Le guerre indiane, genocidio dei Nativi d’America

Quando si parla di Guerre indiane, l’attenzione degli storici statunitensi si sposta immediatamente verso quella lunga serie di conflitti prima tra i coloni, principalmente di estrazione europea, e le tribù indiane dell’est, poi, con la nascita degli Stati Uniti, tra quegli stati e i popoli nativi in genere (chiamati in genere “Indiani d’America” o “pellerossa”), ma sopratutto quelli collocati ad ovest del Mississippi.
Alcune delle guerre principali furono provocate o presero spunto da una serie di discutibilissimi atti legislativi del Parlamento degli Stati Uniti o dei governi di alcuni stati. Sicuramente è da ricordare, per le enormità in esso contenute, l’Atto di Rimozione degli Indiani, unilateralmente promulgato e pesantissimo per le conseguenze che finì per scatenare.
Dalla colonizzazione europea dell’America del XVIII secolo fino al massacro di Wounded Knee e alla “chiusura” della frontiera nel 1890, le Guerre Indiane hanno portato alla conquista, alla decimazione, all’assimilazione delle nazioni indiane, e alla deportazione di tutte le tribù nelle riserve indiane.
Con le guerre indiane si sono manifestati certi tratti culturali che hanno formato la solida base della discriminazione razziale su base etnica e del razzismo che affliggeranno gli Stati Uniti da quel momento fin tutto il XX secolo.

Lo studioso Russel Thornton, utilizzando informazioni governative americane e altre collegate al censimento del 1894, ha elaborato alcuni dati ricavando alcune stime secondo le quali dal 1775 al 1890 almeno 45.000 indiani e 19.000 bianchi avrebbero perso la vita. Questo suo calcolo include anche donne, vecchi e bambini, poiché i non-combattenti spesso perivano durante gli scontri di frontiera e la violenza dei combattimenti non risparmiava, né da una parte né dall’altra, le loro vite.
Altre elaborazioni contemporanee, invece, hanno prodotto numeri enormemente superiori e assolutamente impressionanti. Ormai si dice che tra i cinquanta e i cento milioni di nativi americani hanno perso la vita tra il 1494 e il 1891 e questo consente di classificare la “Conquista delle Americhe” come il più grande genocidio della storia dell’umanità.
In questo sito è dato particolare rilievo agli eventi che hanno caratterizzato la vera e propria conquista del west, per cui in questo articolo ci limitiamo alle guerre indiane che si sono succedute ad ovest del Mississippi a partire dal 1830 e fino al 1890, anno del massacro di Wounded Knee e della cosiddetta “Chiusura della Frontiera”. Parliamo della questione “guerre indiane” limitandoci ad una rappresentazione parziale degli innumerevoli conflitti. Di tutto ciò che manca, però, parliamo in altri articoli in maniera completa.
Come era già accaduto a est, l’avanzata dei coloni verso ovest, le grandi pianure e le alture occidentali causò in brevissimo tempo dei contrasti insanabili con le popolazioni indiane che vivevano nelle zone che venivano attraversate dai flussi migratori. Furono molte le tribù che scelsero il sentiero di guerra contro i bianchi, dagli Ute del Gran Bacino ai Nez Perce dell’Idaho, ma tra tutti i Nativi, i gruppi che opposero la resistenza più tenace e feroce alla spinta espansionistica degli Americani furono i Sioux ed i Cheyenne a nord e gli Apache e i Comanche a sud-ovest.

