John Wayne: la ripresa del western

A cura di Domenico Rizzi

Speciale a puntate: 1) John Wayne, un gigante del cinema western 2) La lunga gavetta di John Wayne 3) John Wayne: la ripresa del western 4) John Wyane, attore ormai affermato 5) Altri film di John Wayne 6) Strada aperta per John Wayne 7) Il meglio di John Wayne 8) Strade diverse 9) Alamo, un trionfo a caro prezzo 10) Uomo d’azione 11) Eroe nell’ombra 12) Gli anni del cambiamento 13) Il lento declino 14) La solitudine dell’eroe

Ombre Rosse
Nella prima metà degli Anni Trenta la crescita del western, considerato soltanto come film d’azione, aveva subito una brusca contrazione, dovuta probabilmente all’avvento del sonoro. Nel 1935, il genere occupava soltanto il 15 per cento dell’intera produzione cinematografica, anche perché aveva inflazionato il mercato con una impressionante serie di “B-movies”. Dal ’36 in poi, ricominciò invece a crescere, tant’è che due anni dopo i western prodotti da Hollywood erano il 12 per cento in più rispetto al triennio precedente e nel 1939 vennero distribuiti 123 nuovi film legati al mito della Frontiera. Ma il salto non era soltanto numerico, bensì qualitativo. Infatti, fra le pellicole realizzate quell’anno figuravano capolavori come “Via col Vento” e “Ombre Rosse”.
All’inizio, la diffidenza manifestata dai produttori verso John Ford rimaneva molto forte. Il copione ricavato dal romanzo di Ernst Haycox, “Stage to Lordsburg” era pur sempre, come qualcuno disse apertamente la “trama di un film western”, cioè appartenente ad un filone ritenuto di second’ordine.
A parte le innumerevoli pellicole che avevano avuto come protagonista John Wayne – per la maggior parte poco impegnate o addirittura banali – il genere era stato quasi monopolizzato dalle figure del cow-boy cantante o del cavaliere senza macchia e senza paura, quali Tom Mix, Gene Autry e Roy Rogers. Le trame erano a volte talmente semplici da sembrare dozzinali e lo spirito critico dei cineasti del primo Novecento come Thomas H. Ince e David W. Griffith pareva essere svanito nel nulla. Se da un lato il costo di questi film era pressochè irrisorio, dall’altro essi contribuivano a dequalificare completamente il western, impedendogli di assurgere a livelli più elevati.
Con una buona dose di anticonformismo, Walter Wanger, produttore indipendente dopo essere passato per la Paramount e la Metro Goldwyn Mayer, accordò la sua fiducia a Ford, consentendogli di girare “Stagecoach”, per il quale il regista aveva già pensato a Wayne come protagonista.
Il preventivo di spesa era di circa 230.000 dollari, ma a lavoro ultimato ne sarebbe costati 200.000 in più. Comunque, nell’ottobre del 1938 John Ford partì per la Riserva dei Navajo, soffermandosi ammirato nella Monument Valley dell’Arizona.
In seguito, avrebbe fatto di questa valle desertica il principale teatro delle sue riprese cinematografiche, girandovi film come “Il massacro di Fort Apache”, “I cavalieri del Nord-Ovest” e “Sentieri selvaggi”.


