Il sentiero di guerra dei Nez Perce

A cura di Sergio Mura


Mai prima del 1863 i Nez Perce, una pacifica tribù di indiani del nord-ovest americano, avevano combattuto con i bianchi che avevano invaso le loro terre. I nez Perce vivevano traquillamente nei territori compresi tra le Blue Mountains dell’Oregon e le Bitter Root Mountains dell’Idaho.
Usavano definire se stessi come “Il popolo” e questa non è una sorpresa nel mondo dei Nativi Americani, mentre il nome “Nez Perce” fu attribuito loro, intorno al 1835, dai cacciatori e trapper francesi che semplicemente al naso forato, “pierced nose”, che avevano notato alle genti di un piccolo raggruppamento della tribù in cui c’era effettivamente l’uso di bucare il naso. Quel nome, però, finì per essere attribuito a tutti i Nez Perce indistintamente.
La storia di questi indiani, nel momento in cui c’è il contatto con i bianchi, è una storia di tranquilla fiducia e di aperta accoglienza.
I Nez Perce erano aperti verso l’esterno e assolutamente ben impostati al riguardo delle novità e delle altre culture con cui gli capitava di avere contatti. Accoglievano a braccia aperte i missionari e aiutarono i primi bianchi ad attivare una segheria e una bottega da fabbro.
In molti tra loro si spinsero fino ad adottare la religione cristiana!
Di passo in passo, si arrivò al momento in cui ben tre capi convertiti decisero di stipulare un trattato con il governo statunitense al grande Consiglio Walla-Walla del 1855. In quel trattato venivano precisati i confini del territorio dei Nez Perce, dimenticando però di stabilire una qualsivoglia forma di tutela contro gli abusi che su quelle terre stavano facendo i bianchi.
A quel tempo, purtroppo, era piuttosto attiva una cricca di speculatori che aveva messo gli occhi sulle terre dei Nez Perce, riconoscendone l’alto valore agricolo e la possibilità di impossessarsene per rivenderle ai coloni.


Uno scorcio di un accampamento dei Nez Perce

I guai, quelli grossi, arrivarono quando un minatore scoprì l’oro nella regione del Clearwater, uno dei territori di caccia dei Nez Perce… L’oro! Una delle poche cose in grado di smuovere migliaia e migliaia di persone da una località verso un’altra era ampiamente disponibile nella terra dei Nez Perce. Passò davvero pochissimo perchè fiumi di bianchi arrivassero lì. E lì si insediarono, a dispetto del trattato e a dispetto del fatto che i Nez Perce non li volessero tra i piedi.
Alcuni capi indiani erano convinti della necessità di allontanare urgentemente i minatori, ma la maggior parte di loro decise di accettarne una certa quota. E questa fu una decisione fatale.
I minatori passarono alcune decine a centinaia e migliaia e le tendopoli, i villaggi improvvisati, la devastazione ambientale avanzarono con una velocità prossima alla voracità. Dalla notte al giorno sorgevano nuovi insediamenti e le località in cui i minatori si insediavano, nei pressi dela Columbia River e dello Snake River, divennero meta di un continuo vai e vieni di battelli a vapore carichi di nuovi minatori e di viveri e altre merci per quelli che già si erano insediati. Gli indiani divennero ospiti a casa propria e per giunta ospiti sgraditi! I territori di caccia dei Nez Perce erano persi.


