Nueva Vizcaya

A cura di Gianni Albertoli

Secondo l’Orozco y Berra e il Bancroft, il “Regno della Nueva Vizcaya”, nel XVII secolo, era la terra di alcuni gruppi indigeni ben definiti linguisticamente, tra i quali i principali erano i Tepehuanes, gli Acaxees, i Xiximes, i Tarahumaras, i Conchos e i Tobosos. Il Chihuahua sarebbe diventato il nucleo centrale del regno. I primi esploratori spagnoli lo raggiunsero verso la metà del XVI secolo, e il Chihuahua divenne importante dopo la scoperta delle miniere di Santa Barbara (1567).
Entrando nella Sierra Madre occidentale, e nei deserti del Bolsón de Mapimi, gli spagnoli vi trovarono una serie di popolazioni nomadi e semi-nomadi; alcuni di questi gruppi furono chiamati da esploratori diversi con nomi e termini diversi, per cui alcune tribù si trovarono ad avere più nomi per indicarle.
Nel territorio vivevano i Tepehuanes (Tepecan), che occupavano l’epicentro della parte meridionale della Nueva Vizcaya e le regioni situate su entrambi i lati della strada spagnola che da Durango si spingeva a nord-ovest fino al Real del Parral.
Il John R. Swanton affermava che il nome dei Tepehuanes derivava dal termine “tepetl” della lingua Nahuatl e significava “montanaro”, mentre il suffisso “huan” significava alla “giunzione di”. La tribù parlava un dialetto Piman del grande ceppo Uto-Aztecan ed era stabilita sulle pendici orientali della Sierra, estendendosi anche nel Chihuahua meridionale e nello Zacatecas occidentale e tra l’alto corso del Rio Fuerte e il Rio Grande de Santiago, nel Jalisco. La tribù divenne famosa per essersi ribellata al dominio spagnolo negli anni 1616-19. Si crede che le continue epidemie che colpirono i Tepehuanes negli anni 1594, 1601-02, 1606-07 e 1612-1615, funsero da catalizzatore per questa ribellione cui si aggiunsero le grandi carestie e le malattie portate dai bianchi. Gli indiani Varohíos (Guarijíos) parlavano un dialetto molto simile a quello dei Tarahumaras e occupavano alcune zone montuose della Sierra Madre occidentale, nelle vicinanze delle sorgenti del Rio Mayo, nella Sonora e nel Chihuahua. Il Mason e il Johnson affermavano che questa popolazione parlava un dialetto Taracahitian del ceppo Uto-Aztecan.

I Guasapar, anche essi affini ai Tarahumaras, abitavano invece le zone lungo il corso dei fiumi Chiniap (Chínipa o Rio Oteros) e Urique, nel Chihuahua. Lo Swanton li riteneva una divisione dei Varohíos. A ovest dei Tepehuanes, in una terra che si estendeva fin quasi al Golfo della California e al fiume Sinaloa, in una regione conosciuta come “Topia”, vivevano gli Acaxees, gli Xiximes ed altri gruppi affini. I primi parlavano un dialetto Taracahitian del ceppo Uto-Azteco e vivevano, secondo lo Swanton, sul fiume Culiacán e nelle valli di San Andres e Topia. Gli Acaxees erano suddivisi nei veri e propri Acaxees, nei Sabaibos e nei Tebacas, ma venivano anche ricordati i gruppi Papudos e Tecayas. La grande rivolta di questi indiani, avvenuta nel 1601, avrebbe interessato il Durango nord-occidentale e il Sinaloa centro-orientale. Gli Acaxees vivevano in rancherias disperse nelle gole e nei canyons della Sierra Madre occidentale; quando giunsero i primi missionari, gli indiani vennero obbligati a tagliarsi i lunghi capelli e a portare “abbigliamenti decenti”, inoltre, i prelati iniziarono una politica di concentramento in aree ben definite e prossime alle missioni. Nel dicembre 1601, sotto la guida di Perico, gli Acaxees si ribellarono e la loro sollevazione fu, secondo Susan Deeds, caratterizzata da “capi messianici che promettevano una redenzione millenaria in un periodo di disgregazione violenta, decremento demografico e situazione catastrofica dovuta a continue epidemie”. Perico, “venuto dal cielo per salvare la sua gente dalle false dottrine dei gesuiti”, progettava di sterminare tutti gli spagnoli, e il suo spirito messianico lo portava a compiere battesimi e matrimoni. Gli Acaxees assalirono i campi minerari e gli insediamenti, compirono scorrerie ed agguati che portarono alla morte di una cinquantina di bianchi. Dopo il fallimento dei negoziati, il Francisco de Urdiñola pose brutalmente fine alla rivolta; Perico e altri 48 capi furono giustiziati, gli altri ridotti in schiavitù. Gli Xiximes erano linguisticamente affini ai precedenti e occupavano parte del Durango e del Sinaloa. Le suddivisioni tribali riportate erano quelle degli Aibines e degli Hines. Gli Xiximes si ribellarono nel 1610 e la loro sollevazione avrebbe interessato il Durango occidentale e nord-occidentale. Il loro nome sembra significasse “le Selvagge Genti di Montagna”, infatti abitavano le zone montuose del Durango occidentale con gruppi anche nel Mazatlán.


