Gli Sheepeater, nel cuore delle Montagne Rocciose

A cura di Giampaolo Galli e Armando Morganti

Il Greater Yellowstone è un immenso ecosistema che abbraccia il Wyoming nordoccidentale, parte del Montana sud-occidentale e l’Idaho orientale.
Questo vasta zona lambiva  un tempo le terre di molte popolazioni  storiche tra cui i Crow, i Piedi Neri e le bande shoshone-bannock, ma molte altre tribù come i Nasi Forati, i Kootenay  o le Teste Piatte andavano e venivano attraverso il selvaggio territorio di Yellowstone, considerato da sempre zona di caccia temporanea o di passaggio. Per molto tempo si è creduto che la zona del parco di  Yellowstone non avesse mai attirato gli indiani in modo particolare. Si argomentò questa tesi  supponendo che l’area in questione fosse troppo fredda (l’altezza media oscilla attorno ai 2000 metri e gli inverni sono rigidissimi), o che vi fosse da parte degli indiani una certa riluttanza all’insediamento permanente causata dalla presenza dei geyser, e dal misterioso terrore che questi  emanavano.
In realtà, alcune bande di cacciatori shoshonean vissero stabilmente nell’area di Yellowstone fino alla seconda metà dell’800.
Erano i cosiddetti Sheepeaters, noti anche con il termine “tukudika”, mangiatori di pecore. I reperti fossili indicano infatti che questa zona delle Montagne Rocciose era sempre stata particolarmente ricca di pecore Bighorn, grossi ovini selvatici simili ai nostri mufloni e che ancora oggi possono essere osservati  pascolare liberamente  lungo i pendii e le balze più scoscese del parco.
La regione di Yellowstone offriva parecchie risorse naturali in grado di sostenere una consistente popolazione umana, la cui presenza ci è confermata a partire dall’8000 a. C. da numerosi ritrovamenti di fossili e manufatti.


I primi cacciatori indiani della zona delle Montagne Rocciose

Nel periodo arcaico, Yellowstone fu anche uno dei maggiori centri di estrazione e lavorazione dell’ossidiana. Dalle analisi geochimiche eseguite sulle punte di freccia in ossidiana ritrovate in Ohio, Illinois, Indiana, Michigan ed Ontario, si è ricostruita una rotta commerciale che, attraverso l’Iowa, e il North Dakota portava diritto alla regione di Yellowstone. Il sistema fluviale Yellowstone-Missouri-Mississippi, sembra costituisse  l’arteria principale nel flusso dei traffici che dalle Montagne Rocciose giungeva fino alle sponde meridionali dei Grandi Laghi.
L’ossidiana di Yellowstone non compare solo all’est, ma si diffuse anche lungo altre direttrici geografiche. La ritroviamo a sud nel Colorado e nello Utah, ad ovest nello stato di Washington, e a nord nelle province canadesi dell’Alberta e del Saskatchewan.
Gli archeologi attribuiscono alla fine del periodo preistorico i primi frammenti di terracotta appartenenti a piatti, ciotole ed ornamenti. Vengono riesumate anche le tracce di antichi campi estivi, focolari, raschiatoi, mortai, pipe, indumenti e resti umani. Al tardo periodo preistorico, 200 d.C.- 1500 d.C., vengono attribuite le linee di percorso forzato, le cosiddette “drive lines”, incanalamenti artificiali costruiti sui fianchi delle montagne con tronchi e pietre per guidare gli animali selvatici verso una camera della morte.