I bianchi venivano ben accolti dai Nez Perce

La situazione stava diventando così esplosiva e gonfia di rischi di guerra che nel 1863 le grandi compagnie minerarie e gli speculatori spinsero i Commissari agli Affari Indiani a organizzare un nuovo consiglio con i capi dei Nez Perce ai quali sottoposero l’esigenza di spostarli dalle loro terre per collocarli in una riserva indiana. La proposta fu generalmente mal accolta e Capo Giuseppe, della banda Wallowa dei Lower Nez Perce, parlando a nome del suo popolo la respinse categoricamente, diffidando gli uomini bianchi dalla permanenza nei territori di caccia. La rigidità di questa posizione spinse i commissari a sciogliere l’incontro con un nulla di fatto che però non lasciava presagire alcunché di buono per gli indiani.
La pressione dei bianchi crebbe costantemente diventando giorno dopo giorno una minaccia concreta, finché, cinque anni dopo, una delegazione di capi Nez Perce si recò a Washington per siglare un trattato che accettava il trasferimento della loro gente in una riserva. Tutto quello che il loro popolo voleva – dissero ai rappresentanti del governo americano – era di poter vivere in pace in una striscia di terra. Capo Giuseppe non era tra quei capi, anche perché rifiutava categoricamente di cedere le terre dei suoi avi.


Capo Giuseppe ritratto a cavallo

Non era l’unico a pensarla così… Altri capi, come Looking Glass e White Bird si spinsero ancor più avanti parlando esplicitamente della necessità di fare la guerra agli invasori bianchi. Su questa posizione Capo Giuseppe era renitente. Capiva bene che non sarebbe stato semplice combattere contro un esercito potente e capiva che sarebbe stato complicatissimo vincere la guerra. “Meglio vivere in pace che iniziare una guerra e finire morti”, diceva Capo Giuseppe alla sua gente. Spingeva per la pace, ma ipotizzava una pace che rispettasse la volontà dei Nez Perce di riavere la piena disponibilità della propria terra. Era una posizione che non sarebbe mai potuta andare avanti, vista la completa indisponibilità dei minatori, degli speculatori, dei politici e anche del Governo.
Il Generale Howard
La pressione continuò a crescere in maniera esponenziale con gli anni finchè nel 1877 un gruppo di giovani guerrieri Nez Perce, esacerbati dal senso di ingiustizia della loro situazione, intrapresero il sentiero di guerra. Si dipinsero con i colori di guerra, si armarono meglio che poterono, salirono in sella e sfogarono la loro rabbia in un raid lungo il Salmon River durante il quale uccisero tutti gli uomini bianchi che incontrarono. La morte di molti minatori e pionieri fu presto portata a conoscenza di tutti i bianchi degli insediamenti abusivi delle terre dei Nez Perce, ma andò ben oltre, suscitando un’ondata di sdegno che gridava alla vendetta. Prestissimo intervennero ben due compagnie del 1° Cavalleria al comando del Capitano David Perry con il compito di proteggere i coloni e di respingere i guerrieri Nez Perce nei loro campi base.
Era la prima volta nella storia dei Nez Perce che quel popolo si trovava a fare la guerra agli uomini bianchi.
Capo Giuseppe si trovò in mezzo ad una situazione che non aveva ricercato e che, anzi, temeva perchè ne immaginava i terribili esiti possibili per la sua gente.
Il suo vero nome non era Capo Giuseppe; Giuseppe era il nome che gli era stato dato da un missionario che gli aveva insegnato alcune cose del popolo e della cultura dei bianchi. Giuseppe si chiamava in realtà Himmaton-Yalatkit, ossia “Tuono che rotola dalla montagna”.
I venti di guerra che ormai spiravano nella terra dei Nez Perce colsero Giuseppe nella difficile situazione di colui che doveva prendersi carico della guida del suo popolo. In questa missione si fece affiancare da Looking Glass e White Bird, ma fu seguito da quasi tutti i Nez Perce del suo gruppo.
La prima azione fu quella di contrastare la cavalleria che gli era stata mandata contro. Parecchi guerrieri attesero i soldati in un canyon e quando quelli furono tra pareti di roccia li attaccarono duramente, uccidendone molti e costringendo alla fuga precipitosa tutti gli altri. Nessuno tra i soldati si aspettava un attacco da parte dei Nez Perce!


