I sentieri del cinema

A cura di Domenico Rizzi

Link dello speciale sul genere western: 1) Il tesoro del west, 2) Il trionfo della leggenda, 3) L’ascesa del western, 4) Il periodo d’oro, 5) Ombre rosa nella prateria, 6) Orizzonti sconfinati, 7) I sentieri del cinema, 8) Orizzonti sconfinati, 9) La quarta frontiera

L’ultimo dei Mohicani, di Cooper
Quando si parla di western, si intendono generalmente i romanzi ed i film ambientati, nel periodo dal 1850 al 1890, ad ovest del fiume Mississippi, dimenticando che la conquista dell’America selvaggia era iniziata molto tempo prima, nelle sterminate foreste, lungo i fiumi e sui Grandi Laghi dell’Est.
Dopo James Fenimore Cooper ed i suoi “Racconti di Calza di Cuoio”, la narrativa sviluppatasi intorno alla Vecchia Frontiera non fu sicuramente pari quantitativamente, ma anche dal punto di vista dell’interesse suscitato, a quella dedicata al West tradizionale. Tuttavia, il cinema potè ispirarsi ad almeno tre storie d’autore dirette sullo schermo da grandi registi.
Una di queste, scritta nel 1936 da Walter D. Edmonds (1903-1998) era “Drums Along The Mohawk” (“La più grande avventura”) affidata nel 1939 alla regia di John Ford, con gli attori Henry Fonda, Claudette Colbert e Edna May Oliver.
“Unconquered”, scaturita dalla penna di Charles Bennett (1899-1995) formò invece la trama del film distribuito in Italia nel 1947 con il titolo “Gli invincibili”, nel quale lavoravano, sotto la direzione dell’esperto Cecil B. De Mille, l’ormai famoso Gary Cooper, Paulette Goddard, Boris Karloff e Ward Bond.
L’autore dell’altra e più famosa avventura cinematografica della Vecchia Frontiera si chiamava Kenneth Roberts, nato nel Maine nel 1885, laureato alla Cornell University nel 1908 e giornalista del “Saturday Evening Post”.
Passaggio a Nord Ovest
Dal suo romanzo, “Northwest Passage”, pubblicato nel 1937, nacque il film omonimo, approdato in Italia nel 1940 con la traduzione letterale “Passaggio a Nord-Ovest”. La regia era di King Vidor, che scelse come interpreti Spencer Tracy, Robert Young, Walter Brennan e Ruth Hussey. E’ la vicenda romanzata di una spedizione militare condotta dai Queen’s Rangers del maggiore Robert Rogers (1731-1795) mitico comandante scozzese all’epoca della Guerra dei Sette Anni. Benchè a volte trionfalistico e retorico, il film conserva ancora intatti, dopo settant’anni, fascino e credibilità, mentre il romanzo rimane un classico del western “cooperiano”.
In epoca più recente, l’atmosfera dell’antica Frontiera coloniale si ritrova soprattutto in un autore che risponde al nome di Donald Clayton Porter, pseudonimo di Noel Bertram Gerson, nato nel 1914 e vissuto fino al 1988, il quale si servì anche dei nomi d’arte di Dana Fuller Ross, Samuel Edwards ed altri pseudonimi.
A Porter si deve la lunga serie, iniziata nel 1979 e denominata dell’”Indiano Bianco”, tutta ambientata fra i boschi del New England di fine XVII secolo: “White Indian”, “Il rinnegato”, “War Chief”, “The Sakem”, “Renno”, “Tomahawk”, “Seneca” ed altri ancora, la maggior parte dei quali pubblicati in Italia con le Edizioni La Frontiera nel corso degli Anni Ottanta. Con il nome di Dana Fuller Ross, Porter scrisse pure innumerevoli romanzi di ambientazione più tipicamente western, compresi nelle serie “Wagons West” e nella “Wagons West Trilogy”.
Fra i molti scrittori americani suoi contemporanei, dei quali sarebbe arduo elencare la vastissima produzione letteraria, ve ne furono diversi che fornirono spunti e trame per il cinema, il nuovo veicolo di diffusione del genere.
Walter Van Tilburgh Clarke (1909-1971) scrittore e poeta, che nella vita faceva l’insegnante, è l’autore di “The Ox Bow Incident”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1940. William A. Wellman ne fece nel 1943 un classico film-denuncia sullo scottante argomento della giustizia sommaria, anticipando di parecchi decenni i temi del revisionismo. Proiettato nelle sale italiane con il titolo “Alba fatale”, fu interpretato da Henry Fonda, Harry Morgan e Dana Andrews.