I Sioux erano ottimi cavalieri e, quindi, particolarmente abili nelle battaglie a cavallo. Erano guidati da capi guerrieri risoluti, come Nuvola Rossa (Red Cloud) o Cavallo Pazzo (Crazy Horse) la cui autorità era strettamente collegata alla loro condotta e al carisma. I Sioux erano arrivati in tempi recenti nelle pianure provenendo dalla immensa regione dei Grandi Laghi, ma impararono prestissimo a domare, a montare e usare superbamente i cavalli e da quel momento si mossero verso ovest riuscendo a sconfiggere ogni tribù che incontravano sul proprio cammino, diventando così temibili ed esperti guerrieri.
Gli Apache, stretti tra le altre tribù indiane e la temibile presenza dei Messicani, praticavano l’arte della guerra prevalentemente in zona aride e ricche di canyon. Anche tra gli Apache c’erano molte differenze tra i diversi raggruppamenti che del ceppo principale facevano parte. La stessa collocazione in un’area piuttosto che in un’altra del sud-ovest determinava lo sviluppo maggiore di aggressività o di bellicosità. La loro economia prevedeva l’allevamento di animali, la coltivazione sporadica di vegetali, la caccia, ma una parte importante era costituita dalle razzie che colpivano indifferentemente le altre tribù indiane e i villaggi dei Messicani.
Verso la metà del XVIII secolo alcuni raggruppamenti di indiani delle grandi pianure arrivarono fino in Texas e lì gli scontri con i nuovi arrivati, i coloni europei, non tardarono a svilupparsi e proliferare. Il Texas, però, divenne anche meta per un gran numero di anglo-americani migranti che si insediarono intorno al terzo decennio del XIX secolo. Da quel momento in poi, per una cinquantina d’anni, ci furono molti confronti armati che videro opposti principalmente i Texani, civili, militari, miliziani e volontari, ed i Comanche.

Tra le tantissime scaramucce, la prima vera battaglia fu quella del “massacro di Fort Parker” del 1836. In quella circostanza un gruppo molto numeroso di guerrieri Comanche, Kiowa, Wichita e Lenape attaccò i coloni stabilitisi nel forte, uccidendone alcuni. Nonostante il relativo basso numero di bianchi che persero la vita in quella battaglia, si sviluppò una vampata di rabbia mista a vero odio indirizzata contro gli indiani, aggiungendo alle motivazioni tipiche della frontiera western anche il rapimento, avvenuto durante l’attacco indiano, di una giovane donna, Cynthia Ann Parker.
La Repubblica della stella solitaria, il Texas, ottenne l’indipendenza solo a seguito di una sanguinosa guerra contro la madrepatria originaria, il Messico. Per gli indiani che vivevano nel Texas, però, le cose peggiorarono ulteriormente. Il governo, guidato dal presidente Sam Houston, iniziò una nuova relazione con gli indiani attraverso una seria politica di cooperazione con i Comanche ed i Kiowa. Ma la cosa non andò molto avanti negli anni… Un fraintendimento, invece, guidò la politica nei confronti dei Cherokee, presso i quali Sam Houston aveva vissuto per un po’ di tempo. I Cherokee diedero l’idea di essersi schierati per il Messico ai tempi della guerra per combattere la nuova ed inesperta repubblica texana. Questo era inaccettabile, ma Houston risolse il conflitto senza ricorrere alle armi, rifiutandosi di credere che i Cherokee avessero potuto attaccare proprio il suo governo!
Le cose volsero al peggio (per i Nativi) sotto l’amministrazione di Mirabeau Bonaparte Lamar – che fu eletto subito dopo Houston – che attuò una politica decisamente differente nel rapporto con gli indiani. Sotto Lamar la repubblica texana tentò di trasferire i Cherokee più ad ovest e riuscì alla fine ad avere la meglio. Una lunga serie di battaglie (con tutto il ben noto corollario di razzie) avvenne in seguito al tentativo di deportare i Comanche ed i Kiowa. Il primo grave scontro fu la battaglia di Council House in cui, durante un colloquio di pace, vennero sequestrati a sorpresa alcuni capi di guerra Comanche, evento che scatenò subito dopo la “Grande Incursione” del 1840 ed alla battaglia di Plum Creek.