Un gruppo di guerrieri Nez Perce

Il Governo americano non stette a guardare e incaricò il Generale Oliver Otis Howard di guidare un’intera armata contro gli indiani, sconfiggerli e chiuderli alfine in una riserva lontano dalla loro terra. Capo Giuseppe si trovò nella condizione di constatare che i suoi 300 guerrieri avrebbero dovuto fronteggiare un esercito dieci volte più numeroso e assolutamente meglio armato. E quell’esercito non avrebbe avuto l’impiccio di dover difendere le proprie famiglie, gli anziani, i bambini… Scelte durissime attendevano il capo dei Nez Perce.
Capo Giuseppe si sentì dire che a quel punto le loro terre potevano definitivamente considerarsi perdute e che l’unica via rimasta aperta per salvare almeno la vita era quella attraverso le Bitter Root Mountains fino al lontano Canada. Era un ripiego, questo era chiaro a tutti, e Giuseppe non digeriva l’idea di scappare. Ad un certo punto disse: “Per cosa abbiamo combattuto, dunque, se decidiamo di scappare e abbandonare le nostre terre? Lo abbiamo fatto per le nostre vite? No! E’ stato per la terra in cui sono sepolti i nostri antenati. Non voglio morire in una terra straniera. Restiamo tutti qui e combattiamo. Moriamo nella nostra terra.”
La sua posizione non fu condivisa. Quelle stesse persone che avevano spinto per la guerra e che si erano mostrate decise a combattere, stavano ora ripiegando su posizioni più morbide, lasciando Capo Giuseppe senza scelta: il popolo aveva deciso di scappare.


Un combattimento dopo l’altro

E la strada che li attendeva non era una piccola cosa; si trattava di oltre 250 miglia attraverso le montagne.
Le donne si incaricarono di cercare radici e bacche commestibili da portare nel lungo viaggio. Una parte di loro si occupò immediatamente di radunare le cose indispensabili e di chiudere le tende. I Nez Perce stavano abbandonando la loro terra.
Vennero disposte alcune pattuglie di avanguardia e retroguardia e ogni guerriero si occupò di portare con sé un gruppo di cavalli di ricambio.
La lunga colonna di indiani si mosse e si trovò presto lungo la pista prescelta, un continuo susseguirsi di zone ventose, di precipizi e burroni pericolosissimi, di sottobosco impenetrabile e di intricate foreste di pini.
Alcuni guerrieri si persero tra le rocce ed i piccoli canyon e qualche cavallo, spaventato dai burroni finì per imbizzarrire e precipitare giù. La strada prescelta come via di fuga si stava mostrando in tutta la sua difficoltà!
In quegli anni l’uso del telegrafo era consolidato e agevolava l’esercito americano che riusciva a scambiare informazioni con grande tempestività. Attraverso queste informazioni, il Generale Howard decise di seguire Giuseppe ed i Nez Perce da vicino, mentre altri soldati gli andavano incontro da altri forti per bloccarne l’avanzata. L’intento era chiaramente quello di bloccare gli indiani tra due forze che ne avrebbero presto avuto ragione.
Nonostante questo, i Nez Perce, attraverso varie vicende e con un sacrificio umano inimmaginabile, riuscirono ad eludere la vigilanza ed il pressing dei soldati, riuscendo ad oltrepassare le montagne fino a sbucare nel Montana.


