Il prezzo della conquista

A cura di Domenico Rizzi

Recentemente si è parlato spesso di Indiani d’America, soprattutto per lo scalpore suscitato dalla notizia del mega risarcimento ottenuto dai nativi per le terre espropriate loro dai Bianchi nei secoli passati.
Dunque, un atto riparatore che dovrebbe attenuare le tensioni spesso riemerse fra il popolo americano e gli antichi abitanti del nuovo continente.
Tuttavia, per amore della verità, non avrebbe senso parlare degli Indiani soltanto come di gente spogliata dei propri possedimenti, perché in parecchi casi furono essi stessi ad appropriarsi delle regioni abitate da altre tribù con le quali erano in conflitto.
Non si può dimenticare, per esempio, che i popoli di lingua sioux, provenienti dai Grandi Laghi, si trasferirono ad occidente perché stanchi della conflittualità con i Chippewa e gli Irochesi.
Oltrepassato il fiume Missouri in un’epoca fra il 1770 e il 1804, entrarono in contrasto con i Kiowa e i Comanche che circolavano in una delle regioni più belle e suggestive dell’area delle Grandi Pianure: le Black Hills dell’attuale South Dakota.
La contesa si risolse tutt’altro che pacificamente, tant’è vero che i Lakota, forti della loro superiorità numerica e militare, scacciarono i Kiowa dalla regione e sospinsero a sud anche i Comanche, che a quell’epoca non erano poi tanto deboli. I Kuato, una delle tribù kiowa, furono sterminati completamente intorno al 1780 e i pochi superstiti finirono assimilati da altre bande.
Anche i Cheyenne, di stirpe algonchina, provenienti da est come i Sioux e vessati da altre tribù, occuparono regioni nelle quali non gradivano la presenza di gruppi tribali differenti. Entrarono in conflitto con Pawnee, Kiowa, Kiowa-Apache e Comanche e sospinsero una parte dei Crow verso le montagne. Questi ultimi erano a loro volta invisi ai potenti Piedi Neri e per decenni le due tribù si contesero aspramente i territori di caccia.


Guerrieri Comanche

Nel 1845 vi fu un’aspra guerriglia fra i Lakota e gli Shoshone nell’area del Gran Bacino e le spedizioni dei primi ritornarono indietro decimate, mentre al sud diverse tribù – Comanche, Cheyenne, Osage, Kiowa, Kiowa-Apache, Arapaho – si coalizzarono contro i gli Indiani dell’Est – Delaware, Shawnee, Seminole, Kickapoo, Sauk e Fox e Cherokee – trasferiti forzatamente nell’Oklahoma in seguito all’Indian Removal Act. Nella primavera del 1853 un grosso contingente di Indiani delle Pianure formato da 1.500 guerrieri affrontò una sparuta banda di 100 Sauk e Fox sul fiume Kansas, ma dovette ripiegare con gravi perdite, poiché queste due tribù dell’Illinois disponevano di armi da fuoco.
Apache e Navajo, etnicamente e linguisticamente appartenenti agli Athabaska del Canada, da dove erano emigrati verso sud nel XVI secolo, perseguitarono per anni i pacifici Pueblo dell’Arizona e del New Mexico, sconfinando spesso anche verso oriente per combattere Comanche e Kiowa e a sud per depredare le popolazioni messicane e le varie tribù dell’altopiano, come i Pima e i Papago.
Il quadro non si presenta molto diverso se si esaminano i periodi precedenti la nascita degli Stati Uniti d’America, perché fra le tribù algonchine, muskogee e irochesi esisteva da tempi immemorabili un’accesa rivalità, che i colonizzatori sfruttarono naturalmente a proprio vantaggio. Non è un mistero che le nazioni irochesi contribuirono alla distruzione degli Uroni, così come fecero i Choctaw nei riguardi dei Natchez. D’altronde, se si risale ad epoche più remote, quando gli Europei non avevano ancora messo piede nel nuovo continente, nel XIV secolo un’ignota tribù rase al suolo nel South Dakota un villaggio di Arikara, nel quale gli archeologi hanno rinvenuto molti interessanti reperti nel 1978. Le vittime accertate di tale eccidio si aggirano intorno alle 480 persone. Un altro ritrovamento è quello di un villaggio cheyenne nel North Dakota, composto da 70 capanne di terra e occupato da alcune centinaia di persone. Risulta che gli Ojibwa lo assalirono e lo distrussero completamente intorno al 1770, facendo sicuramente strage dei suoi abitanti.
Ma affrontare la questione indiana oggi, dopo che il revisionismo degli Anni Settanta ha gettato spesso benzina sul fuoco, non è un’impresa facile. Su un quotidiano nazionale, si è potuto leggere nel 2010 un lungo articolo che parlava del genocidio, compiuto dagli Americani dopo la guerra di indipendenza, di “10 milioni di Pellirosse” (sic!). Evidentemente si è fatta un po’ di confusione, mescolando Pellirosse nordamericani, Esquimesi, Aztechi, Maya, Inca, Guarani, e Araucani, perché il suolo nordamericano corrispondente agli odierni Stati Uniti non ha mai ospitato, dal 1776 in poi, neppure la decima parte di un tale numero di Indiani.


