Cabellos Colorados

A cura di Josephine Basile

Cabellos ColoradosUn ritratto di Cabellos Colorados
Le esperienze di schiavitù e prigionia delle famiglie apache – a causa della spietata politica militare ispano-messicana – sono chiaramente illustrate nella storia di un importante capo degli Apache Orientali, da alcuni identificato come un Mescalero, ma più probabilmente appartenente ai Lipan… si tratta di Cabellos Colorados.
C. Sonnichsen, nel suo libro sui Mescalero, spende davvero poche righe per questo nantan:
“Entrambi i contendenti approfittavano dei momenti di tregua per riprendere fiato, anche se a fatica, come quando non si ebbero più notizie del capo Mescalero Cabellos Colorados dopo la sua cattura nel 1737 e il suo trasferimento a Città del Messico.
Doveva trattarsi davvero di un grande capo, dal momento che la sua gente impiegò molto tempo prima di riprendersi dallo sbandamento conseguente alla sua perdita. Di lui non sappiamo nient’altro, nemmeno perché un capo apache avrebbe dovuto chiamarsi Capelli Rossi.”
E si può dire che fà lo stesso J.Haley, in una sua opera sugli Apache: “Gli europei, da parte loro, replicavano con spedizioni punitive e facendo schiavi, con esiti varianti dall’umiliazione di sconfitte ad opera degli apache alla cattura, nel 1737, di un importante capo dei Mescalero chiamato Cabellos Colorados (Capelli Rossi). Il vero nome del capo apache e la ragione per cui gli spagnoli gli dettero quell’appellativo sono misteri a cui non sarà possibile mai dare risposta, dato che fù portato a Città del Messico dove scomparve.”
Per conoscere meglio la vicenda e i motivi per i quali Cabellos Colorados venne arrestato, imprigionato e poi deportato (unitamente alla sua famiglia, tra cui la propria figlia di soli due anni) bisogna consultare altre fonti. Vediamoci allora più chiaro, partendo dall’inizio delle ostilità degli Apache Orientali in Texas, in quegli anni del 1730.
Un guerriero Apache Lipan
Secondo W. Dunn, nel suo “Relazioni Apache in Texas”, nel 1734 (la data esatta non compare) una banda apache comandata dal capo “Cabellos Colorados” si recò a San Antonio de Béxar per scambiare pelli, carne di bufalo e altri articoli, professando amicizia per gli spagnoli e promettendo di restare in pace con loro. Ma dopo aver lasciato il presidio, a circa una lega di distanza, incontrarono due cittadini di San Antonio (Juan de Sartuche e Andrès Cadena).
A quanto si dice, i due spagnoli vennero catturati e legati, portati via a una distanza di circa sette leghe, dove gli apache li appesero per le mani ad un un albero, danzando intorno a loro. Tutto questo sarebbe stato visto da un gruppo di soldati inviati a salvarli, ma che non riuscirono a raggiungere gli apache, che si trascinarono dietro i due prigionieri. Per molto tempo il loro destino rimase sconosciuto, ma più tardi, un giovane indiano si presentò dal governatore Sandobal, dicendo che i prigionieri erano stati schiavi degli apache per qualche tempo, ma che in un occasione avevano provato a fuggire e quindi vennero uccisi. Questo rapporto, sul destino dei due prigionieri, venne avvalorato successivamente dalla confessione di alcuni apache. Almeno, così dissero gli spagnoli…in una sorta di procedimento denominato “Infedeltà degli Apache”.
Dopo questo episodio, per circa due anni, non si sentirà parlare di alcuna ostilità nel circondario di San Antonio. Ma sul Rio Grande e nel Coahuila, altre bande apache razziavano gli insediamenti spagnoli con grande intensità. Secondo alcuni rapporti dell’epoca, sette distinti capi Apache avevano posizionato le loro rancherías sul Rio Grande, da dove si spingevano con devastanti razzie fin verso il sud del paese; il presidio di Rio Grande venne assalito con così tanta frequenza, che gli allarmati cittadini considerarono conveniente traslocare più a sud.
