Gli indiani a caccia del bisonte

A cura di Gaetano Della Pepa

Link dello speciale sui bisonti e gli indiani: 1) I bisonti, 2) Gli indiani e la conoscenza del bisonte, 3) Gli indiani a caccia del bisonte, 4) L’utilità del bisonte, 5) I mantelli di pelle di bisonte, 6) Ritualità della caccia al bisonte

La caccia al bisonte era per gli Indiani un’attività legata alla vita stessa dal momento che la sopravvivenza dipendeva completamente da questo animale. Nello stesso tempo era una competizione, una prova di coraggio e di abilità a cui ci si preparava fin da piccoli.
Quando gli studi erano terminati, per il piccolo indiano diventato adulto, arrivava il giorno degli esami: l’aula era la prateria e l’esaminatore il bisonte.
Catlin diceva: “I poveri bisonti sono perseguitati dal loro nemico, l’uomo, durante tutto l’anno e nei mille modi escogitati per ucciderli.
Lottano invano per sfuggire alle frecce quando il cacciatore compare nella prateria in groppa al suo cavallo selvaggio; si buttano in mezzo ai mucchi di neve e diventano una preda ancora più facile; oppure osservano ignari e tranquilli senza sospettare che sotto la pelliccia di un lupo bianco si cela uno di loro, con le sue armi micidiali, pronto a colpirli prima che si siano accorti del pericolo.
Da queste parti ci sono diversi tipi di lupi. Il più formidabile e numeroso è il lupo bianco.
Gira furtivo in branchi di 50 o 60 individui, comparendo in lontananza, sul verde della prateria, come se fosse un gregge di pecore.


Gli indiani a caccia del bisonte in un quadro di George Catlin

Molti diventano grossi, rivaleggiando in dimensioni con un cane Terranova. Attualmente i bisonti sono numerosi e questi feroci animali sono sempre sazi della loro carne e quindi sono inoffensivi e sfuggono la presenza dell’uomo. Ma penso che non sarà così dopo che i bisonti saranno scomparsi da questo territorio e a loro sarà rimasto ben poco da mangiare. Li si vedono sempre seguire da vicino le mandrie, pronti a balzare sui resti che i cacciatori lasciano indietro o ad avventarsi sugli animali feriti. Quando i bisonti sono tutti in gruppo non hanno troppa paura dei lupi e li lasciano avvicinare. Così gli Indiani hanno approfittato di questo fatto e spesso si celano sotto la pelle di un lupo e strisciano per un miglio e anche più sulle mani e sulle ginocchia, fino ad arrivare a pochi passi dalla mandria e quindi abbattono agevolmente i capi più grossi.”
La caccia aveva anche una grande sacralità per i Pellerossa. Non a torto il bisonte ha avuto un ruolo considerevole per gli indiani, tanto che possiamo considerare dipendenti l’una dall’altra la vicenda dell’estinzione dei bisonti e l’annientamento delle tribù delle praterie. Però in entrambi le tristi vicende anche i nativi non sono esenti da colpe. Allo sterminio dei bisonti hanno contribuito enormemente anche gli indiani, spinti verso il commercio delle pelli per il soddisfacimento di bisogni indotti.
Così l’attività della caccia non sempre è servita solo ad assicurare il sostentamento alle tribù. Se troviamo deprecabile la mattanza fatta da Buffalo Bill e lo sport di sparare ai bisonti dai finestrini dei treni, ancor più è riprovevole e sconsiderata la caccia per procurarsi le pelli e barattarle con l’alcool od altri beni voluttuari.


