La lotta degli indiani contro la Union Pacific Railroad

A cura di Sergio Mura, da un saggio di William Francis Bailey (1906)

Il rapporto che accostò gli indiani ed il loro mondo al treno e a tutto ciò che con esso viaggiava, non fu mai semplice. All’inizio, come sempre nelle questioni indiane, le tribù non colsero con prontezza il pericolo che per la loro cultura rappresentava il “cavallo di ferro” che avanzava nelle loro terre sbuffando il pestilenziale fumo nero. Sul treno viaggiava tutto il mondo dei bianchi e il loro desiderio di farsi spazio ad ovest, occupando spazi che, anche per induzione, crescevano senza limiti.
Col treno viaggiavano facilmente anche le merci che venivano frequentemente scambiate con gli indiani, ma questo era uno dei punti che gli indiani stessi vedevano come favorevoli. Meno positivo era dividere con i binari le grandi mandrie di bisonti che spesso e volentieri si tenevano alla larga dai tradizionali territori di caccia delle bande.
E certamente non era ben visto l’affluire infinito di intere famiglie, di sbandati, disoccupati, banditi e affaristi di ogni genere che per prima cosa disboscavano i dintorni dei posti che sceglievano come dimora e subito dopo vi costruivano le loro cittadine che costringevano gli indiani ad arretrare sempre più.
Col treno arrivavano anche le malattie dei bianchi, contro le quali le tribù nulla potevano.
Per tutti questi motivi (ed altri ancora) gli indiani passarono abbastanza velocemente da una prima fase di sostanziale tolleranza ad una di rabbia e bellicosità che si esprimette in centinaia di piccoli gesti ostili contro i cantieri della ferrovia, contro le stazioni e contro i treni stessi. A quel punto diventava impossibile districare i torti dalle ragioni e l’intervento dell’esercito chiudeva il cerchio.
Le terre che furono teatro della costruzione della ferrovia ad opera della Union Pacific Railroad non erano libere, ma erano territori di caccia di tribù quali Pawnee, Sioux, Arapaho, Crow, Blackfoot, Bannock, Snake e Shoshone. I primi tre popoli indiani erano tipicamente insediati nelle grandi pianure, gli altri tre nel vero e proprio west americano. Si parla, comunque, di alcuni raggruppamenti tra i più bellicosi che si conoscessero e questo aspetto non mancò di manifestarsi con continue lotte, scaramucce, imboscate, disagi, ritardi e, naturalmente, con un incremento dei costi di costruzione veramente importante a totale carico della compagnia ferroviaria.
L’estate del 1864 può essere considerata l’icona della situazione di grave instabilità in cui versava l’intero settore delle comunicazioni nel west. In quei mesi, l’intera linea della Overland Stage, da St. Joseph, nel Missouri, fino a Salt Lake City, fu oggetto di continui assalti degli indiani che cercavano facili prede e bottino. La tensione ed i rischi erano diventati così grandi che Ben Holladay, il proprietario della linea, richiese con forza l’intervento dell’esercito con ben 5 soldati di stanza in ogni stazione della pista e altri 2 di scorta ad ogni convoglio in viaggio. “Senza queste condizioni minime di sicurezza – ebbe a dire Holladay – per me la linea può anche essere chiusa!”
L’anno seguente, il 1865, venne definito senza esitazioni “l’anno di sangue delle pianure”, tanti e cruenti furono gli attacchi indiani ad ogni mezzo di trasporto dei bianchi. Saccheggi, omicidi, aggressioni non si potevano contare ed erano un fatto quasi ineluttabile, come la pioggia e il vento, ma erano anche la causa principale dei magri affari delle aziende impegnate nei collegamenti delle cittadine di frontiera e rallentavano il trasferimento delle persone nel selvaggio west.


