La lotta degli indiani contro la Union Pacific Railroad

A cura di Sergio Mura, da un saggio di William Francis Bailey (1906)

Il rapporto che accostò gli indiani ed il loro mondo al treno e a tutto ciò che con esso viaggiava, non fu mai semplice. All’inizio, come sempre nelle questioni indiane, le tribù non colsero con prontezza il pericolo che per la loro cultura rappresentava il “cavallo di ferro” che avanzava nelle loro terre sbuffando il pestilenziale fumo nero. Sul treno viaggiava tutto il mondo dei bianchi e il loro desiderio di farsi spazio ad ovest, occupando spazi che, anche per induzione, crescevano senza limiti. Col treno viaggiavano facilmente anche le merci che venivano frequentemente scambiate con gli indiani, ma questo era uno dei punti che gli indiani stessi vedevano come favorevoli. Meno positivo era dividere con i binari le grandi mandrie di bisonti che spesso e volentieri si tenevano alla larga dai tradizionali territori di caccia delle bande.
E certamente non era ben visto l’affluire infinito di intere famiglie, di sbandati, disoccupati, banditi e affaristi di ogni genere che per prima cosa disboscavano i dintorni dei posti che sceglievano come dimora e subito dopo vi costruivano le loro cittadine che costringevano gli indiani ad arretrare sempre più.
Col treno arrivavano anche le malattie dei bianchi, contro le quali le tribù nulla potevano.
Per tutti questi motivi (ed altri ancora) gli indiani passarono abbastanza velocemente da una prima fase di sostanziale tolleranza ad una di rabbia e bellicosità che si esprimette in centinaia di piccoli gesti ostili contro i cantieri della ferrovia, contro le stazioni e contro i treni stessi. A quel punto diventava impossibile districare i torti dalle ragioni e l’intervento dell’esercito chiudeva il cerchio.
Le terre che furono teatro della costruzione della ferrovia ad opera della Union Pacific Railroad non erano libere, ma erano territori di caccia di tribù quali Pawnee, Sioux, Arapaho, Crow, Blackfoot, Bannock, Snake e Shoshone. I primi tre popoli indiani erano tipicamente insediati nelle grandi pianure, gli altri tre nel vero e proprio west americano. Si parla, comunque, di alcuni raggruppamenti tra i più bellicosi che si conoscessero e questo aspetto non mancò di manifestarsi con continue lotte, scaramucce, imboscate, disagi, ritardi e, naturalmente, con un incremento dei costi di costruzione veramente importante a totale carico della compagnia ferroviaria.
L’estate del 1864 può essere considerata l’icona della situazione di grave instabilità in cui versava l’intero settore delle comunicazioni nel west. In quei mesi, l’intera linea della Overland Stage, da St. Joseph, nel Missouri, fino a Salt Lake City, fu oggetto di continui assalti degli indiani che cercavano facili prede e bottino. La tensione ed i rischi erano diventati così grandi che Ben Holladay, il proprietario della linea, richiese con forza l’intervento dell’esercito con ben 5 soldati di stanza in ogni stazione della pista e altri 2 di scorta ad ogni convoglio in viaggio. “Senza queste condizioni minime di sicurezza – ebbe a dire Holladay – per me la linea può anche essere chiusa!”
L’anno seguente, il 1865, venne definito senza esitazioni “l’anno di sangue delle pianure”, tanti e cruenti furono gli attacchi indiani ad ogni mezzo di trasporto dei bianchi. Saccheggi, omicidi, aggressioni non si potevano contare ed erano un fatto quasi ineluttabile, come la pioggia e il vento, ma erano anche la causa principale dei magri affari delle aziende impegnate nei collegamenti delle cittadine di frontiera e rallentavano il trasferimento delle persone nel selvaggio west.