Nella zona dello Yellowstone

Tutti questi reperti hanno portato la maggior parte degli studiosi alla conclusione che le ultime popolazioni del periodo preistorico a Yellowstone erano gli antenati dei gruppi shoshone noti come “sheepeaters”, i mangiatori di pecore BigHorn.
Per millenni gli Shoshone avevano vissuto in piccoli gruppi sparsi nelle zone delle Rocky Mountains, condividendo modi di vita e costumi simili. Quando gli americani fecero la loro prima apparizione nella regione, gli Shoshone occupavano un vasto territorio che si estendeva dalla California al Montana, e tutti questi gruppi parlavano dialetti del ceppo linguistico Uto-Aztecan; le popolazioni stanziati nell’Idaho e nel Wyoming, a volte indicate come “Shoshone settentrionali”, o “Shoshone orientali”, parlavano dialetti del “Numic centrale”, mentre i Paiute dell’Oregon divennero noti come “Numic occidentali”. All’interno di questi gruppi e comunità vi erano poi delle bande che prendevano il nome dalle loro principali fonti di sostentamento, fra questi vi erano appunto i Tukudika, stanziati nella regione dello Yellowstone Nat’l Park. Il prefisso “Tuku” significava “carne”, mentre la radice “dika” indicava “i mangiatori di”, così, vista la preponderanza di pecore bighorn nella loro dieta, gli indiani Tukudika vennero chiamati “Sheepeaters”, (Mangiatori di Pecore).
Alcune centinaia di chilometri più a nord e ad ovest, nell’Idaho e nel Montana, viveva un altro sottogruppo Shoshone noto come “Agaidika”, termine significante “mangiatori di salmoni”. Anche questa popolazione  prese il nome dalla sua dipendenza dalle risorse alimentari. Entrambi questi gruppi, conosciuti come “dika”, furono poi denominati “Mountain Shoshone” e, meno frequentemente, come “Mountain Snake” (“Serpenti di Montagna”).                                           


Qui si ricorda la presenza degli Sheepeater

Il Lowie li classificava nei gruppi degli Shoshone settentrionali, e come lui anche un’altra antropologa famosa, Julian Steward, la quale raccolse informazioni su di loro negli anni 1935-36. Poco dopo la visita del Lowie, gli Agaidika e i Tukudika vennero spostati nell’ Agenzia di Fort Hall, nei pressi di Pocatello (Idaho), dove si unirono ad altri gruppi Shoshone. In quel periodo  la loro vita nomade apparteneva ormai al passato, eppure continuarono a mantenere alcune terminologie antiche, come “dika”, pur avendo abbandonato da tempo le vecchie abitudini alimentari. Il gruppo maggioritario delle riserve sulle Rocky Mountains era sempre rappresentato dai”kukundika”, o Mangiatori di Bisonti, che costituivano la netta maggioranza tra gli shoshone di Wind River, riserva situata nelle vicinanze di Lander (Wyoming).  Questi erano altrimenti  conosciuti come “Eastern Shoshones”o “Plains Shoshones”.
La rivoluzione equestre che cambiò per sempre la vita e le abitudini degli indiani delle pianure e dell’altipiano del Columbia, non sortì invece nessun effetto nei confronti degli sheepeater di Yellowstone, che continuarono a spostarsi a piedi in piccoli gruppi e a cacciare i bighorn e gli altri animali con i sistemi tradizionali. Agli occhi dei primi esploratori bianchi della regione, queste bande di shoshoni delle montagne apparvero come un popolo estremamente povero e primitivo se confrontato con le potenti nazioni limitrofe dei piedineri, dei crow e degli stessi shoshoni del Wind River. Per più di un centinaio di anni la loro reputazione è stata denigrata con descrizioni imprecise e vergognose.