Guerrieri Sioux controllano l’avanzare della ferrovia

E in quest’ottica, a nulla sembrò servire la conferenza di pace tenutasi a Laramie nel 1866. O meglio, le condizioni di base su cui poggiavano le delicatissime relazioni tra bianchi e indiani erano così precarie da rendere quasi inutile o poco perseguibile un vero e proprio percorso di vera riappacificazione tra le parti. E d’altra parte, l’uccisione di ben 81 soldati nei dintorni di Fort Phil Kearny fu la firma sanguinosa posta su uno stato di cose che nessuno era più in condizione di ignorare.
Intanto, tra molti bassi e pochi alti, la costruzione della linea ferroviaria, così osteggiata dalle tribù indiane, andava avanti secondo i programmi ormai legati più al fronteggiamento delle emergenze che al reale avanzamento dei binari. Il 1867 iniziò a scorrere secondo lo schema già conosciuto negli anni precedenti: aggressioni, sparatorie, battaglie, depredazioni, stato di emergenza… Insomma, nulla di nuovo sotto il sole e, come in passato, ritardi che si accumulavano e incremento dei costi di costruzione ad un livello antieconomico. Di fronte all’ennesimo grido di allarme degli ispettori della ferrovia, il Governo comprese il rischio di perdere ulteriore tempo e schierò l’esercito in una misura mai vista prima nelle grandi pianure. Migliaia di soldati furono disposti lungo la frontiera, ripristinando tutte le vecchie postazioni e costruendone di nuove, allo scopo di ricostruire una linea di sicurezza in grado di sostenere e proteggere gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia. Già queste cose ottennero quasi subito l’effetto di rallentare la fortissima mobilità dei gruppi di guerra delle tribù e di scoraggiare le aggressioni al gigantesco cantiere del “cavallo di ferro”. Il 1868 fu una replica dell’anno appena conclusosi, con l’ennesima conferenza di pace convocata dai commissari governativi e rimandata per disinteresse degli indiani in guerra, almeno fino alla fine dell’anno. A Fort Laramie il tempo passò inutilmente da aprile fino a novembre! Alcuni attacchi furono portati avanti con buoni risultati per gli indiani, consegnando alla nazione l’idea di una frontiera in tumulto, difficilmente controllabile dalle truppe e dai cittadini. I giornali della frontiera erano tutti schierati contro gli indiani e a gran voce venivano richiesti interventi durissimi contro i nativi. E’ in questo clima che parte la riscossa dei bianchi – se così è possibile chiamare il susseguirsi di attacchi alle tribù, colpevoli e incolpevoli -, verso un 1869 che sarebbe stato, giocoforza, un anno più tranquillo. Attaccare e distruggere ogni accampamento indiano che non rispettava le durissime imposizioni e limitazioni del Governo, costruì le fondamenta per nuovi rapporti di forza nei quali il ruolo degli indiani veniva arginato entro confini di riserve anguste e senza prospettive di vera integrazione. Tutto ciò non sta a significare che gli attacchi degli indiani finirono… questo no! Possiamo dire che la gran parte di quel tipo di problemi veniva confinato ad est e sud di Cheyenne, mentre ad ovest stava ritornando il sereno.
Gli operai che anticipavano l’insediamento dei cantieri della ferrovia potevano finalmente ispezionare il percorso correndo un rischio minore che negli anni precedenti, anche perchè ormai venivano regolarmente accompagnati da distaccamenti di militari incaricati di proteggerli. La perdita di vite umane non si azzerò, ma si ridusse in maniera evidente. Quando la presenza di “war parties” (gruppi di guerra) si faceva notevole, i lavori venivano interrotti e gli operai venivano ricondotti verso postazioni più arretrate e sicure.


