Il massacro di Spirit Lake

A cura di Cristiano Sacco e Isabella Squillari

Dentro la piccola capanna lo scoppio del fucile doveva essere stato assordante. Colpito alla schiena, Rowland Gardner cadde e morì senza lottare. Nell’arco di pochi minuti, sua moglie, sua figlia, suo figlio e due nipoti furono picchiati a morte con il calcio dei fucili e con ceppi di legna da ardere.
La tredicenne Abbie Gardner vide tutto quel che era accaduto. Seduta su una sedia, con in braccio il bimbo di sua sorella, assistette alla scena in silenzio, come quando sua madre e sua sorella erano state trascinate fuori, come quando la capanna era stata saccheggiata , come quando il suo fratellino e i suoi due nipotini le erano stati strappati dalle braccia uno a uno. “Per tutto il tempo rimasi muta e senza lacrime,” scrisse in seguito, “ma quando rimasi sola li supplicai di uccidermi.”
Invece Abbie fu fatta prigioniera da quegli assassini, una banda di indiani Sioux ribelli agli ordini di un capo chiamato Inkpaduta. Essi non volevano uccidere Abbie, ma volevano uccidere altri. Molti altri.
L’8 marzo 1857 fu il primo giorno del massacro di Spirit Lake, il crimine più noto nella storia degli Iowa. Quando il massacro ebbe fine, 38 vittime giacevano a terra morte.
Sebbene il suo nome possa essere tradotto in “Cima Rossa” o “Punta Scarlatta”, generalmente egli è conosciuto come Inkpaduta. Abbie Gardner lo ricordava come “un mostro selvaggio con sembianze umane, il cui unico luogo poteva essere l’angolo più buio dell’Ade.”
Nelle favole, i cattivi sono brutti e spaventosi. Così era per Inkpaduta. Al tempo del massacro, egli era circa sulla sessantina, e il suo volto era segnato da profonde cicatrici causate dal vaiolo, la malattia che aveva ucciso così tante anime tra la sua gente. Se si fosse trattato di una leggenda, egli sarebbe stato visto come un mostro, un essere più diabolico che umano. Nella realtà, Inkpaduta era un uomo violento che viveva una vita di violenze. Ma ogni storia fa parte di una storia più grande, e lo stesso è per il massacro di Spirit Lake. Guardando la storia più grande, quella della sua vita, Inkpaduta può essere compreso meglio, perlomeno, ma non è certo meno colpevole.
Quando i Gardner si stabilirono nelle vicinanze di Spirit Lake nel 1856, si stavano inoltrando nel cuore di un territorio instabile. Abbie ricordava che lungo una delle strade che provenivano da Clear Lake, “incontravamo spesso ‘pellirossa’, ogni giorno, e alla notte rimanevamo ad ascoltare gli ululati dei lupi.”
Un dipinto che riprende la scena di Spirit Lake
Questi ‘pellirossa’ erano chiamati Sioux dai bianchi, ma essi chiamavano sè stessi Dakota. I nomi erano causa di parecchia confusione, e a quell’epoca la parola “Sioux” evocava l’immagine dei Lakota delle pianure del nord, dei teepe e dei bisonti, e della battaglia di Little Bighorn. I Dakota, o Santee Sioux, erano un popolo abituato ai boschi così come alle praterie, e tanto per complicare ulteriormente il racconto, non vivevano in quello che oggi è lo stato di Dakota, ma nel Minnesota e nell’Iowa del nord. Essi avevano un passato di relazioni amichevoli con i bianchi, una storia che durava da due secoli al tempo in cui i Gardner costruirono la loro nuova capanna vicino alla sponda ovest di Okoboji Lake.
Ma da allora le cose cambiarono, e sarebbero rimaste così per molto tempo, e i Dakota erano nervosi.
Si supponeva che il trattato del 1851 avrebbe risolto ogni cosa. Cresceva la pressione da parte dei coloni bianchi nel Minnesota dell’est, cresceva la fame negli accampamenti Dakota, e crescevano i debiti che i Dakota avevano accumulato con i commercianti bianchi. Si pensava che tutto ciò sarebbe stato spazzato via da una grande cessione di territori. Varie tribù acconsentirono, sotto pressione, a vendere molte terre in Minnesota e nell’Iowa del nord, tenendo per sé una riserva lungo il Minnesota River. In cambio, il governo degli Stati Uniti acconsentì, tra le altre cose, ad un pagamento annuale in denaro e cibo, e concesse ai capi Dakota di governare gli affari tribali della propria gente.
