Inkpaduta

A cura di Cristiano Sacco

Ritratto di Inkpaduta
Inkpaduta nacque verso il 1815 nel Sud Dakota, a Wanton River, dalla gente dakotah chiamata Wahpekute. Suo padre, di nome Wamdesapa, era uno dei capi minori dei Wahpekute, sua madre veniva dalla gente Lower Sisseton.
Crebbe tra le pressioni cui erano sottoposti i Dakotah, da una parte esercitate dai coloni bianchi e dai trattati per l’acquisto delle loro terre, e dall’altra dai Chippewa, armati dai commercianti bianchi con fucili, per cui questi indiani vennero sospinti sempre più verso ovest.
Dopo la sottoscrizione del trattato del 1825, che limitava il territorio dei Wahpekute, Wamdesapa, uno tra i più accesi oppositori a questo patto, si stabilì sul Vermillion River e nel 1828, durante un litigio, uccise Tasagi, il capo dei Wahpekute.
Ecco perchè lui e la sua banda vennero considerati fuorilegge dalle altre tribù.
Morto Wamdesapa, Inkpaduta divenne il capo di quella gente. Era diventato uomo in mezzo alla violenza, e questa doveva dominare tutta la sua vita, assieme ad una dote straordinaria, quella di colpire di sorpresa e sparire immediatamente dopo.
Nel 1849 uccise il nuovo capo dei Wahpekute, di nome Wamundekapi, e diciassette dei suoi guerrieri. Nè lui nè i suoi subirono la minima scalfittura nella fulminea battaglia. Ora era ricercato dagli indiani per vendetta e dai bianchi per le scorrerie; ma la sua banda poco numerosa si muoveva di continuo, con donne e bambini, attorno ai laghi Herman e Thompson, una regione in cui è facile nascondersi.
Il suo nome non appare così in nessuno dei raduni indetti in quegli anni, dove le autorità cercarono di mettere insieme il maggior numero di capi per la firma di un patto.
Nel 1854 un gruppo di bianchi, condotti da Henry Lott, rinnegato e contrabbandiere di armi e whiskey, uccise il fratello di Inkpaduta senza alcuna ragione, o meglio per la sola ragione che era indiano. Ecco l’episodio che incise profondamente sul futuro atteggiamento di Inkpaduta: da quel momento tutte le sue risorse di odio e vendetta furono rivolte contro i bianchi.
Venne l’inverno del 1856. Mancavano cibo e indumenti a tutti gli indiani, anche perchè le razioni promesse dal governo molte volte non arrivavano. I Dakota erano costretti a ottenere di che vivere con il furto o con la forza.
In una fattoria non molto isolata dalle altre, una mattina, la banda di Inkpaduta si presentò per prelevare qualcosa da mettere sotto i denti. L’atteggiamento non era bellicoso, soltanto ricattatorio.
Ecco che gli indiani fanno un cenno, i bianchi si calmano un poco. Si comincia a parlamentare con il capo e a consegnare qualche provvista, subito divorata dai Wahpekute, che a gesti ne chiedono ancora.
Nasce una discussione. “Non abbiamo più niente”, dicono i coloni. “Ancora”, è il gesto dei guerrieri. Un cane, trattenuto sinora dal padrone, si libera e si avventa su un indiano. Viene spacciato con una coltellata, ma non prima di aver affondato i suoi denti nella coscia del pellerossa. Ora si teme la reazione dei selvaggi; ma intanto in tutta fretta si è radunato un gruppo di bianchi, di gran lunga più numerosi dei Wahpekute che, spianando fucili e pistole, li costringono a gettare le armi e poi li scacciano dal luogo.
E’ la prima ma anche l’ultima volta che Inkpaduta si lascerà sorprendere. Questa è per lui una vergogna peggiore della morte e per i suoi uomini e le loro famiglie rappresenta una pena altrettanto grave.
I bianchi lasciano gli indiani affamati alla sorte di morire di inedia: senza fucili non potranno neppure procurarsi selvaggina.
Inkpaduta riappare come al solito all’improvviso nello Iowa settentrionale, a Spirit Lake, e in due giorni, dall’8 al 9 marzo, traccia una pista di sangue: 47 bianchi vengono trucidati, 4 donne rapite. Intervengono le truppe, ma con la tattica di colpire e nascondersi in rapidi scontri, Inkpaduta riesce a raggiungere le foreste e a far perdere le sue tracce. Inkpaduta e i suoi rimangono impuniti e gli indiani sorpresi, tanto da interpretare questo fatto come una debolezza dei bianchi.Forse sarà proprio questo fatto a provocare il pessimo disastro di Ulm, dove rimarrono uccisi oltre 100 bianchi per mano dei Dakotah.
Ad ogni modo Inkpaduta e i suoi erano ormai rientrati nella stima delle altre tribù, anche se responsabili dell’ostilità e dell’odio dei bianchi contro i Dakotah, e non a torto Cavallo Pazzo era contento di poter contare su veterani della guerriglia come loro.
Furono infatti tra i primi a controbattere, e anzi a fermare, il tentativo di attacco della colonna comandata a Little Big Horn dal maggiore Reno.
Come finì Inkpaduta?
Come era vissuto, dopo Little Big Horn scomparve; probabilmente, anticipando la mossa di Toro Seduto, si rifugiò nel Canada e morì senza destare scalpore, nel modo da lui preferito: come un’ombra.

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