La lunga galoppata dei guerrieri Cheyenne

Gli operai incaricati delle ispezioni della pista erano quelli che maggiormente rischiavano la vita ed erano anche in numero ridotto, per cui il rischio di finire sotto attacco era reale. La stazione Hilldale, nello Wyoming, porta il nome dell’ingegner Hill, un dipendente della ferrovia che perse la vita da quelle parti proprio mentre era impegnato in una ricognizione, alla ricerca del tracciato migliore per la strada ferrata. Anche un certo Colonnello Percy morì mentre assisteva e proteggeva un gruppo di ingegneri a 24 miglia ad ovest di Medicine Bow (Wyoming). Gli indiani attaccarono il gruppo all’improvviso, costringendo tutti alla fuga, una fuga purtroppo disordinata, nel corso della quale Percy si ritrovò all’interno di un piccolo capanno nel quale provò a resistere. Quando la baracca fu incendiata, il colonnello fu costretto ad uscire per non morire bruciato, ma trovò la morte appena fuori dalla porta.
La necessità di cambiare passo, costrinse l’esercito ad uno sforzo organizzativo immenso. La seconda metà degli anni ’60 – come abbiamo accennato prima – vide la nascita o il recupero di numerose postazioni militari che si tenevano in contatto tra loro e consentivano un efficace presidio di un’ampia fascia di frontiera. In particolare possiamo citare:
– Fort McPherson, Nebraska (chiamato originariamente Cantonment McKeon, poi Cottonwood Springs Cantonment). Fu edificato nel febbraio del 1866.
– Fort Sedgwick, Colorado, sito a circa 4 miglia dalla cittadina di Julesburg.
– Fort Mitchell, nei pressi di Scotts Bluffs, Nebraska, una postazione utilizzata per un breve periodo all’epoca della costruzione dei forti.
– Fort Morgan, Wyoming, non molto lontano da Sidney, Wyoming, costruito nel maggio del 1865. Venne abbandonato appena tre anni dopo.
– Fort D.A. Russell, dalle parti di Cheyenne, Wyoming, nacque nel luglio del 1867 ed è curiosamente ancora occupato dall’esercito americano.
– Fort Sanders, Wyoming, presso Laramie, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1866.
– Fort Fred Steele, posizionato 15 miglia ad est di Rawlins, Wyoming, fu costruito nel giugno del 1868.
– Fort Halleck, 22 miglia ad ovest di Medicine Bow, Wyoming, fu abbandonato nel 1866.
Il Generale Sheridan aveva profetizzato che l’arrivo alla frontiera degli operai della ferrovia, livellatori, battitori di pista, carrettieri, avrebbe trascinato un codazzo di umanità portatrice di così tanto whisky da uccidere tutti gli indiani. In tal senso aggiunse anche la sua famosa frase: “L’unico indiano buono è quello morto!”
Una delle iniziative dell’esercito più importanti in quel tormentato periodo di lotta degli indiani contro l’avanzare della pista ferrata, fu la creazione del battaglione composto da ben 4 compagnie di Pawnee. Il battaglione, nato su suggerimento di George A. Custer, fondato il 13 gennaio 1865, venne affidato al Maggiore Frank J. North. I Pawnee, inquadrati regolarmente come soldati dell’esercito e come tali ampiamente dotati di ottime armi e di una struttura gerarchica, nonostante l’immagine poco ortodossa che fornivano del battaglione (avevano anche l’autorizzazione a modificare la propria divisa a piacimento), seppero comportarsi bene, fronteggiando gli “war parties” in modo estremamente efficace. Alle armi tipiche dell’esercito americano affiancavano quelle più proprie della loro cultura, per cui al fucile ed alla pistola accostavano il classico coltellaccio della frontiera, ma anche un tomahawk o persino l’arco e le frecce.
Scout Pawnee
A quel tempo la parte del leone delle forze di disturbo alla ferrovia la facevano Sioux e Cheyenne, eterni nemici dei Pawnee del maggiore North. Il battaglione era di stanza presso Fort Kearny e da lì si muoveva rapidamente in supporto degli acquartieramenti avanzati della ferrovia. La presenza dei Pawnee di North era un buon deterrente per le bande che pensavano di attaccare gli operai, ma non sempre era sufficiente a coprire l’ampia fascia di territorio in cui erano disposti i cantieri. Uno degli interventi più famosi è stato quello presso la cittadina di Julesburg. Ai soldati arrivò in qualche modo la richiesta d’aiuto dei bianchi che vivevano in quei paraggi.
Le voci dicevano che Julesburg era persino a rischio di caduta per opera di numerose bande indiane riunite in un attacco senza precedenti. North ed il suo battaglione di Pawnee si mossero immediatamente e lungo la pista trovarono i cadaveri di 14 bianchi a cui era stato asportato lo scalpo, tagliata la lingua e in qualche caso gli arti erano stati staccati dal corpo. I corpi erano trafitti da parecchie frecce. Ma questa scena anticipava soltanto i guai che avrebbero trovato a Julesburg! La cittadina era stremata dall’assedio degli indiani e si temeva il peggio. L’arrivo del battaglione di Pawnee fu decisivo e risollevò le sorti degli assediati, al punto che in uno scontro a fuoco trovarono la morte 28 indiani; erano del gruppo che pochi giorni prima aveva sorpreso un distaccamento di 14 soldati di cui North aveva ritrovato i corpi poco prima. Subito dopo Julesburg sorsero grossi problemi con i Cheyenne.
Ad affrontare direttamente la questione andò il Maggiore North con una ventina dei suoi Pawnee. Sulla strada ci fu un primo scontro con un gruppo ridotto di Cheyenne; ridotto ma estremamente combattivo, tanto che quella dozzina di ottimi cavalieri (come testimoniò in seguito lo stesso North) riuscì a svicolare in tutta tranquillità dallo scontro a fuoco, perdendo un solo guerriero. North decise di inseguire i Cheyenne, commettendo l’imprudenza di lasciarsi dietro i suoi indiani. I Cheyenne, inseguiti, si avvidero di questo fatto e ritornarono parzialmente sui loro passi, andando contro North. Ne scaturì un altro conflitto a fuoco in cui il militare stava per avere la peggio, se non fosse stato per l’intuizione di nascondersi dietro il suo cavallo (che gli fece da scudo) in attesa dell’arrivo dei fedeli Pawnee. Nella fitta sparatoria North riuscì a ferire o uccidere ben 9 Cheyenne, conquistandosi sul campo i meriti di aver condotto un’azione temeraria e coraggiosa.
Dopo il completamento della ferrovia, North si ritirò in pensione e si dedicò al commercio del bestiame in società con Buffalo Bill di cui era buon amico.
I lavoranti della compagnia ferroviaria erano spesso ex-soldati, accomunati da un buon coraggio e da una grande pratica nell’uso delle armi. Tutti i dipendenti della compagnia venivano costantemente riforniti di armi ed altre potevano acquistarle in proprio, per provvedere alla propria autodifesa in caso di attacchi indiani. Attraverso questa modalità, era possibile trasformare rapidamente un gruppo di operai in micidiali macchine da difesa e offesa che poco avevano da invidiare dai battaglioni regolarmente inquadrati di militari.
La ferrovia procedeva con il suo classico schema d’azione, ma l’esperienza di mesi e mesi di attacchi indiani aveva ormai insegnato a non mandare avanti piccoli gruppi di lavoranti.


