Nuvola Rossa e Othniel Marsh tra fossili e dinosauri

A cura di Anna Maria Paoluzzi

Nuvola Rossa e Marsh
La mattina del 20 gennaio 1883 la stazione di New Haven era in fermento. Gran parte degli sguardi era rivolta a un’alta, distinta figura che alcune voci identificavano come il professor Othniel C. Marsh, il paleontologo della Yale University che dalle terre selvagge del South Dakota aveva estratto gli enormi scheletri di animali fantastici simili a draghi, i “rettili del tuono”. L’attenzione generale era però rivolta soprattutto a uno dei binari, quasi dovesse apparirvi da un momento all’altro una di quelle enormi creature di cui il professor Marsh aveva fatto lo scopo stesso della propria esistenza.
Il fischio prosaico di un treno in arrivo sembrò tentare di riportare gli astanti alla normalità del quotidiano.
IIl tentativo ottenne l’effetto esattamente contrario: un silenzio irreale invase la stazione mentre il treno proveniente da Washington, lasciandosi dietro una coltre di denso fumo nero, faceva il suo ingresso in stazione rallendo pigramente, quasi a pregustare l’arresto definitivo. Gruppetti di persone cominciarono a fare su e giù per la piattaforma, chiamando parenti e amici che scendevano dal treno; un consistente numero di occhi e di gambe, troppo vigili e zelanti per non appartenere a dei giornalisti, continuarono tuttavia a seguire il professor Marsh e il suo accompagnatore mentre si dirigevano decisamente verso una delle ultime carrozze. Dallo sportello emerse timidamente la figura di un giovane grassoccio dalla carnagione scura e i tratti vagamente esotici che, dopo essere stato liquidato dall’illustre accademico con una sbrigativa stretta di mano e un laconico “Mister Laramie”, si fece da parte, quasi spazzato via da una figura altissima e solenne, che per un istante sembrò quasi troppo grande perché la piccola stazione del Conneticut potesse contenerla. Il personaggio, intabarrato in un vecchio soprabito scuro, si tolse il cappello di feltro rivelando folti capelli neri, lasciati crescere troppo o forse tagliati troppo poco, e percorse con uno sguardo fermo, ma privo di emozione, lo spettacolo davanti a lui.
Nuvola RossaRed Cloud
Quando finalmente posò gli occhi sulla testa calva del professore, gli occhi dell’Indiano – la pelle color mattone ne rivelava chiaramente le origini – presero improvvisamente vita e si illuminarono, mentre la sua mano scura si posava sulla spalla di Marsh. “Hau kola”. La sua voce chiara e squillante ruppe finalmente il silenzio: prima incerto, poi sempre più forte, il nome dell’ospite cominciò a correre sulle labbra dei presenti, soffocando le voci del giovane interprete e quelle dello stesso professor Marsh: Nuvola Rossa!
Per gli abitanti del quieto e un po’ provinciale centro universitario di New Haven, la presenza del capo Lakota suscitava indubbiamente la stessa eccitazione che avevano provocato le ossa dei mostruosi rettili tanto cari al professor Marsh quando erano state esposte per la prima volta presso il nuovissimo Peabody Museum. Per molti, la presenza di un indiano in carne e ossa sarebbe stata già di per sè un avvenimento; il fatto poi che l’ospite straniero non fosse un indiano qualsiasi, ma Nuvola Rossa, il guerriero che vent’anni prima aveva insanguinato le pianure occidentali, costringendo l’esercito degli Stati Uniti a interrompere l’offensiva e a venire a patti con i Sioux, giustificava pienamente la presenza del piccolo contingente di giornalisti e curiosi saldamente arroccato alle spalle del distinto accademico di Yale.