Due Lakota

Nel linguaggio comune si definiscono “Indiani” o “Pellirosse” gli abitanti delle regioni che oggi formano gli Stati Uniti e il Canada, mentre i nativi dell’America Latina (Messico, Centro e Sud America) vengono solitamente indicati come “Indios”, che significa la medesima cosa, ma serve a distinguere i popoli di aree geografiche e soprattutto culture differenti. Infine, Esquimesi e Alaskiani, pure di origine mongolica, vengono generalmente considerati a parte, anche perché la loro storia si è svolta in maniera assai diversa da quella degli Indiani degli Stati Uniti. L’Alaska russa passò sotto gli Stati Uniti nel 1867, ma non subì – a parte il periodo della corsa all’oro nel Klondike nel 1896-98 – un’invasione paragonabile a quella che fu alla base della conquista del West. Gli indigeni di questo Stato costituiscono ancora oggi una percentuale ragguardevole (16%) della sua popolazione complessiva, composta per il 70 per cento da Bianchi.
Presi nel loro insieme, gli Amerindi originari costituivano probabilmente un insediamento umano numericamente di poco inferiore a quello europeo dell’epoca, perché secondo stime qualificate, essi superavano i 50 milioni di individui, con una concentrazione nel Messico e nell’America centrale, più o meno equivalente a quella dell’America meridionale. Gli indigeni insediati fra la linea costituita dal Rio Grande e le propaggini settentrionali del Canada erano invece assai meno numerosi e rappresentavano una percentuale del 2,5 per cento sul totale complessivo. Paradossalmente, furono questi ultimi a passare alla storia come le principali vittime del genocidio, mentre la vera ecatombe si è compiuta nelle isole caraibiche, in Messico e nel Sud America, ai danni di Aztechi, Inca, Arawak Guarani e Mapuche e per opera di Spagnoli e Portoghesi. Nella sola isola di Cuba, i 100.000 indigeni esistenti al momento dell’arrivo di Colombo erano ridotti a 5.000 meno di cinquant’anni dopo. In Brasile la ferocia di Benito Machel Parente causò lo sterminio di 15.000 Indios nell’estate del 1657 mentre Belchior Mendes de Morais si vantò di averne uccisi 20.800 in un’altra spedizione.
Il motivo principale per cui un simile massacro passò in secondo piano di fronte alle gesta degli Indiani nordamericani, risiede nell’enorme diffusione della cinematografia western, che cominciò ad occuparsi dei Pellirosse fin dagli inizi del Novecento, mentre la filmografia conosciuta riguardante gli Indios è episodica e assai meno nota. Infatti solo in tempi recenti si è potuto assistere a proiezioni come “Mission”, di Roland Joffè (1986) e “Apocalypto”, di Mel Gibson (2006), mentre centinaia di film su Geronimo, Toro Seduto e il generale Custer venivano prodotti in USA fin dal 1909.


