Il poker e il gioco d’azzardo nel vecchio west

A cura di Sergio Mura da un articolo di Kathy Weiser

Su un battello che procede lungo il Mississippi o in una tenda fumosa e scura di un campo minerario, una sola cosa poteva cambiare il destino di un uomo, trasformandolo da reietto a vincente.
Era il poker, il re dei giochi d’azzardo del vecchio west, giocato e reso popolare da baffuti eroi della frontiera del calibro di Wild Bill Hickok, Doc Holliday, “Canada” Bill Jones, Wyatt Earp e Bat Masterson, oltre che da centinaia di altri personaggi più o meno noti. Nelle vecchie cittadine di frontiera quali Deadwood, Dodge City, Tombstone e Virginia City, i giocatori d’azzardo, i “gambler” giocavano sempre con le spalle al muro e con le pistole ben attaccate ai fianchi durante le interminabili, costose e pericolosissime partite di Chuck-A-Luck, Three Card Monte, High Dice e Faro, da sempre giochi favoriti degli avventori dei saloon.
Sulle origini del gioco del poker si è discusso lungamente, senza mai arrivare ad asserzioni certe. Alcuni dicono che il poker sia nato nel XVI secolo con un gioco di carte persiano chiamato “As Nas” che si gioca con un mazzo di 25 carte contenenti cinque semi; le regole sono simili all’attuale “Five Card Stud”. Altri ritengono che sia stato inventato dai cinesi nel 900 D.C.
Con ogni probabilità il gioco deriva da svariati elementi di vari altri giochi, forse esistenti da sempre.
Il poker ha preso ad essere giocato negli Stati Uniti, a New Orleans, nei primi anni del 1800, con i coloni francesi che si sfidavano in un gioco di carte chiamato Poque che prevedeva “bluff” e scommesse.


Giocatori al tavolo di poker

Questo gioco di poker vecchio era simile al “draw poker”, gioco diffusissimo ai giorni nostri. New Orleans divenne una capitale del gioco d’azzardo quando marinai, proprietari di piantagioni, agricoltori e allevatori si fecero catturare dalla febbre delle scommesse.
La prima casa per il gioco d’azzardo degli Stati Uniti fu aperta nel 1822 da un certo John Davis che ebbe la felice intuizione di avviare un club aperto tutto il giorno ogni giorno della settimana in cui i giocatori potevano dannarsi intorno al tavolo da poker, ma anche mangiare, bere e divertirsi con le roulette, il gioco del “Faro” e molto altro ancora… Naturalmente, in un ambientino simile non potevano stare lontane certe allegre donnine della frontiera.
Decine e decine di locali simili a questo sorsero in tutta New Orleans, rendendola presto la capitale del gioco d’azzardo e in questo ambiente proliferarono anche i gambler, i bari e tutta quella fauna umana che rendevano i saloon un posto unico e molto pericoloso.


L’interno di un saloon

La zona della città più famosa era quella nei dintorni del porto, una fascia chiamata “The swamp” da cui persino la polizia stava alla larga e in cui era possibile guadagnare al tavolo da gioco ingenti somme che magari venivano rapinate appena fuori dal locale.
Il gioco d’azzardo venne alfine proibito in tutta la Louisiana a partire dal 1911, ma New Orleans continuò a godere della ricchezza prodotta da cent’anni di poker e affini.
Da New Orleans il poker si diffuse ovunque, spostandosi di territorio in territorio lungo i fiumi sulle imbarcazioni e attraverso le praterie con i carri e le carovane e, infine, nei convogli dei treni.
Il primo a scrivere dell’incredibile diffusione del gioco d’azzardo fu Jonathan H. Greer nel 1834.
Le prime cittadine ad essere colpite dalla febbre del gioco, dopo New Orleans, furono quelle sorte magicamente sulle rive dei fiumi, specialmente quelle più frequentate dai gambler e dai viaggiatori. I primi si incaricavano di spazzolare i risparmi di una vita di quelli tra i secondi che incappavano nella tentazione del poker.