In realtà, i trattati si rivelarono una grande truffa. I Dakota stipularono l’accordo credendo che le loro nuove entrate avrebbero potuto aiutarli a mantenere il loro stile di vita di cacciatori e raccoglitori, in un mondo dove cresceva sempre più la scarsità di selvaggina e i ricchi coloni. Ma i bianchi vedevano i trattati come un mezzo per distruggere quello stile di vita e trasformare gli indiani in agricoltori. A questo scopo, la riserva era vista come un luogo dove avrebbero potuto essere concentrati anche i Dakota che si erano allontanati dalla tribù, dove avrebbe potuto essere scalzata la struttura tribale e rimpiazzata con i valori degli agricoltori e dei capitalisti americani. In breve, sarebbe stata una scuola di civiltà, con la fame come insegnante.
La nuova riserva venne amministrata con una miscela di idealismo, corruzione, ingenuità e incompetenza. Il denaro dei Dakota venne dirottato ai commercianti, che vendettero loro merce a credito con prezzi esorbitanti. Le forniture di viveri del governo arrivarono danneggiate. Nel 1854, un ufficiale dell’esercito riferì che mentre stavano rimuovendo le doghe di un barile di farina, questa “stava dritta e in forma, ed era dura come un mortaio.” La farina venne distribuita comunque, insieme a fette di maiale rancido. Spesso, questo era tutto quello che c’era da mangiare. In queste circostanze, molti Dakota iniziarono a tornare nelle terre che erano state cedute, specialmente verso quelle zone dove c’erano pochi insediamenti di bianchi.
Inkpaduta e i suoi seguaci furono uno di quei gruppi di Dakota che si allontanarono dalla riserva. Ma diversamente dalla maggior parte degli altri, essi non avevano nemmeno iniziato a stabilirsi nella riserva, perlomeno non in maniera stabile. Benché Inkpaduta appartenesse alla tribù Dakota dei Wahpekute, uno dei gruppi che avevano firmato il trattato, egli non aveva presenziato ai consigli che lo avevano preceduto. Egli non era stato là, ma si era opposto al trattato, e per lungo tempo era stato in conflitto con il suo stesso popolo.
I tumulti avevano avuto inizio con il padre di Inkpaduta, Wamdisapa. Wamdisapa ed un altro uomo erano capi rivali di un villaggio; in seguito l’altro uomo venne assassinato. Molta gente credeva che Wamdisapa e Inkpaduta fossero coinvolti in quell’uccisione. Quando Wamdisapa fu assassinato pochi anni dopo, il villaggio si divise.
Quelli che erano rimasti dei seguaci di Wamdisapa alla fine si spostarono in Iowa, vicino all’attuale Fort Dodge. A quel tempo, il villaggio era sotto la leadership di un capo chiamato Sintomnaduta, ritenuto da qualcuno il fratello di Inkpaduta. Nel 1852, Sintomnaduta venne colpito a morte con un’ascia da un noto commerciante di whiskey e ladro di cavalli di nome Henry Lott. Quasi tutta la famiglia di Sintomnaduta, nove tra donne e bambini, morì nel corso del brutale attacco.
Inkpaduta si trovava nuovamente in posizione di leadership. Sorprendentemente, egli non scese sul sentiero di guerra. Invece decise di informare dell’omicidio un ufficiale dell’esercito statunitense di stanza a Fort Dodge. Sicuramente i bianchi avrebbero punito un uomo come Lott..
Da principio, pareva che la corte trattasse il caso seriamente. Sebbene Lott fosse fuggito, venne incriminato in contumacia. Ma, in un evidente atto di disprezzo compiuto nei confronti di tutti i Dakota, il procuratore inchiodò la testa di Sintomnaduta ad un palo sopra alla sua casa, e la lasciò lì. Lott non tornò più nell’Iowa, e nessuno cercò mai di trovarlo.
