Il regno degli Apache

A cura di Sergio Mura

Nella risalita verso nord dall’America Centrale, gli spagnoli si imbatterono con guerrieri che furono capaci, incredibile dictu!, di insegnar loro molte cose sui comportamenti da autentici selvaggi, sulle torture, ma sopratutto sul coraggio e l’intraprendenza in battaglia. Erano capaci di tenere lezioni agli spagnoli di ben noto sangre caliente!
Gli spagnoli chiamarono questi gruppi di spietati guerrieri Coyoteros perché erano scaltri come i coyote. Gli altri indiani della zona, gli Zuni, invece, li chiamavano Apache, un termine che nella loro lingua significava più modestamente… nemico. E nemici erano! Lo erano realmente, sia per gli Zuni che per molte altre tribù che vivevano in quelle vaste regioni del sud e del sud-ovest.
Gli spagnoli prima ed i coloni bianchi poi scoprirono a loro spese e pagando un prezzo altissimo cosa significava avere per nemici gli Apache.
il Governo degli Stati Uniti iniziò a mostrare una qualche forma di interesse per il territorio dell’Arizona solo a partire dal 1836 e non a caso. In quell’anno infatti furono scoperti i primi giacimenti di argento. Prima furono ritrovate alcune scaglie, poi altre, poi si capì che si trattava di veri filoni e subito dopo arrivarono i primi cercatori a sondare il terreno e, infine, l’intero sud-ovest venne invaso da schiere di minatori che sciamarono in ogni direzione e senza alcun ordine o rispetto per chi quelle terre abitava da lunghissimo tempo.
Questi primi cercatori di metalli preziosi si rogarono rapidamente intrappolati in una serie di battaglie durissime con gli Apache.


Un gruppo di guerrieri Apache a cavallo

Nei duecento anni che erano trascorsi dal loro primo contatto con le genti europee, gli Apache avevano ampiamente adattato il loro stile di vita a quelle terre aride ed assolate, abbastanza povere di vegetazione e in cui la presenza dell’acqua era limitata; terre in cui un uomo bianco aveva enormi difficoltà a sopravvivere, schiacciato tra zone vulcaniche e deserti abbandonati dagli dei.
Il nome “Apache” era usato a quel tempo per identificare otto o persino più tribù di indiani; i raggruppamenti principali erano quelli dei Mescalero, dei Jicarilla, dei Mimbrenos, dei Chiricahua e dei Kiowa. I Chiricahua, poi, venivano in qualche modo raggruppati ad altri ancora e tutti insieme venivano chiamati White Mountain Apache.
A prescindere dal nome che gli veniva attribuito, quei gruppi di guerrieri erano accomunati da alcune caratteristiche che divennero tristemente note ai bianchi; erano senza pietà, altamente pericolosi e molto, molto scaltri. Fare la guerra era per loro una professione attraverso la quale riuscivano a procurarsi schiavi e bottino in quantità.
Per diventare delle vere e proprie macchine da guerra, i giovani venivano sottoposti ad un’educazione particolarmente severa attraverso la quale gli venivano impartiti i rudimenti della resistenza, della combattività e della durezza. Per diventare guerrieri, poi, i giovani dovevano sottoporsi ad alcune prove iniziatiche che si susseguivano nel tempo fino alla consacrazione finale. Ma non tutti erano in grado di resistere alla diverse e talvolta terribili prove… Certamente doveva essere particolarmente difficile resistere vivi mentre i guerrieri più grandi gli scagliavano addosso le frecce e riuscire a scansarle velocemente. In ballo c’era la sopravvivenza stessa!
Un altro esempio di prova piuttosto complessa era quello in cui ai giovani veniva riempita la bocca di acqua prima di spedirli, a piedi, sotto il sole cocente, attraverso spazi immensi con l’obbligo di non sprecare o ingoiare l’acqua.
In altre occasioni i giovani apprendevano le tecniche con cui potevano nascondersi fino a rendersi invisibili in luoghi che apparentemente non offrivano alcun tipo di riparo per poi sbucare all’improvviso e colpire un eventuale nemico col vantaggio della completa sorpresa.
Negli anni ’40 del XIX secolo gli Americani iniziarono a prendere confidenza con le vie che portavano in Arizona, fino a diventare un vero e proprio fiume in piena, guidato e anticipato da moltissimi cercatori d’oro e argento che frugavano ovunque alla ricerca della vena giusta, quella attraverso la quale arricchirsi.
L’arrivo degli americani non fu del tutto ostacolato, perlomeno non nel primo periodo. Le tribù di Apache, infatti, avevano imparato a odiare gli spagnoli e a disprezzare i messicani, ma seppero tollerare l’arrivo dei bianchi americani verso i quali mostrarono a più riprese una buona dose di curiosità.