Si gioca a Faro

Responsabili del boom del poker in tutti gli Stati Uniti furono certamente i gambler, quei giocatori professionisti – talvolta dotati di grandi qualità di truffatori – che seppero approfittare del desiderio di giocare d’azzardo che permeava la società in quei primi decenni del XIX secolo. Tra le doti del gambler non doveva mancare la capacità di attirare la gente verso il tavolo da gioco, facendogli credere di non rischiare nulla, se non una grossa vittoria. Perciò era importante che si presentassero come persone distinte, vestiti da dandy, con la barba ben rasata e con un atteggiamento rassicurante. Però c’era un’altra dote che aveva molta importanza: la capacità di impugnare e maneggiare le pistole!
Solo dopo il 1830 la gente comune prese ad identificare i gambler come responsabili di ogni crimine che avveniva nella zona dei saloon e fuori dalle sale da gioco.
Fu proprio durante questi “bei” tempi in cui il poker si stava diffondendo a macchia d’olio che avvennero anche episodi degni di essere ricordati. In particolare ve ne raccontiamo uno accaduto nel 1832 su un battello fluviale, sempre intorno al tavolo da gioco.
James Bowie
Su un battello che scivolava lentamente lungo il Mississippi quattro uomo erano intenti a giocare a poker. Tre di questi erano gambler, veri professionisti del gioco, mentre il quarto era solo il classico sfortunato di passaggio che, proveniente da Natchez, non aveva saputo resistere alla tentazione dell’azzardo. Dopo numerose mani di poker l’ingenuo ometto aveva perso tutto il suo denaro e decise di mettere fine alla sua vita gettandosi nelle fredde acque del fiume.. Ad osservare la scena c’era un altro uomo che dissuase l’aspirante suicida dal buttarsi in acqua e ne prese il posto al tavolo dei gambler. Ad un certo punto del gioco, lo straniero colse in fallo uno dei professionisti della truffa proprio mentre barava. Gli puntò un pugnale alla gola e gli gridò: ” Mostrami le mani! Se hai più di cinque carte ti ammazzo!” Subito dopo caddero sei carte sul tavolo… I tre delinquenti preferirono lasciare il tavolo e lo straniero poté prendere l’intera posta: 70.000$. Di questi ne consegnò 50.000 al tizio di Natchez e ne tenne 20.000. L’uomo, ancora attonito, gli chiese: “Ma chi diavolo sei?” Lo straniero gli rispose: “Mi chiamo James Bowie.”
Da quel momento in poi si moltiplicarono gli atti ostili nei confronti dei gambler e degli “sharps” (i truffatori dei tavoli da gioco) al punto che a Vicksburg, nel Mississippi, nel 1835 furono linciati 5 bari ad opera di una banda di vigilantes. Dopo quell’episodio i gamblers iniziarono a migrare sui battelli fluviali, dove fruivano dei benefici della vita “di passaggio” in cui era difficile rivedere la stessa persona due volte.


In una partita si poteva perdere tutto il denaro posseduto

Dopo la guerra civile, con lo spostamento della frontiera verso ovest, con i pionieri si spostarono anche i tavoli da gioco, i bari ed i professionisti dell’azzardo, in cerca di impossessarsi delle nuove ricchezze che quelle terre promettevano di distribuire con generosità. Nei campi minerari e nelle piccole città della frontiera il poker ed il gioco d’azzardo divennero popolarissimi, quasi fossero uno dei pochi modi in grado di rilassare quella gente che trascorreva le giornate a spaccarsi la schiena.
Nel 1849, durante la corsa all’oro, le case da gioco spuntarono come funghi in tutto il nord della California. Non offrivano solo ed esclusivamente lo spazio e gli strumenti per giocare, ma anche musicisti e donnine il cui incarico era quello di rendere piacevole il soggiorno dei giocatori. E’ in questo periodo che nascono anche le prime sale da ballo, quasi sempre inserite in un saloon, che, improvvisamente, si diffusero in tutti i più recenti insediamenti. Nelle sale da ballo era possibile giocare a carte d’azzardo, ma anche e sopratutto ballare con le donne che prestavano servizio nel locale. Il costo del biglietto per un giro di ballo variava tra i 79¢ e 1$ e veniva suddiviso tra il titolare del saloon e le donne che in esso lavoravano. A questo guadagno le signorine aggiungevano quello derivante da una piccola quota del costo delle consumazioni pagate dagli avventori al bar per fruire della loro compagnia.


San Francisco e il suo porto

Per comprendere la dimensione del denaro che girava in questi saloon, basti pensare che una sola ragazza poteva essere impegnata in ben 50 balli nel corso della stessa serata, fino a notte tarda, e il denaro spettante era superiore al guadagno di un mese intero di un comune lavoratore. Raramente queste ragazze si impegnavano anche nel giro della prostituzione… Il loro guadagno era tale che non ne avevano alcuna necessità! Anzi, ad onor del vero, possiamo dire che accadeva che dai bordelli alcune ragazze si spostassero per andare a lavorare nelle sale da ballo.
Quando la febbre dell’oro si abbassò d’intensità, San Francisco prese immediatamente il posto di New Orleans quale mecca del gioco d’azzardo e dei suoi annessi e connessi. Oltre 100 sale erano sempre pronte a spalancare le loro porte ai marinai che sbarcavano in città ed alle moltitudini di cercatori di fortuna e molti di questi “raffinati locali” erano nel distretto della tristemente famosa Costa dei Barbari.
Tra i giochi di carte più diffusi nei saloon del vecchio west citiamo il “Faro”, seguito da “Brag” e “Three-card-monte”, ma erano popolarissimi anche i giochi coi dadi come “High-low”, “Chuck-a-luck” e “Grand hazard”. Le esigenze di fare affari in quantità sempre crescente spinsero i gestori delle sale ad estendere l’opportunità di giocare anche a fasce di popolazione che fino a quel momento ne erano escluse, quali gli ispanici, i neri, i cinesi e persino le donne! E’ in questo periodo che si creano le condizioni che daranno la fama di grandi giocatrici a donne come Calamity Jane, Poker Alice e Madame Mustache.