Venne poi il brutale inverno del 1856-57. I Gardner e i loro vicini si erano ritirati nelle loro piccole capanne, razionando le loro scarse provviste di cibo. Il villaggio di Inkpaduta si trovava a circa dieci miglia a nord, a Loon Lake, in Minnesota. Quell’inverno il suo popolo era affamato, e uno dei suoi nipoti morì di fame prima che il gelo fosse terminato.
La riserva si trovava a nord, dove si supponeva ci fosse del cibo. Ma non ce n’era. Quell’inverno gli indiani della riserva vennero ridotti all’accattonaggio dai coloni bianchi. Inkpaduta venne a sapere di questa situazione, o forse poteva immaginare.


La scena del massacro

Nel mese di dicembre egli iniziò il suo viaggio verso sud lungo Little Sioux, diretto nel cuore dell’Iowa.
A febbraio, Inkpaduta e la sua gente si accamparono nei pressi della città di Smithland nella contea di Woodbury. Per loro c’era la speranza di una buona caccia. Anche se il wapiti era stato scacciato dalle praterie dai venti pungenti, aveva trovato rifugio in un boschetto poco lontano. Tuttavia gli abitanti locali erano allarmati dal fatto che i Dakota si trovassero così vicini, anche se una famiglia del posto aveva stabilito senza alcuna difficoltà buoni rapporti con loro.
Presto nacquero sospetti che i Dakota affamati stessero rubando il frumento dalle scorte dei coloni. Poi si creò una discussione molto animata sull’uccisione di un wapiti. Alla fine, un gruppo di coloni armati si recarono all’accampamento di Inkpaduta e gli ordinarono di lasciare la zona. Inkpaduta disse che sarebbe partito il giorno dopo, promettendo di seguire il suo percorso lungo il fiume fino a raggiungere gli indiani Omaha. Ma i coloni temevano un agguato notturno, per questo portarono via tutte le armi ai Dakota, dicendo a Inkpaduta che le avrebbe ritrovate sul suo cammino fuori dalla città.
Ma le armi non furono mai riscattate. Invece di dirigersi verso sud, Inkpaduta puntò direttamente a nord verso Little Sioux. Forse egli ebbe paura che i bianchi stessero preparando un’imboscata. Forse egli era semplicemente arrabbiato. Attraversando gli accampamenti Cherokee e Peterson, la sua gente rubò delle armi e uccise del bestiame. Le notizie si diffusero, racconti enfatizzati di stupri e saccheggi, e i coloni terrorizzati lasciarono che gli infuriati Dakota facessero quello che più gli aggradava. Nessun colono venne ucciso.
In ogni caso, notizie su quanto stava accadendo non giunsero alle piccole capanne di West Okoboji. Quella gente era troppo lontana. Quando Inkpaduta giunse là il 7 marzo, egli non era atteso e nessuno aveva paura di lui.
Essi giunsero alla capanna dei Gardner proprio quando la famiglia si stava sedendo per la colazione. Era domenica mattina, era l’8 marzo. Ammassati nella capanna, Inkpaduta e i suoi uomini chiesero cibo e munizioni. Venne dato loro quello che avevano chiesto. Comunque, la situazione stava diventando tesa. Due uomini, un Dakota e un bianco, lottarono sopra un mucchio di polvere. Il Dakota sollevò la sua pistola; l’altro uomo la spinse via. A quel punto giunsero due vicini, e i Dakota lasciarono la capanna.
Non è nulla, passerà, disse uno dei vicini. Rowland Gardner la pensava diversamente. Quelli sarebbero tornati. Egli volle avvisare gli altri coloni, riunendoli per raccontare l’accaduto. In tutto soltanto una quarantina di bianchi vivevano nella contea di Dickinson, e le loro capanne erano sparse, isolate l’una dall’altra, vulnerabili. Ma i vicini non si curarono di ciò, e tornarono a casa.
Due uomini che vivevano con i Gardner uscirono per passare parola di quanto era successo. Dopo circa un’ora, alle tre precise, i Gardner udirono colpi di arma da fuoco. Poi più nulla. Per due ore essi attesero ansiosamente nella loro capanna, finchè Rowland Gardner non potè più resistere. Egli uscì per indagare. Il sole era già basso all’orizzonte; presto sarebbe sopraggiunta l’oscurità.