Insediamenti datati molto indietro nel tempo

Hiram Chittenden, che  fu sicuramente la prima persona ad occuparsi della storia dello Yellowstone National Park, ebbe modo di descrivere gli indiani sheepeaters come segue: “…Non idonei alle guerre con i loro bellicosi vicini, sembra che abbiano richiesto l’immunità alle altre tribù della zona rifugiandosi fra le montagne. Essi sono privi anche dei confort più selvaggi. La loro esistenza lascia la sua impronta sulla loro stessa natura fisica. Sono deboli di mente e piccoli di statura,  timidi e appartenenti ad una razza innocua”.
Altre descrizioni sono invece più benevoli, come quella di Osborne Russell, un trapper che cacciava nella zona dello Yellowstone tra il 1834  e il 1841: “Qui abbiamo trovato un paio di indiani Serpente. Erano gli unici abitanti di questo luogo solitario e appartato. Erano tutti ben vestiti con pelli di cervo e pelli di pecora della migliore qualità , sembravano essere contenti e felici. Erano piuttosto sorpresi di vederci e così si ritirarono più in alto da dove potevano osservarci senza alcun pericolo. Li abbiamo convinti delle nostre pacifiche intenzioni e siamo riusciti a farli accampare con noi”.
L’11 agosto 1805, lungo un tratto delle Beaverhead Mountains, sul confine fra l’Idaho e il Montana, la spedizione di Lewis e Clark ebbe uno straordinario incontro con una banda di “Mountain Shoshone” guidata da un capo chiamato “Cameahwait”. Nel “Lewis Journal” si osservava che, “vivono in un miserabile stato di povertà” e, più tardi, si seppe che quel gruppo apparteneva alla tribù Lemhi, la quale notoriamente aveva comunque molti cavalli ed era in grado di raggiungere le Pianure per cacciare i bisonti. Ai tempi di Lewis e Clark gruppi di indiani Shoshone a cavallo vivevano nella grande regione dello Yellowstone. E’ importante ricordare che prima dell’arrivo dei cavalli, questi gruppi Shoshoni erano indistinguibili dagli Sheepeaters, dai “Mangiatori di Salmoni” e dagli altri gruppi dei Mountain Shoshones, i quali avrebbero continuato a mantenere il loro antico stile di vita.


Erano validi cacciatori, ma poco addestrati alla guerra

Al di là delle varie descrizioni rilasciate da esploratori e cacciatori della zona, non sappiamo molto sulle origini degli sheepeater.  Vi sono alcune mappe e documenti sul loro periodo storico, ma nulla sul loro passato.
Molti ricercatori ritengono che il territorio degli Sheep Eaters includeva le Absaroka Mountains, le Wind River Mountains, le Owl Creek Mountains e gli adiacenti bacini del Wyoming. Ad ovest avrebbero vagato sulle Beaver Mountains – lungo il confine tra il Montana e l’Idaho -, ma questa tesi sembra poco probabile. La stima delle dimensioni complessive del territorio degli Sheep Eaters è approssimativa, ma si potrebbe cominciare con l’intera area del Parco, ovvero 3.472 miglia quadrate (leggermente più piccola dello Stato americano del Connecticut) ed estenderla ad un territorio più vasto di circa 6000 miglia quadrate.
Per quanto riguarda la loro consistenza numerica, si ipotizza che il numero variasse dalle 6 alle 15 bande costituite da due a cinque famiglie ciascuna, il che fa presupporre una cifra compresa tra 200 e 400 individui, un numero davvero esiguo per un territorio così esteso.
W.H. Jackson, il famoso fotografo che accompagnò Hayden nella prima esplorazione ufficiale a Yellowstone  nel 1871, affermò che vi erano circa 340 sheepeater arroccati sulle montagne che dividevano l’Idaho dal Montana, nella zona nordoccidentale del parco. Nel 1876, l’agente indiano di Lemhi relazionava 300 sheepeater , mentre nel 1878 il loro numero era già sceso a 184 unità.