Apache tra i bianchi

Ma il guardarsi e studiarsi reciprocamente non bastò a scongiurare il repentino peggiorare delle relazioni e l’avvio del vero e proprio periodo conflittuale.
Tra i tanti atti che contribuirono al deterioramento del rapporto tra bianchi e Apache ve ne fu uno molto grave compiuto ai danni di un guerriero. Un giorno, un gruppo di minatori prese a guardare con diffidenza un gruppo di Apache che gli stava ronzando intorno. Quei guerrieri non stavano facendo nulla di male, semplicemente passavano il loro tempo ad osservare i minatori durante il loro lavoro. Non possiamo escludere che stessero aspettando la migliore occasione per sottrarre qualcosa, ma è un fatto che non ne abbiamo notizia. Certo è che a un certo punto alcuni minatori agguantarono violentemente un Apache e lo legarono ad un carro. Lo frustarono e picchiarono selvaggiamente, tra urla, risa e lazzi di ogni genere finché, appagati, lo cacciarono dal loro campo.
Quello fu veramente un imperdonabile, stupidissimo e crudele gesto, ma fu sopratutto un errore gravissimo dato che il guerriero che avevano seviziato era Mangas Coloradas, uno che non avrebbe mai più perdonato gli americani e che avrebbe annegato il suo desiderio di vendetta in un lago di sangue.
Mangas Coloradas era a quel tempo il capo dei Mimbrenos e, attraverso il matrimonio, era imparentato con i capi delle bande più importanti di Chiricahuas e White Mountain. Per il resto della sua vita Mangas Coloradas avrebbe combattuto senza sosta messicani, spagnoli e americani; tutti gli uomini bianchi erano ormai suo nemici e nemici del suo popolo!
I continui conflitti a fuoco e gli agguati che si susseguirono spinsero il governo americano a decidere l’invio di forze militari imponenti nel sud-ovest al fine di garantire un po’ di tranquillità ai coloni, ai ranchers e ai minatori. Ma l’arrivo dell’esercito peggiorò ancor più le cose… I bianchi impiccavano tutti gli Apache che trovavano per vendicarsi dei raid subiti; gli Apache uccidevano e torturavano i bianchi che riuscivano a catturare per vendicarsi delle impiccagioni. Tutto questo in un’escalation drammatica da cui sembrava non si sarebbe mai riusciti ad uscire.