Il governo di Lamar rimase famoso per la sua politica nei confronti degli indiani costosa e assolutamente insoddisfacente. Va sottolineato che nei quattro anni di gestione Lamar i costi per le guerre sostenute superarono nettamente le entrate annuali, mettendo in seria difficoltà la gestione finanziaria del nuovo Stato.
Fece seguito il ritorno di un governo guidato da Sam Houston che immediatamente riprese una politica più diplomatica ed assicurò al Texas ed ai Texani una serie di trattati con tutte le tribù indiane dell’area, compresi i bellicosi e temutissimi Comanche.
Nel 1846 il Texas si integrò agli Stati Uniti e, a sorpresa, gli anni che andarono dal 1856 al 1858 furono particolarmente sanguinosi sul fronte texano a causa del massiccio spostamento dei coloni all’interno della terra Comanche, la grande ed inviolata Comancheria. Seguirono dolorosissimi scontri che posero fine alla resistenza del popolo Comanche. Ci furono la Battaglia di Little Robe Creek e la spedizione di Antelope Hills nel 1858, le quali rappresentarono un durissimo colpo proprio nel cuore della Comancheria.
Ulteriori scontri e vere e proprie battaglie tra i coloni e gli indiani continuarono e nel 1860, durante la Battaglia di Pease River, le milizie texane distrussero un campo indiano scoprendo in seguito di aver recuperato la famosa Cynthia Ann Parker, quella ragazzina che era stata rapita dai guerrieri Comanche nel 1836. Cyntha tornò a vivere con la famiglia d’origine, i Parker, ma perse i suoi figli, uno dei quali, Quanah Parker, divenne in seguito un notevolissimo capo tribù dei Comanche. Lo stesso Quanah Parker, però, nulla poté contro lo strapotere militare degli Stati Uniti e dopo la prima battaglia di Adobe Walls dovette arrendersi alla schiacciante superiorità bellica del governo americano e, nel 1875, stabilirsi in una riserva nel sud-ovest dell’Oklahoma.
Il conflitto tra bianchi ed indiani continuò anche durante la guerra di secessione, nonostante quasi tutta l’attenzione del governo unionista fosse chiaramente riposta sul fronte bellico col Sud ribelle.

La guerra coi Dakota del 1862 (chiamata anche “Grande Rivolta Sioux del 1862”) fu il primo grande scontro tra gli Stati Uniti ed i Sioux. Dopo sei settimane di battaglie nel territorio ancestrale del Minnesota, condotte per la maggior parte dal valoroso e astuto capo di guerra Piccolo Corvo, si registrarono più di 500 morti tra soldati e coloni statunitensi.
La consistenza delle perdite Sioux nella grande rivolta non fu documentato, ma dopo la guerra ben 303 indiani furono accusati di omicidio e rapina da un tribunale statunitense e condannati a morte per impiccagione. Molte tra queste condanne vennero commutate in carcere, ma il 26 dicembre 1862 a Mankato, una cittadina del Minnesota, si andò ad effettuare quella che a tutt’oggi resta la più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, con l’impiccagione di 38 guerrieri Sioux.
Nel 1864 invece avvenne una delle battaglie con gli indiani che fu ricoperta di infamia non appena se ne conobbero i contorni precisi. Parliamo del Massacro del Sand Creek. In quell’occasione un distaccamento di milizia locale attaccò un villaggio di indiani Cheyenne ed Arapaho situato nel sud-est del Colorado ed uccise e mutilò indistintamente uomini donne e bambini. Gli indiani che si erano accampati lungo le rive del fiume Sand Creek avevano avuto rassicurazioni dal governo degli Stati Uniti che avrebbero potuto restare dov’erano vivendo tranquillamente nella loro area, ma quelle rassicurazioni non furono sufficienti a placare il crescente odio dei bianchi nei confronti dei nativi a causa delle molte razzie e degli scontri che aveva incendiato tutte le praterie meridionali. I politici americani, pressati sopratutto dall’indignazione dell’opinione pubblica dell’Est, diffusero un appello pubblico contro altre carneficine nei confronti degli indiani, ma esso cadde decisamente nel vuoto…
Nel 1875 l’ultima vera guerra Sioux scoppiò quando la corsa all’oro nel Dakota arrivò alle Black Hills (Colline Nere), territorio sacro per quegli indiani. L’esercitò statunitense non precluse veramente ai minatori l’accesso alle zone di caccia Sioux, rendendo intollerabile la situazione per gli indiani che erano stretti tra il non dover aggredire i bianchi e il non essere difesi nel proprio diritto dai soldati.