Il punto della situazione…

Quanti erano gli Indiani residenti sul suolo nordamericano al momento dello sbarco di Cristoforo Colombo?
E’ difficile fornire una risposta del tutto esatta, mancando all’epoca lo strumento del censimento, ma esistono sufficienti elementi per elaborare dei dati abbastanza precisi. La maggior parte degli studiosi in materia ritiene che, sommando tutte le tribù degli attuali territori di Canada e Stati Uniti, vi fossero nell’era pre-colombiana 3.000.000 di indigeni secondo la stima più alta e 1.000.000 in base alla più bassa. Premesso ciò, si è stabilito che nel periodo precedente la guerra di indipendenza americana il numero degli Indiani presenti negli attuali Stati Uniti fosse di circa 840.000; considerando anche le altre popolazioni di lontana origine asiatica, si devono aggiungere 72.000 abitatori dell’Alaska e 220.000 del Canada, oltre a 10.000 Esquimesi della Groenlandia (Frederick W. Hodge nel “Handbook of American Indians”, New York, 1906). Il totale è dunque di 1.150.000 individui, sparsi su una superficie molto più estesa dell’Europa.
Anche le cifre sugli indigeni centro e sudamericani sono state parecchio ridimensionate rispetto ad alcune supposizioni esagerate del passato.
La valutazione di 40 milioni di indigeni da parte del dottor Paul Rivet (“Les Origines de l’Homme Amèricain”, Parigi, 1957) è stata sensibilmente abbassata dal filologo venezuelano Angel Rosenblatt che ipotizza, fondandosi su dati economici, una popolazione non superiore ai 20 milioni di Indios nell’America meridionale (“La poblacion indigena y el mestizaje en America”, Buenos Aires, 1954). La Scuola di Berkeley in California suppone tuttavia che la più alta concentrazione demografica si trovasse sull’altopiano del Messico e nelle Antille, con 25,2 milioni di persone, ma le stime sulla consistenza numerica di Aztechi, Maya e Inca hanno subito oscillazioni notevoli. Vi è chi ritiene che al momento della conquista spagnola gli Aztechi superassero i 10 milioni e chi pensa invece che non arrivassero neppure a 5 milioni. La loro capitale Tenochtitlan conteneva, nel momento del suo massimo splendore, circa 300.000 abitanti. Sempre in base alle stime più riduttive, gli Inca non erano più di 3 milioni ed i Maya neppure 1.300.000. Abbastanza numerosi in rapporto all’estensione territoriale gli abitanti delle immense foreste dell’Amazzonia, intorno ai 6 milioni di individui quando Pedro Alvares Cabral toccò le coste brasiliane nell’anno 1500. Suddivisi in circa 2.000 tribù, molte delle quali sono state conosciute soltanto in epoca moderna, ne rimangono oggi meno di 200.000. Anche i Mapuche o Araucani del Cile, 500.000 al tempo della colonizzazione spagnola, scesero rapidamente a 25.000 persone sul finire dell’Ottocento. L’enorme flessione degli indigeni del Messico nel XVI secolo appare, se le valutazioni sono attendibili, la più vistosa: da 17 milioni nel 1532 a 2.650.000 nel 1568, cioè in soli 36 anni. A Santo Domingo andò anche peggio, perché nel 1520 gli Indios superstiti erano soltanto 16.000, a fronte di quasi 1 milione di anime esistenti trent’anni prima.


