South Dakota: nel segno del bisonte

A cura di Stefano Brambilla

Lo capisci solo quando sei lì, perché l’angolo sud-occidentale del South Dakota non è un punto come gli altri, nell’immensa geografia degli States. Prima è difficile. Prima non lo sai, che cosa ti aspetta, anche se hai studiato, ti sei documentato, ci stai andando per questa o quell’altra ragione, con gli amici che ti chiedono increduli “South Dakota? E che c’è da vedere in South Dakota?”
E tu stesso non ne sei totalmente convinto, che ne valga la pena. Poi arrivi al Custer State Park e già cambi idea. Fai un paio di chilometri di strada, sul far della sera, mentre le foreste di abeti filtrano gli ultimi raggi di sole, quando l’erba delle colline si cobra di quella luce rosata che fa gridare di gioia ogni fotografo, e ti pare che Noè abbia suonato l’adunata generale.
Ci sono ad accoglierti i cani della prateria, che escono ed entrano ed escono ed entrano dal loro labirinto dì tane, ci sono cervi e antilocapre, strane bestie un po’ antilopi un po’ capre (ma dai), ci sono scoiattoli, falchi, rondini, pure un coyote si fa vedere, e ovviamente ci sono decine di bisonti, gigantesche placidissime creature che si piazzano in mezzo alla strada, e hai voglia a far capire a un bisonte che vorresti passare.


Panorama del Badlands National Park dalla Sage Creek Rim Road

“Se non fosse arrivato prima lo Stato del South Dakota, a metterci le mani, questo sarebbe uno dei più conosciuti parchi nazionali americani” spiega un ranger al centro visite, e devi dargli ragione, potrebbe essere famoso come il grande Yellowstone, il piccolissimo Custer, e invece nessuno io conosce. Eppure non c’è lago a Yellowstone bello come il Sylvan, piccolo specchio azzurro circondato da massi granitici in cui tutto è talmente perfetto che le cartoline farebbero a gara, per averlo stampato sopra, e non c’è strada arzigogolata come quella che scorre tra i Pinnacles, guglie aghi spuntoni di roccia che emergono dalla foresta, talmente scenografica che i motociclisti la percorrerebbero centinaia di volte avanti e indietro (e qualcuno lo fa, in realtà).


Lo Sheridan Lake, nella Black Hills National Forest

Il meglio, però, viene dopo. Viene quando pensavi di aver già visto tutto, della natura di quest’angolo del South Dakota, laghi foreste rocce montagne, compreso quello stupendo Sheridan Lake poco sopra Hill City, e invece ti accorgi che a due passi c’è altro ancora. Perché sotto ci sono due grotte spettacolari, la Jewel Cave e soprattutto la Wind Cave, una delle più lunghe e complesse del mondo, dove ancora si scoprono cunicoli inesplorati e dove non puoi credere che quelle formazioni ad alveare siano proprio opera della geologia, del passare del tempo, e non di un insetto impazzito o di qualche Michelangelo che si è divertito a cesellare il calcare. E perché a poca distanza ci sono quelle che per i Lakota erano “Mako Sica”, per i primi trapper franco-canadesi “Les Mauvaises Terres”, per i coloni dell’Est “Badlands”: ovvero le terre cattive. C’è da capirli, indiani e pionieri, un tempo provati dall’improvvisa aridità di questa “Luna sulla Terra”, diffìcile da attraversare, complicata da gestire, ma oggi, cattive non ti sembrano proprio, le Badlands: una tale meraviglia non può essere cattiva per definizione.


Cervi muli, rocce nelle Badlands e uno chipmunk

Può solo ispirarti stupore, ammirazione, e finisci per sorridere pensando che è un posto splendido con un pessimo nome. Potresti rimanere ore, anzi, dovresti rimanere ore sulle strade che attraversano le rocce erose dal tempo, calanchi rossi e marroni che spuntano improvvisamente dalle grandi pianure di grano che si perdono verso est: solo con il muoversi del sole ne apprezzi forme e colori, ombre e sfumature, ritmi e suoni, fino ad arrivare, al tramonto, a una strada che nessuno si fila, sulla Mountain Sheep Table, e a scoprire – tu solo, insieme a un cervo – il luogo più bello, il respiro del mondo.
Poi arrivi al Mount Rushmore e l’idea che ti eri fatto di questo South Dakota cambia ancora, o meglio, si arricchisce. Non più mandrie di bisonti, ma di umani, umani a perdita d’occhio, parcheggi a perdita d’occhio addirittura con i caselli e i numeri per ricordarti dove hai messo l’auto, famiglie bambini vecchi giovani coppie gruppi poveri ricchi neri bianchi colorati, ci sono tutti qui, a rendere omaggio all’America, a mettersi la mano sul cuore, a mangiare hamburger e a sventolare stelle e strisce davano ai padri della patria. Tu, visitatore straniero, mosca non bianca ma bianchissima, ne rimani stupefatto, non pensavi che giungessero da ogni angolo degli States apposta per inchinarsi di fronte a questa roccia entrata nel mito, opera – lo impari a forza, non puoi non impararlo, è scritto e detto ovunque – di quel genio di Gutzon Borglum che dedicò 17 anni di vita a scolpire il monte, per poi morire otto mesi prima della sua inaugurazione, nel 1941.