La mappa dei luoghi che tocchiamo in questo articolo

Nemici tradizionali degli Acaxees, erano ritenuti, stando ai Rapporti gesuiti, “il più bellicoso popolo della Nueva Vizcaya”. Quando gli esploratori del Guzman entrarono nelle loro terre, nel 1531, secondo il Gerhard, si sarebbero ritirati velocemente di fronte “ai feroci nativi e al terreno inospitale”. Comunque, nel 1565, fu il Francisco de Ibarra che marciò contro di loro per sconfiggerli duramente. Nel 1601 gli Xiximes ripresero le armi, ma fu nove anni dopo che si sollevarono accanitamente, la causa fu l’ennesima epidemia di vaiolo che colpì duramente un villaggio degli Acaxees, per poi propagarsi velocemente nelle loro terre. La tribù si preparò alla guerra e cercò alleanze con gli Acaxees e i Tepehuanes, i loro capi promettevano “l’immortalità a tutti i guerrieri che cadevano in battaglia”. Il governatore Urdiñola condusse una forza di 200 spagnoli, affiancata da circa 1.100 indiani alleati, nelle loro terre, i ribelli furono sconfitti e numerosi capi perdettero la vita, con altri che si sottomisero. Grazie all’aiuto delle truppe i missionari avrebbero poi congregato la tribù, che viveva in 65 villaggi e in cinque nuove missioni. Fu comunque il Francisco de Ibarra che, negli anni 1563-65, avrebbe esplorato a fondo gran parte della Nueva Vizcaya, e fu lui a dare il nome a tutto il territorio, per poi fondare, nel luglio 1563, la città di Durango. A nord-ovest dei Tepehuanes vivevano i Tarahumaras, il cui nome era una forma ispanizzata del termine nativo “Ralámari” significante “corridori a piedi”. Anche questi indiani parlavano un dialetto Taracahitian del ceppo Uto-Aztecan, ed erano stanziati nella Sierra Madre, nella Sonora meridionale e nel Chihuahua. Questi indiani occupavano un vastissimo territorio e quando apparvero gli spagnoli preferirono ritirarsi nei canyons e nelle inaccessibili vallate della Sierra Tarahumara per sfuggire alla civilizzazione forzata. Lo Swanton menzionava soltanto una suddivisione tribale, i Pacheras, stanziata sull’alto corso del ramo settentrionale del Rio Nonoava, nella Provincia di Guerrero. Dopo la rivolta dei Tepehuanes furono proprio i Tarahumaras a mettere a ferro e fuoco il Durango e il Chihuahua meridionale negli anni 1621-22, ma anche questa rivolta non avrebbe avuto esiti positivi. Questi indiani erano ritenuti piuttosto pacifici, vivevano in rancherias e si dedicavano ad una certa forma di agricoltura, coltivando il mais lungo le creste delle colline e nelle vallate dei fiumi. La tribù fu visitata per la prima volta da un gesuita nel 1607 e da allora i bianchi furono sempre accolti amichevolmente. Nel gennaio 1621, però, i Tepehuanes della valle di San Pablo y San Ignacio, con alcuni guerrieri Tarahumaras, compirono scorrerie nella regione di Santa Barbara, saccheggiarono e dettero alle fiamme parecchie abitazioni, uccidendo numerosi indiani convertiti e alcuni coloni bianchi. Tre spedizioni punitive furono organizzate da Durango ed ebbero ben presto la meglio sugli insorti dopo la morte dei leader nativi. Nelle terre poste a nord-est di El Parral, nella vallata del Rio Conchos, vagavano gli omonimi indiani Conchos, le cui roccaforti si estendevano verso ovest fin nelle vicinanze di Casas Grandes.


