La stregoneria presso i Navajo

A cura di Giampaolo Galli

Nella grande riserva indiana dei navajo, sono ancora in molti a credere all’esistenza degli skinwalker, misteriose e terrificanti creature legate alla stregoneria.
Lo skinwalker ( in navajo “yee-naaldlooshii” colui che cammina su quattro zampe ) potrebbe essere visto dai più come la versione nativo-americana del lupo mannaro, ma la finzione romanzesca e cinematografica è molto lontana dalla realtà.
Per diventare uomo di medicina presso i Navajo c’è un lungo apprendistato da seguire che dura moltissimi anni, e in diversi casi queste persone collaborano attivamente con il Servizio Statunitense di Salute Pubblica nelle riserve. La loro efficacia nel risolvere casi di malattia anche grave ha dato risultati sorprendenti, e negli ultimi anni sono stati condotti moltissimi studi clinici che confermano questi fatti.
Come in tutti i campi, anche in quello della medicina indigena vi sono però delle vere e proprie devianze, un lato oscuro che solo raramente viene reso pubblico.
Alcuni uomini di medicina integrano le loro conoscenze con la magia nera e pratiche demoniache mirate a infliggere dolore, sofferenza e morte ai propri simili. L’uomo di medicina diventa così uno stregone che agisce sotto mentite spoglie e rappresenta un male per l’intera comunità.
In casi estremi, lo stregone può acquisire un potere enorme, domina la natura e le cose, la mente degli uomini, condiziona i loro gesti. Per ottenere tutto ciò lo stregone deve compiere atti contro natura, incesti, necrofilia, profanazione di tombe, omicidi, azioni malvagie e terrificanti come uccidere un amico, un fratello, una sorella, un genitore… più il parente è stretto, maggiore sarà il potere acquisito.


Una vista sulle terre dei Navajo

All’apice del loro potere demoniaco, gli stregoni – secondo la credenza navajo – potranno trasformarsi in altre creature come lupi, coyote, orsi, puma, o spostarsi da un luogo all’altro con la rapidità di un uccello, potranno arrampicarsi sulle mesas e sui torrioni del deserto come linci, potranno strisciare e nascondersi negli anfratti come rettili, o volare come i corvi e le aquile, cioè saranno diventati skinwalkers.
Nella tradizione navajo, la capacità di trasformazione da uomo ad animale non è un concetto assurdo. Infatti per la gran parte dei nativi americani e di molti altri popoli primitivi, l’individualità di ciascuno non si ferma alla periferia della sua persona fisica. Le frontiere sono estremamente labili, sfumate, possono variare di molto a seconda che un soggetto possegga una maggiore o minore forza mistica.
Si può dire che oltre alla parte fissata al corpo, l’anima del primitivo possegga una parte libera, eccedente, la quale può “attaccarsi”a questa o a quella cosa.
Nell’idea dei primitivi, gli abiti, i resti del cibo, le armi, gli escrementi o gli umori, gli oggetti che una persona abbia prodotto , lavorato o anche solo toccato, possono trattenere qualcosa della sua anima, sì da giungere occultamente ad essa, indipendentemente dalla distanza spaziale. Per la trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro, lo stregone fa spesso uso di droghe e feticci.
Le droghe sono il vettore del viaggio psichico, il mezzo con cui l’anima si stacca dal corpo, mentre il feticcio rappresenta la destinazione finale della trasmigrazione, una specie di “indirizzo” verso il quale andare.