Non aveva fatto molta strada quando tornò precipitosamente alla capanna. “Stanno arrivando nove indiani,” disse, “e siamo tutti condannati a morire!”
Gardner volle barricare la porta e si preparò per un assedio. “Mentre loro ci uccideranno tutti, io potrò al massimo uccidere qualcuno di loro!” disse. Ma la signora Gardner protestò. Forse c’era ancora speranza; forse lo scontro poteva ancora essere evitato. Così la porta venne lasciata aperta, e Inkpaduta e i suoi uomini entrarono domandando ancora farina. Gardner, andando verso il barile della farina, dette brevemente le spalle ai Dakota. Un attimo dopo egli era morto.
Dopo che la sua famiglia era stata uccisa, Abbie venne portata all’accampamento di Inkpaduta, a circa un miglio di distanza. Era già buio, ma l’accampamento era illuminato dalla luce proveniente dall’incendio di una capanna poco distante. Gli uomini che si trovavano all’interno erano ancora vivi, e stavano urlando. All’esterno, stesi a terra, Abbie riconobbe i corpi dei suoi vicini, compresi quelli che avevano pensato che non ci fossero problemi. I loro fucili giacevano nella neve accanto ad essi. C’era stato un combattimento, sebbene Abbie vedesse un solo Dakota ferito.
Inkpaduta organizzò una danza della guerra quella notte. Venti persone erano morte quel giorno. Altre sarebbero morte l’indomani.
Le vittime del giorno seguente vennero colte di sorpresa, di capanna in capanna. Furono distrutte quattro famiglie, e due donne, Lydia Noble 20 anni e Elizabeth Thatcher di 19, vennero fatte prigioniere. Il marito di Elizabeth Thatcher si trovava altrove in quel momento; Lydia Noble non fu così fortunata: ella fu testimone dell’uccisione di suo marito e dei suoi due bambini. Pochi giorni dopo, una diciassettenne, Margaret Marble, venne fatta prigioniera nei pressi di Spirit Lake dopo che suo marito era stato assassinato.


La copertina di un libro dedicato al massacro

Alle Quattro prigioniere vennero dati dei mocassini, venne detto loro di intrecciare i capelli e di dipingersi il volto alla maniera Dakota. Alla fine, le donne indossarono anche abiti Dakota. Come le donne Dakota, esse tagliavano la legna, costruivano le tende, preparavano il cibo e portavano pesanti zaini durante gli spostamenti. Gli uomini non dovevano fare nessuna di queste cose.
Essi diressero verso nord fino allo stato di Minnesota. I guerrieri di Inkpaduta attaccarono la città di Springfield (l’odierna Jackson), quindi si ritirarono, dirigendo verso ovest verso Big Sioux River. Benché fosse marzo, la neve era ancora abbondante e il tempo molto rigido. Un gruppo di civili armati, che partirono da Fort Dodge diretti verso i laghi il 25 marzo, dovette attraversare cumuli di neve alti da quindici a venti piedi. Quattordici miliziani accusarono sintomi da congelamento, e altri due, che si erano separati dal gruppo, morirono congelati nella contea di Palo Alto. La regione era così isolata che i loro corpi vennero ritrovati soltanto undici anni dopo. Nonostante queste condizioni, Inkpaduta e la sua gente continuarono il viaggio; uomini, donne e bambini avanzavano a fatica attraversando torrenti ghiacciati, mentre le quattro prigioniere restavano spesso senza cibo, anche per due o tre giorni di seguito.
Elizabeth Thatcher fu la prima prigioniera a morire. Poco dopo la sua cattura, si ammalò di flebite e di altri disturbi. Una delle sue gambe si gonfiò e diventò nera; le vene si ruppero; ella era troppo debole per portare il suo zaino. Strano a dirsi, ma dopo sei settimane di viaggio ella si ristabilì un po’. In seguito, durante l’attraversamento del Big Sioux River, un giovane Dakota prese il suo zaino e la spinse dentro la corrente ghiacciata del fiume. In qualche modo, ella riuscì a nuotare fino alla riva, ma venne presa a bastonate da altri Dakota. Alla fine le spararono. Sconvolta, Lydia Noble tentò di convincere Abbie a tornare verso il fiume insieme a lei, per trovare insieme la morte annegandosi. Abbie rifiutò.