La famosa Jalisco Map


Le tribù da collegare alla Jalisco Map

I Conchos parlavano, secondo il Mason e il Johnson, un dialetto Taracahitian del ceppo linguistico Uto-Aztecan. Questi indiani inizialmente avrebbero cooperato con i bianchi, ma poi si resero conto dei loro veri intendimenti e li abbandonarono. Lo Swanton dichiarava che le due maggiori divisioni della tribù erano quelle dei Chinarras, stanziati nelle zone dei laghetti salini e nei deserti del Chihuahua settentrionale; mentre la seconda divisione era rappresentata dai Chisos (Chizos), stanziati a est del Rio Concho e presso la grande curvatura del Rio Grande. Le suddivisioni minori erano rappresentate dalle bande Abasopalmes, Aycalmes, Bachilmis, Baopapas, Cacalotitos, Conejos, Coyamits, Guamichicoramas, Guelasiguicmes, Guiaquitas, Julimes, Mamites, Mesquites, Mosnalas, Obones (Oposines), Olobayaguames, Olojasmes, Polacmes, Posalmes, Sucayis, Tatamastes, Tocones, Topacolmes, Xiximoles, Yacchicauas, Yaculsaris, Yaochanes (Aluchans, Ochans) e Yeguacats. Quando, nel 1567, venne scoperto l’argento, per gli indigeni fu l’inizio della fine. Secondo il professor Spicer, ciò avrebbe portato alla “assunzione forzata di lavoratori indiani non cristiani” ridotti in schiavitù per lavorare nelle miniere; questa situazione avrebbe portato alle rivolte che, dal 1644 al 1652, videro in primo piano i Conchos, i Tarahumaras, i Salineros e i Tobosos, impegnati in continue scorrerie nel Durango settentrionale e nel Chihuahua meridionale. Nel 1644 quasi tutto il territorio era in rivolta, con i Tobosos, i Cabezas e i Salineros, tutti “dipinti di rosa”, in piena attività distruttrice. Nella primavera dell’anno successivo i Conchos si ribellarono alleandosi con i Julimes, gli Xiximoles, i Tocones e i Cholomes. Anche questa rivolta non ebbe esiti migliori delle precedenti ma, tra il 1648 e il 1652, si scatenarono nuovamente i Tarahumaras; poi seguirono, nel periodo 1666-80, altre ribellioni operate dai Conchos, Tobosos, Tarahumaras e Salineros. La nuova rivolta dei Tarahumaras si sarebbe scatenata (1648) nella piccola comunità di Fariagic. Sotto la guida di quattro capi, centinaia di guerrieri si spostarono a nord assalendo le missioni lungo le vie di comunicazione; la missione di San Francisco de Borja venne distrutta e data alle fiamme ma, qualche giorno dopo, una spedizione proveniente da Durango sconfisse le forze ribelli e catturò due capi, ciò avrebbe posto fine alla rivolta. Però, nel 1650 e nel 1652, due altre ribellioni dei Tarahumaras scossero il territorio. Un gruppo guerriero, guidato da Tepórame, si sarebbe messo in luce con una serie di scorrerie contro gli insediamenti francescani nelle terre dei Conchos.
Ritratto di Francisco de Urdiñola
Sconfitti e ridimensionati, i Tarahumaras dovettero deporre le armi dopo la cattura e la morte del potente capo. Altre rivolte si ebbero nel periodo 1666-80, ancora una volta scendevano in guerra i Salineros, i Conchos, i Tobosos e i Tarahumaras; le nuove rivolte interessarono i territori del Durango nord-orientale e del Chihuahua meridionale ed occidentale. Nel 1666 i Conchos presero le armi dopo un periodo di grande siccità, successiva carestia e nuova epidemia; la rivolta si sarebbe poi estesa ai Tobosos, ai Salineros e ai