L’avanzata della ferrovia disturba le mandrie di bisonti

Si cercava sempre di avere numeri importanti e, comunque, di avere sempre personale di rincalzo a breve distanza dai gruppi più avanzati. Gli indiani, in effetti, non ricercavano quasi mai l’attacco frontale contro gruppi numerosi, preferendo piuttosto l’assalto a sorpresa con lo scopo di raccogliere del facile bottino senza perdere guerrieri. Si trattava di una tecnica efficace che otteneva anche di logorare i nervi dei bianchi, sempre timorosi di udire le urla dei guerrieri lanciati all’attacco.
Sotto pressione venivano messe anche le stazioni isolate o quelli che si spostavano da una postazione ad un’altra. Un ruolo fondamentale era giocato dalle bande di giovani e giovanissimi guerrieri.
Un episodio, in particolare, è significativo. Si stava costruendo un ramo di ferrovia nei pressi di Ogallala, in Nebraska), quando un gruppo di giovani guerrieri Sioux decise di attaccare il treno, imponendosi di fermare il convoglio disponendo lungo i binari una ventina dei propri pony. Il treno travolse i cavalli, uccidendoli quasi tutti e della confusione approfittò il personale della ferrovia che scatenò una fitta sparatoria dai finestrini dei vagoni, riuscendo a seminare il panico tra i Sioux e ferendone alcuni.
Non sempre andava male agli indiani. In tal senso potremmo ricordare la volta in cui un treno merci venne bloccato dai guerrieri che saccheggiarono i vagoni e presero in ostaggio il personale conducente.


La mappa della Union Pacific Railroad (Clicca per ingrandire)