Il Massacro di Fort Apache

Ed ogni volta, Ford scelse Wayne come protagonista assoluto.
Una volta superata la propria titubanza, certamente per il timore di dover subire da Ford troppe osservazioni sul set – in ciò il trentaduenne Wayne era perfettamente consapevole di non essere un asso nella recitazione – l’attore si apprestò ad affrontare le riprese.
Il cast che lo circondava era davvero importante: vi figuravano John Carradine (il giocatore Hayfield) Thomas Mitchell (Josiah Boone, il medico ubriacone) George Bancroft (lo sceriffo Curly Wilcox) Andy Devine (il conducente Buck) Donald Meek (il rappresentante di liquori Peacock) ed altri caratteristi. Le interpreti femminili erano principalmente Claire Trevor e Louise Platt, rispettivamente nella parte della prostituta Dallas e di Lucy Mallory, moglie incinta di un ufficiale di cavalleria.
La vicenda, ambientata nel 1880 nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, è imperniata su un viaggio, da Tonto a Lordsburg, costantemente minacciato dagli Apache di Geronimo, che soltanto nel finale decidono di attaccare. I personaggi riflettono la società americana dell’epoca, composta da persone oneste, funzionari scrupolosi, banchieri ladroni, giocatori d’azzardo, prostitute e medici ubriaconi costretti a cambiare aria, gente delusa dalla guerra di secessione, ma è evidente la metafora con il momento storico della Grande Depressione.
In tale contesto si inserisce all’improvviso, come sbucato dal nulla, il fuorilegge Ringo Kid, diretto a Lordburg per compiere una vendetta, alla quale non rinuncerà neppure per amore.
Ringo è un uomo provato dalla vita, disprezzato dalla gente e ricercato dalla legge, ma conserva le caratteristiche che gli consentono di guardare al futuro insieme alla compagna – Dallas – conosciuta lungo il tragitto. Del resto, molte delle persone che viaggiano insieme al bandito non sono migliori di lui, cominciando dalla donna di cui si invaghisce. Mitchell è un uomo distrutto dall’alcool, Henry Gatewood (Berton Churchill) ha derubato la propria banca, Hatfield, gentiluomo originario dal Sud sconfitto è un “gambling man”, cioè uno che si guadagna da vivere vincendo al gioco. Sotto certi aspetti, è una fotografia dell’America dei falliti e dei reietti che cercano un riscatto, una chance per rifarsi. Del resto, mentre si gira il film vi sono ancora i postumi della grande crisi del ’29 – che Ford rappresenterà mirabilmente nel successivo film “Furore”, realizzato nel 1940 e basato sull’omonimo romanzo di John Steinbeck – dalla quale l’America, guidata dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt, si appresta ad uscire con l’impegno e l’unione di tutti. L’attacco giapponese a Pearl Harbor, nel ’41, sortirà anche l’effetto di ricompattare una nazione rimasta idealmente divisa dai tempi della Guerra di Secessione.
Per quanto riguarda la lavorazione del film, Wayne si trova a malpartito fin dai primi contatti con la Trevor e viene spesso richiamato da Ford. E’ un uomo d’azione che non sembra trovarsi a proprio agio nelle scene sentimentali. Il regista deve intervenire più volte a correggere i suoi comportamenti, ma alla fine ottiene da lui ciò che si aspettava. Peter Bogdanovich, nel suo libro “Il cinema secondo John Ford” (Pratiche Editrice, Parma, 1990, p. 74) gli chiese se fosse vero che era riuscito a fare di Wayne una star senza lasciarlo parlare troppo. Ford rispose: “No, non è per niente vero. Aveva molte battute da dire, davvero molte. Ma quello che diceva aveva un significato. Certo non faceva dei soliloqui e dei gran discorsi.” Claire Trevor aggiunse che il regista insegnò a Wayne qualcosa che l’attore non aveva ancora imparato: a recitare con lo sguardo, anziché soltanto con la bocca.


John Wayne in “Sentieri Selvaggi”

Il film, girato essenzialmente nella Monument Valley dell’Arizona ed in alcune aree della California, venne distribuito dalla United Artists nel marzo 1939. Era costato esattamente 531.000 dollari e fruttò alla produzione due Oscar: al miglior attore non protagonista, Thomas Mitchell e alla colonna sonora ricavata dallo staff di Richard Hageman da una serie di motivi popolari dell’Ottocento.
John Wayne non ottenne alcun premio per la sua recitazione, ma forse da questa esperienza si portò a casa molto di più. Per la prima volta era stato impiegato nel suo ruolo naturale, di uomo tutto d’un pezzo, ribelle alle regole quanto ispirato dalla giustizia e dal sentimento. Era il prototipo dell’Americano capace di riscattare il proprio passato e destinato a conquistare il West. La sua figura sintetizzava la “ruvida sincerità degli umili e dei fuorilegge” contrapposta “all’ipocrisia borghese” (Fernaldo Di Giammatteo, “Dizionario del cinema. Cento grandi film”, Newton Compton, Roma, 1995, p. 66).
Fra i torrioni di roccia rossa implacabilmente arroventati dal sole, la polvere della Valle dei Monumenti e il guado del fiume Kern in California, era nato un mito destinato a durare nel tempo.

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