Una mappa della grande riserva dei Navajo

Molte volte l’invasamento o possessione spiritica si verifica durante il sonno, durante il quale la parte sottile dell’essere è ancora più libera da quella corporale visibile. In tali circostanze si può verificare un trasferimento dell’anima nel corpo di un dato animale dando luogo ad una vera e propria bilocazione o bi-presenza.
Nei casi di vera e propria possessione invece, l’anima viene scacciata dal corpo e sostituita interamente da quella dello stregone. Detto ciò, è facile intuire come molti tipi di malattia o infermità siano interpretati come fatture e malocchi, fino ai casi più seri nei quali la vittima cessa di vivere, a volte senza un motivo apparente.
Vi sono fatti precisi – narrati da viaggiatori – di animali colpiti, e di persone, che dormivano lontano, trovate ferite e persino uccise nei loro letti.
Può anche capitare che sia la vittima stessa a darsi la morte, suicidandosi.
Quando si parla di “morte a distanza” ci si riferisce proprio a situazioni del genere.
Secondo la legge dei navajo, gli stregoni – e a maggior ragione gli skinwalker – sono persone che hanno rinunciato al loro status di uomini e si sono asserviti completamente al male. Chi viene riconosciuto come strega o stregone, può essere eliminato all’istante e nessuno verrà mai incriminato per la loro uccisione.
Anche il navajo che trascuri un precetto sociale può essere accusato di stregoneria. Lo stregone è quindi un sovvertitore dell’ordine morale stabilito dagli uomini.
Rituali sacri
Presso alcuni popoli confinanti come i Mojave, la stregoneria si manifesta già nel feto con un forte desiderio di non nascere. I feti, dopo il sesto mese, sognano, i più la loro nascita, mentre i futuri stregoni sognano il modo di evitare quella terribile sventura, e morendo trascinano nella morte la loro stessa madre. Gli stregoni più potenti riescono in questo terribile sortilegio, mentre gli altri entreranno nel mondo degli uomini che già detestano, in maniera vile e malvagia. L’amore più tenebroso e avido li avvince alle vittime, debbono ucciderle, consumarle, possederle nei loro sogni. Ma lo stregone, come un moderno serial killer, ha un desiderio profondo e inconfessabile, quello di essere alla fine scoperto e ucciso.
Alla pari degli antichi sabba del’600, i navajo raccontano che gli stregoni si radunano la notte, fanno accedere i neofiti che portano come scotto la prova di un omicidio, spesso di un familiare. Insegnano a preparare un veleno fatto di cadaveri di bambini, a lanciare tutti insieme maledizioni, a fornicare con cadaveri, a mangiare carne umana, nudi, mascherati e ingioiellati, ognuno servito da un ragazzino ridotto a larva.
Queste notti infernali sono state descritte più volte dagli stessi indiani, e i loro resoconti assomigliano in maniera impressionante ai verbali dei processi della Santa Inquisizione durante la grande caccia alle streghe in Europa e nel Nuovo Mondo tra il XV e il XVIII secolo. In entrambi i casi si nota, da parte degli accusati, la chiara intenzione di sovvertire la morale e di scardinare le regole della società ricorrendo ai crimini e alle pratiche più nefande.
Le analogie tra due culture profondamente diverse come quella cristiana europea e quella amerinda navajo, investono anche la fenomenologia più estrema della stregoneria, la trasmutazione dell’uomo in animale.
Il licantropismo , il vampirismo, e altri tipi di trasformazione da uomo a belva derivano tutte dalla rinuncia a Dio e al mondo degli uomini, così come lo skinwalker navajo raggiunge la vetta della malvagità rompendo tutti i tabù e si trasforma in lupo, coyote o gufo.


Nubi scure su panorami magici

Presso i navajo, le pelli animali sono usate con molta cautela, proprio a causa della magia che queste possono emanare una volta indossate, soprattutto quelle di orso, coyote, puma o lupo. Le poche pelli che vengono usate sono principalmente quelle di pecora, cervo e antilocapra, animali erbivori e inoffensivi.
I navajo sono riluttanti nel raccontare ai bianchi le esperienze avute con gli skinwalker.
Nei rari resoconti, si parla di incontri avvenuti di notte, a volte di veri e propri attacchi alle abitazioni, con gli skinwalker che cercavano di buttare giù la porta, battevano sulle finestre, camminavano sui tetti delle case tentando di penetrare all’interno. In molti casi gli skinwalker cercavano di provocare incidenti automobilistici attaccando gli stessi veicoli durante la corsa.
Nei rari casi in cui uno skinwalker veniva ferito da un’arma da fuoco, e il giorno seguente un membro della tribù presentasse lo stesso tipo di ferita nella stessa posizione del corpo, questo era il segno inequivocabile che lo skinwalker era proprio lui. Nel caso che questi venisse scoperto, bastava pronunciare ad alta voce il suo vero nome, e nel giro di tre giorni sarebbe morto.
Per paura che alcuni oggetti personali possano essere usati dagli stregoni per costruire malefici, i navajo non lasciano mai incustoditi abiti o scarpe, e per lo stesso motivo prestano molta attenzione a dove sputano, orinano o defecano . Anche i liquidi corporei possono essere usati alla pari di capelli, unghie e vestiti per lanciare maledizioni e sortilegi.


