La strana, triste (e dubbia) storia di “Calamity Jane”

A cura di Luca Barbieri

Calamity Jane
Di fianco alla tomba di Wild Bill Hickok, nel cimitero di Deadwood, è stata scavata quella di Martha Jane Cannary, più nota col soprannome di “Calamity Jane”.
Fu proprio lei a volerlo, per riposare in eterno di fianco all’uomo che amava. Esiste una leggenda che lega i due personaggi, ma appunto di leggenda si tratta: probabilmente la pubblica opinione volle vedere qualcosa che non c’era, allo scopo di unire le due icone western in un unico romanzo rosa. La stessa Calamity, sicuramente innamorata di Wild Bill, alimentò queste voci dopo la morte del pistolero, arrivando addirittura a sostenere di aver partorito, il 25 settembre 1873, una figlia avuta con lui, alla quale dette il nome Janey.
La paternità di Hickok venne sostenuta in una sorta di diario–lettera scritto proprio all’indirizzo della figlia in un lungo arco temporale (dal 1877 al 1902), ma gli storici addirittura dubitano dell’esistenza stessa di questa bambina, e, comunque, concordano nell’affermare che Hickok conobbe Calamity Jane solo pochi mesi prima della sua morte, per cui una relazione datata 1873 sarebbe stata impossibile.
Calamity Jane a cavallo
E’, però, anche vero che del periodo compreso tra il 1872 e il 74 di Wild Bill si hanno poche notizie certe, quindi, ipotizzando anche una sua profonda depressione dovuta all’insorgere della malattia agli occhi e al senso di colpa per l’omicidio involontario dell’amico Michael Williams, nulla può essere davvero escluso. Il Wild Bill che giunse a Deadwood, comunque, di sicuro non avviò una relazione sentimentale con Martha Jane Cannary, non solo a causa della sua breve permanenza in città, ma soprattutto per l’affetto che lo legava alla moglie, Agnes Lake, con la quale si era recentemente sposato. Lo stesso viaggio a Deadwood pare essere stato motivato dal desiderio di accumulare una certa quantità di denaro per poter cambiare vita. Il suo amore per la moglie, in ogni caso, è indubitabilmente attestato dalle tenere lettere che le scrisse dalle Black Hills.
Quella del primo Agosto ha l’amaro sapore di una profezia (Hickok venne ucciso il giorno seguente); Wild Bill le scrive: “Cara Agnes, se dovesse accadere che non ci incontrassimo mai più, mentre sparerò il mio ultimo colpo, sussurrerò con delicatezza il nome di mia moglie e perfino i saluti per i miei nemici, poi mi tufferò e tenterò di nuotare verso l’altra sponda”.
In compagnia della bottiglia
Il rapporto con Hickok non è comunque l’unico aspetto oscuro della storia di Calamity; direi che, anzi, non è nemmeno il più oscuro. Infatti la vita di questa sfortunata donna è avvolta da mille dubbi e, nonostante le molte fotografie, le interviste e una sua autobiografia, c’è chi giura che in realtà Calamity non sia mai esistita. E’ il caso della studentessa statunitense Roberta Beed Sollid che, dopo lunghe ricerche sulla vita di Martha Jane Cannary, arrivò alla clamorosa conclusione che nulla di quanto si dice di lei corrispondeva al vero.
Una gigantesca truffa, quindi, probabilmente montata ad arte da quell’astuto manipolatore di folle che era Buffalo Bill; oppure un clamoroso malinteso, che ha finito per dare fisicità ad un semplice stereotipo della Frontiera, perchè così come “Wild Bill” nel gergo del West significava semplicemente “ragazzo selvaggio” allo stesso modo “Calamity Jane” potrebbe indicare genericamente una “donna porta jella” (Jane infatti era il nomignolo che si dava a tutte le ragazze delle quali si ignoravano le generalità precise).
Calamity Jane è stata dunque solo uno stereotipo sfruttato a fini commerciali? La conclusione appare in effetti un po’ eccessiva e, per molti versi, forzata. Vero è, in ogni caso, che si hanno poche certezze su di lei, complici anche le spudorate menzogne che la stessa Calamity inventava quando era ubriaca fradicia, quando cercava di far soldi , oppure, banalmente, quando voleva darsi un po’ di arie.