Non solo, l’esercito venne anche chiamato ad attaccare alcune bande che stavano cacciando nella prateria, come peraltro era loro diritto in base ai trattati allora in vigore…
Nel 1876 dopo un’organizzazione meticolosa di una campagna contro gli indiani chiamati “ostili”, il Generale George Armstrong Custer trovò l’accampamento principale dei Lakota Sioux e dei loro alleati nei pressi del fiume Little Bighorn. Nella battaglia che prende il nome da questo fiume, Custer ed i suoi uomini, i quali si erano separati per motivi strategici dal resto della truppa, furono annientati dagli indiani che vantavano una netta superiorità numerica nonché un vantaggio tattico dovuto alla precipitazione del generale nello scatenare l’attacco.
Nel 1890, nella riserva settentrionale dei Lakota, a Wounded Knee nel Dakota del Sud, il rituale della “Danza degli Spettri” (Ghost Dance) portò l’esercito a tentare di sottomettere i Lakota. Durante l’assalto vennero uccisi più di 300 indiani, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Fu l’ultima, inutile strage.
Tuttavia, già molto prima di questo evento erano già state eliminate le basi per la sussistenza sociale delle tribù delle Grandi Pianure, con lo sterminio quasi completo, nel corso degli anni ’80, dei bisonti con una caccia tanto indiscriminata quanto studiata a tavolino con lo scopo di indebolire gli indiani e renderne inutili le migrazioni.
Le guerre indiane del sud-ovest si svolsero sostanzialmente dal 1846 al 1895. Tutte le tribù indiane di quella vasta area geografica, ad eccezione dei Pueblo, furono coinvolte, volenti o nolenti, nei conflitti; nella gran parte dei casi queste battaglie furono un seguito della guerra precedente, la guerra d’indipendenza messicana.

Per vari decenni le tribù indiane rimasero coinvolte sia nei commerci che nelle battaglie con i vari coloni stranieri finché tutto il territorio del sud-ovest, comprendente gli attuali stati di Colorado, California, Utah, Nevada, Wyoming e Nuovo Messico, venne annesso agli Stati Uniti a danno dei messicani tra il 1848 ed i 1850.
Tra tutte le guerre indiane della zona, quelle che coinvolsero i Navajo e gli Apache, con tutto il carico di drammaticità che oggi conosciamo, sono le più studiate, ma non furono le uniche.
La più grande campagna statunitense nel sud-ovest coinvolse 5.000 soldati e costrinse, nel 1886, Geronimo e la sua banda di guerrieri Apache ad arrendersi.