Una cerimonia in ambito familiare

Nel 1878, una vera e propria caccia alle streghe sconvolse la vita dei navajo nella riserva loro assegnata dal Governo Federale.
L’1 settembre 1866, l’irriducibile Manuelito si consegna alle truppe americane a Fort Wingate. E’ la fine della guerra per i navajo, ma è anche l’inizio di un lungo calvario nelle riserve. La loro destinazione è Fort Sumner, noto anche come Bosque Redondo, un calcinato angolo di deserto nel New Mexico dove la sola sopravvivenza è una scommessa che si rinnova giorno dopo giorno.
Manuelito e i suoi raggiungono il resto del loro popolo che due anni prima si era già arreso alle giacche blu ed era stato deportato dopo una lunga marcia forzata in questa specie di lager dove la poca acqua disponibile è malsana e il suolo totalmente improduttivo.
La tubercolosi, la fame , la dissenteria, i soprusi dei bianchi, la scarsità delle razioni alimentari, i furti e l’ostilità degli altri inquilini della riserva – gli apache mescalero – fanno il resto.
I navajo cominciano a morire come mosche, soprattutto i più deboli, vecchi e bambini.
Due anni più tardi, una delegazione degli uomini più in vista della tribù ottiene il permesso di recarsi a Washington per rinegoziare i termini della resa e ottenere una nuova riserva.
Viene firmato un nuovo trattato, uno dei pochi che le due parti non violeranno, e ai navajo è assegnato il territorio delle montagne Chuska, nel cuore del loro antico paese.
La nuova vita nelle Chuska Mountains, però, non ridà ai navajo l’autosufficienza di cui hanno disperatamente bisogno.
La scarsità dei raccolti e una lunga serie di calamità naturali li vincola sempre più alle magre razioni fornite dai bianchi.
Gli indiani seminano qua e là, vicino alle conche e alle rare pozze d’acqua, ma non c’è alcuna sicurezza nei raccolti.
Durante la prima estate nella riserva, nel 1869, il raccolto è ritardato a causa della neve primaverile e poi distrutto dal gelo. Nel 1870 cade la grandine con chicchi grossi come uova; nel 1876 arrivano le cavallette; nel 1878 e 1879 la siccità; nel 1880, il vento e la pioggia; nel 1881 ancora la siccità seguita dalle inondazioni.

Non sono annate eccezionali, è il clima della riserva, quello di sempre, e che per un popolo che anticamente viveva di allevamento e razzie, era quasi ininfluente sulla qualità di vita. Ma ora bisogna coltivare e seguire la via dell’uomo bianco che vuol trasformare l’antico predone in un efficiente contadino. I bianchi non sembrano aver capito che le Chuska Mountains sono il regno degli scorpioni e dei serpenti a sonagli, non certo degli orti verdeggianti e delle grandi colture irrigue. O forse lo sanno, e di proposito invitano gli indiani a dissodare, seminare, irrigare….in un gioco perverso fino allo sfinimento e alla disperazione.
Le razioni alimentari e i generi di supporto inviati dal Governo Federale sono un’elemosina, i navajo indossano gli abiti laceri smessi dai bianchi e i sacchi di farina recuperati dalle derrate alimentari. Non vale nemmeno la pena costruire nuove case, si vive qua e là in tuguri di frasche e fango, grotte, ripari naturali, buche nel terreno.
Fame e frustrazione portano molti giovani all’alcolismo che presto diventa una vera e propria piaga per l’intera tribù. L’alcol inebetisce, fa dimenticare per un po’ la triste condizione del presente, e se dopo rende incapaci di stare in piedi e lavorare, comunque non c’è nessun lavoro da fare.
I navajo sono un popolo vinto, demoralizzato, abbruttito dall’alcol e dalla miseria.
Ma non tutti se la passano così male. Alcuni riescono stranamente a prosperare, accumulano qualche derrata alimentare in più, posseggono animali da lavoro, sono “ricchi” per il semplice fatto di non morire di fame e di stenti come gli altri.