Cabezas. Molti indiani avrebbero perso la vita negli scontri e circa 400 ribelli furono ridotti in schiavitù, con alcune bande disperse che continuarono la lotta al fianco dei Julimes e dei Chisos. Più a nord divampava la grande rivolta degli indiani Pueblos del Nuovo Messico (1680) e, dopo il 1684, il Chihuahua settentrionale, da Casas Grandes ad El Paso, fu interessato dalle azioni di guerriglia dei Conchos, Mansos, Sumas, Chinarras, Janos e, come diceva lo Schmal, dagli “Apachean Jocomes”. A nord-est dei Tepehuanes, e a est dei Conchos, vivevano i bellicosi Tobosos e gli indiani del Coahuila. I Tobosos erano stanziati nel Bolsón de Mapimi, ma si estendevano verso nord fino al Rio Grande; la loro appartenenza linguistica è ancora incerta e, secondo l’Orozco y Berra, i Cocoyomes e i Cabezas rappresentavano probabilmente due divisioni della tribù. I Tobosos vennero descritti come dei cacciatori-raccoglitori nomadi, famosi per la loro resistenza ai rigori di un ambiente difficile; essi potevano sopportare sia la fame che la sete, le intemperie a cui erano soggetti li portava ad esporsi anche a temperature molto fredde, in quanto “non utilizzavano abiti diversi da quelli che la natura gli aveva concesso”. I Tobosos “non hanno una comunità, non hanno un territorio e perciò non è possibile portare una guerra offensiva contro di loro”, “non si poteva entrare nel loro paese e quando si riusciva per un breve tratto i vantaggi erano ben pochi”. Lo stile di vita dei Tobosos divenne un vero e proprio anatema per i vari cronisti spagnoli, i quali hanno sempre cercato di scusarsi vista l’incapacità delle autorità nel pacificare il territorio. Nel corso del XVIII secolo una nuova minaccia sarebbe apparsa nel Chihuahua, a partire dal 1751, il nemico inesorabile era rappresentato dagli Apaches. Il capitano Juan Mateo Manje, nel 1737, riportava che, “Molte miniere sono state distrutte, 15 grandi estancias lungo le frontiere date alle fiamme e circa 200 capi di bestiame e cavalli perduti”, poi continuava, “…duecento cristiani hanno perso le loro vite per mano degli Apaches, i quali combattono con archi e frecce, uccidono e rubano bestiame. Tutto questo ci ha lasciato in rovina”.
Ritratto di Francisco de Ibarra
Il Griffen spiegava che le incursioni degli Apaches avrebbero avuto un ruolo significativo nell’assimilazione di molti gruppi indigeni del Chihuahua; il professore diceva che, “…gli Apaches spostarono o assimilarono gruppi di cacciatori-raccoglitori noti come Sumas, Mansos, Chinarras, Sumanos, Jocomes e Janos”. Un geografo spagnolo, don Joseph Francisco Marin, che visitò il territorio nel 1693, divise la Nueva Vizcaya del XVII secolo in tre aree geografiche e linguistiche, giungendo alla conclusione che vivevano ben 159 tribù indiane. Il geografo dichiarava che queste tribù a nord del Rio Grande erano “… più pacifiche e tranquille dei bellicosi Apaches che molestavano continuamente gli insediamenti”. Nelle regioni tra il Rio Conchos a est, il Nuevo Mexico a nord, il Golfo della California e il fiume Colorado a ovest, vivevano altre 27 nazioni, alcune delle quali, come i Pimas e gli “Apache Cruzados” erano molto numerose. L’Osorio scriveva che, “Nell’ambito della giurisdizione della Nueva Vizcaya vi sono molte nazioni distinte, alcune