Un esemplare di “Bighorn”

Se consideriamo l’intero territorio montuoso al di fuori dei confini del parco nazionale, gli sheepeater erano sicuramente di più, ciononostante il loro numero fu sempre molto ridotto rispetto agli altri indiani della zona.
Molti esploratori e frontiermen che visitarono la zona di Yellowstone, riportarono osservazioni inesatte sugli sheepeater, una di queste  riguarda i rapporti incestuosi, e probabilmente ebbe origine dal fatto che le loro comunità erano costituite solo da una, due o tre famiglie riunite assieme.
In realtà, l’incesto era severamente proibito da tutte le società shoshone, anche dalle più miserabili che abitavano le desolate piane desertiche del Nevada ed erano conosciute come “diggers”, scavatori.
Gli shoshoni consideravano l’incesto più pericoloso che repulsivo, era la definitiva rinuncia a rafforzare i legami e la cooperazione con altri gruppi, un atteggiamento irresponsabile che avrebbe portato inevitabilmente ad indebolire la stessa possibilità di sopravvivenza .
Fra gli shoshoni, come per altri indiani, il matrimonio è una forma di alleanza tra famiglie più che un incontro romantico tra individui, e porta a due istituzioni largamente diffuse , il levirato e il sororato, cioè la regola che impone ad un uomo l’obbligo di sposare la vedova del proprio fratello o la sorella della propria moglie nel caso in cui questa abbia perso il marito. In tal modo si conserva l’alleanza matrimoniale anche dopo la morte del coniuge e si assicura il sostentamento della vedova.


Cavità sottoroccia nel Parco di Yellowstone, zona shoshonenan

Nonostante vivessero in esigue comunità, gli sheepeater avevano dei leader. Si trattava perlopiù di cacciatori particolarmente abili che riunivano i gruppi e organizzavano le battute di caccia. La loro influenza era tuttavia limitata, e durava fin tanto che altri non dimostravano doti migliori.
La vita spirituale di questi indiani era ridotta al minimo, e le stesse cerimonie religiose che segnavano i momenti più importanti della vita come la nascita, la pubertà, il matrimonio e la morte, erano scarsamente sviluppate.
Durante la gravidanza, i coniugi osservavano una serie di tabù alimentari e comportamentali per assicurare il buon esito del parto. La sepoltura del cordone ombelicale e dei primi denti da latte avrebbero dato buon esito alla vita del bambino.
Per quanto riguarda i riti della pubertà, le ragazze al primo ciclo mestruale venivano isolate in una capanna e lì venivano istruite dalla madre e dalla nonna su tutta una serie di comportamenti e consigli da seguire nella vita adulta. In questa occasione, veniva rafforzato anche il loro vigore fisico sottoponendole a massacranti corse sulle montagne, al sollevamento di pesi, alla raccolta di legna e al trasporto di acqua.


Una famiglia di Sheepeater

I ragazzi invece, a differenza di altre tribù indiane, non erano implicati in nessun rito di passaggio all’ingresso della pubertà. Del resto la divisone dei compiti tra i sessi era molto marcata. Gli uomini andavano a caccia, organizzavano la difesa e costruivano utensili per l’ attività venatoria, mentre le donne allevavano i figli, raccoglievano bacche e piante commestibili, preparavano da mangiare e si occupavano di tutte le altre attività domestiche.
Se qualcuno moriva, il corpo veniva vestito con gli abiti migliori e seppellito in alto sulle montagne. La sua casa e gli oggetti personali venivano bruciati per allontanare l’eventualità che lo spirito del defunto tornasse presso la comunità  e rapisse qualcuno dei vivi per portarlo con sé nell’aldilà.
La vita religiosa era povera di particolari cerimonie, e tuttavia permeava gran parte della vita quotidiana . Il lupo, il coyote, il visone e l’orso erano considerati animali portatori di buon auspicio durante l’attività venatoria. Particolare potere veniva conseguito attraverso i sogni, il digiuno, la preghiera o semplicemente dormendo in luoghi particolari come ad esempio le Soda Springs nell’Idaho orientale.
Gli sheepeater si dedicavano anche alla raffigurazione pittorica mediante petroglifi che riportavano  figure importanti come il Fantasma dell’Acqua o lo Spettro delle Rocce.
Gli sciamani erano chiamati a guarire dalle malattie cadendo in uno stato di trance che permetteva loro di rintracciare lo spirito dell’infermo e riportarlo nel corpo che aveva abbandonato. La loro influenza era determinante anche nella caccia all’antilocapra e al bighorn, prede che venivano fatte convogliare su percorsi prestabiliti fino ad una camera della morte dove venivano abbattute. 