Guerrieri Sioux controllano l’avanzare della ferrovia

E in quest’ottica, a nulla sembrò servire la conferenza di pace tenutasi a Laramie nel 1866. O meglio, le condizioni di base su cui poggiavano le delicatissime relazioni tra bianchi e indiani erano così precarie da rendere quasi inutile o poco perseguibile un vero e proprio percorso di vera riappacificazione tra le parti. E d’altra parte, l’uccisione di ben 81 soldati nei dintorni di Fort Phil Kearny fu la firma sanguinosa posta su uno stato di cose che nessuno era più in condizione di ignorare.
Intanto, tra molti bassi e pochi alti, la costruzione della linea ferroviaria, così osteggiata dalle tribù indiane, andava avanti secondo i programmi ormai legati più al fronteggiamento delle emergenze che al reale avanzamento dei binari. Il 1867 iniziò a scorrere secondo lo schema già conosciuto negli anni precedenti: aggressioni, sparatorie, battaglie, depredazioni, stato di emergenza… Insomma, nulla di nuovo sotto il sole e, come in passato, ritardi che si accumulavano e incremento dei costi di costruzione ad un livello antieconomico. Di fronte all’ennesimo grido di allarme degli ispettori della ferrovia, il Governo comprese il rischio di perdere ulteriore tempo e schierò l’esercito in una misura mai vista prima nelle grandi pianure. Migliaia di soldati furono disposti lungo la frontiera, ripristinando tutte le vecchie postazioni e costruendone di nuove, allo scopo di ricostruire una linea di sicurezza in grado di sostenere e proteggere gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia. Già queste cose ottennero quasi subito l’effetto di rallentare la fortissima mobilità dei gruppi di guerra delle tribù e di scoraggiare le aggressioni al gigantesco cantiere del “cavallo di ferro”. Il 1868 fu una replica dell’anno appena conclusosi, con l’ennesima conferenza di pace convocata dai commissari governativi e rimandata per disinteresse degli indiani in guerra, almeno fino alla fine dell’anno. A Fort Laramie il tempo passò inutilmente da aprile fino a novembre! Alcuni attacchi furono portati avanti con buoni risultati per gli indiani, consegnando alla nazione l’idea di una frontiera in tumulto, difficilmente controllabile dalle truppe e dai cittadini. I giornali della frontiera erano tutti schierati contro gli indiani e a gran voce venivano richiesti interventi durissimi contro i nativi. E’ in questo clima che parte la riscossa dei bianchi – se così è possibile chiamare il susseguirsi di attacchi alle tribù, colpevoli e incolpevoli -, verso un 1869 che sarebbe stato, giocoforza, un anno più tranquillo. Attaccare e distruggere ogni accampamento indiano che non rispettava le durissime imposizioni e limitazioni del Governo, costruì le fondamenta per nuovi rapporti di forza nei quali il ruolo degli indiani veniva arginato entro confini di riserve anguste e senza prospettive di vera integrazione. Tutto ciò non sta a significare che gli attacchi degli indiani finirono… questo no! Possiamo dire che la gran parte di quel tipo di problemi veniva confinato ad est e sud di Cheyenne, mentre ad ovest stava ritornando il sereno.
Gli operai che anticipavano l’insediamento dei cantieri della ferrovia potevano finalmente ispezionare il percorso correndo un rischio minore che negli anni precedenti, anche perchè ormai venivano regolarmente accompagnati da distaccamenti di militari incaricati di proteggerli. La perdita di vite umane non si azzerò, ma si ridusse in maniera evidente. Quando la presenza di “war parties” (gruppi di guerra) si faceva notevole, i lavori venivano interrotti e gli operai venivano ricondotti verso postazioni più arretrate e sicure.