delle quali sono molto grandi. Quelle dei Tepehuanes, dei Tarahumares e dei Conchos, per quanto è stato esplorato, sembra che ammontano a ben 300 mila famiglie… Ogni nazione occupa almeno centocinquanta leghe di catene montuose… Vi sono molte nazioni i cui padri missionari che li hanno visitati non sono neanche stati in grado di apprendere i loro nomi”. Per quanto riguardava gli indiani Tobosos, il Sierra Osorio rammentava che, nel 1678, “undici nazioni ostili vivevano nelle terre prossime alla strada che da Durango portava a El Parral”, siccome “i più coraggiosi sono i Tobosos”, tutte le undici nazioni erano conosciute con quel nome. Il capitano Juan Bautista de Escorza, dopo aver organizzato una spedizione (1693) nelle terre dei Tobosos, riferiva di aver scoperto “molte popolazioni nuove fra i nemici e i Tobosos sono soltanto un quarto di loro”.
Diego Felipe de Guzman
Il Sierra Osorio ricordava anche i Conchos dopo il 1693 e dichiarava che, “Le altre nazioni che si sono ribellate hanno nomi diversi come Chizos, Julimes ed altre che sono impossibili da ricordare, ma incluse sotto la denominazione generica di Conchos”. Comunque, il problema indiano nel corso del XVII secolo ebbe anche periodi di relativa pace. Il Governatore Urdiñola, nell’anno 1604, si vantava del grande risultato ottenuto con una campagna di sette mesi, e di aver “ridotto a 24 villaggi le 70 rancherias degli Acaxees della Sierra de San Andres”. I Governatori che si succedettero tra il 1616 e il 1646 – Alvear, Mateo de Vesga e Luis Valdes – avrebbero concentrato i loro sforzi per sottomettere i Tepehuanes, i Tarahumaras, i Conchos e i vari gruppi loro alleati. Verso la metà del secolo la pacificazione e la conversione degli indiani sembrava migliorare notevolmente. Nel 1678 il Sierra Osorio asseriva di “aver ridotto i nativi alla pace”, tutti gli indiani Tobosos erano stati soggiogati e alcuni dei loro gruppi si erano stabiliti nella “San Francisco de Conchos”. Inoltre, riferiva che tutti i Tepehuanes, i Tarahumaras e i Conchos erano stati pacificati e che un “certo numero di loro, anche se molto piccolo, era già stato battezzato e indotto alla fede”.
La situazione stava comunque peggiorando notevolmente, ciò era anche dovuto alle notizie riguardanti gli esiti della grande rivolta dei Pueblos del Nuovo Messico (1680-92), ma in gran parte era dovuto al “coraggio e all’audacia” dei guerrieri e al loro desiderio di saccheggiare e scacciare gli invasori bianchi. Il capitano Escorza, dopo aver organizzato una spedizione ricognitiva nel paese dei Tobosos (1693), riferiva che, “gli antichi nemici che, sotto il nome di Tobosos, hanno invaso questi regni per molti anni, sono ora spinti dalla necessità ad intensificare le azioni di guerra e ad aumentare i danni. Dopo aver consumato migliaia di capi di bestiame e cavalli che vagavano in queste terre, ora non hanno altro scopo che quello di scacciare gli spagnoli dal territorio”. Alcuni anni dopo (1693), il Marin descriveva l’astuzia e gli stratagemmi degli indiani ostili, che assalivano i ranch e le strade carrabili. Riferendosi alla “perfidia dei Tobosos”, dichiarava che, “loro non mantengono ciò che promettono, sono apostati della Legge evangelica e la considerano la più perniciosa e malefica fra tutte.