Lakota coperti da pelli di lupo per cacciare i bisonti

Prima dell’avvento del cavallo, la tecnica di caccia al bisonte prevedeva la messa in fuga della mandria verso un precipizio, nel quale sarebbe precipitata, o dentro ad un recinto dove sarebbe stata annientata con facilità. Veniva utilizzato un uomo con indosso la pelle di un bisonte che attirava la mandria nella direzione voluta. Il ruolo di chiamatore di bisonti non solo richiedeva la perfetta conoscenza del comportamento di questi animali, ma anche una grande resistenza ed abilità. Camuffato da bisonte il chiamatore, con il suo comportamento e la mimica, doveva piano piano stimolare, attrarre e convincere i capi della mandria ad andare verso di lui e verso il dirupo. Una volta che la mandria era ben avviata nella direzione voluta, gli altri indiani uscivano dai nascondigli collocati lungo i fianchi del percorso ed urlando la mettevano in fuga verso il precipizio. Questo modo di cacciare non era nè selettivo nè stagionale ed il bisonte non era il perno attorno a cui ruotava l’intera vita degli indiani. Nel burrone o nel recinto capitavano animali giovani e vecchi, sani e malati, tori,vacche e vitelli, scarsi o abbondanti secondo la mandria individuata ed il periodo dell’anno. I cacciatori indiani a piedi avevano gravi problemi logistici e per questo spesso si adattavano anche all’agricoltura e praticavano una cacciagione varia e diversificata. Con l’arrivo del cavallo si ebbe una vera e propria rivoluzione nel rapporto indiano-bisonte. Con il cavallo l’indiano aveva acquistato velocità e capacità di movimento. Poteva cercare le mandrie in tutta la prateria ed una volta individuati i bisonti, poteva selezionare il sesso, l’età, nonchè la quantità degli animali da abbattere secondo le sue necessità.


La grande caccia

Prima di iniziare la caccia i Capi scelgono i cacciatori più bravi e veloci a cui affidano il compito di attaccare per primi la mandria. Il loro bottino è destinato a tutti coloro che non sono in grado di provvedere a se stessi: i poveri della tribù, le vedove, le donne non maritate, i vecchi, gli omosessuali ed a tutte quelle persone che non partecipano alla caccia. Questa è la prima fase e solo dopo che i guerrieri hanno ucciso i primi animali per la comunità, la caccia diventa un affare individuale. Ciascuno sceglie i suoi bersagli e cerca di abbaterli come meglio crede, per suo conto e nel numero che ritiene necessario.
Ma seguiamo in successione tutte le varie fasi della caccia.
Quando gli indiani scorgono in lontananza la mandria dei bisonti si tiene un conciliabolo sul modo di condurre l’attacco. Trovato l’accordo sull’azione di accerchiamento, i cavalieri, armati di arco, frecce e lancia montano i loro cavalli appositamente addestrati alla caccia del bisonte e si dividono in due colonne prendendo opposte direzioni. Piano piano si dispongono attorno alla mandria, ad una distanza di circa due chilometri, formando un cerchio di cavalieri equidistanti fra loro. I cacciatori devono mantenersi sempre sottovento per evitare che l’odore dei cavalli e dell’uomo metta in allarme i tori adulti che coprono i fianchi della mandria,per proteggere le femmine ed i vitellini che si trovano al centro. Poi ad un segnale convenuto, lentamente stringono verso il centro. La mandria,che prima non aveva nessun sospetto, ora sente il vento, avverte cioè l’approssimarsi del nemico e si da alla fuga in una confusione enorme. Intanto i cavalieri hanno stretto i ranghi in tutte le direzioni e formano una linea interrotta intorno ai bisonti che, terrorizzati girano in tondo scalciandosi ed urtandosi a vicenda.
A questo punto inizia la mattanza. I cavalieri scagliano lance e frecce per trafiggere al cuore gli animali. I bisonti feriti spesso si lanciano con furia contro i cavalli ferendoli mortalmente e costringendo i cavalieri ad una rapida fuga a piedi. Se si salvano lo devono solo alla forza delle loro gambe. Qualche volta, il guerriero, pressato da vicino da un bisonte inferocito, si toglie il corto gonnellino e lo getta sugli occhi dell’animale, cercando scampo nella prateria. Cacciare il bisonte era un’impresa che richiedeva un’abilità straordinaria ed un coraggio enorme. Armati di sole frecce e lance, i cacciatori dovevano avvicinarsi a pochi metri da quei colossi muscolosi lanciati in piena corsa per colpirli ed abbatterli.