Ma nel 1736, anche il circondario di San Antonio provò la loro mano pesante. Il 20 settembre, frate Francisco de Frías, con una scorta di dieci soldati al comando di Bartolomé de Torralba, ritornava da San Antonio de Bexar (dove aveva portato rifornimenti) verso il Rio Grande. In un luogo chiamato Atascoso, circa quattordici leghe da San Antonio, il convoglio venne attaccato da una grossa banda apache; i soldati compresero subito il grave pericolo e si ritirarono velocemente, tuttavia, Torralba e una guida indiana rimasero feriti. Onde evitare di incontrare altre bande apache, il gruppo dovette ritornare a Bexar, dove rimase fino a quando l’ufficiale ferito e la guida non furono in grado di riprendere il viaggio.


Una mappa in cui è disegnato il teatro delle azioni di guerra

Dopo questo attacco, gli Apache cessarono di commerciare a Béxar e continuarono i loro saccheggi per tutto il resto dell’anno. Alcuni pensavano che la loro estrema audacia fosse dovuta al fatto che molti soldati disertavano da Béxar e che gli indiani erano consapevoli della debolezza della guarnigione.
Poco tempo dopo l’attacco al convoglio, gli Apache rubarono circa quaranta cavalli dalla missione di San Francisco de la Espada. Nel tentativo di recuperarli, i soldati si lanciarono all’inseguimento e, lungo la strada, trovarono un cavallo che gli indiani avevano abbandonato. Questo cavallo sarebbe stato riconosciuto, dall’alfiere Juan Galvan, come quello comprato – tempo addietro – da Cabellos Colorados in cambio di alcune pelli. Agli occhi degli spagnoli, questo indicò che il capo Apache fosse implicato nell’incursione.
Poco tempo dopo “el robo” dei cavalli dalla missione di San Francisco de la Espada, gli Apache attaccarono nuovamente, uccidendo due donne indiane alla missione di San Juan de Capistrano e, un po’ più tardi, uccisero altre 2 donne indiane alla missione di Concepción. In quest’ultima razzia, gli Apache fecero prigionieri due piccoli ragazzi indiani che erano con le loro madri. In seguito, uno dei 2 ragazzi riuscì a fuggire e ritornare a Bexar.
Alcuni mesi dopo, due fratelli – Ziprian e Dionisio de Castro – che tagliavano l’erba a una lega dal presidio vennero uccisi dagli Apache…i loro corpi vennero recuperati e portati a Béxar per la sepoltura.
Quello stesso anno, tre soldati si trovavano a caccia sui monti….ma vennero attaccati dagli Apache ed uno di loro, Joseph Maldonado, rimase ucciso. Gli altri due riuscirono a fuggire, ma lasciarono nelle mani degli indiani la mandria di cavalli formata da alcune dozzine di animali.
Nel 1737, cinque donne e due ragazzi – indiani della missione di San Francisco de la Espada – uscirono per raccogliere frutti sul Rio Medina, a una lega dalla missione. Ma una banda apache li attaccò, uccidendo le cinque donne e portandosi via i due ragazzi.
Nel settembre del 1737, i cavalli del presidio di Bexar vennero portati al pascolo sul Rio Cibolo, un luogo posto a circa sedici leghe dal presido. I cavalli vennero portati in quel luogo perché si credeva che gli Apache non lo frequentassero. Ma gli indiani scovarono il posto, rubarono più di cento cavalli e ferirono Juan Cortina, il capo dei dieci soldati che proteggevano il campo. L’incursione venne immediatamente riferita a Béxar e il capitano Urrutia inviò cinquanta uomini per cercare di recuperare i cavalli. Dopo 3 giorni di vane ricerche… nel campo su El Cibolo venne trovato un indiano, ucciso da una delle guardie durante l’attacco: nella sua mano impugnava ancora un coltello, che il luogotenente Mateo Pérez identificò come il suo, che era stato probabilmente scambiato tempo prima con gli indiani, quando questi vennero a Béxar per commerciare.