L’attacco a Big Hole Basin

L’8 agosto del 1877 la colonna degli stremati Nez Perce fece un campo nel Big Hole Basin e lì trascorse due giorni. La notte successiva furono attaccati dalla forte colonna guidata dal Colonnello John Gibbon che colse gli indiani completamente impreparati e di sorpresa, ma decisi comunque a resistere con tutte le forze di cui disponevano.
I combattimenti si protrassero tutta la notte in una serie di corpo a corpo che convinsero i soldati della necessità di ritirarsi con gradualità e di attestarsi nei dintorni del campo di battaglia. Un coro di lamenti attraversò l’accampamento dei Nez Perce ai quali non sfuggiva la distesa di corpi di guerrieri, donne e persino bambini morti nella difesa della postazione. Tra i caduti c’era anche la moglie di Capo Giuseppe.
I soldati accampati nei dintorni del Big Hole Basin chiesero immediatamente dei rinforzi per continuare ad attaccare gli indiani, ma ancor prima che questi arrivassero dai forti della regione, i Nez Perce erano nuovamente in viaggio, in fuga verso Nord.
Il lungo tragitto era costellato di continui e sfinenti combattimenti che assottigliarono le file dei guerrieri. Ogni volta che i Nez Perce si sganciavano da un combattimento e prendevano una nuova direzione venivano subito raggiunti e intercettati e costretti a cambiare pista in un crescendo di difficoltà sempre più insostenibili.
L’inverno era ormai alle porte e il freddo intenso pungeva così tanto da fiaccare la resistenza dei Nez Perce, provato da mesi di fuga, inseguimenti e continui combattimenti. Le donne ed i bambini erano veramente allo stremo delle forze e la fame completava un quadro già drammatico; i vecchi morivano per la strada man mano che si saliva e venivano attraversate le cime innevate delle Bear Paw Mountains.


I combattimenti

A sole 30 miglia dal confine canadese, quando i Nez Perce sopravvissuti iniziavano a coltivare speranze di una vita migliore, l’esercito guidato dal Generale Nelson Miles completò l’accerchiamento e attaccò immediatamente gli indiani. La battaglia fu durissima e nonostante l’incredibile impegno dei guerrieri e la strenua resistenza delle loro famiglie, fu abbastanza chiaro che la prospettiva di sganciarsi era abbastanza improbabile, ma il peggio arrivò con la fuga dei cavalli nella neve… Raggiungere e attraversare il confine senza i cavalli, sotto il martellamento incessante dell’esercito che, per buona misura, stava anche usando l’artiglieria, era davvero impossibile. I Nez Perce combatterono ancora cinque giorni senza neppure riuscire a trovare il tempo per seppellire i morti, ma quando il 4 ottobre arrivarono i rinforzi portati dalla colonna del Generale Howard, tutte le speranze erano svanite.
Il giorno dopo Capo Giuseppe si arrese.
Erano rimasti in vita appena 87 guerrieri e di questi la metà circa aveva ferite più o meno gravi e Capo Giuseppe non ce la fece a sostenere ancora le sofferenze della sua gente. Era davvero troppo!


Un’immagine della resa dei Nez Perce

Consegnando le armi al Generale Miles disse: “Sono stanco di combattere. I nostri capi sono stati uccisi. Looking Glass è morto. I nostri vecchi sono morti. Fa freddo e non abbiamo ripari e coperte. I bambini stanno morendo congelati. Ascoltami, sono stanco. Il mio cuore è malato e triste. Da dove si trova il sole in poi io non combatterò più.”
Due anni dopo i Nez Perce furono rinchiusi in una tristissima riserva nel clima impossibile dell’Oklahoma. Non esisteva alcuna possibilità di cacciare o di fare alcunché; non c’erano valli ricche di erba o montagne coperte di alberi. Tutto era brullo e triste. I Nez Perce dipendenvano in tutto e per tutto dall’eventuale generosità del Governo americano e dalla disponibilità che poteva mostrare l’agente indiano. L’inedia e il clima uccisero moltissimi indiani.
Capo Giuseppe, mosso a disperazione inoltrò una petizione al Governo chiedendo di poter “essere trasferiti nelle loro terre d’origine e, se ciò proprio non fosse possibile, di sistemarli in un altro posto in cui la gente non muoia così rapidamente”.
Nella riserva a Colville
Nel maggio del 1855 Capo Giuseppe ed i pochi Nez Perce ancora in vita furono alfine trasferiti in una regione del nord-ovest, ma non nell’amata Wallowa Valley.
Capo Giuseppe veniva considerato un eroe dagli indiani e dal popolo bianco che gli tributava un grande rispetto.
Morì ancora esule nel 1904 nella riserva di Colville dello stato di Washington.

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