Il processo e l’esecuzione dei ribelli Dakota nel 1862

A cura di Anna Maria Paoluzzi

Un bozzetto dei condannati
Gli ultimi giorni di settembre di quell’anno 1862 lasciavano presagire un inverno freddo, ma gli oltre milleduecento prigionieri Dakota ammassati nell’accampamento di Camp Release non avevano speso un solo pensiero per l’imminente stagione fredda.
Per alcuni forse era ancora troppo presente il ricordo dei giorni bollenti dell’agosto appena trascorso, quando la fame e le privazioni erano esplose nella guerra contro i bianchi, una guerra fatta di saccheggi frenetici e uccisioni. La maggior parte dei prigionieri però concentrava la propria attenzione ansiosa sui soldati bianchi che circondavano l’accampamento per impedire loro di allontanarsi, mentre i loro sguardi, incrociandosi, esprimevano la stessa muta domanda: “Quando ci lasceranno tornare a casa?”
La mattina del 28 settembre,la vista di un gruppo di bianchi – cinque soldati e un civile – che entravano solennemente nella baracca di tronchi al centro dell’accampamento fornì, se non una risposta, almeno un diversivo agli indiani angosciati.
Il sollievo fu però solo momentaneo e una nuova ansia si sostituì alle precedenti quando un grosso gruppo di indiani e sanguemisto fu spinto a forza nella baracca e la porta si richiuse dietro di loro.
Quello che gli indiani non potevano immaginare era che quella catapecchia senza pretese era diventata il tribunale dove si sarebbe svolto il più grande e controverso processo a imputati indiani in tutta la storia degli Stati Uniti d’America. I cinque soldati – il colonnello Crooks, il tenente colonnello Marshall, i capitani Grant e Bailey e il tenente Olin – formavano l’appena nominata commissione militare incaricata di processare i Sioux responsabili delle violenze che per circa quaranta giorni avevano incendiato il Minnesota.
Mappa dell’insurrezione
Gli indiani, affamati per il ritardo delle razioni governative e infuriati dalla sprezzante indifferenza dei responsabili dell’agenzia e dei mercanti bianchi, erano scesi sul sentiero di guerra, dove avevano lasciato una scia di oltre 500 morti, tra cui molte donne e bambini. Alla fine della guerra, il generale Pope, che era stato sollevato dal suo incarico nella Guerra Civile in corso e incaricato della repressione della rivolta, aveva espresso chiaramente il sentimento popolare nei confronti dei Sioux, dichiarando: “Bisogna trattarli come pazzi o bestie feroci, e in nessun caso come gente con cui si possano fare trattati o compromessi.”
I membri della commissione militare, pur consapevoli che i residenti locali, dai cittadini di Mankato e New Ulm fino all’ultimo dei coloni non avrebbero chiesto di meglio che macellare con le proprie mani i prigionieri Dakota, avevano però avuto il preciso incarico di assicurare un processo vero e proprio agli indiani. Se dovevano morire, sarebbero morti in modo legalmente ineccepibile.
I Dakota prima della rivolta
A spaventare i giurati era però il numero enorme degli imputati da giudicare: quasi quattrocento Dakota! In un tribunale ordinario, sarebbero stati necessari mesi per il processo, contando anche il fatto che gli imputati non parlavano inglese e che li si sarebbe dovuti interrogare tramite un interprete. Non che la commissione avesse trascurato questo fatto: Antoine Frenier, un mercante di origine francese che aveva vissuto a lungo tra i Sioux, era stato convocato proprio a questo proposito. Alla fine, per evitare eventuali complicazioni dovute al suo compito pastorale, si era deciso di non servirsi dell’opera di Stephen Riggs, il ministro protestante che aveva raccolto le testimonianze degli indiani e fatto avere i nomi dei prigionieri coinvolti nei massacri. Pur salvando le forme, era chiaro a tutti i giurati che si sarebbe dovuto procedere nel modo più rapido possibile: la rabbia dei coloni saliva di giorno in giorno e il rischio di un assalto al campo, con il conseguente massacro di tutti i prigionieri indiani, donne e bambini compresi, diventava sempre meno un’ipotesi e sempre più una certezza. La parola d’ordine implicita era: processarne quanti più possibile e alla svelta. Isaac Heard, il giovane procuratore legale che svolgeva le funzioni di cancelliere, avrebbe avuto parecchio da scrivere nelle ore successive.


I profughi di New Ulm

I prigionieri indiani non sembravano particolarmente preoccupati o tesi. Alcuni di loro guardavano con curiosità o persino sorridevano ai membri della commissione e ai testimoni bianchi che entravano lentamente nella baracca. Altri erano evidentemente frastornati e non sembravano comprendere cosa si volesse da loro. Neanche l’interprete sembrava in grado di dar loro una spiegazione efficace del procedimento in corso. In qualche modo però si doveva pur iniziare e forse non fu un caso che il primo imputato condotto davanti alla commissione fosse l’unico a non aver sangue indiano: il meticcio Joseph Godfrey, che i prigionieri chiamavano Otakle, Molte Uccisioni, lavorante presso l’agenzia e sposato con una delle figlie del capo Dakota Wakpaduta.
Come precisò puntigliosamente il pubblico ministero, il maggiore Forbes, Godfrey era accusato di essersi unito agli indiani in azioni di guerra contro pacifici cittadini americani e di averne uccisi sette, tra cui anche donne e bambini.
La folla aggredisce i prigionieri
Le testimonianze addotte contro di lui erano quelle di tre prigioniere bianche, Mary Woodbury, Mary Swan e Mattie Williams, che dichiararono di averlo visto partire per una spedizione di guerra, “dipinto e vestito solo di un perizoma” insieme agli altri indiani, urlando e intonando canti di guerra insieme a loro. Mary Woodbury dichiarò anche di aver sentito un altro indiano lodare il suo valore e di aver ascoltato lo stesso Godfrey vantarsi di aver ucciso sette coloni. Un altro testimone, David Faribault, confermò quest’ultima testimonianza aggiungendo che Godfrey aveva a suo tempo precisato che sette erano gli uomini che aveva ucciso; aveva massacrato anche dei bambini, che però non aveva contato perché la loro uccisione aveva meno valore.
Quando gli fu chiesto se si dichiarava colpevole o innocente, Godfrey assunse un’aria contrita e, come scrisse lo stesso Isaac Heard, “con un tono così sincero e una delle voci più dolci che io abbia mai udito”, dichiarò in un inglese stentato che egli non avrebbe mai voluto unirsi ai rivoltosi, e che aveva cercato di scappare insieme alla moglie indiana, ma che era stato trattenuto dal padre e dallo zio di lei.

Condividi l'articolo!

Pagine di questo articolo: 1 2 3 4

Commenti

2 Risposte a “Il processo e l’esecuzione dei ribelli Dakota nel 1862”

  1. Jinlian, il 24 maggio 2008 11:14

    Una piccola precisazione…l’indiano ritratto nella foto a pag.4 si chiamava Wapahduta (Foglia Rossa). Il nome “Wapahdootasante” è quello del file :-)

  2. Sergio Mura, il 24 maggio 2008 11:54

    Fatto! Grazie mille.

Vuoi scrivere qualcosa? Usa i commenti!

Devi eseguire il log-in per inserire un messaggio.