Caccia a piedi e a cavallo

Abbiamo già visto come e dove doveva essere colpito il bisonte: sopra la spalla sinistra per raggiungere il cuore. Questo era il punto più vulnerabile. Era inutile colpirli alla testa perchè il bisonte ha un doppio cranio e le frecce rimbalzavano innocue su quei testoni corazzati. Neppure colpirli ai fianchi era garanzia di successo, perchè se l’angolo d’impatto della freccia non era perpendicolare, la punta schizzava via sulla robusta pelle. Perciò i cacciatori dovevano accostarsi ai bisonti, mettersi al passo con essi, avanzando a zig zag, evitando però di essere travolti dalla mandria in corsa per portarsi al centro della stessa per colpire le giovenche ed i vitelli. Il momento più pericoloso della caccia era quando la bestia crollava a terra colpita mortalmente. A quel punto il resto della mandria, scartava bruscamente per evitare la vittima, continuando la corsa nel panico e minacciava così di travolgere cavallo e cavaliere. Per questa ragione i cavalli per la caccia erano addestrati ad allontanarsi subito dal bisonte abbattuto, dopo essersi portati a ridosso della preda. Quando andavano a caccia gli indiani portava anche un lungo lazo, che veniva lasciato pendere dietro le zampe del cavallo. Rincorrendo i bisonti poteva capitare di essere disarcionati ed allora se si riusciva ad afferrare il lazo si cercava di fermare il cavallo e rimontare in sella. Si evitava in tal modo di essere travolti e fatti a pezzi dagli zoccoli della mandria impazzita, che poteva correre ad oltre 50 chilometri l’ora.
Di solito gli indiani si procuravano la carne per la scorta invernale cacciando in autunno, quando gli animali erano più grassi. Si sceglievano le giovenche ed i giovani vitelli evitando i grossi e vecchi tori la cui carne risultava immangiabile perchè dura, stopposa ed olezzante. Però si cacciava anche in inverno sia per avere carne fresca sia perchè la pelliccia ha maggior valore essendo il pelo più lungo ed abbondante. Per cacciare nella neve gli indiani non usavano il cavallo, perchè impossibile, ma andavano a piedi servendosi di racchette da neve. Nascosti sotto una pelliccia di lupo bianco si avvicinavano alla mandria quel tanto che bastava per colpire la preda con le frecce o con la lancia. Altre volte gli indiani aspettavano, nei loro villaggi invernali, riparati nelle valli, l’arrivo dei bisonti che si spostavano alla ricerca di pascoli non ancora ricoperti dalla neve. Quando veniva segnalata l’apparizione di queste mandrie occorreva che nel villaggio regnasse il silenzio più assoluto. Gli akicita badavano affinchè tutti si richiudessero nelle tende, compresi i loro cani. Non si doveva tagliare la legna e si dovevano spegnere i fuochi. Persino se qualche bisonte si avventurava nel villaggio e sfiorava le tende degli indiani affamati, nessuno aveva il diritto di abbatterlo, per paura di spaventare il grosso della mandria.


Ancora una scena di caccia

Uccise le bestie necessarie si lasciavano fuggire le altre. Solo allora i cacciatori si muovevano verso gli animali uccisi cercando di riconoscere le proprie frecce sui capi abbattuti per aggiudicarsene la proprietà. Anche le donne allora correvano eccitate, da una carcassa all’altra cercando la bestia abbattuta dal loro uomo e riconoscibile dalle frecce ornate con le piume ed i colori del clan. Ogni cacciatore aveva le proprie insegne dipinte sulle armi, per riconoscere quale bisonte ucciso gli appartenesse e gli akicita, i magistrati poliziotti, dovevano intervenire spesso per sedare liti e dirimere controversie quando frecce di diversi colori, dunque di diversi cacciatori, stavano conficcate in una stessa carcassa. Gli akicita valutavano con occhio esperto le frecce, esaminavano la bestia per veder quale freccia avesse inferto il colpo mortale e stabilivano a chi spettasse il bisonte, o in quante parti andasse diviso. Terminata la caccia, le donne procedevano immediatamente alla macellazione ed al trasporto della carne prima del tramonto del sole e prima dell’arrivo dei predatori della prateria. Intanto gli uomini si interessavano del recupero delle armi, alla cure delle ferite proprie o dei cavalli.
Per chiudere la giornata i capi e gli sciamani sceglievano l’animale più grosso e l’offrivano al Grande Spirito in segno di riconoscimento per quel cibo e di rammarico per quella morte. Poi, piantate le tende, dopo la scorpacciata serale di carne di bisonte, si formava un circolo attorno al fuoco centrale del villaggio, si pregava e si chiedeva perdono al Fratello Bisonte per avere sparso il suo sangue. Il massacro era stato necessario per assicurare la sopravvivenza della tribù. Tutti si impegnano, per il futuro, a non uccidere più animali di quanti ne fossero necessari al popolo. La carcassa, dopo la cerimonia, restava all’aperto per molti giorni, prima di essere bruciata e le ceneri sparse al vento della pianura perchè fossero come i semi portati dagli insetti e dagli uccelli per assicurare la rinascita di molti altri bisonti.

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