The Outlaw, di Hughes
Jules Furthman (1888-1966) autore di numerose sceneggiature di film celebri, anche con lo pseudonimo di Stephen Fox – “Docks of New York”, 1928, “Shangai Express”, 1932, “Mutiny on the Bounty”,1935, che gli valse l’”Academy Award” per il miglior arrangiamento, “The Big Sleep” (“Il grande sonno”) 1946, interpretato da Humphrey Bogart – incise il proprio nome a caratteri d’oro nell’albo della cinematografia western con “Il mio corpo ti scalderà”, versione italiana di “The Outlaw”, che è anche il titolo del romanzo originale. Il film, prodotto e diretto dall’eccentrico miliardario Howard Hughes – che si liberò del vero regista, il quasi omonimo Howard Hawks, dopo le prime riprese – venne girato nel 1943 e suscitò scandalo in molti Stati dell’Unione. Venne infatti censurato da un giudice del Maryland per l’”eccessiva esibizione di grazie femminili” – benché il nudo fosse ancora assente nei western – da parte dell’esordiente attrice Jane Russell dai seni prorompenti, alla quale era stata affidata l’interpretazione di una presunta amante di Billy the Kid.
La storia, uno strano cocktail in cui entrano in gioco personaggi storici (il Kid, Doc Holliday, lo sceriffo Pat Garrett) e di fantasia, come la focosa Rio (Jane Russell) è praticamente dominata dal tema della gelosia. Fra le altre tematiche lette fra le righe dalla critica, anche una velata inclinazione all’omosessualità dei protagonisti maschili, anticipazione di un soggetto che sarà ulteriormente elaborato in “Ultima notte a Warlock” da Edward Dmytryk, nel 1959.
Sempre in clima di trasgressioni, fece scalpore il film “The Last Sunset”, esportato in Italia come “L’occhio caldo del cielo”, con Rock Hudson, Kirk Douglas, Dorothy Malone e Carol Lynley, sceneggiato nel 1961 da Dalton Trumbo per il regista Robert Aldrich e ricavato dal romanzo “Sundown at Crazy Horse” di Howard Rigsby.
Qui la vicenda scivola addirittura sull’orlo dell’incesto, allorchè il pistolero Brendan O’Malley (Kirk Douglas) si mette a ricambiare il sentimento della bionda Missy (Carol Lynley, interprete lo stesso anno del ruolo di Allison Mackenzie in “Ritorno a Peyton Place”) ignorando che si tratta della propria figlia carnale. Per aggiustare le cose, evitando la probabile censura, l’uomo sceglierà deliberatamente di farsi uccidere in duello dal rivale Dana Stribling (Hudson) presentandosi all’appuntamento con la pistola scarica.
Incesto virtuale anche nell’atipico “Notte senza fine” del 1947, ricavato dal romanzo “Pursued” (titolo originale del film) di Niven Busch (1903-1991) newyorkese autore di diversi soggetti e sceneggiature cinematografiche. Il protagonista Jeb Rand (Robert Mitchum) tormentato reduce dalla guerra di Cuba del 1898, è innamorato della sorella Thorley (Theresa Wright) che in realtà è soltanto adottiva, cosa che alla fine non precluderà il matrimonio fra i due.


The Big Shakedown

Questi “sconfinamenti” dimostrano come il western, dopo anni di trame classiche spesso ripetute fino all’eccesso, fosse alla ricerca di nuove dimensioni, cercando di sottrarsi ad un filone ormai troppo scontato.
Busch si segnala al pubblico anche con altre opere dal contenuto meno psicologico. Fra queste, il soggetto di “The Big Shakedown”, attinto dal suo romanzo “Cut Rate” e affidato al regista John Francis Dillon (1934) con Charles Farrell e Bette Davis, “The Westerner”(in Italia “L’uomo del West”) diretto da William Wyler nel ’40 (Gary Cooper, Walter Brennan e Doris Davenport) e sceneggiato insieme allo scrittore Stuart Lake, autore della più famosa biografia di Wyatt Earp. Infine, nel 1950 scrive il tema di “The Furies” (“Le furie”) film minore di Anthony Mann, con Barbara Stanwyck e Wendell Corey.