Dal canto suo Othniel Marsh, pur ostentando un apparente fastidio per l’assedio della piccola folla, era soddisfatto e compiaciuto. Non era stato facile organizzare il viaggio di Nuvola Rossa a New Haven: per giorni e giorni, le comunicazioni tra la Yale University, il Dipartimento per gli Affari Indiani e il Ministero degli Interni avevano fatto ribollire il telegrafo. In particolare, il segretario agli Interni Teller aveva preteso un’assicurazione formale per cui la visita di Nuvola Rossa avesse carattere puramente informale e che non venissero discusse questioni inerenti alle politiche per gli indiani. Marsh sospirò al pensiero. Di guai con il governo a causa della questione indiana ne aveva già avuti a sufficienza e non aveva la minima intenzione di ritrovarsi di nuovo al centro di scandali d’agenzia e proteste tribali. Era però genuinamente felice che Nuvola Rossa fosse a New Haven: certamente un po’ per la pubblicità e l’attenzione che quella visita avrebbe assicurato alle sue ricerche e al Peabody Museum, ma soprattutto per la gioia di ritrovare un amico cui doveva molto e aver finalmente l’occasione di ricambiarne l’ospitalità.
Marsh nelle Black Hills (1870)
Aveva conosciuto Nuvola Rossa una decina di anni prima, nel 1874. In quegli anni, voci di tesori nascosti nelle Black Hills, le terre sacre agli Indiani Lakota Sioux avevano cominciato a farsi sempre sentire anche nella lontana, urbanissima costa orientale. La febbre dell’oro aveva cominciato ad attrarre più di qualcuno e decine di avventurieri avevano iniziato a inoltrarsi in quelle terre, sfidando l’ostilità dei Sioux che da anni, e ora anche di diritto occupavano quei luoghi. Né il pericolo, né il diritto avevano però fermato i nuovi arrivati ai quali, nella primavera del 1874, si unì un gruppetto insolito: il distinto professor Marsh e il suo gruppo di paleontologi. Il loro equipaggiamento, i carri, le guide, nulla denunciava la disperata scarsità di mezzi che spingeva i più a rischiare lo scalpo.
Incredibilmente, non era però lo scalpo a preoccupare Marsh. Ciò che lo angosciava maggiormente era il pensiero che i tesori imprigionati sotto le rocce finissero nelle mani di Cope. Edward Drinker Cope era stato un amico, un collega con cui aveva condiviso la passione per la paleontologia e la scienza, ma poi erano subentrate la rivalità, l’invidia…e la disonestà. Erano le imboscate di Cope da temere, non quelle dei Sioux; Marsh era convinto che, pur di non vedere i preziosi reperti fossili (il vero “oro” delle Black Hills, almeno per lui) in mano sua, Cope non avrebbe esitato a distruggere tutti i siti del posto con la dinamite. Non che la medesima tentazione non avesse risparmiato anche il professor Othniel…ma per fortuna era l’occasione a far l’uomo dinamitardo e quell’occasione non si era ancora presentata.
Ancora scavi nelle Black Hills
A rendere il tutto più complicato era lo scetticismo con cui l’ufficiale responsabile di Fort Laramie aveva concesso il permesso per la spedizione e la frase sibillina con cui lo aveva congedato. “Bisognerà vedere poi cosa ne penseranno Nuvola Rossa e i suoi guerrieri”. La prima reazione del professore era stata di sorpresa – se l’esercito dava il permesso, che diritto avevano i Sioux di interferire? “Ne hanno il diritto, eccome” – aveva spiegato poi l’ufficiale, seccato e divertito al tempo stesso di fronte all’ingenuità dello studioso dell’Est – “C’è un sacrosanto trattato che garantisce loro sovranità su queste terre. E’ vero che in questo periodo molti sembrano dimenticarsene…Però, quando si è armati solo di pale e picconi come lei, la dimenticanza potrebbe costare molto cara”. Quelle parole avevano evocato malinconicamente la figura dello scout che aveva accompagnato Marsh nella sua prima spedizione in quei territori – un giovanotto baffuto dai capelli lunghi di nome Will Cody, che conosceva gli indiani e sapeva come trattarli. Ma, con o senza scout esperti, Othniel Marsh non era uomo da perdersi d’animo e aveva deciso di anticipare le mosse dei Sioux, chiedendo di incontrare il “consiglio della nazione” presso il White River.

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