Essi proseguirono verso ovest fino a primavera inoltrata, attraversando l’attuale South Dakota. Il 6 maggio, due Dakota della riserva acquistarono Margaret Marble, e la portarono a St.Paul alle autorità del Minnesota. Circa un mese più tardi, Lydia Noble rifiutò con rabbia di lasciare il tipi quando il figlio di Inkpaduta, Nuvola Rombante, glielo ordinò. Egli la trascinò fuori e la uccise a randellate.
Abbie era di nuovo sola tra i suoi rapitori, viaggiando verso nordovest attraverso una prateria così vasta che “disperavo di poter vedere di nuovo un albero.” In realtà, da tempo ella disperava di poter vedere di nuovo la libertà.
Ma la sua salvezza non era poi così lontana. Inkpaduta era entrato nel territorio degli Yankton, a cui Abbie era stata venduta. Gli Yankton a loro volta l’avevano venduta a tre uomini Dakota che erano giunti per soccorrerla, con grossi rischi per sé stessi.
“Il nostro comportamento dimostra l’apertura di cuore che gli indiani hanno verso i bianchi,” disse uno dei soccorritori, Hotonwashte (“Voce Buona”), quando Abbie tornò a St. Paul. “Eravamo pronti a dare la nostra vita a beneficio dei bianchi all’accampamento di Inkpaduta; ma il Grande Spirito ha avuto pietà di noi e ci ha preservati. Questo dimostra che gli Wahpeton (la tribù Dakota alla quale egli apparteneva) sono brava gente.”
Voce Buona sapeva che tutti i Dakota sarebbero stati ritenuti responsabili del massacro. Venne anche proposto di sospendere tutti i pagamenti annuali ai Dakota finchè Inkpaduta non fosse stato catturato. Alla fine l’idea venne lasciata cadere. Nel frattempo, Dakota “amichevoli” come Beautiful Voice si trovavano in una posizione difficile, mentre in molti Dakota simpatizzanti di Inkpaduta cresceva l’amarezza per aver firmato quei trattati. Intanto, negli insediamenti dei bianchi, i gruppi di miliziani crescevano, proprio mentre i coloni fuggivano verso est con tutto ciò che possedevano. Nella confusione, i miliziani tesero un’imboscata ad un gruppo di indiani innocenti, ma non riuscirono a trovare Inkpaduta.
Liberata dopo tre mesi di prigionia, Abbie Gardner visse una vita lunga e turbolenta, passando attraverso un matrimonio fallito, due case incendiate, la morte dei suoi bambini, e anni di salute cagionevole. Nel 1891, ella comprò la fattoria che era stata dei suoi genitori, aprì un negozio nella capanna usandola come un’attrazione turistica, vendendo memorabilia della frontiera e copie del libro nel quale raccontava il massacro. Oggi la capanna è ancora lì.
Negli anni che seguirono il 1857, Inkpaduta divenne una leggenda tra i coloni, una sorta di mostro uscito da un libro di fiabe, e spesso si mormorava che fosse nascosto in qualche posto lì vicino. Le relazioni tra i Dakota e i bianchi vacillavano, erano molto precarie, e alla fine esplosero in una massiccia insurrezione in Minnesota nel 1862, che costò la vita a circa cinquecento coloni bianchi e a un numero imprecisato di Dakota. Inkpaduta era là, ma il suo ruolo, se mai ne abbia avuto uno, non è mai stato chiarito.
Quando la sommossa rientrò, egli fuggì a est verso le pianure, cedendo alla fine alle pressioni dei Lakota e diventando amico di Toro Seduto. L’uomo sacro Lakota Alce Nero ritiene che Inkpaduta fosse uno dei grandi uomini presenti a Little Bighorn nel 1876, quando Custer venne “cancellato”.
Quando l’anno seguente la resistenza Lakota si disintegrò, Toro Seduto e la sua gente fuggirono in Canada. Inkpaduta, vecchio e sempre più miope, andò con loro. Diversamente da Toro Seduto, egli non tornò più negli Stati Uniti, non si arrese mai e non venne mai catturato. Morì a Manitoba nel 1881.

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