Dalla penna di Gordon Shirreffs, notissimo autore western nato a Chicago nel 1914 e scomparso nel ‘96, nacquero “Silent Beckoning” e “Rio Bravo”, portati sullo schermo rispettivamente come “The Lonesome Trail” (regia di Richard Bartlett, 1955) e “Oregon Passage”, del regista Paul Landras. Oltre a ciò, Shirreffs è anche autore di “Ambush on the Mesa”, “Massacre Creek” ed una serie interminabile di romanzi e racconti, diversi dei quali – “Il cacciatore di Apache”, “Il forte della vendetta”, “la valle delle ombre”, “Ballata selvaggia”, “Glorieta Pass”, “Il ritorno del giustiziere”, “La danza degli spettri”, per citarne solo alcuni – pubblicati anche in Italia. La sua passione per il genere si sviluppò mentre militava nell’esercito, di stanza in uno dei più famosi avamposti del Texas, Fort Bliss: infatti, ben 60 dei suoi lavori trovano ambientazione nell’assolato Sud-Ovest.
A Will Cook, nome abbreviato di Will Everett Cook, nato nel 1921 e scomparso prematuramente nel ’64, noto anche con gli pseudonimi di James Keene e Wade Everett, si deve il tormentato copione di “Two Rode Together” (“Cavalcarono insieme”, 1961) di John Ford, recitato da James Stewart, Richard Widmark e Linda Cristal, uno dei pochi film in cui compaia la figura del capo comanche Quanah Parker, nella drammatica cornice di una vicenda basata sulla tragedia dei prigionieri bianchi degli Indiani. Benchè poco amata sia dal regista che dalla critica, si tratta di un’opera di notevole impegno sociale, che mostra senza veli l’angosciante condizione degli “Indiani bianchi” recuperati alla vita civile. Insieme a “Sentieri selvaggi” di Ford e a “Gli inesorabili” di Huston, rimane nel panorama della cinematografia western come uno dei più spietati e realistici ritratti della vita di frontiera, creando un pathos che neppure film revisionisti come “Piccolo Grande Uomo” e “Soldato Blu” riusciranno a riprodurre.
Comanche Captives
Cook, che rivela la propria predilezione per le trame ambientate nelle praterie meridionali, alle prese con i feroci Comanche (oltre a “Two Rode Together”, da citare “Comanche Captives”, scritto nel 1959) o con gli Apache (“Apache Ambush”, “The Apache Fighter”) è apprezzato anche per i romanzi dedicati ai pistoleri – “Prairie Guns”, “Guns of North Texas”, “Killers Behind the Badge”, “The Peacemakers” – secondo la più genuina tradizione del western.
Oakley Maxwell Hall (Oakley Hall) classe 1920, scomparso circa un anno fa, ha legato la propria fama soprattutto al film “Ultima notte a Warlock”, diretto nel 1959 da Edward Dmytryk e superbamente interpretato da un cast eccezionale, composto da Richard Widmark, Henry Fonda, Anthony Quinn e Dorothy Malone. La pellicola attinge al suo romanzo “Warlock”, pubblicato nel ’58, al quale Hall fece seguire i meno noti “The Bad Lands” e “Apaches”. Il trio Widmark-Fonda-Quinn si esibisce in un lavoro d’eccezione, mostrando i velati conformismi e la viltà della gente comune, per poi proporne il riscatto in un memorabile duello finale.
“Warlock” rappresenta un’anticipazione sia di “L’uomo che uccise Liberty Valance” di Ford che del capolavoro “C’era una volta il West” di Leone: i pistoleri si arrendono alla fatale avanzata del progresso, prima uccidendosi fra loro e poi gettando il simbolo del loro incontrastato potere – due pistole dal calcio d’argento – nella polvere.
Donald Hamilton, svedese di origine (Uppsala, 1916) emigrato negli USA dove ottenne il baccalaureato in scienze a Chicago, militare durante la seconda guerra mondiale, pubblicò i suoi primi racconti sulle riviste “ Collier’s Weekly” e “The Saturday Evening Post”. Suo è il progetto di un mini-colossal hollywoodiano, “The Big Country”, diretto nel 1958 da William Wyler e presentato in Italia come “Il grande paese”, che impiegò molti attori di fama: Gregory Peck, Charlton Heston, Jean Simmons, Carroll Baker e Burl Ives. Quest’ultimo ottenne l’Oscar come miglior attore non protagonista, riconoscimento che era stato assegnato raramente quando si trattava del genere western. E’ un altro film in cui l’intrusione dell’uomo venuto dall’Est – l’ex capitano di marina Jim Mc Kay – sancisce la fine della “Frontiera selvaggia”, stemperando le rivalità fra allevatori in lotta per i pascoli, soggetto ripreso quattro anni dopo da John Ford con “L’uomo che uccise Liberty Valance”.