Un esempio di struttura del wickiup degli Sheepeater

       
Il compito dello sciamano era in questo caso quello di stregare gli animali e costringerli ad imboccare il percorso che via via si sarebbe ristretto ad imbuto. In diverse parti del parco di Yellowstone si sono ritrovati crani di bighorn disposti sui rami degli alberi vicino a queste cosiddette drive lines (percorsi obbligati) realizzate con tronchi e pietre. La gran parte di questi teschi presentava il cranio sfondato in corrispondenza del cervello, che probabilmente veniva mangiato come segno rituale.
Presso gli sheepeater, l’evento più importante era rappresentato dalle danze che di solito si svolgevano durante l’inverno, la primavera, e l’autunno. Uomini e donne ballavano in cerchio ed era un’importante occasione per richiamare altri gruppi, socializzare, rinsaldare vecchi vincoli o stringere nuove unioni.
Gli sheepeater usavano diversi tipi di abitazioni che per la maggior parte ricalcavano il modello dei loro cugini shoshone del Grande Bacino.
Il tipo più comune era costituito da un wikiup formato da rami di salice incurvati sulla sommità.
In molti casi la struttura principale era data da lunghi rami disposti a cono in numero variabile da 10 a 15 e poi ricoperti da corteccia, zolle d’ erba e altri rami di minori dimensioni. Si trattava di ripari piuttosto rozzi ed essenziali che assicuravano un rifugio temporaneo dalle intemperie. Le costruzioni invernali erano indubbiamente più solide e resistenti con l’utilizzo di tronchi e pietre, ma non si discostavano di molto dalla forma ad igloo o da quella a hogan. Un foro sulla sommità serviva per far uscire il fumo, mentre l’entrata del riparo era ubicata sul lato sottovento. Di solito una o due famiglie condividevano la stessa capanna.


Un’anziana Sheepeater

Un altro tipo di costruzione, ancora più essenziale e dal carattere temporaneo, era una sorta di semicerchio realizzato con pali infissi nel terreno. Attorno a questo scheletro di parete venivano appese zolle d’erba o pelli di animali. Si trattava di un riparo contro i forti venti che soffiavano impetuosi dalla cima delle montagne e poteva essere smontato e rimontato in tutta fretta, soprattutto durante la stagione estiva quando la caccia impegnava le giornate dei cacciatori shoshone e li costringeva a rapidi spostamenti dietro ai branchi di bighorn. A volte queste pareti antivento venivano addossate alla montagna in corrispondenza di grotte o ripari sottoroccia.
Gli abiti degli sheepeater erano costituiti da casacche e gambali di pelle di cervo, wapiti o bighorn.
I mocassini per la caccia erano realizzati con pelle di tasso e wapiti, sicuramente più resistenti per l’attività venatoria, mentre per un uso quotidiano era preferita la più morbida pelle di cervo.
Per i copricapi si usavano invece pellicce di volpe e coyote, mentre le coperte erano realizzate cucendo assieme pelli di antilocapra e coniglio. Le coperte più pregiate, oggetto di scambio commerciale con le altre tribù, erano quelle di lupo, che simboleggiavano al meglio le capacità del cacciatore e la sua abilità nella concia.