Sullo sondo si vede il monumento a Cavallo Pazzo, in costruzione

E viene spontaneo chiederti che cosa penserebbero Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt di fronte a questa pagana venerazione al tempio, a questo sesquipedale kitsch nazional-popolare, a quest’idea di America e inizi anche a farti delle domande, per esempio se sei tu a essere troppo poco patriottico, tu che della tua storia recente ricordi poco e che a malapena sai quella manciata di presidenti della Repubblica, e invece sei sicuro che quel bimbo potrebbe farti tutta la lista da George in poi.
Ma la cosa che ti basisce ancora di più è quello che vedi appena dopo. E lì non sai trovare altre risposte, non sai più capire se tutto sia una tremenda trappola per turisti, oppure un tributo dovuto e sentito a cui anche tu dovresti rendere omaggio, o forse non devi neppure capirlo, l’America è anche questo, ed è bello semplicemente osservarla, nei suoi miti, nei suoi riti. Perché a pochi chilometri dal Rushmore c’è la risposta indiana ai quattro presidenti. Ovvero Crazy Horse, il grande Cavallo pazzo, che con il suo cavallo emergerà da un’altra montagna. Il futuro è d’obbligo, perché da quando il capo lakota Orso in Piedi commissionò l’opera, nel 1947, beh, non è che siano stati fatti molti progressi, basta guardare le foto.


L’ingresso al Mount Rushmore National Memorial

Eppure lo vedi come ci credono tutti, qui, e rimani a bocca aperta alla storia di Korczak Ziólkowski, il polacco nato a Boston che lavorò tutta la vita alla statua e che lasciò un nugolo di figli e nipoti a lavorarci ancor oggi, convinti della bontà dell’opera immane, decisi a rendere giustizia alla risposta che Cavallo pazzo diede a un bianco che gli chiedeva dove fosse la sua terra: “La mia terra è dove sono sepolti i miei morti” disse Crazy Horse, indicando le Black Hills con il braccio, esattamente come farà la statua.
Fosse anche solo cosi, sarebbe bello.


Cavallo Pazzo e le bandiere degli stati al Mount Rushmore

Ma ovviamente ai piedi del memoriale c’è il resto: bar, ristoranti, un museo gigantesco sulla cultura indiana, bancarelle, shop, auditorium, tutto giustificato dal fatto che i lavori vanno avanti solo con i soldi dei visitatori. E allora forse pensi che ti piace di più sentire lo spirito indiano mentre percorri le assolate praterie della Pine Ridge lndian Reservation, nelle Badlands, dove i discendenti di Cavallo pazzo vivono ancora, o quando visiti il Wounded Knee Museum, a Wall, che sarà pur semplice e un po’ raffazzonato, ma quel massacro di trecento Lakota del 1890, quello causato da un colpo di fucile partito per caso, quello che segnò per sempre la fine della civiltà pellerossa, non lo dimentichi certo.


Moto ed edifici storici a Deadwood

Poi arrivi a Deadwood e capisci che questo South Dakota non ha ancora finito di farti cambiare idea. Anzi, quest’angolo di South Dakota, perché quando si pensa all’America tutto deve essere per forza enorme, e invece questi luoghi, per una volta, sono racchiusi in un pugno di miglia.
Deadwood ti si presenta invaso dalle Harley Davidson, innanzitutto, perché in questi giorni d’agosto c’è il Raduno con la “erre” maiuscola, anzi il Rally, come lo chiamano loro, è come ogni anno nella vicina Sturgis, e da tutto il mondo arrivano per celebrare un altro mito americano, centauri con i gilet di pelle e i capelli fino alle spalle sulle loro creature fiammanti personalizzate con dettagli di cromo e di pelle, rombo di tuono e anche tanto frastuono, se possiamo essere un po’ dissacranti.


Scatti da Deadwood

E quindi motociclette ovunque nella città di Wild Bill, perché scopri che qui Wild Bill Hickok e Calamity Jane ci vissero davvero, sono pure sepolti nel cimitero del paese, e vai anche a visitare il Saloon N° 10 dove Bill tirò le cuoia mentre aveva in mano due assi e due otto, tutti neri, da allora per sempre “la mano del morto”. Anzi, la rivivi proprio, quella mano, perché c’è un attore che mette in scena la vicenda e muore ogni giorno, per la gioia degli astanti, grandi applausi e poi tutti a giocare al casinò, ma certo, perché Deadwood è anche slot machine e roulette.
Nella città del Gold Rush è un bel contrasto, ma al business dell’azzardo non si resiste, tutto è stravolto, pure uno come Kevin Costner che lo pensi ancora ballare coi lupi e invece ha comprato un casinò pure lui e l’ha riempito dei vestiti della Whitney di “The Bodyguard” e delle mazze da golf di “Tin Cup”. Manca solo il jackalope, a completare il panorama, quello lo trovi al Wall Drug in tutte le salse, di pietra di plastica magnetico e persino impagliato, lui che non può essere impagliato semplicemente perché non esiste, è frutto della fantasia di qualcuno che giurò di aver visto un coniglio con le corna di antilope e allora iniziò a circolare la leggenda.


Il mitico jackalope, un avviso e l’interno di Wall Drug

Ma anche questa è America, e anche il Wall Drug, mega-attrazione dell’omonimo paese, lo è con le sue calamite e i cartelli che ti propongono di trovare l’oro nella vasca.
Lo capisci solo quando sei lì, perché l’angolo sud-occidentale del South Dakota non è un punto come gli altri. Grande natura e orizzonti lontani, storia indiana e orgoglio patriottico, cowboy di ieri e rìder di oggi.
È l’America racchiusa in un quadrato di terra, quest’angolo di Dakota.

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