In conseguenza di questa incursione, la guardia a El Cíbolo venne aumentata a diciotto uomini e a un ufficiale, incaricati di essere particolarmente vigili. Ma nonostante le loro precauzioni, il 2 dicembre, a mezzanotte, gli Apache assalirono nuovamente il campo. I cavalli vennero spaventati e spinti verso nord, protetti dai cavalieri apache in corsa. I soldati, a causa dell’oscurità intensa della notte, non furono in grado di evitare tutto ciò, inoltre, temettero che gli apache potessero spingerli in un imboscata….cosa che accadeva spesso. Questa seconda incursione a El Cíbolo venne riferita a Béxar la notte successiva. Il capitano Urrutia ordinò immediatamente ad un gruppo di 40 uomini di dare caccia ai ladri, ma gli apache non vennero raggiunti e più di trecento cavalli andarono perduti.
In data 11 dicembre 1737, una truppa di soldati, uscita all’alba per contare i cavalli, vide un Apache nel loro mezzo. Questi venne catturato e portato al presidio, dove confessò che a una distanza di circa dieci leghe c’era una banda di sedici Apaches – otto uomini e otto donne – comandata da Cabellos Colorados. Apparentemente, questi volevano visitare il presidio con lo scopo di proteggere la pace con gli spagnoli, ma a quanto venne riferito, il loro reale fine era quello di osservare la posizione dei cavalli per rubarli. L’alfiere Galván, con una forza di ventotto uomini, si diresse verso la non lontana rancheria, situata in un luogo noto come El Chapintillo, dove i 16 apache, che non si attendevano un attacco, vennero tutti circondati, catturati e poi imprigionati nel presidio di Bexar.
Fù lo stesso alfiere Juan Galvan, nella sua testimonianza su “L’infedeltà degli Apache”, a dire che “era sua opinione che gli Apache non intendevano visitare il presidio per commerciare, visto avevano tre cavalli e tre asini che appartenevano ai cittadini del luogo.”
Alcuni giorni dopo la già menzionata incursione di settembre a El Cibolo, la moglie di Cabellos Colorados – accompagnata da tre donne e da un guerriero – si era recata al presidio per scambiare carne di bufalo con tabacco. Gli spagnoli li trattarono gentilmente, dicendo che finchè gli apache sarebbero rimasti tranquilli non sarebbero stati molestati. Questa donna (definita una capitana) e due delle sue compagne figuravano nella lista degli apache catturati insieme a Cabellos Colorados.
Nel giugno del 1738, il governatore del Texas, Prudencio de Orobio y Bazterra, sosteneva che gli Apache di Cabellos Colorados avevano violato il trattato di pace – inesistente – del 1733. Nella sostanza, fù questi a mettere in piedi questa sorta di processo (denominato appunto “Infedeltà degli Apache” ) contro Cabellos Colorados e il suo gruppo.


Un folto gruppo di prigionieri Apache

Questo l’elenco dei testimoni, ovviamente tutti spagnoli: luogotenente Mateo Pérez ; capo della polizia Vicente Alvarez Traviso; capitano José de Urrutia; alfiere Juan Galván; caporale Juan Cortina. Deposizioni del 26–28, giugno 1738… Contra las Infedelidad de los Apaches.
La Professoressa Juliana Barr, dell’Università della Florida – che sembra aver approfondito l’argomento di recente – afferma che le prove a loro carico erano basate su coincidenze, voci e pregiudizi… e riporta le seguenti motivazioni spagnole a carico di Cabellos Colorados:
In primo luogo, gli spagnoli considerarono elemento sospetto il fatto che le rancherias di Cabellos Colorados erano quelle più vicine a San Antonio de Bexar;
In secondo luogo, i soldati dichiararono che, dal momento in cui Cabellos Colorados era stato catturato non vi era stato più nessun assalto, cosicché i razziatori e gli invasori dovevano essere coloro che – ora – si trovavano in prigione.