La lunga galoppata dei guerrieri Cheyenne

Gli operai incaricati delle ispezioni della pista erano quelli che maggiormente rischiavano la vita ed erano anche in numero ridotto, per cui il rischio di finire sotto attacco era reale. La stazione Hilldale, nello Wyoming, porta il nome dell’ingegner Hill, un dipendente della ferrovia che perse la vita da quelle parti proprio mentre era impegnato in una ricognizione, alla ricerca del tracciato migliore per la strada ferrata. Anche un certo Colonnello Percy morì mentre assisteva e proteggeva un gruppo di ingegneri a 24 miglia ad ovest di Medicine Bow (Wyoming). Gli indiani attaccarono il gruppo all’improvviso, costringendo tutti alla fuga, una fuga purtroppo disordinata, nel corso della quale Percy si ritrovò all’interno di un piccolo capanno nel quale provò a resistere. Quando la baracca fu incendiata, il colonnello fu costretto ad uscire per non morire bruciato, ma trovò la morte appena fuori dalla porta.
La necessità di cambiare passo, costrinse l’esercito ad uno sforzo organizzativo immenso. La seconda metà degli anni ’60 – come abbiamo accennato prima – vide la nascita o il recupero di numerose postazioni militari che si tenevano in contatto tra loro e consentivano un efficace presidio di un’ampia fascia di frontiera. In particolare possiamo citare:
– Fort McPherson, Nebraska (chiamato originariamente Cantonment McKeon, poi Cottonwood Springs Cantonment). Fu edificato nel febbraio del 1866.
– Fort Sedgwick, Colorado, sito a circa 4 miglia dalla cittadina di Julesburg.
– Fort Mitchell, nei pressi di Scotts Bluffs, Nebraska, una postazione utilizzata per un breve periodo all’epoca della costruzione dei forti.
– Fort Morgan, Wyoming, non molto lontano da Sidney, Wyoming, costruito nel maggio del 1865. Venne abbandonato appena tre anni dopo.
– Fort D.A. Russell, dalle parti di Cheyenne, Wyoming, nacque nel luglio del 1867 ed è curiosamente ancora occupato dall’esercito americano.
– Fort Sanders, Wyoming, presso Laramie, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1866.
– Fort Fred Steele, posizionato 15 miglia ad est di Rawlins, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1868.
– Fort Halleck, 22 miglia ad ovest di Medicine Bow, Wyoming, fu abbandonato nel 1866.
Il Generale Sheridan aveva profetizzato che l’arrivo alla frontiera degli operai della ferrovia, livellatori, battitori di pista, carrettieri, avrebbe trascinato un codazzo di umanità portatrice di così tanto whisky da uccidere tutti gli indiani. In tal senso aggiunse anche la sua famosa frase: “L’unico indiano buono è quello morto!”
Una delle iniziative dell’esercito più importanti in quel tormentato periodo di lotta degli indiani contro l’avanzare della pista ferrata, fu la creazione del battaglione composto da ben 4 compagnie di Pawnee. Il battaglione, nato su suggerimento di George A. Custer, fondato il 13 gennaio 1865, venne affidato al Maggiore Frank J. North. I Pawnee, inquadrati regolarmente come soldati dell’esercito e come tali ampiamente dotati di ottime armi e di una struttura gerarchica, nonostante l’immagine poco ortodossa che fornivano del battaglione (avevano anche l’autorizzazione a modificare la propria divisa a piacimento), seppero comportarsi bene, fronteggiando gli “war parties” in modo estremamente efficace. Alle armi tipiche dell’esercito americano affiancavano quelle più proprie della loro cultura, per cui al fucile ed alla pistola accostavano il classico coltellaccio della frontiera, ma anche un tomahawk o persino l’arco e le frecce.
Scout Pawnee