Uno “sand-painter” Navajo

Si diffondono voci, sospetti e invidie. Impossibilitato a riversare la sua rabbia contro i bianchi, il popolo navajo la rivolge su se stesso come il cane idrofobo che si azzanna la coda.
Com’è possibile che il ritorno alla terra natia dopo il calvario di Bosque Redondo si sia tramutato in un incubo senza fine? Di chi è la responsabilità di tutto questo? Chi è che trama contro il suo stesso popolo? La parola che viene sussurrata con odio e terrore da una rancherìa all’altra è sempre la stessa: “iinzhiid”, stregoni !
Si comincia ad indagare, interrogare, rovistare qua e là alla ricerca di indizi e prove di stregoneria. Vengono riesumate dal terreno, dov’erano state precedentemente occultate, ciocche di capelli, oggetti personali e unghie di persone decedute negli ultimi tempi.
All’inizio dell’estate del 1878 la tensione nella riserva è al massimo. Un commerciante bianco, tale Charles Hubbell vede un giorno arrivare un folto gruppo di navajo al suo Trading Post.
Sono visibilmente alterati, impugnano mazze da guerra, coltelli, archi e frecce. Dicono ad Hubbell di trasferire il suo esercizio commerciale dal luogo in cui si trova, il posto è stregato perché è stato commesso un grande maleficio. Lì nei pressi hanno appena riesumato il cadavere di un uomo che aveva un foglio di carta ripiegato nel ventre. Il foglio è una copia del trattato firmato nel 1868 che sanciva il ritorno della tribù alle sue terre d’origine.

Hubbell è sconcertato, ha paura. I navajo hanno con loro un uomo che trattano con violenza, lo insultano, lo minacciano con le armi. Il suo nome è Hastiin Jieh Kaal Digoli, e probabilmente è colui che ha confessato per primo. Il disgraziato supplica il gruppo di lasciarlo andare, il colpevole non è lui, afferma, ma il suo amico Hastiin Biwosi che vive lì vicino e fa strane cerimonie durante le quali uccide le persone a distanza.
I guerrieri vanno a cercare Hastiin Biwosi, lo trovano e lo lapidano sul posto, poi eliminano anche l’uomo in loro ostaggio, Hastiin Digoli.
Nei giorni seguenti, la riserva è in pieno tumulto. Hubbell invia un messaggio a W.B. Leonard, Ft. Defiance, Arizona Territory, Yavapai County “ …Vi scongiuro di inviare quanto prima armi e munizioni, c’è una generale sollevazione degli indiani,….un folto gruppo è appena passato di qui e si dirigono armati verso Canyon de Chelly dove ad aspettarli ci sono molti altri indiani armati…le nostre vite ( riferendosi ai bianchi della riserva ) sono in pericolo, e così anche le provviste, lo spaccio e gli altri manufatti “
Più tardi manda un nuovo messaggio e aggiunge: “…Ganado Mucho ( uno dei leader navajo ) è venuto qui e mi ha informato che gli indiani si stanno armando in grande numero, la sua stessa vita è in serio pericolo… e vi chiede di inviare quanto prima i soldati per proteggere lui e la sua famiglia…”
La posizione di Ganado Mucho è compromessa, la sua autorevolezza è ormai in bilico. Lui stesso faceva parte del drappello che aveva stanato Hastiin Biwosi. Biwosi era suo zio e lui aveva cercato di fermare il gruppo, di evitare l’omicidio, ma non aveva potuto opporsi perché avrebbero ucciso anche lui. Nonostante ciò, aveva commesso un crimine tremendo secondo la legge navajo, si era reso complice della morte di un parente e ora temeva ritorsioni e vendette da parte di famigliari e amici.
Preso tra due fuochi, Ganado Mucho chiede aiuto a Manuelito al quale hanno appena ucciso il cugino. Lo stesso Manuelito è stato minacciato di morte in un’insensata orgia di sangue e violenza dove leadership, parentele e amicizie si dissolvono all’istante come neve al sole. La caccia alle streghe sta scivolando pericolosamente verso il baratro della guerra civile e se non si interviene al più presto, per il popolo navajo è la fine.
Per fortuna, i vecchi capi riescono in breve tempo a ristabilire la loro autorità grazie anche all’intervento dell’esercito che disarma i più facinorosi e ricompone le diverse fazioni.
Oggi non sappiamo quante persone furono uccise durante i disordini dell’estate del 1878, forse qualche decina, ma sicuramente molte altri furono eliminati silenziosamente e lontano da occhi indiscreti nelle zone più remote della grande riserva.