Infine, il comandante presidiale José de Urrutia, identificò Cabellos Colorados come un uomo di rango e di gran reputazione tra gli Apaches… dichiarando che si vociferava che il leader si fosse vantato col “capitan grande” della nazione Apache (carica che non esisteva tra gli Apache) che egli avrebbe razziato tutte le mandrie di cavalli presidiali di San Antonio, Coahuila, San Juan Bautista e Sacramento e quindi massacrato tutti gli abitanti.
Ma chiaramente, il potente Cabellos Colorados venne scelto come capro espiatorio… la cui rovina avrebbe risollevato la reputazione – in calo – degli spagnoli.
Secondo la Barr, tra la cattura di dicembre del 1737, e il “processo di giugno del successivo 1738”, Cabellos Colorados provò a trattare con i suoi catturatori, chiedendo agli spagnoli di permettere ad una delle donne di ritornare alla sua ranchería, onde procurare cavalli con cui comprare la loro libertà. Il governatore la fece liberare….ma la rancheria apache era stata nel frattempo attaccata dai Caddo, che in questo assalto uccisero 12 persone, catturarono due ragazzi e rubarono tutti i cavalli.
Quindi la donna ritornò a Bexar portando solo carne di bisonte per il gruppo imprigionato….e alcune pelli in regalo per placare gli spagnoli. Nel mese di Agosto del 1738, un anziano apache, accompagnato da alcune donne, disse di non potere offrire nessun cavallo…..ma aggiunse di aver visitato diverse bande apache, chiedendo loro di cessare tutte le incursioni. Nella sostanza, l’uomo offrì un accordo di pace in cambio dei prigionieri, ma il governatore Bazterra rifiutò. L’anziano apache provò infine a scambiare un cavallo e un mulo in cambio della sua anziana moglie, che si trovava tra i prigionieri, ma Bazterra rifiutò di nuovo. A quanto pare, nessuna offerta di pace poteva compensare il desiderio degli spagnoli di punire qualcuno, per gli attacchi degli Apache, che si erano presi gioco delle loro forze presidiali nei precedenti anni.
Più dettagliatamente, anche W. Dunn menziona queste trattative, fornendo altri “particolari”…..veri, oppure costruiti a tavolino dagli spagnoli, per avvalorare il processo su “L’Infedeltà degli Apache” :
Un soldato Messicano
Alcuni giorni dopo l’arresto di Cabellos Colorados e la sua banda, il capo chiese che uno dei prigionieri fosse liberato e mandato ad informare la tribù del loro arresto, in modo che i loro parenti potessero restituire i cavalli che erano stati rubati nell’ultima incursione e riscattare così la loro prigionia. Per intraprendere questa ambasciata, la scelta ricadde su una delle squaw, che promise di ritornare entro venti giorni. Ma lei non ritornò che dopo quaranta giorni, riferendo di avere eseguito la missione e che c’erano alcuni indiani nelle vicinanze con sedici cavalli, per scambiarli con i prigionieri apache nel presidio. In quel momento un grande numero di cavalli entrò in vista degli spagnoli e Urrutia, sempre più prudente, inviò degli esploratori per vedere ciò che stava accadendo. Gli esploratori riferirono di aver visto più di mille indiani armati nelle vicinanze e che i cavalli erano solo un trucco per portare fuori dal presidio i soldati, in modo da poterli uccidere e liberare i prigionieri.