Quello che sappiamo di certo su di lei è come non era.
Sempre armata
Gino D’Antonio (nell’episodio “Vento d’autunno” della serie a fumetti “Storia del West”) ce ne dà una rappresentazione grafica vicina al falso spudorato: slanciata, molto attraente, bionda e con malinconici occhi chiari. Ma è anche la versione di certe pellicole cinematografiche, più attente a percepire come il pubblico voleva che l’eroina fosse piuttosto che interessate a mostrare come di fatto era: mi riferisco ad esempio a “Non sparare, baciami” del 1953 con la bella Doris Day nei panni di Calamity. La tradizione ce la presenta come romantica ed intrepida eroina della Frontiera, la realtà ci parla di una donna dai modi rozzi, alcolizzata, la cui femminilità era spesso sepolta sotto un atteggiamento sfrontato, da molti considerato indecente ma che ben si adattava ai posti selvaggi nei quali viveva. Vestiva, parlava, cavalcava e sparava come un uomo; ma era, in fin dei conti, una donna. Questo atteggiamento poteva forse servire ad occultare una fragilità nascosta, forzatamente repressa per poter sopravvivere; il desiderio di romanticismo insito in lei è evidente se si pensa al cumulo di frottole che si inventò a proposito di Wild Bill.
Nella sua vita si arrangiò facendo un po’ di tutto: scout dell’esercito, cuoca, lavandaia, ballerina nei saloon, infermiera e, secondo alcuni, all’occorrenza anche la prostituta.
Non era molto bella
Non era certo bella a vedersi (le fotografie ci mostrano una donna dai tratti grossolani, trasandata e dall’aspetto sgraziato) né aveva modi affascinanti, anzi tendeva a superare i maschi in quanto ad imprecazioni e bestemmie, abitudine che, pare, avrebbe preso quando faceva la conducente di carri sui disastrosi sentieri delle Black Hills: le imprecazioni urlate a squarciagola, infatti, sono da sempre il modo migliore per guidare buoi e muli.
Perché era detta “Calamity”? Secondo la sua versione si sarebbe meritata il suo celebre soprannome salvando la vita al capitano Egan durante uno scontro con gli indiani a Goose Creek: ferito e caduto a terra, il militare sarebbe stato raccolto dalla donna e portato in salvo al forte, dove avrebbe esclamato “I name you Calamity Jane, the eroine of the plains”. E’ possibile ma, come sempre, la diffidenza è d’obbligo.
Difficile dire qualcosa di preciso anche sul suo carattere. Diede prova di grandissima generosità ed altruismo durante la terribile epidemia di vaiolo che falcidiò la popolazione di Deadwood nel 76 (lavorò instancabilmente come infermiera e donò del cibo, salvando così diverse vite senza, poi, ricevere in cambio neppure un grazie), ma era capace anche di clamorose balle sul proprio conto.
Il vaso sulla tomba
Era una bevitrice formidabile, di sicuro alcolizzata; spesso fu necessario portarla a forza fuori dai saloon e lasciarla a letto, con la sola compagnia di una bottiglia di liquore, a smaltire la sbornia, e quasi sicuramente Bufalo Bill, che l’aveva assunta come attrazione del suo Wild West Show, la cacciò dallo spettacolo perché troppo spesso si era presentata ubriaca in scena. Era una donna ambigua e complicata, sospesa tra ciò che era e ciò che avrebbe voluto essere; rifiutò sempre stereotipi e convenzioni e fu una femminista ante litteram; coltivò indifferentemente amicizie maschili e femminili, sostenendo di avere avuto una dozzina di mariti.
Pubblicò un’autobiografia zeppa di frottole, nonostante avesse sempre dichiarato di detestare i fanfaroni e i bugiardi. Morì a soli 51 anni, cieca e in miseria, il primo Agosto 1903 a Terry, una cittadina mineraria nei pressi di Deadwood, per complicazioni conseguenti al proprio alcoolismo. Nell’ultima lettera indirizzata alla figlia scrisse: “Odio sporcizia e povertà, ma è così che sto vivendo i miei ultimi giorni”.
Sulla sua tomba venne posato soltanto un grosso vaso di pietra.

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