La terra dei Tarahumara

Inoltre, essi girano nelle terre di altre genti, istigano alla rivolta eccitando le tribù con i loro grandi bottini”. Secondo gli spagnoli, gli indiani che compivano incursioni nella parte centro-orientale della Nueva Vizcaya, nel tardo XVII secolo, non erano soltanto “estremamente feroci”, ma anche “primitivi e, in alcuni casi, anche cannibali”. Le prove sul cannibalismo di questi indiani sono piuttosto scarse. Il generale Retana riferiva (1693) che, “… alcune donne anziane degli indios Chizos hanno mangiato una giovane donna spagnola in cattività”; nonostante queste testimonianze non vi è comunque alcuna prova che i Tepehuanes, i Tarahumaras o i Chizos, “stanziati nel centro del Regno”, praticassero forme di cannibalismo. Però la loro ferocia era ben nota, i “pacifici Tarahumares” di qualche decennio prima, quando catturarono uno spagnolo a circa 15 leghe da El Parral, nel giugno 1693, lo “scorticarono vivo”, e “la loro disumanità non deve comunque essere raccontata”. Nell’ultimo decennio del secolo gli indiani, ormai sottoposti ad una forte pressione coloniale e alle epidemie dilaganti, si spostarono nelle terre più inospitali dando così vita a bande composite formate dai resti di varie tribù ormai decimate, ciò avrebbe introdotto nuovi elementi di lotta nelle Province Interne del Messico settentrionale. Gli stessi Tobosos, “consumati dal tempo e dalle continue guerre” – come diceva l’Escorza nel 1693 – rappresentavano ormai meno di un quarto delle popolazioni ostili del Bolsón de Mapimi. Il Marin era sicuro che per ristabilire la pace bisognava liquidare “tutte le tribù bellicose e sterminare completamente i compositi Cocoyomes-Tobosos”; poi continuava, “anche se sono ormai ridotti a meno di cento guerrieri, i Tobosos rappresentano la più perniciosa e malevola tribù”, probabilmente perché i successi dei loro attacchi incitavano altri gruppi alla rivolta. Dal canto loro i Cocoyomes non avevano mai accettato le proposte di pace, ed allora il generale Retana iniziò a sostenere una politica di sterminio anche nei loro confronti. Sia il Morfi, nel 1935, che il Griffen, nel 1969, avrebbero documentato la scomparsa dei Tobosos; “… abbiamo visto tante grotte e ci è stato assicurato che erano le antiche abitazioni degli indiani Tobosos, una nazione barbara scomparsa da tempo”.

Sarebbe stato il Berroterán a distruggere definitivamente questi incalliti razziatori, ma dopo di loro vennero altri razziatori, apparvero gli Apaches. Come affermava il Griffen, gli Apache Natagés apparvero a nord del Rio Grande e a ovest del “Rio de Natagés” – presumibilmente il fiume Pecos -, mentre i loro parenti, gli “Apache Pharaones”, vagavano probabilmente a est e a nord dei Natagés. Anche se piccoli gruppi di indigeni del territorio sarebbero sopravvissuti lungo il Rio Grande e il Rio Conchos, ormai il Bolsón de Mapimi era controllato dagli Apaches. La mappa del Nicolas Lafora, grazie alle esperienze del Marqués de Ruby, mostra indiscutibilmente la presenza degli Apaches sul Rio Grande; più precisamente, i Natagés e i Mescaleros venivano collocati rispettivamente a est e a ovest del fiume Pecos, mentre i Lipans vagavano più a est, nel Texas sud-occidentale. Il Bolsón de Mapimi, a sud del Rio Grande, era però ancora descritto come una “terra disabitata che ospitava indiani ostili e apostati fuggiti dalle missioni, tutti impegnati a compiere incursioni nella Nueva Vizcaya e nel Coahuila”. La ferocia degli indiani raggiunse comunque picchi molto alti, “…paragonabili ai feroci Tobosos erano anche i Pimas e gli Apaches delle frontiere orientali e nord-orientali della Nueva Vizcaya, specialmente nella Sonora”.

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