Attrezzatura da caccia

Alcuni fra gli oggetti di miglior fattura degli sheepeater, e quindi estremamente ricercati, erano gli archi per la caccia realizzati con le corna di diversi animali selvatici, perlopiù bisonte, bighorn e wapiti. Per la cordatura si impiegavano tendini di wapiti o cervo. L’arco, lungo all’incirca tre piedi, era decorato con aculei di porcospino. Si trattava di un’arma composita, realizzata con due corna riscaldate, lavorate e piegate alle estremità e saldate nel mezzo da un terzo pezzo di corno che fungeva da rinforzo e fulcro dell’intera struttura. Il tutto veniva poi rinforzato da tendini, budelli e pelle incollati nella zona di giuntura. L’arco sheepeater era talmente forte e robusto che una freccia poteva trapassare il corpo di un bisonte.
Le frecce, anch’esse di ottima fattura, recavano spesso la punta avvelenata grazie all’estratto di alcune radici locali
La lavorazione di questi archi richiedeva un paziente lavoro di oltre due mesi, ma costituivano un ambìto prodotto per gli scambi commerciali. Le tribù circostanti arrivavano a pagare un arco sheepeater con un cavallo o addirittura con un fucile.
Nei primi decenni dell’800, nuovi e sconosciuti oggetti giunsero nelle mani degli sheepeater: vetro, metallo, specchi, munizioni, armi da fuoco, utensili di vario genere. Ciononostante, la cultura materiale degli sheepeater non subì grandi contaminazioni, e fino al 1870 questi indiani continuarono la vita di sempre sospesa tra caccia e raccolta.
Come i loro cugini del Grande Bacino, anche gli sheepeater facevano uso del bastone da scavo, un legno di mogano di montagna dalla punta temperata e indurita dal fuoco che serviva ad estrarre le radici di cui si nutrivano. L’altra estremità era solitamente provvista di un osso di wapiti inserito trasversalmente per assicurare una migliore impugnatura. Questi bastoni erano utilizzati soprattutto dalle donne che si dedicavano alla raccolta di radici e piante commestibili.
I primi incontri con i bianchi si risolsero quasi sempre in accordi commerciali per la caccia agli animali da pelliccia e durante le prime decadi dell’ottocento, solo alcuni trapper solitari si spinsero nella zona di Yellowstone abitata dagli sheeepeater.


Primi incontri con commercianti e cacciatori bianchi

L’anno 1841, dopo il declino del commercio delle pellicce, segnò l’inizio della grande migrazione coloniale verso la California e l’Oregon, migrazione che attraversava le Montagne Rocciose e le vallate del Wyoming, del Montana e dell’Idaho. Gli emigranti, con le loro mandrie di bestiame, contribuirono ben presto a nuove devastazioni; verso la metà del 1850 intervennero anche i missionari Mormoni, i quali intendevano civilizzare gli indiani che vivevano nelle zone di Fort Lemhi, costruito su un affluente del fiume Salmon. Questi ultimi avrebbero aperto la strada ad un sempre crescente numero di coloni mormoni, i quali avrebbero ulteriormente limitato l’accesso alle terre indiane e contribuito a distruggere le già scarse risorse da cui gli indiani dipendevano. Nel 1860, la scoperta dell’oro nell’Idaho centrale, causò un ulteriore afflusso di minatori e di imprese commerciali nel territorio degli sheepeaters e degli altri gruppi affini. Tutte queste situazioni provocarono il risentimento indiano, che venne più volte espresso in attacchi ai carriaggi dei viaggiatori e dei minatori, ma anche agli insediamenti minerari e coloniali. La riscossa indiana avrebbe portato alla costruzione di presidi militari nella regione, e ad un clima d’instabilità permanente culminato nel massacro di almeno 200 Shoshone della Bear Valley, in maggioranza donne e bambini.
Nel 1868, gli Shoshone dell’Idaho accettarono i termini del Trattato di Fort Bridger e, con vari gruppi di Bannock, entrarono nella Riserva di Fort Hall (Idaho meridionale). Tre anni dopo, J.A. Viall, sovrintendente agli Affari Indiani nel Montana, ebbe carta bianca nel trasferire nella riserva tutti gli indiani Sheepeaters, Lemhi, Shoshone e Bannock. Venne poi inviato il Simmons nella Stinking Water Valley per raggruppare tutti gli indiani sparsi nel territorio, i quali si aggiravano affamati e distrutti dalle malattie, il compito era quello di mandarli nella riserva dei Crow. Il Viall sosteneva che gli Sheepeaters, ma anche altri gruppi di Mountain Shoshone, dovevano essere internati nella riserva dei Crow, posta a sud-est di Billings (Montana), soltanto perché un tempo mantenevano ottimi rapporti con questi indiani. I resoconti storici parlavano effettivamente degli ottimi rapporti esistenti fra i Crow e gli Sheepeaters, in particolare fu il Larocque a darne notizia già nel 1805.