Henry Wilson Allen, nato nel 1912, conosciuto come Will Henry, ma anche sotto lo pseudonimo di Clay Fisher, originario delle pianure del Kansas, vinse ripetutamente lo “Spur Award” con “The Gates of the Mountains” nel 1966, “Chiricahua” nel ’73 ed altre opere, ma divenne noto specialmente per il romanzo “Mackenna’s Gold”, che ispirò nel 1969 il film “L’oro dei MacKenna”, nel quale venne però accreditato come soggettista con lo pseudonimo di Heck Allen.
Who rides with Wyatt
Il lavoro, diretto da Jack Lee Thompson, pur avvalendosi di interpreti di classe quali Gregory Peck, Omar Sharif e Telly Savalas, non andò oltre la mediocrità e fece sicuramente rimpiangere l’intreccio che Henry era riuscito a creare nel suo romanzo. Al di là della popolarità che comunque gli valse questo film, Will Henry merita di essere ricordato per titoli come “Sfida all’O.K. Corral”, “Appuntamento per una vendetta” e “La grande sfida di Tombstone” (“Who Rides With Wyatt?”) concepiti negli Anni Cinquanta ed approdati successivamente in Italia. Ispirato dallo stesso autore, che si firma di nuovo come Heck Allen, è pure il film “Young Billy Young” (titolo italiano: “Appuntamento per una vendetta”) diretto e sceneggiato da Burt Kennedy nel 1969, con l’ottima interpretazione di Robert Mitchum, Angie Dickinson e David Carradine.
Oltre che a Wyatt Earp e Doc Holliday, lo scrittore si interessò alle biografie di altri personaggi storici ed agli autentici eventi della Frontiera nei suoi libri “Custer’s Last Stand” (1968) “Alias Butch Cassidy” (1969) “I, Tom Horn” (1976) e “The Hunting of Tom Horn” (1999) “The Ballad of Billy Bonney” (1984) e “Jesse James: Death of a Legend” (1996) alcuni dei quali pubblicati dopo la sua morte, causata da una polmonite nel 1991.
Con il nome di Clay Fisher, pubblicò diversi romanzi, fra i quali in particolare alcuni semi-biografici come “Yellowstone Kelly” (In Italia: “Il grande uomo”) nel 1958, dedicato al personaggio storico di Luther Sage Kelly, scout del generale Nelson Miles, “The Legend of Apache Kid” (1964) e “The Apache Kid” (1973) imperniati sulla figura dell’ultimo ribelle indiano. “Yellow Hair” (“Chioma Gialla”) del 1954, benché fortemente romanzato, traccia una realistica ricostruzione della campagna di Custer contro i Cheyenne di Pentola Nera, culminata nella battaglia del Washita.
“Yellowstone Kelly” (“La guida indiana”) venne portato sullo schermo nel 1959 da Gordon Douglas – interpreti Clint Walker e Edd Byrnes – e Fisher si firmò come soggettista con lo pseudonimo di Heck Allen.
Sull’impegno western di Charles Marquis Warren, nato a Baltimora del 1912 e vissuto fino all’età di 78 anni, vi sarebbe moltissimo da dire.
Scrittore, sceneggiatore, regista, produttore e aiuto produttore, dopo aver compiuto gli studi nella città natale, si recò a Hollywood nel 1933, prendendo subito contatti importanti con la Metro Goldwyn Mayer.
Come scrittore è famoso per il romanzo “Only the Valiant”, pubblicato nel 1943, dal quale Gordon Douglas realizzò nel 1951 il film dallo stesso titolo (in Italia come “L’avamposto degli uomini perduti”) con Gregory Peck e Ward Bond. Seguirono “Streets of Laredo” – film omonimo di Leslie Fenton, 1949 con William Holden e Mona Freeman – “The Redhead and the Cow.boy” (diretto nel 1951 da Leslie Fenton, con Glenn Ford e Rhonda Fleming) “Oh Susannah” (regia di Joseph Kane, con Rod Cameron e Lorna Gray, 1951) “Springfield Rifle” (regia di Andrè De Toth, con Gary Cooper, distribuito nel 1952) “Pony Express” (regia di Jerry Hopper, 1953, con Charlton Heston e Rhonda Fleming, ricavato da una storia di Frank Gruber).
