Guerrieri Lakota

A cura di Isabella Squillari e Giuseppe santini

“Quando i guerrieri scoprirono un grande villaggio di tepee nei pressi di una piccola insenatura nella zona delle Grandi Pianure…” Inizia così il racconto, frutto di lontani ricordi, di uno degli uomini che partecipò all’azione guerresca che segue “…era in corso una grande danza e al centro dello spazio dove si svolgeva la cerimonia, si ergeva un piccolo palo sul quale sventolava una bandiera indiana”. All’uomo balenò nella mente un piano. Lui insieme ad alcuni compagni ben addestrati si sarebbero staccati dal gruppo principale e avrebbero attaccato di sorpresa gli abitanti del villaggio. Essi avrebbero caricato a cavallo, attraversando “quella porzione di villaggio che era la più lontana dal raduno dei danzatori” e avrebbero fatto qualsiasi cosa fosse stata necessaria per aggiudicarsi l’onore di conquistare il vessillo nemico.
La carica iniziò. Come diversivo, il piccolo gruppo di combattenti dette alle fiamme la prima tenda che incontrò sul suo percorso per poi precipitarsi verso la bandiera. Benché sorpresi dalla improvvisa apparizione dei loro eterni nemici, i guerrieri del villaggio risposero prontamente all’assalto. Secondo il resoconto del loro leader, i combattenti affrontarono immediatamente “frecce volanti e pallottole infuocate”. Il capo della spedizione stava per abbattere l’asta che sosteneva la bandiera quando uno dei suoi uomini venne colpito da un proiettile proveniente da un fucile. Il valoroso combattente, ormai ferito, stava per cadere da cavallo quando il capo ed un altro uomo lo afferrarono e lo trattennero in sella. I tre tornarono verso il gruppo principale dei loro compagni, i quali si stavano ritirando verso una scarpata ad ovest del villaggio.


Un guerriero all’attacco

I guerrieri dell’accampamento balzarono sui loro cavalli incuneandosi immediatamente nella zona posta tra le abitazioni e gli assalitori. Per nulla scoraggiati, i combattenti tornarono all’assalto, fedeli al compito che dovevano svolgere. Più tardi il loro capo ricordò che quello che fecero a quel punto fu “manovrare per un attacco simulato verso il lato sud del villaggio; quindi cambiare rapidamente direzione sferrando l’attacco verso il lato nord con tutta la rapidità che la velocità dei cavalli poteva consentire”. Gli abitanti del luogo, comunque, erano in guardia anche per una simile mossa e risposero a loro volta con una manovra altrettanto rapida, fiancheggiando gli assalitori. Questi, come riferì il loro capo, vennero dirottati “sul ponte, lontano dal loro obiettivo, verso la zona nord del villaggio”.
Secondo il racconto dell’unico guerriero ancora vivente quando venne acquisita questa testimonianza, durante i due giorni successivi si combatté a tratti. Nessuno venne ucciso ma molti furono feriti. Nel pomeriggio dell’ultimo giorno di battaglia, le opposte fazioni ebbero una conversazione a distanza. I guerrieri del villaggio assalito, tuttavia, ad un certo punto interruppero il dialogo. Essi sventolavano una coperta, che nel linguaggio dei segni significa “Venite e combattete con noi”. Gli uomini che nei due giorni precedenti avevano così coraggiosamente attaccato il villaggio declinarono l’invito. Subito dopo, seguendo gli ordini del loro capo, erano “di nuovo in marcia”.
La “battaglia”, combattuta nel diciannovesimo secolo, descritta qui sopra non ha nome. Non se ne conosce nemmeno la data esatta. Il luogo in cui si svolse è individuabile all’incirca nei pressi di Prairie Creek, non molto distante da Platte River, l’attuale contea di Hall, in Nebraska. I nomi dei combattenti coinvolti non sono noti, ad eccezione di uno, quello di chi l’ha ricordata e descritta. La mancanza di dettagli può risultare deludente o irritante, ma non c’è nulla che si possa aggiungere. A nessuno degli uomini impegnati nella battaglia venne richiesto di stilare un rapporto ufficiale. Sotto certi aspetti questa battaglia può somigliare a uno degli scontri che si erano verificati quando le pattuglie o le colonne dell’esercito degli Stati Uniti erano incappate in un accampamento indiano “ostile” nelle Grandi Pianure.


