Miñaca, il guerriero leggendario

A cura di Josephine Basile

La leggenda è un tipo di racconto molto antico e fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli. Appartiene alla tradizione orale e nella narrazione mescola il reale al meraviglioso. E’ una proiezione della realtà attraverso la lente della fantasia, un racconto in cui coesistono verità e finzione. La leggenda sorge come una relazione contemporanea o relativa al fatto di cui si tratta, ma nel corso della sua trasmissione orale, mediante la quale si propaga, si apportano modifiche e integrazioni che, lungi dal rovinare la sua essenza, la arricchiscono, poiché la sostanza di questa è la sua derivazione collettiva, la sua condizione di racconto forgiato lungo diverse generazioni, aperto a qualsiasi apporto spontaneo. Sono numerose le leggende credute fatti reali e – nella tradizione Chihuahuense – quella del “Guapo Indio Apache” chiamato Miñaca fa parte di queste.
Non si sa con esattezza la data in cui nacque, né si conosce la cronologia delle sue avventure, ma queste gli diedero un ampia e pittoresca fama, sia presso la sua gente che tra gli estranei, intorno alla metà del periodo coloniale. Suo padre, si dice, fu un focoso guerriero apache assai considerato nella tribù, e sua madre, una prigioniera spagnola, da lui scelta come primario bottino dopo una cruenta battaglia. Crescendo con la mentalità ingegnosa e attiva dei Bianchi e il coraggio temerario degli Indios, le sue idee e il suo comportamento coniugavano in maniera equilibrata le due forze etniche da cui proveniva la sua esistenza. Crebbe all’aria aperta con l’amicizia del sole e della pioggia, dei fiumi e del vento, e fin dalla gioventù cominciò a circolare la fama della sua bravura, poiché non vi era apache o meticcio che, misurando le sue forze con lui, sarebbe risultato vittorioso nella lotta.


La mappa dei luoghi in cui si muove il racconto

Aveva appena 25 anni, quando già le incisive sillabe del suo nome volavano prestigiose per tutte le strade della regione Tarahumara: Miñaca! Miñaca! Vivendo, come abbiamo già detto, intorno alla metà del periodo coloniale – cioè nell’epoca in cui furono più ripetuti e intensi, gli attacchi delle orde apaches contro le missioni e i viaggiatori meticci e bianchi – “el indio Miñaca” si guadagnò presto il rispetto dei suoi amici, come pure quello dei suoi avversari, poiché era nobile e puro nella lotta, e sebbene la sua aggressività ignorava barriere, non si irritava mai di fronte alla resa e debolezza dei suoi nemici. Lo inteneriva, sembra, la paura e lo smarrimento altrui, che osservava con un ampio sorriso di compassione, tornando in groppa al suo cavallo di fronte ai deboli, per proseguire ad affrontare nuovi ostacoli e pericoli.

Si suppone che Miñaca avesse la sua rancheria verso Tutuaca ( Sierra Madre ), poiché nelle sue spedizioni partiva sempre da questa regione, ma si accampava a lungo anche ai margini del Rio Aros. Si racconta che una volta, di ritorno da una delle sue peripezie, incontrò nelle vicinanze di Sigoyna una carovana, assalita e bruciata da un altro gruppo apache, dove uomini, donne e bambini erano stati assassinati con i più ripugnanti dettagli di crudeltà. L’Indio si commosse così tanto e profondamente, davanti a quel terribile spettacolo, che lanciò imprecazioni contro la sua gente, rinnegando il male commesso da questi e giurando che finché nel suo corpo rimaneva un alito di vita avrebbe seguitato a combattere contro i bianchi, ma senza permettere che nessuno dei suoi causasse il minimo danno a donne e bambini, come nel doloroso caso esposto ai suoi occhi.