La locandina di “Arrowhead”
Nel 1953 Warren si pose come regista di “Arrowhead” (“La freccia insanguinata”) tratto da un racconto di W. R. Burnett – autore di un’importante ricostruzione della faida dell’O.K. Corral apparsa anche in Italia nel 1967 come “Sfida infernale” – affidando le parti di protagonista a Charlton Heston e Jack Palance, affiancati dalla bravissima Katy Jurado.
Nel 1957 diresse “Trooper Hook”, con Joel Mc Crea e Barbara Stanwick, distribuito in Italia con il titolo “La schiava degli Apaches” e nel 1958 il meno noto: “Blood Arrow” (“La freccia di fuoco”) con Phyllis Coates e Joel Mc Crea. Molti anni dopo, nel 1969, sarà regista anche di “Charro” (“Un uomo chiamato Charro”) interpretato dal cantante Elivs Presley, da Ina Balin e Victor French.
Come produttore e co-produttore, Warren diede il suo contributo a film televisivi quali “The Iron Horse”, realizzato dal 1866 al 1868 con l’interpretazione del popolare Dale Robertson e a “The Virginian”, tratto dal romanzo di Owen Wister, con James Drury, Lee J. Cobb e Doug Mc Clure, messo in onda fra il 1962 ed il 1971. Altre due fortunate serie, dirette per la televisione dallo stesso regista, furono “Gunsmoke” (1955-75) e la più conosciuta “Rawhide” (1959-65) in cui compare un giovane attore di nome Clint Eastwood, che Sergio Leone avrebbe prescelto come protagonista per la sua “trilogia del dollaro”.
Luke Short, alias Frederick Dilley Glidden (1908-1975) giornalista e scrittore, pubblicò almeno 4 libri che vennero subito adattati per lo schermo.
Le sue due opere più notevoli furono “Ramroad”, dal quale fu tratto il film omonimo di Andrè de Toth nel 1947 (attori Joel Mc Crea e Charles Ruggles) e “Blood on the Moon”, di Robert Wise (1948) con Robert Mitchum, Barbara Bel Geddes e Robert Preston.
Tra la fine degli Anni Cinquanta ed i primi Anni Sessanta, nonostante la presenza di film di altissimo pregio quali “Un dollaro d’onore” (Howard Hawks, 1959) “I dannati e gli eroi” (John Ford, 1960) “I Comancheros” (Michael Curtiz, 1960) “L’uomo che uccise Liberty Valance” (John Ford, 1962) il genere western aveva imboccato la sua parabola discendente, sebbene molti dei suoi più grandi narratori fossero ancora in piena attività.


Il bellissimo poster di “Blood on the moon”, del 1948

La comparsa dello “spaghetti-western”, soprattutto per merito di Sergio Leone, avrebbe dato la sferzata necessaria ad una nuova entusiasmante ripresa, almeno fino all’uscita di “C’era una volta il West”, nel 1968, prima che certe scriteriate parodie del genere finissero per affossare definitivamente l’esperienza italiana, azzerandone la credibilità.
La “new wave” italo-andalusa esercitò tuttavia un notevole influsso sullo stesso cinema americano che, sotto la spinta della contestazione studentesca del Sessantotto e del condizionamento della tragedia del Vietnam, riuscì a rilanciarsi con grandi titoli, quali “Un uomo chiamato cavallo”, “Piccolo Grande Uomo” e “Soldato Blu”.
Questa corrente più cinematografica che letteraria, definita “revisionismo”, avrebbe riguardato la maggior parte delle pellicole prodotte dal 1968 in poi, con risultati che, valutati a distanza di tempo, non appaiono sempre esaltanti.
Ma ormai il genere era calato vistosamente, soprattutto sotto l’aspetto della produzione quantitativa. L’epoca in cui Hollywood riversava ogni anno sul mercato decine di film di cow-boy e Indiani era diventata un ricordo e forse la dissacrazione del mito ne stava affrettando la fine.
Nel 1977 venivano prodotti per il grande schermo soltanto 7 film western ed all’inizio degli Anni Ottanta la media annuale era scesa addirittura a 4.
La grande avventura narrata da Zane Grey, Max Brand e Louis L’Amour cominciava a segnare il passo, sebbene il suo tramonto definitivo fosse ancora lontano.

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