Un cacciatore Sheepeater

La “Sheepeater War” che scoppiò nel 1878 e durò circa un anno, non fu sicuramente una vera e propria guerra, ma una serie di scaramucce inserite in un conflitto dai contorni più vasti.
Gli Sheepeater costituirono infatti il capro espiatorio delle violenze scoppiate (febbraio 1878) in un campo di minatori sul Loon Creek, nelle vicinanze di Oro Grande (Idaho), dove vennero uccisi cinque cercatori d’oro cinesi. Secondo lo “Yankee Fork Herald”, un giornale di Bonanza City, i cinesi sarebbero stati massacrati dopo il tramonto dagli indiani Sheepeaters “calati dalle montagne come lupi famelici”. Nell’articolo gli Sheepeaters venivano dipinti come “sanguinari e vendicativi”, e soltanto anni dopo gli indiani sarebbero stati assolti dalle orribili accuse del massacro di Loon Creek.
 Questo evento mise in moto la macchina militare, i pochi Sheepeaters ancora liberi dovevano essere catturati o uccisi. Il 31 maggio, alcuni distaccamenti vennero inviati da Boise e Camp Howard per punire i colpevoli; le truppe non poterono però avvicinarsi agli indiani rifugiatisi sulle alte vette ancora coperte di neve. Le truppe si ritirarono velocemente, ritornarono alle loro basi, ma sarebbero riapparse qualche tempo dopo affiancate da contingenti di scouts Umatilla. Ancora una volta gli Sheepeaters vennero accusati di razzie e depredazioni nelle zone di Oro Grande.


Uno splendido ritratto

In luglio si ebbe una scaramuccia nelle zone di Big Creek, dove pochi guerrieri Sheepeaters tennero valorosamente testa alle truppe, poi si dileguarono; verso la fine di agosto gli indiani lanciarono un attacco contro la retroguardia militare che, sorpresa, non seppe rispondere al fuoco e un soldato perse la vita. Con l’avvicinarsi dell’autunno la situazione peggiorò ulteriormente, gli indiani, stanchi e affamati, avevano ormai esaurito le loro riserve alimentari.
Il 16 settembre, un gruppo di Sheepeaters venne rintracciato al tramonto nell’Impassable Canyon del Middle Fork; le truppe circondarono il campo ma, al mattino, quando erano ormai pronte all’attacco, si resero conto che gli indiani erano fuggiti. Alcuni giorni dopo si sarebbe però presentato un guerriero annunciando che il suo gruppo era “stanco e affamato”, gli indiani erano finalmente disposti a deporre le armi. Cinquantuno indiani – uomini, donne e bambini – vennero catturati e deportati a Fort Hall.
La storia degli Sheepeaters terminava così miseramente in una riserva, come d’altronde quella di tutte le altre tribù americane.


La vita nella riserva

Alcuni gruppi degli Sheepeaters vennero internati nella Riserva del Wind River (Wyoming), a sud-est del Parco Nazionale dello Yellowstone dove furono assimilati dagli shoshoni di Washakie. Ciononostante, le interviste di Sharon Kahin diversi decenni dopo rivelarono che una generazione di anziani – qui residenti – mantenevano ancor vivo il nome e le tradizioni degli Sheepeaters.

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