Il Generle Dodge, il responsabile del cantiere della ferrovia, un certo numero di dipendenti della compagnia ferroviaria erano tutti sullo stesso treno di ritorno da Omaha quando gli arrivò la notizia di quanto era accaduto ed ecco cosa disse lo stesso Dodge: “Quegli uomini che erano con me mi erano totalmente estranei, ma l’eccitazione e la rabbia legati alla cattura del treno da parte degli indiani furono tali che quando chiesi se qualcuno era disposto a ritornare indietro per salvare gli uomini prigionieri, si sollevò un coro di uomini pronti a partire. Subito si disposero in linea e da come si erano mossi e sistemati capii che ero di fronte ad ex-soldati e questo mi rincuorò. Decisa la strategia ci mettemmo subito sulla strada e quando, alfine, arrivammo in vista del treno, capimmo subito che i prigionieri erano ancora vivi. Disposi gli uomini in formazione di combattimento e partimmo all’attacco e, sia pure con le ovvie difficoltà, riuscimmo a mettere in fuga gli indiani, recuperare gli uomini e il convoglio ferroviario.”
Un altro incidente con gli indiani – frutto dell’evidente tensione che animava quei popoli che si sentivano defraudati dei propri diritti sulla terra che abitavano da lunghissimo tempo – avvenne non molto distante, nei pressi di Plum Creek, nel luglio 1867. In quell’occasione una banda di Cheyenne meridionali al comando di Turkey Leg staccò alcuni tratti di rotaia e li gettò in una piccola scarpata. Di lì a poco passò un treno, anticipato da un carrello alla guida del quale vi erano tre uomini. Questi si accorsero immediatamente che un tratto di binari era stato divelto e cercarono i pezzi nei dintorni. In agguato c’erano gli indiani della banda di Turkey Leg che catturarono uno dei lavoranti e lo scalparono. Questo povero sfortunato non morì sul colpo e, riavutosi dallo svenimento, agguantò quel che restava del cuoio capelluto e fuggì nelle tenebre, come prima di lui erano riusciti a fare i suoi compagni. Quando arrivò il treno, il faro che dalla locomotiva puntava sui binari consentì di vedere l’interruzione, ma la frenata non fu abbastanza tempestiva, per cui il treno deragliò, consentendone la cattura da parte degli indiani. Il capotreno e il fuochista furono catturati ed uccisi ed un ricco bottino fu raccolto da Turkey Leg ed i suoi Cheyenne.
Il conducente, invece, riuscì a svignarsela scappando direttamente verso la stazione successiva e riuscendo a mettere in allarme gli abitanti di Plum Creek al riguardo della presenza di Turkey Leg e dei suoi guerrieri. Non solo… trovati alcuni altri dipendenti della ferrovia, si rimise sulla pista per ingaggiare battaglia con gli indiani, ma fatto ritorno al punto in cui c’era stato l’agguato, non li trovò, dato che quelli si erano già allontanati col bottino. Il bottino, curiosamente, non consisteva negli oggetti di maggior valore secondo l’ottica dei bianchi, ma negli oggetti di maggior richiamo secondo la fantasia degli indiani. Tutta roba che poteva servire per i mille decori che abbellivano gli oggetti di tutti i giorni, ma anche i cavalli o le tende.


Un vecchio locomotore della Union Pacific

Il maggiore North era in quel momento abbastanza distante dalla scena dell’attacco e si trovava con i suoi Pawnee tra Sidney e Laramie. Venne avvisato dell’emergenza e subito dopo si mise in movimento con un altro treno. In appena ventiquattro ore riuscì ad arrivare sulla scena e da lì partì per inseguire i guerrieri Cheyenne. Dopo una corsa sfrenata in cui non fu facile tenere la pista, North ed i suoi riuscirono a raggiungere Turkey Leg, impegnandone i bravi in un durissimo conflitto al termine del quale si contarono circa quindici caduti Cheyenne e due prigionieri, tra i quali lo stesso nipote del capo Turkey Leg.
Un altro avvenimento ancora si verificò nell’aprile del 1868 in prossimità della stazione ferroviaria di Elm Creek. In quell’occasione una banda di giovani guerrieri in cerca di bottino e di atti degni di nota, si prese la briga di attaccare e uccidere 5 lavoranti. Ai corpi venne tolto lo scalpo. Nella stessa tornata venne attaccata anche la stazione di Sidney con un colpo di mano realizzato con l’aiuto della sorpresa. Gli indiani, infatti, si nascosero accuratamente dietro un piccolo dosso e al momento ritenuto opportuno discesero urlando verso il paese. Nel corso di quell’azione vennero sorpresi a pescare due conducenti di treno; erano seduti sulla sponda del Lodge Pole Creek, a breve distanza dalla stazione. Le urla degli indiani li fecero sussultare, ma non ebbero neppure il tempo di spaventarsi perchè un istante dopo erano circondati dai guerrieri che gli sparavano addosso e gli scagliavano frecce con i loro archi. Uno dei due, ferito gravemente, si gettò a terra fingendo di essere stato colpito a morte, mentre l’altro estrasse una pistola e fece fuoco contro i guerrieri più vicini, tenendoli alla larga per il breve tratto di strada che separava il fiume dalla stazioncina ferroviaria.