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Commenti

2 Risposte a “Le guerre indiane, genocidio dei Nativi d’America”

  1. DOMENICO RIZZI, il 13 settembre 2013 20:04

    Come ho dettagliato nel mio articolo “Il prezzo della conquista”, pubblicato il 21 gennaio 2011 su Farwest, occorre fare dei distinguo molto precisi. Parlare di “genocidio dei nativi nelle guerre indiane”, non ha molto senso. Innanzitutto occorre separare la conquista dell’America Latina da quella dell’America del Nord. Nel Centro e Sud America, come nelle isole caraibiche, la strage raggiunse livelli elevatissimi, con numeri rispetto ai quali i conflitti con i Pellirosse fanno quasi sorridere. Le cifre ufficiali le ho riportate in quell’articolo, ma anche in molti altri miei libri: dal 1775 al 1890 gli Indiani degli Stati Uniti persero meno di 6.000 persone nei combattimenti contro i Bianchi. Se ci riferiamo invece al periodo dal 1865 al 1891, esistono dati precisi: i combattimenti furono soltanto 51 e i caduti pellirosse poche migliaia, forse meno di 3.000, mentre l’esercito ebbe meno di 1.000 caduti. Sommando invece le cifre fornite da testimoni indiani – Gambe di Legno, Alce Nero, Due Lune, Toro Seduto, ecc. – in questi 27 anni (i più cruenti e meglio conosciuti, grazie al cinema western) le perdite delle varie tribù non superarono nemmeno i 1.500 individui. Alcuni esempi? Stando agli Indiani che ne furono protagonisti, a Beeche’s Island caddero 5 o 6 guerrieri (contro i 76 riferiti dall’esercito) nel Wagon Box Fight ne perdettero meno di 10 (il capitano Powell ne stimò da 60 a 120) ad Adobe Walls 6 (per i Bianchi, almeno il triplo) a Little Big Horn da 20 a 46 (secondo l’esercito, invece, da 250 a 400) al Sand Creek le perdite indiane furono 148 (contro le 400 dichiarate dai miliziani) e al fiume Washita soltanto 19, mentre Custer ne elencò 103 nel suo rapporto. E così via. Dunque, come hanno fatto i Pellirosse a subire, a causa delle guerre, un genocidio che essi stessi contestano? Le ragioni del loro calo demografico – dagli 840.000 del XVI secolo ai 244.000 censiti dal governo americano nel 1920 – furono ben altre: epidemie, fame e conflitti interni. Stupisce quest’ultima ragione? No, perchè pochi sanno che, a parte lo scontro di Little Big Horn,fra le battaglie pi sanguinosa dell’Ottocento vi furono gli scontri feroci fra Shoshone e Piedi Neri (nel 1826, 300 morti in un solo scontro) Shoshone e Ute, Sioux e Kiowa (un’intera tribù di questi sterminata dai Lakota) ecc. Secondo Toro Seduto, la sua gente distrusse un quarto della tribù dei Crow (cioè 1.200 persone) e in base alle risultanze storiche i Pawnee vennero quasi annientati da Cheyenne e Lakota-Sioux, che ne uccisero probabilmente 2.000 ed oltre (basta sommare le perdite dichiarate da entrambi nei singoli combattimenti, tutti documentati da testimoni). La scoperta “terribile” è proprio questa: le guerre intertribali causarono agli Indiani più del doppio delle perdite inflitte loro dai Bianchi. I luoghi comuni, tanto ripetuti dalla letteratura e dal cinema (ed anche da molti storici del West) non sono storia.

    Domenico Rizzi, scrittore.

  2. Fabio Fiorini, il 24 marzo 2014 22:18

    Vogliamo chiamarlo genocidio o calo demografico, il fatto inequivocabile è che una civiltà di liberi cacciatori che popolavano il continente nordamericano da millenni con l’arrivo degli europei è scomparsa. Europei che non sono arrivati con l’intenzione di intraprendere pacifici commerci e scambi culturali per il benessere di tutti, ma con l’unico intento di colonizzare per arricchimento personale. I libri di storia ci hanno insegnato bene cosa vuol dire colonialismo: usurpazione di terre, beni e tutto ciò che si può rubare, e se necessario lo sterminio degli uomini indigeni, considerati selvaggi ed alla stregua di bestie. E tutto questo l’uomo bianco in Nord America lo ha fatto, come nel Sud America per mano di portoghesi e spagnoli e nel resto del mondo.
    Nell’articolo sopra si afferma: “Le ragioni del loro calo demografico – dagli 840.000 del XVI secolo ai 244.000 censiti dal governo americano nel 1920 – furono ben altre: epidemie, fame e conflitti interni”.
    Innanzitutto il presupposto è sbagliato, perchè gli 840.000 del XVI secolo chi li ha censiti? Europei che non conoscevano la minima esistenza di intere tribù? Basti pensare che nel trattato di Fort Laramie del 1851 i generali mandati dalla Casa Bianca avevano preso a casaccio il capo di una banda, i Sicangu e gli avevano fatto firmare il trattato a nome di tutti pensando che gli indiani Lakota fossero una nazione.
    Inoltre leggendo la frase sembra quasi che un’intera civiltà di liberi cacciatori che hanno vissuto per millenni nel nord del continente, d’un tratto si sia annientata con i conflitti interni?

