Conrado Villegas contro il gruppo di guerrieri agli ordini dei caciques Inacayal e Foyel fu combattuta nel 1884, quando Roca era già divenuto Presidente dell’Argentina al posto di Nicolas Avellaneda. Sembrò un duello tra titani, mentre invece vide in lizza poche centinaia di uomini, insignificanti formiche infuriate sperse tra il verde immutabile della Pampa e il blu del suo cielo, remoto e indifferente agli affanni e alle ambizioni degli uomini.


Assalto al poblado

La Conquista del Desierto era compiuta, e adesso quel grande Paese si era davvero trasformato in un deserto, svuotato degli abitanti e degli spiriti ancestrali che l’avevano popolato fin dalle ere più remote. Se c’era un Dio che aveva messo gli indios nella Pampa, dei semplici e arroganti mortali come Rosas, Alsina, Avellaneda e Roca si sostituirono al Creatore e li internarono senza processo e senza appello, per l’eternità, nel limbo immemore dei “desaparecidos”.

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