Un accampamento al tramonto

Ma non è esattamente così, le similitudini terminano presto. Certo è che c’era un capo con un piano; certo la forza combattente principale si divise invece di attaccare unita; indubbiamente ci fu un attacco a sorpresa ad un villaggio ignaro e, di sicuro, venne incendiata una abitazione. La scarsezza di particolari e sopratutto la diversità nel modo di portare avanti il combattimento, seguito da un finale relativamente incruento, è ascrivibile al fatto che la battaglia si è svolta fra contendenti non inquadrati in truppe disciplinate, bensì a combattenti “istintivi”, con regole di ingaggio, comportamento durante lo scontro e successivo disimpegno ben diverse da militari integrati in un esercito regolare. Quasi certamente, se fossero state milizie di un esercito addestrato non si sarebbero accontentati di cercare onore in guerra sottraendo una bandiera al nemico ma ne avrebbero desiderato l’annientamento.
Il villaggio assalito era abitato da una banda di Omaha, indiani che abitualmente vivevano in abitazioni di terra nell’est del Nebraska, vicino al fiume Missouri, ma usavano tepee costruiti con le pelli quando si avventuravano verso ovest per la caccia al bisonte. Gli aggressori, che si erano opposti a questi “abitanti dell’est” calpestando i loro terreni di caccia, erano combattenti tra i più temuti nelle Grandi Pianure. Erano Oglala, una suddivisione dei Teton Sioux dell’ovest, meglio conosciuti come Lakota. In questa occasione i Lakota e gli Omaha si equivalsero, e benché il combattimento fosse durato molto più a lungo rispetto alla maggior parte degli scontri tra indiani, non si rivelò una battaglia mortale. Attualmente vi è memoria di questo episodio soltanto perchè il capo Lakota che cercò di catturare la bandiera Omaha si avviava a riscuotere grandi successi in battaglia, precisamente nel 1860 contro l’esercito degli Stati Uniti. In seguito, nel 1893, durante una visita ad un vecchio amico nella riserva di Pine Ridge in Sud Dakota, si abbandonò ai ricordi degli anni della sua gioventù. Quei ricordi si possono trovare nell’autobiografia di Nuvola Rossa “War leader of the Oglalas”, pubblicata nel 1997 a cura di R. Eli Paul.
“Ottenendo in gioventù un grande successo come guerriero Lakota, Nuvola Rossa divenne senza dubbio il più grande leader del suo popolo fino all’ascesa di Cavallo Pazzo” scrisse Paul nella sua introduzione. Perfino chi ha soltanto un interesse passeggero per la storia di frontiera riconosce il caratteristico nome di questi due famosi Oglala.
Finora, Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo erano rimasti in una posizione marginale nella nazione Teton rispetto a Toro Seduto, il leader spirituale Hunkpapa. Ma insieme, questi tre Lakota, sarebbero diventati il terzetto indiano più noto del West del diciannovesimo secolo, uguagliati in popolarità forse soltanto dalla triade Apache composta da Geronimo, Cochise e Mangas Coloradas, fino a far discutere se l’aggettivo “bellicoso” sia stato adoperato più frequentemente per i Sioux o per gli Apache.