La zona di Tutuaca

Mentre si lasciava andare a queste espansioni, giunsero alle orecchie di Miñaca dei pietosi lamenti femminili. Non individuando immediatamente il luogo da cui provenivano, cominciò a cercare qua e là, fino a che, rimuovendo cadaveri mezzi bruciati, trovò una giovane donna aggraziata e malamente ferita, con il sentimento del terrore che traspariva nei suoi occhi coperti di lacrime. Miñaca raccolse la bianca e sventurata pellegrina, affidandola alle attenzioni delle matrone apaches, che obbedendo alle rigorose istruzioni del loro capo, la curarono con esemplare solerzia fino a che guarì completamente. Il suo nome era Blanca Alicia, ma gli indigeni cominciarono a chiamarla “Cabellos de Sol”. Col passar del tempo, questa donna divenne sempre più gradevole e necessaria per Miñaca , che cominciò a volerle bene, apprendendo che la vita non era solo lotta e odio atavico, ma che offriva pure cose molto dolci e tenere: l’amore e il sacrificio disinteressato, per esempio. Attraverso questa via di riconsiderazione sentimentale, Miñaca conobbe la grandezza della religione cristiana, dolcemente trasportato per l’amore della prigioniera, che fu da lui presa solennemente come sposa, dopo essersi battezzato con il nome di Jesus Maria, accettando spontaneamente gli obblighi del credo a cui aveva aderito.
Mentre accadeva tutto ciò, nella capitale dello Stato (Chihuahua), il Governo Coloniale stava preparando una poderosa offensiva per porre fine ai devastanti attacchi de “los indios barbaros”, che crescevano in modo allarmante in audacia e potere di distruzione. “Los blancos” formarono una forza di oltre mezzo migliaio di uomini ben riforniti e armati, ai quali, per stimolarli, era stata fatta formale promessa che tutti i beni degli Apaches che avrebbero sconfitto sarebbero passati nelle loro mani, oltre all’ importo che si era convenuto come prezzo per ogni scalpo di apache annientato.

La colonna percorse una zona assai vasta, che comprendeva numerose popolazioni apache, e così la tribù di Miñaca fu attaccata diverse volte, ma con nessuna o poca sorte, dato che il “cabecilla” e i suoi più leali guerrieri riuscirono sempre a fuggire, rifugiandosi nelle vicinanze di Sigoyna dove – dalle alture di un picco roccioso – si dominava tutto il contorno di un’ampia valle. In una delle sue sortite, Miñaca si assentò più del dovuto dal suo celato accampamento, che nel frattempo fu attaccato, e la sua gente sterminata. Dopo, qualcuno poté informarlo che Blanca Alicia, sua moglie, era uscita incolume dalla battaglia, poiché i bianchi la catturarono portandola via in qualità di ostaggio, nel loro cammino verso la valle.


La mappa indica alcune località legate alla storia di Miñaca

Con le informazioni ottenute, Miñaca seguì le tracce dei bianchi e osservò che non era molto il tempo che avevano di vantaggio, per cui, seguito dai suoi uomini si lanciò come un ciclone verso i suoi nemici, che vennero raggiunti mentre attraversavano il Rio San Pedro, dove li affrontò nel corso di una lunga e feroce battaglia.
Minaca e i suoi combattevano con disperato valore e grande abilità, ma l’armamento e il numero dei nemici finì con l’imporre la sua superiorità. Il capo apache ormai lottava aiutato solo da una mezza dozzina di guerrieri, e all’osservare ciò, Blanca Alicia si rese conto che il suo uomo era irrimediabilmente perduto: sorprendendo il gruppo dei suoi rapitori, la donna si precipitò a raggiungerlo. Lui aveva già ricevuto diverse ferite e si accasciò moribondo al suo arrivo. In dolorosa disperazione, Blanca Alicia strappò il pugnale di suo marito e se lo piantò nella propria carne, per sfuggire alla vita, che senza di lui non gli significava più nulla.


Una bella vista del Cerro de Miñaca

Se qualche giorno vi trovate a passare nella regione di Miñaca , potrete osservare una collina ( Cerro de Miñaca ) nel cui profilo si plasma una figura che sembra coprirne un’altra: la tradizione vuole che rappresenti l’Indio Miñaca e la sua Amata. E qui si trovano i due, nell’immensità della valle, soli, nobilmente eretti. Orgogliosi di quell’amore che rese possibile e costruttivo l’incontro di due sangui nemici.

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