Ancora una vecchia fotografia di una locomotiva

Con incredibile sangue freddo riuscì a fuggire, sia pure con 4 frecce in corpo e altre quattro ferite leggere di arma da fuoco. Alla fine dell’attacco, gli indiani risolsero tutto con l’accaparramento del bottino, ma non si curarono dei corpi dei bianchi, facendo sì che il personale della stazione riuscisse poco dopo a recuperare anche l’altro compagno rimasto ferito nei pressi della riva.
Nel settembre del 1868 le cronache del tempo registrarono l’ennesimo attacco ad un treno, stavolta in prossimità della Ogallala Station. Gli indiani lavorarono duramente per staccare 2 pezzi di rotaie e le piegarono su se stesse in maniera da configgersi sul locomotore in arrivo, cosa che puntualmente accadde. Il treno, non potendo proseguire sulla strada ferrata finì per cadere in un fossato di fianco alla ferrovia, con i vagoni uno sull’altro. Il macchinista venne subito catturato e arso vivo, mentre il conducente ed un altro addetto riuscirono a sfuggire alla cattura senza una ferita. Il resto del personale che si trovava a bordo dei vagoni ed i viaggiatori, essendo prevalentemente armati, ben consci del rischio che correvano in caso di cattura, difesero strenuamente le loro posizioni, costringendo la banda di guerrieri a stare abbastanza lontani da loro. Nel frattempo, il ritardo del treno veniva notato ed un convoglio di sicurezza veniva inviato lungo l’itinerario. L’arrivo dei soccorsi fu sufficiente a spingere gli indiani – che avevano già raccolto il bottino – ad allontanarsi verso l’interno.
Della faccenda venne informato il Maggiore North che in quel momento si trovava presso Willow Island. In un tempo abbastanza breve, North si mise sulla pista seguito da una compagnia dei suoi fidati Pawnee e dopo un lungo inseguimento riuscì ad agganciare la banda di indiani ritenuta colpevole dell’assalto al treno di Ogallala Station. Ne seguì un fitto scambio a fuoco in cui persero la vita due indiani “ostili”.


Ingegneri al lavoro per tracciare la pista, nel 1861

Ma l’episodio non fu un monito sufficiente, dato che la stessa banda di guerrieri attaccò un altro convoglio ferroviario nei pressi di Potter Station neppure un mese appresso, conquistando un ottimo bottino, consistente in una mandria di una ventina di ottimi cavalli e muli dell’esercito. Anche stavolta, però, ci si mise di mezzo una compagnia di Pawnee del Maggiore North. I Pawnee, una quindicina in tutto, partirono velocemente sulla pista degli assalitori e dopo non poche difficoltà riuscirono a costringerli alla lotta, uccidendone un paio e riuscendo, nella confusione generale, a riprendere una buona parte dei cavalli rubati.
Ma la più nota battaglia dei tempi della costruzione della ferrovia si svolse nei pressi di Julesburg nel luglio del 1869. In quel momento i soldati blu, al comando del Generale Carr, erano affiancati da circa 150 Pawnee guidati dal Maggiore North e insieme erano impegnati – da almeno un paio di mesi – in una lunga azione di pattugliamento del territorio nel tentativo di agganciare e punire alcune bande di guerrieri Sioux e Cheyenne a cui venivano addebitate numerose razzie nella zona compresa tra la Repubblican Valley e la Solomon Valley, nel corso delle quali razzie erano state attaccate fattorie ed insediamenti, rubate cose e animali, morti numerosi coloni, uomini, donne e bambini, a cui, in qualche caso, era stato anche levato lo scalpo.
Gli indiani furono alfine raggiunti nei pressi di Summit Springs, dove si trovavano accampati. L’11 luglio partì l’attacco dei soldati. Fu una sorpresa completa per le bande di indiani che si ritrovavano guidati da Tall Bull, un guerriero Cheyenne famosissimo. In quella drammatica circostanza persero la vita circa 160 indiani e tra quelli c’era anche il loro capo.
Fu visto al momento dell’attacco in sella al suo cavallo e poi con la moglie ed il figlio insieme a lui mentre tentava di allontanarsi. Durante la fuga il suo cavallo, che era un’ottima cavalcatura, venne ferito e perciò, anche se gli consentì di raggiungere un lato riparato di un burrone, dovette ucciderlo con un colpo di fucile. Nel dirupo avevano trovato rifugio numerosi altri guerrieri… Il primo pensiero del capo indiano fu quello di far mettere in salvo la sua famiglia. Perciò fece arrendere la moglie e il figlio al Maggiore North.
La donna tentò il tutto per tutto per trattare anche la resa del marito e degli altri guerrieri che ancora si nascondevano nel dirupo, ma la trattativa non portò a nulla, dato che gli indiani erano ben armati e ancora sparavano a tutto quel che si muoveva. Fu proprio questa sparatoria a condannarli a morte certa, dato che il Maggiore North ed i suoi reagirono con tutte le loro forze ed ebbero la meglio sui guerrieri nascosti.