La main street di Deadwood, nelle Black Hills

Bastò pochissimo tempo per trasformare cittadine quali Deadwood, Leadwood e Tombstone da posti collegati all’estrazione di oro e argento a pericolosi paesino in cui erano numerose le sparatorie nate intorno ai tavoli del gioco d’azzardo. Giocatori professionisti quali Doc Holliday e Wild Bill Hickok impararono presto ad affiancare le loro doti legate all’uso delle carte con quelle innegabili di tiratori con le sei colpi.
Intorno ai tavoli verdi da poker fiorirono regole non scritte, ma ben note a tutti i giocatori… “Prima spara e poi fai domande” era una di queste ed effettivamente i fatti contribuivano a rendere chiaro il concetto. In una delle infinite serate al tavolo da poker a Fort Griffin in Texas, un bulletto di nome Ed Bailey prese a infastidire il temibile Doc Holliday gettando continui sguardi alle carte scartate (rovesciandole) nella partita di “Faro”. Questo comportamento era assolutamente vietato dalle regole e a Bailey sarebbe dovuto bastare un po’ di sano timore nei confronti di Doc per trattenersi… Dopo aver ignorato due avvisi, il bullo riprese a sbirciare tra le carte scartate. Doc fece il gesto di impossessarsi del piatto, senza mostrare le carte che aveva in mano, e questo scatenò la reazione di Bailey che tirò da sotto il tavolo la sua pistola intenzionato a sparare addosso a Doc. Quest’ultimo, però, fu sveltissimo a colpire l’avversario con una pugnalata allo stomaco che lo uccise sul colpo.
Wild Bill Hickok
Accadeva anche che qualche cowboy o minatore ubriaco decidesse di mettersi a sparare in aria nel saloon o addosso al vincitore di qualche mano di poker solo per sfogare la rabbia legata alle somme di denaro perse nel gioco.
Wild Bill Hickok, riconosciuto principe della pistola, fu coinvolto in una vicenda di questo tipo. Accadde una notte a Deadwood quando, dopo aver bevuto senza ritegno, iniziò ad essere innervosito per i continui rialzi chiamati dal suo avversario di poker, un certo McDonald. A mano completa e con il tavolo pieno di denaro, McDonald mostrò le sue carte tra cui spiccava un tris di Jack. Vedendo quel tris, Wild Bill appoggiò le sue carta a faccia in giù sul tavolo, dichiarando di possedere un full di assi. McDonald prese con la sua mano le carte di Wild Bill e disse: “Ma qui ci sono solo due assi e un sei!” Wild Bill non si perse d’animo e impugnata una pistola con la mano destra disse: “Qui c’è l’altro asso!” Poi impugnò un coltellaccio Bowie con la mano sinistra e disse: “E qui c’è l’altro sei.” La minaccia era fin troppo chiara e McDonald non vide altra possibilità che dichiarare: “Ottima mano! Il piatto è tuo.”
Intorno al tratto finale del XIX secolo, il gioco d’azzardo e il poker (in tutte le sue varianti) si erano diffusi a macchia d’olio in tutto il west, nelle cittadine e nei campi minerari, man mano che questi ultimi sorgevano ovunque nella disperata ricerca della facile ricchezza a cui si credeva di aver diritto. Fu allora, constatata l’enorme diffusione del gioco, che le città e gli stati iniziarono a tassare i giochi d’azzardo al fine di recuperare fondi per la gestione amministrativa. Ma in quegli stessi anni, altre cittadine ed altri stati presero una via diametralmente opposta, emanando leggi e regolamenti che puntavano a rendere illegale e vietato il gioco d’azzardo e puntando a rendere “indesiderabile” la presenza nel proprio territorio dei temibili “gambler”, quei professionisti che tanti guai avevano causato alla frontiera.
Tra queste opposte visioni si collocarono altri amministratori ancora che decisero di limitare fortemente certi giochi consentendone altri.


Una sala affollata di giocatori d’azzardo

Molte di queste leggi restrittive fecero inizialmente più fumo che arrosto, nella generale difficoltà di impedire il gioco d’azzardo e, ancor più, di applicare le pene previste.
Ma col tempo le leggi divennero più severe e se ne impose l’applicazione rigorosa e fa sorridere notare che il primo stato a rendere completamente illegale il gioco d’azzardo fu proprio… il Nevada, con una legge emanata appositamente nel 1909. L’esempio del Nevada fu seguito da altri stati e la gestione del gioco d’azzardo e del traffico degli alcolici finì nelle mani della malavita di New York, Cleveland e Chicago durante gli anni ’20.
Nel corso degli anni ’30 la legislazione si modificò, alleggerendo i divieti, anche in Nevada. Col tempo il poker si prese una grossa rivincita, diventando quel che è attualmente, un gioco diffusissimo in tutto il mondo e giocato da milioni di giocatori nel corso di tornei di ogni livello con poste anche rilevanti.

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