Vita nell’accampamento

Il francescano Jeronimo de Mendieta scrisse che, a causa della spietata dominazione spagnola, nelle Antille si produsse il fenomeno del suicidio collettivo, perché i suoi abitanti “cominciarono a prendere l’abitudine di uccidersi da soli con succhi di erbe velenose oppure impiccandosi”. (Jeronimo de Mendieta, “Historia Eclesiastica Indiana”, a cura di Joaquin Garcia Icazbalceta, Mèxico, 1870). Gli Arawak caraibici, la cui consistenza era valutata fra 500.000 e 1 milione di individui, furono praticamente annientati dai conquistadores nel XVI secolo. Lo stesso destino toccò ai Guarani del Brasile, che da 1.500.000 sono scesi progressivamente agli attuali 46.000.
Il periodo di maggiore contrazione demografica fra gli Indiani del Nord America si ebbe al tempo delle guerre coloniali, fra il XVII e il XVIII secolo, sia per il coinvolgimento di parecchie tribù da parte delle potenze europee – specialmente Gran Bretagna e Francia – quanto per la notevole diffusione di malattie come il vaiolo, che decimarono, seppure in misura minore, anche i colonizzatori di origine europea. Almeno tre epidemie devastanti dilagarono infatti nel New England fra il 1677 e il 1702 contagiando un terzo della popolazione di razza bianca. Le cronache dell’epoca registrano 5.889 casi nell’anno 1721, con 844 decessi. Il vaiolo, come la peste e il colera, si diffusero in maniera del tutto casuale e soltanto più tardi – durante la Guerra dei Sette Anni – il generale inglese Jeffrey Amherst invitò esplicitamente i suoi ufficiali a distribuire alle tribù nemiche “lenzuola nelle quali siano state avvolte persone malate” per trasmettere il contagio e “sterminare questa razza maledetta”. (Charles Hamilton, “Sul sentiero di guerra”, Feltrinelli, Milano, 1982).
Alcune tribù di dimensioni ragguardevoli, come gli Uroni e gli Abenaki, avevano subito una riduzione demografica quasi apocalittica, ma oltre ai flagelli epidemici le loro genti patirono l’ostilità di tribù nemiche e dei coloni del New England. Le perdite accusate dagli Indiani fra il 1607, quando gli Inglesi di John Smith sbarcarono in Virginia e il 1774, anno che precede l’insurrrezione delle 13 colonie atlantiche, non sono calcolabili, ma furono certamente rilevanti, perché parecchie delle nazioni più popolose ridussero notevolmente la loro consistenza numerica. Per citarne alcune, gli Uroni scesero da 35.000 componenti a meno di 12.000, ma furono poi ulteriormente decimati dagli Irochesi; gli Abenaki da 40.000 a circa 2.500; i Winnebago, di lingua sioux, da 20.000 a meno di 1.000. Tutto ciò, dopo che la potente alleanza capeggiata da Powhatan, il padre di Pocahontas, era stata frantumata e dispersa, i Wampanoag erano stati falcidiati dalla peste e i Pequod avevano subito praticamente lo sterminio per opera dai puritani inglesi, che nel solo massacro del Mystic River, nel 1637, ne uccisero 650. In quest’operazione la milizia coloniale ebbe un valido sostegno nelle tribù dei Mohicani, dei Narragansett e dei Niantic, gelosi della supremazia dei Pequod.
Geronimo e i suoi
Anche gli Irochesi, comprendenti le sei tribù federate Onondaga,Oneida, Cayuga, Seeneca, Mohawk e Tuscarora, giunsero alle soglie della guerra di indipendenza americana con una popolazione complessiva di 7.000 anime, contro le 22.000 che contavano verso la metà del secolo precedente.
Le epidemie rimasero comunque il principale nemico degli Indiani delle Pianure, come già lo erano state per le tribù che vivevano ad oriente del fiume Mississippi.
Fra le popolazioni indigene della California, le cause primarie del tracollo furono – com’era accaduto agli indiani del New England – le malattie di tipo epidemico, che nel 1830 sterminarono circa 70.000 persone. Nel 1848, allorchè la regione messicana passò sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, gli Indiani californiani comprendevano ancora da 80.000 a 100.000 individui, che nel ventennio successivo scesero addirittura a 20.000 per varie cause. Oltre alle malattie ed ai vizi introdotti dai colonizzatori, vi furono i trasferimenti forzati nelle riserve e le rappresaglie di minatori e vigilantes.
Il vaiolo diffusosi nel 1837-38 colpì quasi tutti i nuclei tribali stanziati ad oriente delle Montagne Rocciose, dal Montana al Texas. Si ritiene che perirono almeno 17.000 persone, ma una stima meno prudente quantifica in 30.000 i decessi causati da quell’epidemia. Altri contagi si propagarono fra gli indigeni anche negli anni successivi. Nel 1856 il vaiolo si abbattè sulle tribù dei Mandan e degli Arikara, già decimate in precedenza, quindi sui Comanche nel 1861-62, dopo avere causato molte vittime fra gli Irochesi un anno prima. Nel 1873-74 fu il morbillo a mettere in ginocchio i Lakota Sioux, per diffondersi pochi anni più tardi fra i Kiowa, i Comanche, i Cheyenne e gli Arapaho. Nel 1877 il vaiolo fece una nuova comparsa fra gli Apache, estendendosi ai Pima, ai Papago e ai Maricopa dell’Arizona. Nel 1889-90 fu invece un virus influenzale a seminare vittime fra Cheyenne e Arapaho dell’Oklahoma e poco tempo dopo, nel 1892, la stessa malattia ed il morbillo furono responsabili di un’elevata mortalità infantile fra i Comanche, i Caddo e i Kiowa. Il ritorno del vaiolo nel 1898 provocò il decesso di 205 Pueblo e diversi Navajo nel Sud-Ovest, ma una buona quantità di casi vennero risolti con l’intervento del servizio sanitario delle riserve. Da quel momento in poi, anche il diffondersi delle epidemie venne controllato e risolto più agevolmente.

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