Arthur Penn, westerner d’altri tempi

A cura di Domenico Rizzi

Il 28 settembre 2010 si è spento di leucemia a New York il regista Arthur Penn, all’età di 88 anni compiuti appena il giorno precedente.
Penn, nato a Philadelphia nel 1922 da una famiglia di immigrati ebreo-russi, è noto agli appassionati del genere western soprattutto per “Piccolo Grande Uomo”, basato sul romanzo “Little Big Man” che Thomas Berger pubblicò nel 1964. Sei anni dopo venne realizzato il film, con la sceneggiatura di Calder Willingham, interpretato da Dustin Hoffman, Chief Dan George e Faye Dunaway, una storia decisamente controcorrente sviluppata con zelo dissacratore. Nell’era del revisionismo western, Penn sfoderò tutta la propria ironia nei riguardi del mito della Frontiera, presentando un generale Custer narcisista e paranoico e mettendo in caricatura personaggi come Wild Bill Hickok.
In realtà il suo obiettivo andava ben oltre la semplice smitizzazione delle figure sacre della Frontiera, aprendo un discorso che Penn riprenderà più avanti con altri film. “Piccolo Grande Uomo” ammise egli stesso “non è un western con Indiani e cowboys che si fronteggiano nella prateria: è una storia che si svolge tutta nell’intimo di una persona.”
Il suo Jack Crabb (Dustin Hoffman) è in lotta prima con se stesso che con le difficoltà che la vita gli presenta, perennemente in bilico fra un mondo civilizzato permeato di falso moralismo – la signora Pendrake (Faye Dunaway) moglie di un predicatore protestante che tenta il ragazzo con la sua avvenenza, fingendosi poi scandalizzata dalla sua reazione, per diventare, qualche anno dopo, una prostituta – e l’apparente semplicità dello schema esistenziale dei Pellirosse, senza che nessuno dei due appaghi le sue insicurezze.


Arthur Penn al lavoro alla macchina da presa

Fedele al primo approccio con il genere più amato del mondo – “The Left Handed Gun” (Furia selvaggia. Billy the Kid) è del 1957, sceneggiato da Gore Vidal – il regista accorda la sua preferenza all’introspezione psicologica dei personaggi, trattando marginalmente il proscenio su cui si sviluppa l’azione.
Il suo Billy the Kid impersonato da un giovane Paul Newman, rappresenta la crisi del modello generazionale degli Anni Cinquanta e il fuorilegge è assimilato, per certi aspetti, al protagonista Jim Stark di “Gioventù bruciata” girato quattro anni prima da Nicholas Ray, con il nuovo portavoce del disagio giovanile James Dean. La dissoluzione del mito del West passa attraverso un’analisi quasi freudiana del protagonista, afflitto da complessi che affondano le radici in un’infanzia travagliata e ossessionato dalla perdita del suo padrone Tunstall, da lui identificato con la figura paterna. Pur tuttavia, “Furia selvaggia” rimane un western di rango e nel complesso delle versioni cinematografiche dedicate al Kid – nelle quali si sono sbizzarriti in molti ad “inventare” la biografia di William Bonney -, uno dei meno inattendibili. Sicuramente, quando Penn diresse questo film, il western era ancora immune da certe contaminazioni suggestive, come accadrà molti anni dopo con “Pat Garret e Billy the Kid” di Sam Peckinpah, il cui filo conduttore segue sostanzialmente la colonna sonora di Bob Dylan.


Un’immagine tratta da The Left Handed Gun

Lo smarrimento degli ideali della Frontiera da parte dei discendenti dei pionieri è drammaticamente evidenziato in un altro lavoro di Penn, che si potrebbe ascrivere al western della “quarta frontiera”: “La caccia” (The Chase) girato nel 1966 e ricavato dal romanzo omonimo di Horton Foote, con l’adattamento di Lillian Hellman. Superbo il cast, per un’opera che può essere senz’altro definita la migliore del regista: Marlon Brando, Robert Redford, Jane Fonda, Angie Dickinson, E.G. Marshall, Robert Duvall. Il film è una spietata fotografia del decadimento morale della provincia americana, che ha smarrito la propria umanità ed è dominata dall’egoismo e dalla discriminazione. Nella cittadina del Texas in cui si svolge la vicenda, non vi è più traccia degli ideali che ispirarono generazioni di pionieri, ma soltanto uno sfrenato desiderio di vivere che maschera il nichilismo di fondo della sua gente. Lo sceriffo Calder (Marlon Brando) che alla fine si arrende dinanzi al rabbioso giustizialismo dei suoi concittadini, è il simbolo della crisi di un’epoca nella quale opportunismo e arrivismo procedono di pari passo con la scomparsa dei sani principi di un tempo lontano.
Il pessimismo di Penn riapparirà cinque anni dopo in “L’ultimo spettacolo”, di Peter Bogdanovich, ritratto di un’America che sembra avere disperso i propri valori fondamentali.
The Chase, del 1966
Poco apprezzato dalla critica e dal pubblico, che praticamente disertò le sale, nonostante il grande richiamo costituito dalla coppia Marlon Brando-Jack Nicholson, entrambi all’apice del successo, fu invece l’ultima pellicola western di Arthur Penn, “Missouri” (The Missouri Breaks) del 1976. Il film, basato su un soggetto di Thomas Mc Guane che ne curò anche alla sceneggiatura, risente forse eccessivamente del clima revisionista imperante, di certe gratuite violenze introdotte dallo spaghetti- western ed è lasciato, per buona parte, alle improvvisazioni di Brando, del quale lo stesso Penn apprezzava le continue estrosità.
In effetti, l’intera storia ruota intorno alla figura di Lee Clayton (Brando) un assassino prezzolato dai comportamenti maniacali, che a tratti ricorda il pistolero impersonato da Nicholson in “La sparatoria” di Monte Hellman, prodotto nel 1967. Ma anche questo discutibile personaggio, cinico e indisponente quanto subdolo e vile, che non ha il coraggio di affrontare gli avversari da vicino e “ammazza a distanza”, risulta compatibile con la esasperata concezione che Penn si è fatto del West. Clayton, come già Billy the Kid e Jack Crabb, è il prototipo di una Frontiera senza eroi, popolata di ricchi prepotenti, di poveri diavoli come Tom Logan (Jack Nicholson) e di donne disorientate quali Jane Braxton (Kathleen Lloyd) sempre in attesa di un amore improbabile, persone delle quali il “regolatore” dice sarcasticamente: “Voi siete parte delle cose che io faccio per vivere”.
E’ un’analisi amara, che spegne l’enfasi della leggenda e seppellisce il romanticismo fordiano, per lasciare posto ad un mondo di uomini che, dietro i costumi di scena, sono il riflesso della società di oggi.

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