La paura degli stregoni e del loro malvagio potere non si esaurisce con la fine dell’800. Presso molte comunità indigene del sudovest essa è viva più che mai nonostante i lunghi processi di acculturazione ed integrazione operati da istruzione scolastica e Chiesa.
I miti e le credenze dell’antica religione oggi sono mescolati con il nuovo credo cristiano, o sopravvivono in forma separata, quasi un mondo parallelo nascosto nelle viscere del culto maggioritario.
Ma non sono solamente i navajo a credere nei poteri soprannaturali degli stregoni e nella loro emanazione più perversa e pericolosa, cioè gli skinwalker. Anche gli Hopi, i pueblos e soprattutto i confinanti ute credono nella stregoneria.
Gli Ute, spesso descritti dagli storici come un popolo guerriero e predone, erano spesso alleati dei navajo, almeno durante le prime scorrerie del XVIII secolo ai danni dei coloni spagnoli e dei pacifici indiani pueblo.
Essendo una delle prime tribù in assoluto ad acquisire il cavallo, gli ute appresero ben presto dagli spagnoli la pratica della schiavitù e cominciarono a razziare le rancherìas dei pueblo e anche degli ex amici navajo con l’intento di fare prigionieri da rivendere come schiavi agli spagnoli.
Con il passare dei decenni, i rapporti tra le due tribù si fecero quindi sempre più difficili, fino a sfociare in guerra aperta nel momento in cui Kit Carson chiese aiuto agli Ute per sopprimere definitivamente la resistenza del popolo navajo a Canyon de Chelly.
La vittoria sui navajo non portò prosperità e gloria agli ute che, impegnati in continue scaramucce con le tribù confinanti e con i bianchi, nel giro di pochi anni si trovarono a condividere il triste destino della vita in riserva alla pari degli stessi navajo.
Ridotti a un gruppo di cenciosi accattoni, i fieri Ute attribuirono l’origine di tutte le loro disgrazie agli stregoni navajo.
I navajo però rifiutarono questo tipo d’interpretazione: nessuno di loro sarebbe mai ricorso agli stregoni per gettare sventura e maledizione su una tribù nemica. Avrebbero piuttosto mosso guerra nel modo più tradizionale, o avrebbero compiuto furti e scorrerie, ma non avrebbero mai impiegato la magia nera che si sarebbe potuta rivoltare contro loro stessi. Uno stregone, secondo i navajo, è un’incarnazione del male e agisce esclusivamente secondo imperscrutabili fini personali avendo in odio tutta la comunità. Qualsiasi navajo, inoltre, avrebbe ucciso sul posto uno stregone non appena questi fosse stato scoperto, quindi mai e poi mai sarebbero ricorsi alle sue arti magiche per compiere una simile vendetta.
Oggi negli assolati deserti del sudovest americano, le leggende di misteriose apparizioni e di strani fenomeni , sono diventati il pane quotidiano di ufologi e studiosi del paranormale, nonché il soggetto preferito di molti scrittori e cineasti che qui continuano ad ambientare le loro storie.


Navajos a Bosque Redondo

I nomi di alcune località nella zona dei “four corners” come Kayenta ( riserva navajo, Arizona ), Sedona ( Yavapai County, Arizona ), San Luis Valley ( Colorado centro-meridionale ) ed Elbert County ( Colorado centrale) sono diventati dei classici per gli appassionati del mistero.
Se a volte è difficile spiegare la complessa fenomenologia paranormale di queste località, è però molto più semplice tracciare una specie di “profiling” che accomuna questi luoghi. Nella maggior parte dei casi infatti, si tratta di zone rurali e selvagge, spesso desertiche, dove la popolazione è ridotta e sparpagliata, e con una densità media per Km quadrato molto al di sotto della media nazionale.
In prossimità di tutti questi luoghi vi sono basi militari più o meno importanti.
Il livello culturale e il reddito medio pro capite sono fra i più bassi degli Stati Uniti.
Ma una caratteristica accomuna, più di ogni altra, questi “luoghi magici”: la forte presenza indigena.

Uinta Basin (Utah), Dulce (New Mexico), Kayenta (Arizona), Sedona (Arizona), San Luis Valley (Colorado), Elbert County (Colorado)… unendo con una linea immaginaria queste località otteniamo un poligono che rappresenta l’antico territorio delle genti Navajo e Ute, e se risaliamo ancor più indietro nel tempo, otteniamo l’esatta ubicazione geografica di un popolo misterioso scomparso da molti secoli: gli antichi Anasazi.
Le leggende sono dure a morire.

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