Un attacco indiano ad una stazione ferroviaria

Altri indiani furono catturati e nel villaggio abbandonato venne identificata una donna bianca, catturata qualche tempo prima durante un raid e costretta a diventare la moglie di Tall Bull. La donna era ferita perchè gli indiani – come in altre occasioni era accaduto – avevano sparato alla prigioniera nel tentativo di sfuggire all’accusa del rapimento e l’avevano lasciata dentro una tenda credendola morta. Era stata ritrovata dentro la tenda da un ufficiale che vi era entrato per una rapida ispezione; era ferita in maniera abbastanza seria e perdeva molto sangue dal ventre.
La giovane era di origine tedesca e non sapeva neppure parlare l’inglese; la sparatoria, nel momento in cui aveva preso avvio, le era sembrata uno scambio di colpi di armi da fuoco tra indiani della stessa tribù. Pur ferita, quando si rese conto che a sparare erano i soldati, cercò in qualche modo di trascinarsi fuori dalla tenda e quando vide l’ufficiale spalancare la pelle che copriva l’ingresso della tenda gli fece capire, gemendo e piangendo, di non lasciarla nelle mani degli indiani.
Una volta in salvo, la povera donna venne ricoverata a Fort Sedgwick per un tempo abbastanza lungo; tanto le fu veramente necessario a rimetterai in forze dopo la terribile esperienza. Pochi mesi più tardi si sposò con un sottufficiale che aveva concluso la sua ferma nell’esercito americano.
Ala fine della battaglia che portò alla liberazione della giovane tedesca, le giacche blu catturarono, tra l’altro, moltissime scorte di ogni tipo, circa 600 cavalli e persino 1900 dollari in pezzi d’argento da 20 $ ciascuno. Erano denari sottratti al padre della giovane quando fu ucciso per cui una parte vennero restituiti a lei, in quanto unica erede del poveruomo; un’altra parte, inferiore per quantità, fu consegnata ai che avevano combattuto valorosamente ed un’ultima parte fu affidata all’esercito come cassa. Gli scout decisero comunque di restituire il denaro alla donna, non pretendendo di trattenerne nemmeno un dollaro.


Una postazione sotto attacco

Tutti gli episodi che abbiamo ricordato in questo resoconto non sono nulla rispetto alle migliaia di occasioni in cui gli indiani si scontrarono con i bianchi durante gli anni della costruzione della ferrovia, né possiamo dire che questi siano stati i più notevoli… A noi sono serviti unicamente per rendere l’idea del clima di conflitto e di incertezza che regnava nelle zone della frontiera del west. Eppure dobbiamo ricordare che anche in quelle circostanze la gente continuava a vivere, i pionieri proseguivano incessantemente la loro avanzata a Ovest e gli indiani continuavano a cacciare e combattere a ritmo incessante, nonostante non disponessero di un vero e proprio esercito. Vero è che la turbolenza dei rapporti tra costruttori della ferrovia e indiani non caratterizzò solo il periodo della posa delle traversine, ma anche quello immediatamente successivo all’inaugurazione della linea. In quel clima di ostilità, nessuno dei lavoranti o dei guardiani delle postazioni era tranquillo. In ogni momento potevano risuonare le classiche urla dei gruppi di guerrieri lanciati all’attacco. Nelle stazioni, piccole e grandi, c’era l’abitudine di edificare barriere avanzate rispetto ai locali in ciò si viveva. Queste palizzate servivano come protezione avanzata ed erano spesso collegate agli edifici da passaggi sotterranei o seminterrati più o meno nascosti, da utilizzare in caso di ritirata. Per un periodo ogni stazione della ferrovia venne presidiata da un piccolo distaccamento di soldati ai quali veniva affidata anche la vigilanza armata di una porzione di linea ferroviaria. Solo l’arrivo successivo e incessante di antiche fiumane di coloni finì per garantire la frontiera dagli attacchi degli indiani.

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