A quel tempo la parte del leone delle forze di disturbo alla ferrovia la facevano Sioux e Cheyenne, eterni nemici dei Pawnee del maggiore North. Il battaglione era di stanza presso Fort Kearny e da lì si muoveva rapidamente in supporto degli acquartieramenti avanzati della ferrovia. La presenza dei Pawnee di North era un buon deterrente per le bande che pensavano di attaccare gli operai, ma non sempre era sufficiente a coprire l’ampia fascia di territorio in cui erano disposti i cantieri. Uno degli interventi più famosi è stato quello presso la cittadina di Julesburg. Ai soldati arrivò in qualche modo la richiesta d’aiuto dei bianchi che vivevano in quei paraggi.
Le voci dicevano che Julesburg era persino a rischio di caduta per opera di numerose bande indiane riunite in un attacco senza precedenti. North ed il suo battaglione di Pawnee si mossero immediatamente e lungo la pista trovarono i cadaveri di 14 bianchi a cui era stato asportato lo scalpo, tagliata la lingua e in qualche caso gli arti erano stati staccati dal corpo. I corpi erano trafitti da parecchie frecce. Ma questa scena anticipava soltanto i guai che avrebbero trovato a Julesburg! La cittadina era stremata dall’assedio degli indiani e si temeva il peggio. L’arrivo del battaglione di Pawnee fu decisivo e risollevò le sorti degli assediati, al punto che in uno scontro a fuoco trovarono la morte 28 indiani; erano del gruppo che pochi giorni prima aveva sorpreso un distaccamento di 14 soldati di cui North aveva ritrovato i corpi poco prima. Subito dopo Julesburg sorsero grossi problemi con i Cheyenne.
Ad affrontare direttamente la questione andò il Maggiore North con una ventina dei suoi Pawnee. Sulla strada ci fu un primo scontro con un gruppo ridotto di Cheyenne; ridotto ma estremamente combattivo, tanto che quella dozzina di ottimi cavalieri (come testimoniò in seguito lo stesso North) riuscì a svicolare in tutta tranquillità dallo scontro a fuoco, perdendo un solo guerriero. North decise di inseguire i Cheyenne, commettendo l’imprudenza di lasciarsi dietro i suoi indiani. I Cheyenne, inseguiti, si avvidero di questo fatto e ritornarono parzialmente sui loro passi, andando contro North. Ne scaturì un altro conflitto a fuoco in cui il militare stava per avere la peggio, se non fosse stato per l’intuizione di nascondersi dietro il suo cavallo (che gli fece da scudo) in attesa dell’arrivo dei fedeli Pawnee. Nella fitta sparatoria North riuscì a ferire o uccidere ben 9 Cheyenne, conquistandosi sul campo i meriti di aver condotto un’azione temeraria e coraggiosa.
Dopo il completamento della ferrovia, North si ritirò in pensione e si dedicò al commercio del bestiame in società con Buffalo Bill di cui era buon amico.
I lavoranti della compagnia ferroviaria erano spesso ex-soldati, accomunati da un buon coraggio e da una grande pratica nell’uso delle armi. Tutti i dipendenti della compagnia venivano costantemente riforniti di armi ed altre potevano acquistarle in proprio, per provvedere alla propria autodifesa in caso di attacchi indiani. Attraverso questa modalità, era possibile trasformare rapidamente un gruppo di operai in micidiali macchine da difesa e offesa che poco avevano da invidiare dai battaglioni regolarmente inquadrati di militari.
La ferrovia procedeva con il suo classico schema d’azione, ma l’esperienza di mesi e mesi di attacchi indiani aveva ormai insegnato a non mandare avanti piccoli gruppi di lavoranti.


L’avanzata della ferrovia disturba le mandrie di bisonti

Si cercava sempre di avere numeri importanti e, comunque, di avere sempre personale di rincalzo a breve distanza dai gruppi più avanzati. Gli indiani, in effetti, non ricercavano quasi mai l’attacco frontale contro gruppi numerosi, preferendo piuttosto l’assalto a sorpresa con lo scopo di raccogliere del facile bottino senza perdere guerrieri. Si trattava di una tecnica efficace che otteneva anche di logorare i nervi dei bianchi, sempre timorosi di udire le urla dei guerrieri lanciati all’attacco.

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