Jack Red Cloud, un guerriero Lakota

Certi combattimenti mortali come l’Insurrezione del Minnesota, il Massacro di Grattan, il Massacro di Fetterman, il Massacro di Wounded Knee, il Combattimento di Wagon Box, la Battaglia di Rosebud, la Battaglia di Slim Buttes, la Battaglia di Blue Water e la Battaglia di Wolf Mountain sono rimasti impressi nella nostra mente, anche se quelle etichette (“massacri”, “combattimenti”, “battaglie”, “insurrezioni”) si sono perse nella nebbia della semantica. Come l’indimenticabile Battaglia di Little Bighorn, che non lascia mai i nostri pensieri, rimane lì in un cantuccio come un proiettile esploso dal Settimo Cavalleria o una punta di freccia Lakota.
Quello che a volte sfugge è quanto i Sioux fossero un popolo bellicoso già prima di opporsi seriamente all’espansione euro-americana nei territori dell’ovest Minnesota e delle Grandi Pianure del nord, a metà del diciannovesimo secolo. I cacciatori Omaha, attaccati da un giovane Nuvola Rossa, furono soltanto una delle tante popolazioni native che, per molte lune, non videro le cose allo stesso modo dei Sioux. Infatti, il nome “Sioux” deriva da un termine Ojibwa (Chippewa), “nadowe-is-iw”, che significa “vipera” o “nemico”, che venne trasformata dai viaggiatori francesi in qualcosa che somiglia a “nadoussioux”. Molto spesso i membri della tribù chiamavano sé stessi Dakota (i gruppi dell’est), Nakota (i gruppi centrali) o Lakota (i gruppi dell’ovest). Ognuno di questo termini significa “alleanza di amici” nei tre dialetti Sioux che portano lo stesso nome. Essi si riconoscevano anche con il termine “Oceti Sakowin” (I fuochi dei sette consigli), per via dei sette maggiori sottogruppi alleati: Sisseton, Wahpeton, Wahpukute e Mdewakanton (i gruppi dell’est, comunemente conosciuti dai bianchi come Santee Sioux, di lingua Dakota), Yankton e Yanktonai (gruppi centrali, noti come Yankton Sioux, di lingua Dakota e Nakota), e Teton (gruppo dell’ovest, i Teton Sioux, di lingua Lakota).
Attualmente, le lingue Dakota-Nakota-Lakota vengono spesso chiamate Sioux, sebbene molta gente mostri di preferire i termini “Dakota” o “Lakota” alla parola che li identifica.
All’inizio del diciassettesimo secolo, i Sioux occupavano principalmente il territorio che sarebbe diventato lo stato di Minnesota e parte del Wisconsin, ma alcune bande di Lakota iniziarono a emigrare dalla valle dell’alto Mississippi verso le Grandi Pianure a causa dell’altro prezzo che la guerra contro gli indiani Cree li obbligava a sostenere. I Cree erano armati con fucili francesi e iniziavano a fare pressione partendo dai territori occupati dagli Ojibwa andando verso est. Anche il richiamo delle mandrie dei grandi bisonti incoraggiò l’espansione verso est e, dopo l’arrivo dei cavalli intorno al 1750, la migrazione divenne molto più semplice… così come anche il combattimento.
I Lakota entrarono in guerra contro popolazioni stanziali di agricoltori come i Pawnee e gli Arikara e anche contro popoli nomadi quali gli Cheyenne, i Kiowa, gli Arapaho e i Crow. “Scoprendo” intorno al 1776 i pendii boscosi e i terreni rigogliosi delle Black Hills (Paha Sapa), i Lakota, ora ben riforniti anche di armi da fuoco, iniziarono ad allontanare da quella regione gli Cheyenne e i Kiowa, i quali avevano goduto fino ad allora dell’abbondate cacciagione, legname e acqua di quei territori.


Scontro tra indiani di diverse tribù

La sconfitta degli Arikara nel 1792 consentì ai Lakota di espandersi nella valle centrale del Missouri e nella parte occidentale del territorio che in seguito sarebbe diventato il Sud Dakota. Nel 1814 i Lakota trattarono la pace con i Kiowa verso i quali cessarono ogni ostilità, questi riconobbero formalmente il controllo delle Black Hills da parte del loro ex-nemico. All’inizio del 1820, i Lakota unirono le loro forze con un altro precedente nemico, gli Cheyenne, per scacciare i Crow dai loro insediamenti situati nella zona est di quello che sarebbe diventato il Wyoming.
Lo storico Elliott West descrive questa “vampata espansionistica” nel suo libro “The Contested Plains”, premiato nel 1998. “Fin dal 1830”, scrive West, “i Lakota detennero il potere preminente nelle pianure del nord. Con le Black Hills come loro centro spirituale e geopolitico, essi giunsero in breve a spaziare verso ovest fino allo spartiacque delle Montagne Rocciose, verso est fino al bacino del Missouri, verso sud fino ai fiumi South Platte e Smoky Hill e verso nord fino alle terre occupate da due potenti rivali, i Crow e i Blackfeet”.
Dal 1840 i Lakota fecero pace con gli Cheyenne e gli Arapaho, ma non fu altrettanto nei confronti di quelle tribù dell’est che si spostavano all’ovest per la caccia al bisonte (Pawnee, Osage, Omaha, Potawatomi ecc.) oppure con le popolazioni del nord, Crow e Blackfeet. Gli incontri con popolazioni non-indiane che in passato erano stati poco frequenti, aumentarono quando i coloni di Oregon e California impegnati nella ricerca dell’oro iniziarono ad attraversare le Grandi Pianure. Vennero disturbate le mandrie di bisonti, e gli indiani delle Grandi Pianure, a loro volta, tentarono di interrompere le carovane di carri. “Era solo una questione di tempo,” scrive R. Eli Paul, “prima che l’espansionismo dei Lakota entrasse in conflitto con l’altro grande potere, gli Stati Uniti d’America.”
Alla metà del secolo, circa 15.000 Lakota erano stanziati lungo la “via del progresso”. Questo gruppo dell’ovest era suddiviso in sette gruppi: Hunkpapa, Oglala, Minneconjou, Two-Kettle, Sans-Arc, Blackfoot e Brulé.

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