Gli indiani restarono nel loro campo per cinque giorni, ma il prevenuto Urrutia non uscì per incontrarli, come aveva fatto Almazán nel 1732. Alcuni cavalli portati dalla squaw vennero riconosciuti come appartenenti a cittadini e soldati, che erano stati rubati nella incursione a El Cíbolo. La squaw disse di non era stata in grado di portare più cavalli in quel momento, ma aggiunse che il “capitán grande” li avrebbe ottenuti tutti e che li avrebbe inviati presto. La domenica seguente, 28 gennaio 1738, accompagnata da un altra squaw, la donna apache ripartì dal presidio, promettendo di portare il resto dei cavalli. Il 4 aprile ritornò con un compagno diverso, portando solo carne di bufalo per gli indiani incarcerati e alcune pelli per il capitano Urrutia. Nonostante questo, vennero trattati gentilmente e a loro venne permesso di lasciare il presidio. Non si seppe più nulla della squaw fino al 22 maggio, quando un vecchio indiano e sua moglie arrivarono al presidio con tre piccoli carichi di carne di bufalo per i prigionieri, e alcune pelli da commerciare con i soldati. Questi riferirono che la squaw era molto lontana, e stava radunando tutti i cavalli degli spagnoli e che sarebbe tornata in breve tempo.
Per far si che gli spagnoli comprendessero il ritardo, egli disse di essere venuto ad informarli delle loro buone intenzioni, assicurandoli che gli Apache erano sinceri. Il vecchio guerriero apache e sua moglie furono trattati bene, e il 25 maggio se ne andarono.
Ma Urrutia considerò Cabellos Colorados la causa dei molti oltraggi subiti dagli spagnoli, vista la sua grande influenza e reputazione tra la sua gente. Secondo Urrutia, si vociferava che questo capo, prima del suo arresto, fosse entrato in accordo con il “capitán grande” delle tribù Apache per rubare tutti i cavalli dei presidios di Béxar, Rio Grande, Coahuila e Sacramento, dopo di che avrebbero massacrato gli abitanti stessi. Considerata la grande reputazione di Cabellos Colorados, il governatore Orobio Bazterra, nel giugno del 1838, tenne un’indagine circa la parte avuta da Cabellos Colorados nei passati saccheggi apache.
Questa indagine venne condotta nel solito modo spagnolo, con l’abituale interrogatorio e con l’insieme di domande, alle quali molti testimoni risposero. E’ dalle prove portate in questa occasione che otteniamo molte delle nostre informazioni riguardando i menzionati saccheggi degli anni 1734-1738. Dai risultati dell’indagine, gli spagnoli si convinsero che Cabellos Colorados era un uomo pericoloso, e che per questo egli doveva essere trattenuto in prigione.
La mattina del 18 agosto 1738, la donna che era stata inviata come messaggero e il vecchio guerriero indiano, accompagnato da tre altri apache, ritornarono a Béxar. Dissero di essere venuti a commerciare, ma non portarono i cavalli che avevano promesso, perché gli Indiani del Texas (i Caddo menzionati dalla Barr) avevano attaccato la loro ranchería, uccidendo dodici persone, catturando cinque ragazzi e rubando non solo tutti i cavalli che gli apache si preparavano a restituire agli spagnoli, ma anche molti altri.
Guerrieri Apache
Il vecchio uomo dichiarò che, non appena egli aveva lasciato il presidio in maggio, era andato a vedere il capo principale di tutti gli Apache (capitan grande) e gli aveva detto che gli spagnoli erano loro amici. Egli chiedeva il rilascio di Cabellos Colorados e i suoi compagni. Il governatore rifiutò… informandolo che egli desiderava provare la buono fede degli apache per un periodo più lungo. Inoltre, disse che i prigionieri vivevano comodamente, senza lavorare e che erano trattati bene. A tutto ciò, il vecchio indiano non diede alcuna risposta, ma chiese al governatore Bazterra di rinunciare a una vecchia donna che si trovava tra i prigionieri, dicendo che gli avrebbe dato un mulo e un cavallo in cambio. Il governatore rispose che egli avrebbe rilasciato la vecchia donna se i due indiani con un occhio solo, che erano venuti con lui, sarebbero rimasti a Bexar. A questa risposta gli Apache si misero a ridere e i due dissero che erano disposti a rimanere. Il resto del gruppo desiderava ritornare alle loro case, ma disse che sarebbero ritornati presto a commerciare con gli spagnoli e che tutti sarebbero stati buoni amici. Dopo avere scambiato le loro pelli di bufalo, daino e il loro sale, in cambio di diversi articoli, gli apache partirono.