Un gruppo di cacciatori

Nel 1861, con la Guerra Civile, le guarnigioni di frontiera furono quasi completamente smantellate, lasciando la frontiera priva di difesa. Ci volle poco perchè gli Apache, capita la situazione di debolezza degli insediamenti, uscissero dai loro inviolabili rifugi per portare la guerriglia negli insediamenti dei pionieri, coloni e minatori, bruciando e devastando, razziando e mettendo in fuga le mandrie, uccidendo e catturando uomini, donne e bambini. Mangas Coloradas e Cochise si adoperarono in maniera così incisiva da riuscier a ripulire le loro zone di influenza dai bianchi che finirono per spingersi a rifugiarsi a Tucson. La stessa Tucson si ridusse fino a circa 200 abitanti, una specie di fantasma dei suoi tempi migliori.
Nel 1862 il Governo decise l’invio del generale Carleton dalla California con oltre 3000 volontari e a lui affidò il difficile compito di riportare l’ordine in tutto il sud-ovest, a qualunque costo. Carleton avviò subito una durissima campagna di repressione contro gli indiani, senza ben riuscire a distinguere quelli amici da quelli nemici. Peggio ancora, incoraggiò i bianchi ad uccidere tutti gli Apache che potevano, fornendo una taglia per ogni scalpo riportato e denaro e scorte per ogni spedizione punitiva che veniva organizzata.
Il Generale Carleton
Si scatenò un’autentica caccia all’uomo alla quale gli Apache risposero con ferocia pari a quella mostrata dai cacciatori di scalpi e dall’esercito.
Come sempre con gli indiani, però, l’esercito alternò il bastone e la carota, per cui mentre veniva esercitata una pressione enorme contro le tribù di Apache, nello stesso tempo numerosi emissari battevano a tappeto il sud-ovest per invitare i capi a colloqui di pace. E talvolta si trattava di vere e proprie trappole tese da killer che aspettavano il capo indiano per ucciderlo a fucilate.
Persino Mangas Coloradas, il diffidente nemico di tutti i bianchi, fu quasi convinto della bontà delle offerte di pace… Alla fine il grande guerriero era un po’ invecchiato e voleva sperare che le proposte di un trattato potessero essere vere, che i bianchi lo avrebbero trattato con il giusto rispetto, specialmente se si fosse presentato da solo. Certo è che se pensò queste nobili cose degli “occhi bianchi”, commise un errore imperdonabile che pagò con la vita. Al suo arrivo venne immediatamente disarmato e incatenato. Durante la notte alcuni soldati si divertirono a stuzzicarlo con le baionette arroventate sul fuoco e quando quello reagì gli spararono uccidendolo sul colpo. La versione ufficiale dell’accaduto parlava di un tentativo di fuga bloccato a schioppetate.
La campagna di Carleton, quella per lo sterminio degli Apache, proseguiva incessantemente, ma senza i risultati attesi da tutti. In poche parole, gli Apache venivano allontanati dai bianchi, ma non venivano distrutti. Semplicemente, si spingevano sempre più all’interno nei loro territori, verso posti sempre più inaccessibili ai soldati da cui partivano per compiere razzie micidiali con corredo di atti di selvaggia ferocia.
Così, mentre il tempo passava, arrivò il 1871 con un terribile saldo dei costo sostenuti per combattere gli Apache senza veri e propri risultati utili: 40 milioni di dollari e oltre 1000 morti.
Nello stesso anno 1871, in febbraio, si presentò a Fort Grant in cerca di pace e protezione il capo Eskiminzin con 150 persone dei suoi Arivaipa. Per “premiarli” venne loro assegnata una piccola striscia di terra nei pressi di Tucson.
Appena una paio di mesi dopo, nell’aprile 1971, una folla di gente armata proveniente da Tucson invase il campo degli ignari Arivaipa sparando su tutto ciò che dava segni di vita. Si trattò di una vera carneficina senza rispetto per anziani, donne e bambini, né del fatto ceh Eskiminzin ed i suoi si era tenuti ben lontani dai venti di guerra. Il bilancio dei morti fu di 108, mentre 29 bambini furono catturati e venduti come schiavi.


Una rara immagine di Eskiminzin

Questo massacro suscitò un’ondata di sdegno senza precedenti in tutti gli Stati Uniti e in conseguenza di questo fu organizzato un processo per circa 100 persone che erano state accusate dei terribili fatti di sangue. Ma chi si aspettava un segno verso una maggiore giustizia per gli indiani restò ampiamente deluso, visto che nessuno dei 100 processati venne condannato.
Al governo non restò che decidere di giocare una nuova carta: George Crook. Il super generale dell’esercito statunitense venne inviato tra gli Apache per stabilizzare la situazione del sud-ovest. Crook era un soldato rigido e severo, ma aveva un suo senso di giustizia e, in fondo, tentava sempre di comportarsi correttamente con gli indiani, difendendoli dagli abusi dei civili bianchi. Dal suo arrivo in poi molte cose cambiarono e gli Apache, almeno le principali tribù guerriere, vennero pian pianino portati a vivere nelle riserve, lasciando da parte il sentiero di guerra.

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