    La ragione per cui nel centro e Sud America la strage raggiunse livelli elevatissimi è ovvia, cioè in questi territori esistevano stati, imperi organizzati come quelli europei, quindi la guerra frontale era inevitabile. La densità di popolazione in queste zone era estremamente maggiore per via dell’uso dell’agricoltura che origina un notevole aumento demografico, l’occupazione stabile di territori e la formazione di nazioni. Nel Nord America vivevano invece una galassia di tribù, bande, famiglie, villaggi, clan dove ciascuno badava agli affari propri e si univa, si lasciava, si riformava continuamente in assoluta liberà e anarchia per cui i colonizzatori non potevano sterminare tutti gli indigeni con guerre, ma furono usati altri metodi.
    Basti pensare che alla fine dell’Ottocento, quando il West fu vinto dagli emigrati europei, erano rimasti 1000 bisonti (presumibilmente da 50 milioni all’inizio del secolo) e 240.000 indiani. Il governo degli Stati Uniti d’America in questi anni ha deportato intere tribù, ha usurpato i beni di sussistenza delle stesse riducendole alla fame ed in cambio di tutto ciò non gli ha neanche passato qualche farmaco per la tosse portata dall’uomo bianco. Stiamo parlando di un doppio genocidio umano e animale per far posto all’agricoltura e allevamenti dei colonizzatori patrocinati dal governo degli Stati Uniti.
    Quindi è inutile contare con precisione quanti morti ci sono stati nelle guerre indiane da una parte e dall’altra, è un esercizio fine a se stesso che non spiega nulla. Si tratta dello scontro di due civiltà estremamente diverse che non possono coesistere nello stesso territorio.
    Lo stato di continua guerra tra le tribù non può portare ad uno sterminio totale di interi popoli, proprio perché non esistono nazioni. Mentre furono gli europei ad insegnare a questi popoli la guerra di sterminio e l’uso del fucile. Nella maggioranza dei casi nel mondo indiano la guerra è vissuta come un rituale necessario alla stabilità del gruppo, mentre impedisce la formazione di vaste comunità e quindi l’emergere stesso di uno Stato. Per provare la sua bravura il guerriero indiano non ha bisogno di uccidere il suo avversario. Molte volte un atto di coraggio determina la vittoria di una tribù ed il ritorno glorioso al suo campo.

    Relativamente invece all’articolo “Il prezzo della conquista” http://www.farwest.it/?p=8158 posso dire che gli indiani, piegati ormai da secoli a vivere dentro la logica della nazione con le sue leggi, trattati e sentenze, hanno tutta la loro ragione a combattere con le stesse armi di questa logica e a rivendicare risarcimenti per le espropriazioni fatte dai bianchi. E solo perché un tempo guerreggiavano tra di loro con archi e frecce non può precludere loro di avere oggi il diritto di rivendicazione nel confronto degli Stati Uniti.
    L’errore che spesso fanno le persone parlando dei protagonisti sconfitti delle epopee dei film western degli anni settanta è pensare con la logica della civiltà europea, un pensiero che alla base ha i numeri, le leggi e i decreti scritti (interpretabili).
    Le testimonianze degli stessi indiani quando si parla di numeri di sconfitti, morti nelle guerre e perdite delle proprie tribù, non seguono le nostre regole della matematica, ma devono essere ponderate pensando che per gli indiani la guerra è un atto spirituale e si vince con un atto eroico. Questi popoli non conoscevano la scrittura, non perché erano meno intelligenti dei contemporanei europei, ma poiché non gli serviva. La scrittura non serve in una cultura dove l’uomo non è piegato dal lavoro utile solo ad arricchirsi e diventare più potente del suo vicino, ma caccia e raccoglie solo per il proprio sostentamento e dei più deboli, e ha molto più tempo libero per trascorrerlo raccontando di gesta eroiche, sviluppando una cultura orale che non ha bisogno della scrittura.

    N.B.: fonti: Philippe Jacquin, Storia degli Indiani D’America, Paris 1976 – Vittorio Zucconi, Gli spiriti non dimenticano, Milano 1996

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