Dal dicembre 1737, fino al settembre 1738 – durante la detenzione di Cabellos Colorados e la sua banda – non vi fù più alcun saccheggio apache a Béxar, e agli occhi degli spagnoli questo significò che questo capo era da ritenersi il fattore principale della guerra intrapresa dagli Apache. Ma questo non pare corrispondere a verità, poiché nonostante Cabellos Colorados si trovasse in prigione, il pacifico atteggiamento degli Apaches – durato per circa un anno – arrivò al termine: nei primi di ottobre del 1738, San Antonio de Bexar era nuovamente sottoposta alle loro devastazioni.
W. Dunn riferisce che, non appena il governatore Bazterra sentì parlare del rinnovo delle ostilità, ordinò che Cabellos Colorados e i suoi compagni, unitamente alla piccola figlia del capo di soli due anni di età, dovevano essere trasferiti a Città Del Messico. Non è per nulla improbabile che – secondo il costume – egli sia stato deportato in schiavitù nelle Indie o in qualche altro luogo remoto…
Uno degli scopi dell’indagine su Cabellos Colorados fù quello di portare delle prove relative alla mala fede degli Apache, in modo che il Viceré potesse conoscere le condizione di San Antonio de Béxar e fornire mezzi di supporto.
Ma torniamo ora alla professoressa Juliana Barr… le cui approfondite ricerche, finalmente, ci portano a conoscere la reale destinazione e gli ultimi giorni di Cabellos Colorados e il suo gruppo.
Don Prudencio de Orobio y Bazterra sentenziò che Cabellos Colorados e la sua famiglia dovevano essere esiliati in prigionia. Nel suo ordine del 16 febbraio 1739, il governatore rifiutò di risparmiare le donne e anche una piccola bambina, dichiarando che “i tredici uomini e donne indiani prigionieri in questo presidio, saranno incatenati l’uno all’altro… ed inviati alla prigione della capitale in Città del Messico, e che Maria Guadalupe, la figlia di due anni di età del capo Cabellos Colorados, sarà trattata nello stesso modo”.
Gli incolleriti prigionieri Apache – sette uomini, sei donne e una bambina – partirono da Bexar il 18 febbraio 1739, scortati da un corpo di guardia mista composta sia da soldati che da civili. Il lungo viaggio verso Ciudad Mexico era cominciato.
Gli Apache percorsero quindi ben 102 giorni a piedi – gli uomini venivano tutte le notti incatenati con ferri alle caviglie, ammanettati o legati con corde – prima di giungere a Città del Messico nel tardo mese di maggio, dove vennero incarcerati nella vicereale prigione de La Acordada (la più famigerata di tutto il Messico). Due dei quattordici apache morirono lungo la strada per la capitale (chissà come)… e durante i sei mesi successivi altri sette persero la vita in prigione o in ospizi…si dice per malattia. E’ ignoto se qualcuno dei cinque superstiti sopravvisse; gli ultimi documenti riportano che i funzionari de La Acordada inviarono i due uomini in un ospedale, mentre le due donne, sebbene molto ammalate, vennero consegnate come serve presso case di prominenti spagnoli. L’ultima dei cinque, la piccola María Guadalupe, venne separata da sua madre (una delle due consegnate in servitù) e gli sforzi successivi per restituirla a sua madre fallirono, quando colui che aveva in consegna la moglie di Cabellos Colorados si rese irreperibile.
Fù così che – nell’anno 1739 – el senor dall’altisonante nome di Don Prudencio de Orobio y Bazterra, gobernador della cosidetta provincia de Tejas, per interesse proprio o ragion di stato, mise la parola fine su “el jefe indio barbaro” Cabellos Colorados, sua figlia, sua moglie e altri 11 Apache… altre perdite, le ennesime e neanche le ultime, per l’indomabile Popolo degli Ndè.

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